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La politica e l'universo femminile

Written by Laura Boella Thursday, 08 October 2009 18:19 Print

L’universo femminile è spesso rinchiuso in stereotipi. Non è vero che “così fan tutte”, né in amore né in politica. C’è al contrario una gran varietà di atteggiamenti, di scelte e di pratiche corrispondenti. Da tempo l’attenzione viene giu­stamente diretta non solo a ciò che fanno realmente le don­ne nei luoghi canonici della politica, ma anche alle pratiche messe in atto dalle donne in zone adiacenti o apparente­mente estranee, nella vita quotidiana, nella scuola, nelle pro­fessioni, nella riflessione filosofica e nella scrittura poetica.



Quella che spesso viene chiamata estraneità alla politica di molte donne non è, nei fatti, tale. Spesso si tratta di comportamenti che sono il frutto diretto di un giudizio e quindi di un interesse per la politica che non si limita affatto alla critica e alla presa di distanza. Oggi c’è molto bisogno di osservazione e descrizione attenta di ciò che fanno le donne. È innegabile che le donne abbiano un rapporto difficile con la politica soprattutto in un paese come l’Italia, in cui c’è una scarsa presenza femminile in Parlamento. Nonostante lo specchio deformato prodotto da questa situazione, l’osservazione e la descrizione restano primarie e diventano tanto più interessanti quanto più, invece di contrapporre la politica come professione/vocazione ad altre pratiche (che sono sempre modi di essere e di pensare) femminili – come se si trattasse di due mondi sordi l’uno all’altro o in conflitto –, le si incrocia e di conseguenza si assume un angolo visuale più ampio, in cui sia la partecipazione sia l’estraneità alla politica mettono in gioco e scoperchiano paradossalmente problemi comuni.
Si proverà a partire dalla descrizione di modalità sia di presenza sia di assenza femminile dalla scena politica internazionale e italiana. In particolare da figure di questi anni e di questi giorni che suscitano in chi scrive attenzione e interesse, in quanto in esse si intravedono ambiguità e contraddizioni che “parlano” alle donne e delle donne.
Non deve sembrare contraddittorio con queste premesse il fatto che si inizi con le donne di potere, per quanto non sempre al potere, perché a volte vincenti a volte perdenti, in ogni caso alla ribalta delle grandi competizioni politiche per il premierato o la presidenza (Stati Uniti, Francia). Solo alcuni nomi: Angela Merkel, Hillary Clinton, Ségolène Royal, Condoleeza Rice, accompagnati soprattutto sui media nella loro carriera dal tormentone della “prima donna” a diventare presidente degli Stati Uniti o della Francia, cancelliera, segretario di Stato ecc. Non è qui, nella medaglia “prima donna”, il principale valore simbolico delle loro scelte. Non è un caso che la maggioranza delle donne oggi guardi con molto disincanto all’ambizione di diventare primo ministro o presidente, oppure papa. Eppure, le loro storie, i loro comportamenti vengono seguiti con attenzione, con simpatia o antipatia a seconda dei casi, mai con indifferenza. Perché? Si tratta di donne di destra o di sinistra, più o meno attente alla loro immagine, che hanno, come si usa dire, “studiato”, fatto esperienze politiche significative, sono competenti e agguerrite. Angela Merkel, ad esempio, dopo aver impostato la sua candidatura quattro anni fa in maniera “neutra”, tradizionale (ovvero da donna emancipata cresciuta nella ex DDR), in una recente intervista accenna a un suo cambiamento personale e afferma: «Sì, effettivamente non tematizzo sempre il mio essere donna, ma naturalmente vengo percepita co - me donna… Più sto in politica, più tematizzo il mio essere donna». Un cambiamento personale, dunque, che si aggiunge ai cambiamenti del mondo, esprime bene il valore simbolico della sua esperienza. Tutto ciò si riflette fortemente nel fatto che si tratta di donne che hanno un corpo, un’età e recano pertanto le tracce visibili di una “materia umana” ben viva e presente, per nulla neutralizzata dalla partecipazione alla scena della politica mondiale.
Non solo per fattori generazionali, possono essere avvicinate a questa tipologia di donna le politiche italiane di sinistra (in alcuni casi di provenienza  cattolica) che impersonano una figura di compagna fedele e leale, a volte sacrificale, al partito, al gruppo, al leader della corrente. Competenti e appassionate, nonché spesso coraggiose, raccolgono l’eredità delle grandi figure del dopoguerra (da Tina Anselmi a Nilde Iotti), ma soffrono, molto più dei loro colleghi, di una “malinconia di sinistra” (W. Benjamin) derivante dalla difficoltà di esprimere autonomia e libertà femminile in un contesto di solidarietà con il gruppo o il partito.
Vi sono poi quelle che corrono da sole: in Italia sono perlopiù le donne politiche di destra, anche se alcuni esempi sono riconoscibili di recente nella sinistra e riguardano donne giovani, catapultate nella politica. Credono di correre da sole, ma in realtà spesso vengono legittimate da un politico influente oppure da un gruppo esterno, locale o mediatico e non trasmettono il senso della libertà e dell’autonomia, bensì del debito da pagare o dell’improvvisazione.
Le donne “mascherate” o le “belle addormentate” sono le donne eccellenti, che raggiungono posizioni di prestigio nelle istituzioni, nella scienza, nell’industria, nelle professioni. La loro eccellenza si gioca nella società e nell’economia ed è sicuramente frutto di grandi trasformazioni nell’ambito familiare, del lavoro e dell’istruzione che hanno avuto come protagoniste le donne nell’Italia del dopoguerra. Alcune di loro aspettano il bacio del principe per risvegliarsi, e quindi la loro eccellenza resta una questione privata (di bravura, intelligenza, disciplina, dedizione, sacrificio) e non diventa pubblica e quindi politica, non si trasforma cioè in alleanza con altre donne, ispirazione per le più giovani, contributo a un mondo comune giocato non solo sulle prestazioni, ma sul significato della propria storia, delle proprie contraddizioni. Hanno difficoltà a mettere in collegamento vita privata (desideri, relazioni) e vita professionale. Vivono a volte in maniera drammatica il “paradosso dei sessi”, ossia la tesi, oggi accreditata dalle neuroscienze, che il cervello femminile sarebbe “cablato per l’empatia” e quello maschile fatto “per la comprensione e la costruzione di sistemi”. La difficoltà a gestire vita privata e vita pubblica esplode così in comportamenti particolarmente competitivi e aggressivi oppure, al contrario, nella rinuncia improvvisa agli obiettivi professionali per ascoltare il desiderio di tempo per sé e per gli altri. Meritevole di attenzione è tuttavia un fenomeno diverso e probabilmente più nuovo, quello delle giovani brillanti che scelgono una professione tecnica o scientifica proprio per lavorare in silenzio, magari con fatica e in particolare per costruirsi un modus vivendi istintivamente femminista, anche se non sanno nulla del pensiero e della politica delle donne. La “maschera” tecnico-scientifica funziona chiaramente come schermo protettivo nei confronti di “sbocchi professionali” che oggi sembrano richiedere l’adozione di un modello femminile a dir poco antiquato (bellezza, dipendenza dallo sguardo maschile, venerazione e subalternità nei confronti del “capo” ecc.).
Gli esempi finora descritti mostrano come, sia nella presenza sia nell’assenza delle donne sulla scena politica, domina un problema di confini. I nodi umani, troppo umani, aperti nella partecipazione alla politica e nella complementare esitazione delle donne di fronte alla politica non hanno a che vedere tutti con problemi di confini? Che cos’è la nota immagine del “tetto di cristallo” se non la figura di una soglia, di un diaframma, di un passaggio? E che cosa sono le questioni della relazione di privato e pubblico, di vita (corpo, emozioni, tempo per sé e per gli altri) e politica se non questioni di confine, di limite davanti a cui fermarsi o da oltrepassare? Sotto questo aspetto le donne e le loro esperienze sono particolarmente significative perché spesso in esse la posta in gioco è stato l’obiettivo di importare i valori privati, i valori della vita legati al nascere, al morire, alla fragilità e alla dipendenza dei corpi (cura, relazione, attenzione, responsabilità) nella vita pubblica. La politica femminista, in particolare, ha legato strettamente morale e politica, sociale e politica, a volte con l’ingenuità di pensare a un travaso letterale della “moralità femminile” incentrata sulla cura e sul desiderio di felicità nella vita politica. Questo obiettivo oggi si può considerare paradossalmente fallito, nonostante le grandi trasformazioni impresse dalle donne nel mondo del lavoro e nella società. In particolare, sono saltate, quasi in contemporanea, sia la distinzione convenzionale privato/ pubblico fondata sull’idea tipicamente maschile di un’indipendenza e autonomia vissute nel mondo del lavoro e delle professioni miracolosamente immune dal bisogno di cura e dalla dipendenza da altri (ad esempio da chi tiene in ordine la casa e cura i bambini), sia la loro immediata identificazione (il privato è politico). Con la crisi dello Stato sociale, il lavoro di cura è diventato questione pubblica primaria (pensiamo all’assistenza degli anziani e dei bambini) e pertanto chiede non solo di essere preso “alla lettera” e portato sulla scena pubblica, ma soprattutto di essere pensato politicamente. L’ottica della cura potrebbe favorire uno sguardo critico sulla distribuzione del potere e le pratiche di cittadinanza dovrebbero essere rimodellate ponendo al centro la discussione pubblica sui bisogni e la valutazione onesta dell’intersezione tra bisogni e interessi (economici o di altro tipo).
La questione del difficile rapporto delle donne con la politica si trova di fronte al compito di ridisegnare i confini tra privato e pubblico, tra vita e politica. E ciò può avvenire solo a partire dal presupposto che è la condizione umana nella sua fondamentale interdipendenza a essere di per sé politica. Tale politicità della condizione umana non è il risultato di un movimento che trasporta bisogni esistenziali- sociali-vitali nel politico. Non è possibile portare tutto nella politica. Ci sono tesori preziosi come il desiderio di infinito e di assoluto o anche questioni ultime e penultime come quelle che riguardano i bordi della vita, del nascere, del morire, che vanno protetti e custoditi nello spazio che non può essere occupato da norme o da saperi, ma nel quale il singolo e la singola si esercitano in una responsabilità senza balaustra per le proprie scelte, le proprie idee e i propri legami.
La politicità della condizione umana è piuttosto l’orizzonte che apre la vita quotidiana, la vulnerabilità e fragilità dell’esistenza umana, l’etica e la cultura alla politica.
L’idea della politicità della condizione umana viene da una pensatrice, Hannah Arendt che, insieme a Simone Weil, è stata chiamata “impolitica”. Questo termine sfrutta una valenza interessante del pensiero e dell’azione che si sottrae alla porta stretta disertare/abitare le stanze del potere – impolitico non è equivalente di apolitico – ma può implicare interessi teorici e ideali molto distanti dalla politica tradizionale. In pensatrici come la Arendt e la Weil l’impoliticità ha prodotto invece un fondamentale contributo alla riflessione sulla politica e si sottrae decisamente al cliché della crisi/critica della politica.
Soprattutto in Arendt è centrale il rilancio della politica su un piano non più legato alla sovranità, al potere e alla rappresentanza, bensì alla condivisione di uno spazio pubblico in cui ne va dell’umanità del mondo umano, intesa come possibilità di “avere un posto nel mondo”, di presentarsi sulla scena del mondo per ciò che si fa, si dice e si pensa, di mettere in comune azioni e passioni. Cittadinanza e uguaglianza significano in questa luce occupare un posto nel mondo che consente alle nostre opinioni di avere un peso e alle azioni di produrre un effetto, ma che chiede anche di impegnarsi a rispondere, reagire, ribattere a ciò che accade.
L’autorevolezza di questo insegnamento aiuta a pensare che il nodo inquietante comune, sia alla partecipazione sia all’estraneità di molte donne rispetto alla politica, rimane tale finché si accetta la versione convenzionale dell’antitesi privato/pubblico (con i noti meccanismi di esclusione/inclusione che le stanno dietro). Lo scarto c’è, ogni donna lo vive quotidianamente dentro e fuori la politica istituzionale. Esso può però diventare elemento dinamico nel momento in cui lo si inserisce nell’orizzonte di un possibile vincolo tra “impolitiche” e donne che scelgono la politica. L’esempio delle pensatrici “impolitiche” parla di una partecipazione ai problemi dell’epoca (per loro il totalitarismo, la distruttività della tecnica, la crisi dello Stato-nazione) in posizione eccentrica, non allineata, non contemporanea, indipendente da appartenenze di gruppo o da ideologie, con uno sguardo vigile, che guarda avanti, lontano, esercita l’anticipazione e l’immaginazione e fornisce quadri di comprensione di ciò che accade. L’eccentricità, il non stare sull’asse della politica istituzionale e del presente dato non devono essere intesi semplicemente come riferimento ideale e intellettuale a donne autorevoli dalla forte individualità. Tale modo di essere e di porsi rispetto alla realtà storica, culturale, sociale vale oggi per molti aspetti dell’esistenza femminile. Esso può diventare il modello di una collocazione comunemente ritenuta ai limiti dell’impossibile o dell’inutile, in Parlamento così come all’università o in un comitato etico o anche nel gran mondo degli intellettuali mediatici (scrittori, filosofi, teologi, scienziati): quella di “minoranza della minoranza”, che peraltro si presta bene a raffigurare gli attuali rapporti di potere vissuti dalle donne in contesti di predominio maschile. Relazioni di lealtà tra donne autorevoli, legate da reciproca stima, possono formare una minoranza della minoranza (basta essere in due) sia fuori sia dentro i luoghi istituzionali, e diventare esempio di una politica libera dal fardello della vittoria e della sconfitta e proprio per questo capace di prendere una giusta misura nei confronti del potere e degli uomini che lo esercitano e di usare le proprie competenze sui problemi che fanno parte di un’agenda che, anche se impostata da altri, non per questo può essere elusa.
Fare la differenza – in termini di coraggio della verità, di lotta contro le frasi fatte e gli stereotipi, di contrattazioni sincere – in condizioni di minoranza della minoranza: questa può essere una via per rimettersi in gioco offerta alle donne politiche di professione così come a quelle perplesse ed esitanti. Una via di ampliamento della politica sia sul versante delle donne politiche, che riconoscono la politicità di altre esperienze, sia sul versante di quelle che fanno della loro eccellenza qualcosa da scambiare con altre, da rendere visibile sulla scena pubblica. La novità di questo ampliamento della politica sta nel doppio movimento dal “privato” al “pubblico” e dal “pubblico” al “privato”. Da un lato, infatti, si esce dalla logica delle false forme dell’agire insieme (lobby, cricche, reti di complicità) delle donne, diffuse particolarmente nel sociale, e che non cambiano niente nei meccanismi di discriminazione, e si assume la responsabilità verso il presente e le sue domande inquietanti. Dall’altro, le istituzioni rappresentative, i partiti, i gruppi politici non sono più la fittizia casa accogliente in cui sacrificare i propri desideri e appiattire le proprie emozioni, ma si apre un varco e una comunicazione con la vita reale, con i legami e i radicamenti che premono al confine della politica e chiedono di essere visti e ascoltati. Vivere la politica e il “pubblico” nel doppio movimento e nella tensione con il “privato” apre spazi differenziati di agire incerto, non fissabile amministrativamente e talvolta praticabili nell’hic et nunc di un’iniziativa concreta; spazi di agire autonomo, ma non isolato, perché offerto allo sguardo delle altre che animano la vita pubblica.

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