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Cittadinanza

Written by Stefano Rodotà Thursday, 08 October 2009 19:55 Print
Si può uscire dalla gabbia della cit­tadinanza identitaria? Può la citta­dinanza essere un fattore di inclusio­ne? Cittadinanza è parola carica an­che di ambiguità, e comunque segnata da una eredità pesante. Nell’ultima fase si è cercato di andare oltre una cittadinanza tutta risolta nel legame di sangue o nella nascita in un luogo determinato, identificando in essa so­prattutto un patrimonio comune che appartiene a ciascun essere umano, «un crocevia di suggestioni variega­te e complesse che coinvolgono l’iden­tità politico-giuridica del soggetto, le modalità della sua partecipazione po­litica, l’intero corredo dei suoi diritti e dei suoi doveri» (così Pietro Costa nella sua “Storia della cittadinanza in Europa”).


Ecco, allora, che la cittadinanza si proietta al di là degli schemi formali, ne mostra l’inadeguatezza. La vecchia idea di cittadinanza mantiene una funzione solo se viene considerata come momento necessario per il pieno riconoscimento dell’altro, depurata quindi dall’antica logica dell’esclusione. E i suoi confini sono segnati proprio dall’idea nuova di una cittadinanza come nucleo duro e incomprimibile di diritti, che fa apparire non più come una utopia, ma come un riferimento sempre più vincolante, la “cittadinanza universale”.
Così l’attenzione si sposta sempre di più verso quell’insieme di diritti, non a caso detti “di cittadinanza”, che accompagnano il cittadino indipendentemente dalla relazione che intrattiene con un territorio o con un gruppo. Questo è ormai un dato di realtà, e ci consente di guardare in modo nuovo anche al tema, sempre controverso, dell’universalità dei diritti. La nuova cittadinanza non scende dal cielo, non è figlia di un editto imperiale o dell’intelligenza di un buon legislatore. Si rivela sempre più nettamente come una costruzione edificata dal modo concreto in cui le persone avvertono il bisogno di diritti, ne cercano il riconoscimento, ne praticano la realizzazione.
Le persone si muovono nel mondo in modo sempre più incessante, praticando in primo luogo la più antica forma di ricerca transnazionale di diritti, l’emigrazione, per assicurarsi condizioni minime di sopravvivenza. Ma il “turismo dei diritti” si manifesta, e non da oggi, nelle forme più varie: abbiamo conosciuto il turismo dei divorzi e quello abortivo, si pratica quello procreativo, si difende la libertà sessuale con la richiesta di asilo politico, si cercano i luoghi della “buona morte”. Il patrimonio dei diritti di ciascuno non è solo quello, limitato, che gli viene messo a disposizione della cittadinanza nazionale. Si arricchisce grazie alla possibilità di realizzare altrove diritti negati nel proprio paese. Così la cittadinanza si dilata, è il frutto dell’agire libero delle persone. Si diventa cittadini del mondo grazie ad un accesso ai diritti che scavalca le frontiere.
Nella dimensione globale la continua circolazione delle persone porta con sé anche una circolazione di valori e di modelli di comportamento, che favorisce la lenta creazione di riferimenti comuni. L’universalità dei diritti può così liberarsi dal dubbio dell’imposizione. Una produzione “dal basso” di diritti fondamentali rende plausibile e concreto l’emergere di una cittadinanza universale. Non è certo un caso che, criticando la globalizzazione attraverso i mercati, si sia passati dal suo rifiuto radicale alla diversa logica della globalizzazione attraverso i diritti. Ma quale deve essere, in concreto, lo spessore della cittadinanza? Ci si può appagare di una cittadinanza minima, “sottile”, che consiste nell’attribuzione di una quota ristretta di diritti, circoscritta magari a quelli civili e politici, con una riduzione radicale di quelli sociali? O, viceversa, si deve accettare che al miglioramento delle condizioni materiali di vita continui a corrispondere la negazione di libertà fondamentali, secondo uno schema di scambio tipico dei regimi autoritari e dittatoriali, che continua a prosperare nel mondo d’oggi?
La nuova cittadinanza muove da una considerazione integrale della persona, e la proietta al di là delle distinzioni tradizionali tra diritti civili, politici, sociali e diritti tipici dell’età tecnologica. Può così ricomparire il tema del “reddito di cittadinanza”. E la cittadinanza “digitale” individua le modalità dello stare nel mondo interconnesso, sfida logiche proprietarie, individua nella conoscenza un bene comune. La pienezza della cittadinanza esige una apertura continua alle dinamiche che ci accompagnano.
Ma la cittadinanza sottile, impoverita di alcune sue componenti essenziali, ricompare quando al riconoscimento formale di un diritto corrisponde nella realtà una sua negazione. Che cosa diventa, ad esempio, il diritto fondamentale alla salute se viene affidato integralmente o prevalentemente alla logica privatistica, sì che ho tanta salute quanta le mie risorse consentono di comprarne nel mercato? Quando si fa dipendere la dotazione dei diritti dalle disponibilità finanziarie, ricompare la cittadinanza “censitaria”, che attenta alla dignità stessa della persona e costituisce l’insidia vera per la vecchia e la nuova cittadinanza.

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