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Presentazione 1/2008

Written by Massimo Bray Friday, 29 February 2008 13:01 Print
Con questo numero si apre una nuova serie di Italianieuropei. Il respiro e le finalità della rivista, al compimento dei dieci anni della Fondazione, si legano al tentativo di costituire, per il Partito Democratico e la sinistra europea, un luogo di pensiero, di riflessione, di stimolo. La scelta della via da percorrere cade in un momento assai delicato della storia del nostro paese: la disgregazione dei processi di governo, l’assenza di punti di riferimento, creano continue contraddizioni nel fare politico, nell’agire dei ceti dirigenti, nelle strutture amministrative di governo della cosa pubblica. Sono segni di un impoverimento non solo della politica e delle istituzioni, ma della cultura e della società

Con questo numero si apre una nuova serie di Italianieuropei. Il respiro e le finalità della rivista, al compimento dei dieci anni della Fondazione, si legano al tentativo di costituire, per il Partito Democratico e la sinistra europea, un luogo di pensiero, di riflessione, di stimolo. La scelta della via da percorrere cade in un momento assai delicato della storia del nostro paese: la disgregazione dei processi di governo, l’assenza di punti di riferimento, creano continue contraddizioni nel fare politico, nell’agire dei ceti dirigenti, nelle strutture amministrative di governo della cosa pubblica. Sono segni di un impoverimento non solo della politica e delle istituzioni, ma della cultura e della società.

Tutti i modi tradizionali dell’agire politico sono in crisi, mentre emerge un senso di vuoto, di lontananza tra governanti e governati. Il dibattito sull’ingovernabilità sembra riflettere una condizione di fatto che porta con sé la frantumazione dei luoghi di governo, il dissolversi dei ceti sociali, con il continuo emergere di una pluralità di interessi particolari. Da questa consapevolezza nasce la necessità di meglio definire le dinamiche e gli strumenti per una fondazione del pensiero politico, l’esigenza di un polo di discussione, di elaborazione dei saperi, delle conoscenze, che è uno dei possibili modi di organizzare una presenza intellettuale a sinistra, di dare una risposta a chi teorizza la fine della politica, della storia.

Appare infatti paradossale che la polis contemporanea, diffusa e capillare, non riesca a trovare la propria sintesi in luoghi dove il pensiero e il vissuto si trasformino in aggregazione efficace: in luoghi dove l’essere, appunto, polis sviluppi dimensione politica. La politica ha bisogno di pensiero strutturato, di riflessione, di continua costruzione della dimensione collettiva del pensiero individuale: in questo è scienza e, come tale, ha i suoi laboratori, i suoi testi, i suoi strumenti.

Così concepiti, i “luoghi della politica” non coincidono con i luoghi istituzionali, essendo questi ultimi le sedi della sua rappresentazione già elaborata, della sua evoluzione in progettualità già definite e in atti e procedure che a esse danno pratica e concretezza. Ma la costruzione di tale elaborazione avviene in luoghi che si collocano prima e dopo quelli istituzionali; è in essi che si definisce lo spazio in cui l’analisi, le idee e i bisogni divengono sapere comune, così strutturandosi in progetto possibile. Definire in linea teorica tali luoghi è, tuttavia, ben più semplice che individuarli nel nostro presente, quando si è ormai consumato il compito di quelli tradizionali, saldamente legati al territorio o agli ambiti delle differenti attività lavorative e, nello stesso tempo, è cresciuta la difficoltà di leggere ogni contesto collettivo non come somma di individualità ma come possibile rete di connessioni significative. Eppure la politica ha bisogno di luoghi, perché essa è costruzione di uno spazio pubblico condiviso e di una rete di saperi volta a produrre inclusione e a favorire l’evoluzione delle relazioni tra individui in un sistema coeso in cui tutti possano sentirsi partecipi. Altrimenti, il rischio è quello di una società disgregata che, pur in presenza di esperienze significative, non ha una fisionomia ed è continuamente messa in crisi dai mutamenti globali che l’interrogano e non riesce a progettare la propria continua trasformazione. In una situazione quale quella descritta, in un mondo caratterizzato dalla diffusa produzione immateriale di sapere, proprio una rivista può proporsi come uno dei “luoghi” possibili per il processo di continua costruzione di reti di conoscenze e, quindi, di sapere politico. Deve e può essere quel filo di Arianna che consente di orientarsi in una società sempre più simile alla biblioteca di Borges, dove ogni sapere è possibile e ogni punto è sede per ulteriori concentriche biblioteche, ma dove si rischia di non trovare alcuna centralità. Nello stesso tempo, il mondo che viviamo è anche fatto di forme e storie del passato: un complicatissimo puzzle di fronte al quale a volte cerchiamo qualcuno che possa darci delle risposte. Tessere questa mappa di nodi e legami possibili è il compito di questa rivista; in ciò ponendosi come aperto ed efficace strumento di costruzione politica.

In un libro molto noto Tzvetan Todorov ricostruisce magistralmente la scoperta dell’America e il momento di confronto tra due mentalità assai diverse, quella degli europei e quella degli indios, descrivendo, come è compito dello storico, non solo l’incontro-scontro tra due civiltà, ma soprattutto il momento di scoperta e impatto con la categoria dell’altro, del diverso da noi, dalla nostra mentalità, dalle nostre conoscenze, dalla nostra storia. Da quel momento in poi le categorie della conoscenza, della tolleranza, dell’uguaglianza, del rispetto reciproco, saranno care a molti intellettuali, chierici e laici, e sopravviveranno sino ai nostri giorni. E in un mondo dove ancora una volta la conoscenza di noi stessi passa attraverso quella dell’altro, sembrano di grande attualità le parole scritte da Ugo di San Vittore nel XII secolo: «L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria, è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero».

Su questo sforzo di tener vive le storie del passato e di saper leggere le diversità del presente si misurerà la nostra capacità di cogliere i grandi processi di trasformazione politica, sociale, economica e culturale che abbiamo di fronte. In ultimo un breve ringraziamento: sono molto felice di poter contribuire, per quello che potrò, alla realizzazione di questa rivista. Ai due presidenti, al direttore della Fondazione, ai membri dei comitati chiedo la pazienza e la disponibilità nell’indicarmi quella che dovrà essere la strada migliore da seguire. Ma sin dai primi giorni di frequentazione della redazione ho avuto modo di apprezzare il lavoro delle sue bravissime redattrici: senza di loro, senza il loro delicato e competente impegno mi sarebbe difficile immaginare queste pagine nelle mani dei lettori, che spero sapranno apprezzare gli sforzi che abbiamo fatto e faremo per leggere insieme il nuovo mondo.

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