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Editoriale 4/2009

Written by Massimo D'Alema Monday, 12 October 2009 19:48 Print
La crisi attuale segna un profondo cambiamento d’epoca. Non si tratta soltanto di una crisi finanziaria, economica e ormai pesantemente sociale; si tratta di una crisi politica e culturale. Si chiude un ciclo caratterizzato da una globalizzazione senza regole, dal dominio dell’ideologia ultra liberale. Tramonta l’illusione dogmatica dell’infallibilità del mercato. Al centro del dibattito pubblico tornano idee fondamentali che sono proprie della tradizione socialista.
La crisi attuale segna un profondo cambiamento d’epoca. Non si tratta soltanto di una crisi finanziaria, economica e ormai pesantemente sociale; si tratta di una crisi politica e culturale. Si chiude un ciclo caratterizzato da una globalizzazione senza regole, dal dominio dell’ideologia ultra liberale. Tramonta l’illusione dogmatica dell’infallibilità del mercato. Al centro del dibattito pubblico tornano idee fondamentali che sono proprie della tradizione socialista. Anzitutto la necessità che siano la politica e le istituzioni democratiche a orientare e regolare lo sviluppo economico perché solo a questa condizione lo sviluppo capitalistico si concilia con i principi della democrazia, della giustizia sociale e della tutela delle libertà individuali. Si riscopre che non è il denaro che produce denaro così come ha voluto far credere l’oligarchia finanziaria dominante, ma è il lavoro che produce la ricchezza e il valore, come scrivevano i nostri classici. Il mondo uscirà dalla crisi profondamente trasformato e certamente siamo all’inizio di una fase nuova della globalizzazione economica nella quale avranno un peso maggiore le esigenze dell’eguaglianza e della promozione umana. Anche sul piano politico è in corso un grande cambiamento. Anzitutto quello in atto negli Stati Uniti d’America. Si è conclusa la stagione neoconservatrice, caratterizzata dalle decisioni unilaterali e dalle politiche aggressive. La nuova Amministrazione annuncia una svolta: la ricerca di un dialogo con il mondo islamico e con l’Iran; un rinnovato impegno per la pace in Medio Oriente. Si mette l’accento sulla necessità del dialogo, sulla prevalenza dell’uso del soft power occidentale o, per lo meno, di uno smart power che non si affidi soltanto all’uso brutale della forza. Si annunciano la chiusura di Guantanamo e la fine di una stagione nella quale, nel nome della lotta al terrorismo, è stata giustificata la tortura e accettata la violazione dei diritti umani. Si afferma, finalmente, una visione multilaterale dell’ordine internazionale e, in questo quadro, la necessità di una partnership più equilibrata fra USA e UE. Il presidente Obama ha aperto la grande sfida della riforma sanitaria, proprio quella cruciale riforma che neppure Bill Clinton riuscì a promuovere negli Stati Uniti d’America. Insomma tornano ad essere necessarie le nostre idee, persino quelle che noi stessi avevamo dimenticato o che sostenevamo con molta timidezza considerandole ormai definitivamente passate di moda. Ma – ecco il paradosso di cui ho parlato – di fronte a questa grande svolta sembra proprio il socialismo in Europa a essere più in difficoltà. Non mancano speranze e segnali di novità, tuttavia gran parte del nostro continente è oggi governata da una leadership conservatrice e il declino della destra neoliberista sembra andare non a vantaggio dei progressisti ma, in molti paesi europei, a vantaggio di un’altra destra nazionalista, populista, talora apertamente
reazionaria e razzista. Eppure, mentre in Europa accade questo, nel resto del mondo sono le grandi forze progressiste che guidano l’impegno per aprire una nuova prospettiva oltre la crisi e gettare le basi di una nuova stagione economica e politica. Sono i Democratici negli Stati Uniti d’America, così come sono progressisti di diversa natura i leader e i partiti alla guida dei grandi paesi emergenti, dall’India al Brasile all’Africa del Sud. Persino il Giappone, dopo 54 anni di egemonia politica liberale e conservatrice, si è affidato ad una forza democratica e progressista. Non solo, ma in massima parte questi partiti non appartengono alla tradizione e alla cultura socialista, anche se con l’Internazionale socialista collaborano o dialogano intensamente. Perché dunque proprio qui, nella vecchia Europa, sembra essere così difficile la sfida per i progressisti? Proprio qui in questa parte del mondo che ha visto nei secoli scorsi l’affermazione più alta dei valori democratici, dei principi della giustizia sociale e delle libertà individuali? Sembra ripetersi la divisione degli anni Trenta del secolo scorso quando di fronte alla grande crisi e alla grande depressione, in America si affermò il New Deal mentre nel cuore dell’Europa prevalsero il nazionalismo, il fascismo e l’antisemitismo. Naturalmente non penso che oggi possa ripetersi la tragedia di allora e tuttavia il rischio è che il nostro continente si avvii verso un declino non solo economico ma anche politico, civile e culturale. Il rischio è che l’Europa, nel nuovo mondo che uscirà dalla crisi, conti di meno e che si appanni anche il ruolo della nostra cultura e della nostra civiltà. Un acuto sociologo francese, Dominique Moïsi, ci ha descritto un mondo di oggi diviso fra tre sentimenti: la speranza, che anima i grandi paesi che si affermano come nuovi protagonisti sulla scena mondiale, il rancore degli esclusi e dei perdenti e la paura dei più ricchi che temono di perdere i loro privilegi. L’Europa è per eccellenza il continente della paura. Il timore dell’aggressiva competitività delle economie asiatiche; la paura degli immigrati che sconvolgono la nostra organizzazione sociale e che, soprattutto oggi con la crisi e la disoccupazione, appaiono ai più poveri come un nemico e una minaccia; la paura del terrorismo e dell’Islam che hanno accresciuto la sensazione di vivere in una fortezza assediata e il bisogno di ricollegarsi a un’identità civile e religiosa forte e radicata. La destra ha fatto di queste paure la sua forza e si è presentata, in molti paesi, proprio alle classi sociali più deboli, come la forza in grado di proteggere le persone e di garantire gli interessi e i valori costituiti. Nella seconda metà degli anni Novanta, la grande maggioranza degli europei si rivolse a noi, ai socialisti e al centrosinistra, per cercare una risposta e una difesa di fronte alle sfide della globalizzazione. Ma noi non siamo stati complessivamente in grado di dare una risposta positiva alla domanda di questa larga opinione pubblica. I socialisti europei si sono sostanzialmente divisi di fronte a questa sfida. In alcuni paesi e in alcuni partiti ha prevalso l’illusione che gli effetti della globalizzazione potessero essere contenuti e che si potesse difendere l’assetto sociale frutto del secolo socialdemocratico e del welfare State. Dall’altra parte vi sono stati partiti e leader che hanno invece cavalcato con entusiasmo il capitalismo globale; che hanno innovato il nostro lessico: non hanno più parlato di employment preferendo l’espressione employability, hanno sostituito la parola tutela con la parola opportunità, hanno lasciato da parte la parola welfare parlando di education. Tutti noi abbiamo – chi più chi meno – avvertito l’influenza di questa innovazione che ha avuto la sua origine soprattutto nel New Labour.
Certamente questo ci ha aiutato ad assicurare ai socialisti ancora una stagione di governo. Ma non siamo riusciti a porre rimedio alle diseguaglianze sociali crescenti, generate dallo sviluppo senza regole del capitalismo globale, e siamo apparsi sostanzialmente nel solco di una cultura neoliberale e quindi coinvolti anche noi tra le forze responsabili della crisi di oggi. Il problema è che il socialismo europeo, sia nelle sue componenti più tradizionali, sia nei settori più innovativi, non è riuscito, di fronte alla globalizzazione, ad andare oltre l’orizzonte del riformismo nazionale. In particolare – questa è la mia opinione – la grande opportunità legata al processo d’integrazione politica dell’Europa è stata colta solo in piccola parte. Dopo l’avvento della moneta unica sarebbe stato il momento per un salto di qualità. Era necessario armonizzare le politiche di sviluppo, le politiche fiscali e di bilancio, le politiche della ricerca e dell’innovazione. Era necessario costruire una vera Europa sociale e governare insieme e in modo solidale la sfida dell’immigrazione. Era necessario quindi rafforzare il bilancio e i poteri dell’Unione europea aprendo la strada a un “riformismo europeo” capace di superare i limiti dell’esperienza degli Stati nazionali. Questa era la prospettiva che era stata indicata da Jacques Delors. Non dimentichiamo che in quel momento 11 paesi su 15 dell’Unione erano guidati da leader socialisti. Cercammo di indicare una nuova via con il Consiglio europeo di Lisbona. Ma quel programma riformista, che pure era coraggioso, non era sostenuto da istituzioni forti, risorse adeguate, una chiara volontà politica. La sfida del mondo globale sta proprio nella capacità di governare i processi a livello sovranazionale. Noi europei abbiamo la forma democratica più avanzata per il governo della globalizzazione. Sarebbe interesse innanzitutto dei socialisti e dei progressisti valorizzare e rafforzare le istituzioni dell’Unione. In fondo la destra crede nelle virtù taumaturgiche del mercato. Ma anche noi abbiamo fatto un uso timido e insufficiente delle potenzialità dell’Unione europea e non è un caso che il declino dell’europeismo nella coscienza dei cittadini europei, sottolineato dell’esito dei referendum in Francia, Olanda e Irlanda, coincida con la caduta dell’influenza socialdemocratica in molti grandi paesi del nostro continente. Per la destra le cose sono in definitiva più semplici. La destra che abbiamo di fronte ha una visone strumentale e riduttiva dell’Europa legata agli interessi e alle convenienze dei singoli Stati. Le istituzioni europee si presentano per loro fondamentalmente come il luogo in cui ricercare un confronto e una mediazione tra i governi. C’è un forte ritorno nazionalista. Allo smarrimento degli individui nella “società liquida”, alla sfida difficile della convivenza con persone di altre razze e di altre civiltà, la destra risponde offrendo soluzioni semplici anche se regressive: la riscoperta delle radici identitarie, del rapporto con il territorio; l’ancoraggio ai valori tradizionali (dio, patria, famiglia); l’uso politico della religione (la tradizione giudaico-cristiana europea) spogliata della sua carica universalistica e ridotta a religione dell’Occidente nel conflitto con le altre civiltà. Al malessere dei lavoratori e dei ceti produttivi, la destra reagisce alimentando illusioni protezionistiche o sollecitando l’ostilità verso gli immigrati o la rivolta verso forme di solidarietà sociale (come in Italia quella tra il Nord ricco e il Mezzogiorno meno sviluppato). Queste risposte hanno indubbiamente la forza della brutale semplificazione della realtà. Esse sono sostanzialmente illusorie e portano con sé anche un rischio di mistificazione e di violenza; ma fanno breccia in particolare nei settori popolari più deboli che si sentono più impauriti e meno protetti nella difesa delle loro tradizionali acquisizioni. Non basta certamente denunciare questo inganno se la socialdemocrazia e il centrosinistra non vogliono ridursi a rappresentare una minoranza più illuminata e più protetta (insegnanti, lavoratori pubblici, pensionati o quella borghesia intellettuale che ha cultura e buoni sentimenti e per di più vive nei quartieri dove non ci sono né immigrati né rom). Vorrei dire allora – senza che sembri troppo arcaico – che il primo grande problema per i progressisti è di rimettere con forza le radici nel popolo: a cominciare dalla capacità di riscoprire il conflitto sociale nelle sue forme moderne e di dare rappresentanza al mondo del lavoro e ai suoi interessi. Mai come in questo momento è apparso chiaro quanto il lavoro – non soltanto il lavoro dell’operaio ma anche quello dell’artigiano e del piccolo imprenditore – sia stato penalizzato dallo sviluppo distorto degli ultimi 15 anni che ha avvantaggiato la rendita finanziaria e la speculazione. Se è vero che il protezionismo sarebbe una risposta egoista e insostenibile alle difficoltà dei sistemi produttivi europei e al disagio sociale dei nostri operai, è anche vero che alla necessaria apertura dei mercati non può che corrispondere un’espansione dei diritti sociali e del lavoro. Abbiamo vissuto in questi mesi la grande lezione del disastro derivante dalla deregulation finanziaria. Cerchiamo di prevenire i prevedibili disastri che stanno per capitare per effetto della deregulation sociale o ambientale. La crisi non è stata un incidente di percorso dovuto agli errori di calcolo o all’ingordigia senza scrupolo di qualche banchiere; essa ha messo in evidenza un vuoto di regole e di controlli che è, in definitiva, l’espressione di un deficit di democrazia dovuta alla asimmetria tra la crescita di un’economia mondiale e la debolezza delle istituzioni internazionali o l’inadeguatezza dei vecchi Stati. Il tema della democrazia torna ad essere centrale nella visione dei progressisti e anche fondamentale per ristabilire un rapporto forte con le opinioni pubbliche dei nostri paesi. A tutti i livelli: democrazie dei lavoratori nelle aziende, democrazia dei consumatori, dei risparmiatori e degli utenti, come diritto alla partecipazione, al controllo e alla trasparenza. Democrazia che produce forti istituzioni sovranazionali in grado di orientare lo sviluppo verso obiettivi condivisi non solo quantitativi ma anche di promozione umana. In questi anni l’ideologia dominante ci ha insegnato che bisognava ridurre gli spazi dell’azione pubblica e della decisione politica: alla politica non resta altro compito che eliminare gli ostacoli rispetto al pieno dispiegarsi delle virtù taumaturgiche del mercato. Tutto questo ha rappresentato una delle ragioni fondamentali della crisi odierna. Per uscirne bisogna riaffermare il primato della politica sull’economia; certo, non alla vecchia maniera, pretendendo di imporre una logica dirigista, ma come primato delle regole rispetto all’arbitrio; in definitiva, primato delle persone sulle cose. Il secondo grande tema per fare avanzare una risposta progressista alla crisi è quello dell’uguaglianza. In questi anni abbiamo avuto un certo pudore, forse anche perché condizionati dal ricordo dell’egualitarismo livellatore del socialismo burocratico. Abbiamo preferito parlare di eguaglianza delle opportunità. Questo rimane certamente giusto ma, nello stesso tempo, bisogna riprendere con forza un impegno per una distribuzione più equa della
ricchezza. Nel corso di questi anni si sono prodotte diseguaglianze intollerabili: non solo tra paesi ricchi e paesi poveri, ma all’interno delle nostre società. In Italia, ad esempio, nel corso degli ultimi quindici anni, mentre i redditi da lavoro sono rimasti sostanzialmente fermi, i redditi da capitale sono cresciuti del 44%. Il recente rapporto dell’OCSE (dicembre 2008), intitolato “Growing unequal. Income distribution and poverty in OECD countries”, mostra come negli ultimi anni, malgrado la crescita significativa della ricchezza globale, siano cresciute anche povertà e diseguaglianza sociale nella larga maggioranza dei paesi sviluppati. Tutto ciò produce non soltanto società ingiuste ma è divenuto ormai una delle ragioni della crisi economica, perché la distribuzione ineguale della ricchezza non sostiene la crescita dei consumi e del mercato interno e la valorizzazione del lavoro, anche dal punto di vista retributivo, riduce le motivazioni dei lavoratori e produce in definitiva una ridotta produttività del lavoro. Tornare a valorizzare la fatica e lo sforzo intelligente delle donne e degli uomini; valorizzare il lavoro e la produzione contro gli eccessi della speculazione e della rendita finanziaria: ecco le ragioni di un moderno conflitto sociale di cui il centrosinistra europeo deve farsi protagonista per rimettere radici nella società. E nello stesso tempo occorre sostenere l’innovazione dopo che per troppo tempo lo sviluppo si è retto sui bassi salari dei paesi emergenti e il dominio della finanza occidentale nel mondo ha fatto affluire ricchezze nei nostri paesi non legate alla capacità produttiva e innovativa. Non solo innovazione dei processi produttivi per guadagnare competitività ma innovazione dei prodotti, orientando lo sviluppo verso tecnologie ambientali, fonti di energia alternative al petrolio e al carbone, ricerca biomedica così come è indicato nelle scelte che la nuova Amministrazione democratica degli Stati Uniti ha compiuto e che segnano una grande svolta nel mondo di oggi. Tutto ciò chiama in causa la dimensione europea e l’Unione, perché certamente solo a questo livello è possibile realizzare il cambiamento che si auspica, portando il nostro continente al passo delle grandi trasformazioni che investono la realtà internazionale. Le scelte dell’Unione fino ad oggi non sono state all’altezza di queste necessità. Malgrado la spinta che viene da oltreoceano, le istituzioni europee, dominate dalle forze conservatrici, non hanno avuto il coraggio di promuovere una grande risposta alla crisi, preferendo affidarsi alle scelte dei singoli governi nazionali, scegliendo piuttosto di allentare i vincoli della coesione europea al posto di creare le condizioni di uno sforzo comune. Eppure proprio su questo piano si gioca una sfida decisiva per il futuro del centrosinistra in Europa. Ci vuole una forza progressista europea che abbia il coraggio di rimettersi in gioco, che apra le vele per cogliere il vento del cambiamento internazionale, voltando pagina rispetto alle timidezze e al profilo basso degli ultimi anni. Si capisce che proprio in Europa il crollo del comunismo, il progressivo logoramento del compromesso socialdemocratico e la cosiddetta caduta delle ideologie (non di tutte, in realtà, se si pensa a quanto “ideologica” è stata l’egemonia neoliberista) hanno pesato su una sinistra rimasta prigioniera del suo disincanto e timorosa di andare al di là di un pragmatismo ispirato al buon senso, alla razionalità economica e alla coesione sociale. Ma è – io credo – anche per questo che una sinistra così priva di identità è apparsa disarmata di fronte al populismo sanguigno della destra. Il problema è che la destra
risponde, a modo suo, ad un bisogno di identità e di speranza con il riferimento alla terra, al sangue, alle radici religiose della nostra civiltà che, per quanto prospettato in termini distorti e regressivi, appare un ancoraggio robusto rispetto all’incertezza e allo smarrimento del mondo globalizzato. In un bel saggio sulla “democrazia fragile” Remo Bodei ci spiega che una politica e una democrazia ridotte a procedure non riescono a riempire e promuovere il senso della vita, e la spoliticizzazione dei cittadini svuota la democrazia e spinge verso il rischio di “un dispotismo mite”. L’alternativa ad una democrazia debole non è il ritorno alle utopie totalitarie, ma la capacità di rimettere in campo un progetto, una visione del futuro in grado di suscitare speranze, di mobilitare energie positive. Oggi nella crisi della politica sono state spesso le religioni a rispondere ad un bisogno di “verità”, di regole certe, di un ethos condiviso in grado di dare un senso alla comunità. Alla politica non spetta il compito di entrare in competizione con le religioni, ma in qualche modo di enucleare valori “laicamente” condivisibili da parte di credenti e non credenti, considerando le religioni come uno straordinario patrimonio cui attingere per fare argine al rischio di un individualismo disgregatore di ogni principio di umanità e di solidarietà. Non sembra oggi che la cultura socialdemocratica sia in grado di rispondere al bisogno dei progressisti di dotarsi di una visione del futuro capace di suscitare partecipazione e speranze. Insomma, la socialdemocrazia con i suoi ideali e la sua visione della società non sembra in grado di produrre una “grande narrazione” come fu nel passato. Quella esperienza rimane irrimediabilmente racchiusa in un’altra epoca, legata ad una struttura delle società europee, ad una organizzazione del lavoro, ad una composizione sociale che non esistono più. Ma la via d’uscita non è nell’idea di un centrosinistra post-identitario. Né soltanto nel far precedere i discorsi politici da un elenco di grandi valori o dalla evocazione di buoni sentimenti. La sfida appare quella di costruire una nuova identità forte legata ai bisogni sociali, alle contraddizioni e alle attese del tempo in cui viviamo. Questo segna un superamento del passato socialdemocratico, che non è un ripudio, ma capacità di ricollocarne gli elementi vitali in un contesto nuovo, in un nuovo paradigma. Indicando nella democrazia, nella eguaglianza e nella cultura dell’innovazione le idee-forza per una risposta progressista alla crisi ho cercato di definire non soltanto i titoli di un programma, ma anche le coordinate di un progetto. Se è così, chiamare democratico il nuovo partito dei progressisti è certamente un buon punto di partenza. Ma se il problema è quello di legare a questo nome una identità e un progetto forti – come pare necessario – allora vuol dire che c’è ancora molto da lavorare. Se però guardiamo al mondo che ci circonda e ai grandi cambiamenti che sono in atto, credo che ci sia ragione di essere ottimisti.

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