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Donne senza "la" donna?

Written by Nicla Vassallo Thursday, 08 October 2009 18:18 Print

«Non dobbiamo mai smettere di pensare: che ‘civiltà’ è que­sta in cui ci troviamo a vivere?». La domanda che Virginia Woolf solleva nel 1938 ci riguarda, dopo oltre settant’an­ni, per più di una ragione. Ciò che preme qui mostrare è che essa necessita (tra l’altro) di risposte filosofiche cogen­ti, quando affrontiamo i concetti di sesso e genere in una “civiltà” prodiga di prove d’inciviltà: smettere di pensare potrebbe tramutare una civiltà in un coacervo di patologica disumanità.



C’è un punto di vista sulla realtà tipicamente femminile, che riguarda il femminile in quanto tratto condiviso e, di conseguenza, distinto da quello maschile? 1 Anche se la risposta fosse affermativa, è evidente che non è sufficiente essere donne per condividere tale punto di vista, nel caso in cui si intenda accordargli un qualche privilegio. Vi sono, infatti, donne incapaci di cogliere il privilegio dell’essere donne, in quanto hanno interiorizzato “valori” di matrice machista e/o maschilista che negano credibilità e rispettabilità al femminile. D’altronde, vi sono donne che, identificando per errore il privilegio con il loro essere esse stesse privilegiate, parlano a nome di ogni donna e si arrogano indebitamente vissuti esperienziali altrui – cosicché la donna bianca finisce con l’appropriarsi dell’esperienza della donna di colore, la donna agiata dell’esperienza della donna indigente, la donna eterosessuale dell’esperienza della donna lesbica e via di seguito. Non è forse vero che le principali esponenti (quasi tutte bianche, provenienti dalla classe media, eterosessuali) di un certo femminismo hanno assunto e spesso continuano ad assumere un’istanza relativa alla propria superiorità di “razza”, classe, preferenza sessuale, con l’intento (esplicito o implicito) di spiegare e/o mimetizzare i punti di vista di donne di colore, donne provenienti da classi sociali basse, donne lesbiche?
È chiaro che non ci possa né ci debba essere un unico punto di vista sul femminile: se ne richiedono parecchi e la varietà che ne scaturisce non può che giovare alla condizione di ogni singola donna.2 Del resto, quando si persiste, invece, su un unico punto di vista, si finisce di frequente con l’attribuire alle donne il privilegio della sola maternità – maternità non unicamente biologica, ma interpretata come tale a ogni piè sospinto – mentre la supposta capacità femminile di allevare la prole è posta in relazione con una modalità cognitiva in cui a prevalere sono cura, relazionalità, negoziazione, confronto. La sfera affettiva, emotiva e calorosa viene identificata pertanto nella sfera femminile, in opposizione a una sfera razionale, aggressiva e dominante di matrice maschile,3 rispolverando alla fine vecchie e inconsistenti fratture: da una parte, l’uomo razionale, attivo, oggettivo; dall’altra, la donna emotiva, passiva, soggettiva.
È riportabile altresì a questa frattura – il cui consolidamento si deve purtroppo anche ad alcune filosofie femministe che insistono imperterrite sulla  cosiddetta “differenza sessuale” – il fatto che si viva in società volgari e triviali, ove la maggior parte delle donne ripone maggior fiducia nel proprio corpo piuttosto che nella propria mente, mercificandolo, oggettificandolo, pornografizzandolo e rendendo di fatto la sessualità femminile non una libera espressione di se stesse, bensì una modalità atta a gratificare e soddisfare alcuni immaginari maschili. Giovani donne che aspirano a trasformarsi in escort, letterine, modelle, troniste, veline e uomini che le sollecitano in questo senso; uomini che continuano a dimostrarsi i migliori nemici delle donne e donne che si ostinano a esercitarsi nell’essere le migliori nemiche di se stesse. Se ci troviamo in presenza di donne e uomini liberi di scegliere con ragione di causa, quale libertà è quella che consente di sabotare i diritti, non solo femminili, ma anche maschili, all’eguaglianza (intesa come assenza di discriminazioni economiche, etiche, legali, politiche, sessuali, sociali) e all’equità (intesa come giusta distribuzione di benefici e responsabilità)?
Eppure rimangono di fatto una maggior “eguaglianza” e una maggior “equità” per gli uomini: i luoghi di potere sono saldamente contrassegnati al maschile, mentre tasso di occupazione, livello di remunerazione e rappresentanza in Parlamento (italiano ed europeo) a favore degli uomini attestano quanto si sia ancora distanti dalla concreta realizzazione del diritto all’equità e all’eguaglianza tra donne e uomini. Realizzazione impedita, oltre che da tradizioni sessiste, classiste e razziste, da pregiudizi legati a colore della pelle, cultura, età, nazionalità, preferenza sessuale, religione e storia personale delle donne.
È lecito che le donne aspirino all’eguaglianza e all’equità, nel caso in cui siano esseri umani al pari degli uomini. Il punto è però che, se nel nostro mondo le donne fossero esseri umani, non sarebbero considerate escort (anche quando non lo sono); i container dalla Thailandia ai bordelli di New York non le “ospiterebbero”, né verrebbero rapite in sperduti villaggi africani per essere gettate sulle strade italiane; non potrebbero essere trattate come schiave sessuali, né subire vessazioni sessuali; non lavorerebbero intere vite senza remunerazione, o con salari indecenti, inferiori, in gran parte dei casi, a quelli degli uomini; non si vedrebbero forzate ad assolvere mansioni dure, nocive, mortificanti; non verrebbero infibulate, molestate, picchiate, stuprate; non si reclamerebbe che sposino il proprio stupratore, né le si istigherebbe al suicidio al fine di riparare l’onore della propria famiglia d’origine; non risulterebbero
imprigionate nelle loro case, né eclissate dietro i burka; le molestie sessuali e mutilazioni genitali non le riguarderebbero; non sarebbero tacitate, torturate, lapidate, decapitate, uccise.4 Non si dimentichi, inoltre, che nei “civilissimi” paesi europei le donne vengono, in misura ragguardevole, maltrattate (psichicamente e fisicamente), picchiate, violentate, uccise dal proprio partner, e non dall’extracomunitario di turno, come invece si è indotti falsamente a credere da notizie incomplete e manipolate.
Per di più, se gli esseri umani sono razionali, mentre le donne sono irrazionali, allora queste ultime non possono essere considerate esseri umani. La nozione di razionalità è stata adottata, e lo è ancora, per qualificare positivamente gli uomini, mentre quella di irrazionalità per  ualificare negativamente le donne. Diverse filosofie, anche femministe, tessono le lodi dell’irrazionalità, come se si fosse perduta la memoria delle sciagure a cui l’irrazionalità stessa conduce gli esseri umani, specie quelli di sesso maschile, quando gestiscono il potere con essa, sciagure le cui ripercussioni condizionano l’esistenza di molte donne. Inoltre, se essere irrazionali si trasforma in un bene, in congiunzione con emotività impulsive, passività apatiche, soggettività labili, le donne non possono che ritrovarsi socialmente predisposte a una scarsa stima della propria intelligenza, senza alternativa all’investire sulla mera bella presenza. Ma anche nel caso in cui si sia dotati di una buona autostima, ci si deve confrontare con una realtà brutale in cui, per accedere a posizioni culturali, politiche, professionali, una delle vie è passare attraverso ruoli di escort o veline, mentre un’altra è giocare la carta dell’“essenzialmente” madri, capaci di accudire colleghi e/o dipendenti.
A incuriosire è che, pur teoricamente in grado di sottrarsi all’antica dicotomia madonna/puttana (escort sarà politicamente più corretto, più appealing, meno compromettente?), parecchie donne di cultura elevata finiscono col ricorrere alla chirurgia estetica, come se a valere continuasse a essere, sempre e comunque, il corpo: il corpo che la tecnologia colonizza in un contesto sociale coercitivo, senza consentire ad alcuna donna di non investire sulla propria apparenza fisica. Se è innegabile la coercitività del contesto, è altrettanto innegabile che essa non costituisca l’unica banale causa del ricorso alla chirurgia estetica, a meno di non volere sottrarre alle donne qualsiasi competenza decisionale, a meno di non volere attribuire loro l’inabilità di optare per il meglio. Peraltro, a volte, ma solo a volte, la chirurgia estetica riesce ad assicurare alle donne un autocontrollo migliore sulle proprie vite:5 benché chi scrive non sia personalmente a favore della chirurgia estetica, prediliga le donne che vivono le proprie diverse età con cognizione di causa e adori le rughe, benché i capelli bianchi rappresentino un simbolo di fascino e saggezza, si deve concedere che, a causa del concetto normativo di donna vigente nella nostra cultura, stando a cui l’apparire giovane e sessualmente desiderabile equivale a un biglietto d’ingresso nell’olimpo della “vera” donna, la decisione di ricorrere alla chirurgia estetica può risultare opportuna, se assunta con la necessaria consapevolezza. Per di più, quando donne e uomini vivono in società che concedono loro, senza bizzarri moralismi (espliciti o impliciti), la possibilità di scegliere e decidere di sé, anche, ma non solo, attraverso le differenti tecnologie, significa che siamo in presenza di società democratiche e liberali.
Possibile però che, a partire da Eva e Adamo, si insista su femmine e maschi, donne e uomini? Si è talmente inchiodati a queste bipartizioni da evitare di sollevare domande doverose? Se ne prendano in considerazione solo alcune: in qual senso è “naturale” appartenere a un sesso (femminile o maschile) e/o a un genere (donna o uomo); l’appartenenza sessuale e di genere è più naturale di quella a esseri umani con gli occhi di un certo colore o di un altro colore? Quali sono i molteplici aspetti socioculturali del sesso e del genere? Se si ammettono solo due sessi, oltre a essere ciechi rispetto alle differenze che intercorrono tra le tante diverse possibilità di manifestarsi come donne e le altrettante diverse possibilità di manifestarsi come uomini, lo si è anche nei confronti di tutti quegli esseri umani che non sono né XX né XY?
Diversi studi scientifici pretendono di aver dimostrato con “certezza” l’esistenza di differenze decisivetra cognizione femminile e cognizione maschile. Nondimeno, è ormai risaputo che tali studi necessitano di approfondimenti, per depurarli dei pregiudizi che inficiano i concetti di “donna” e di “uomo”, per sottoporli a successivi vagli critico-empirici, che finora hanno sempre condotto a dubitare di una qualche esistenza, realmente cospicua, di una cognizione tipicamente femminile contrapposta a quella maschile. Per di più, anche ammesso, ma non concesso, che sussista un sostrato biologico significativo comune a ogni donna e un sostrato biologico significativo comune a ogni uomo – ovvero che esistano, perlomeno biologicamente, due semplici, o addirittura semplicistici, sessi, la cosiddetta essenza femminile, cioè la donna, e la cosiddetta essenza maschile, cioè l’uomo – come potrebbero questi elementi non intrecciarsi ad altri fattori determinanti, quali la classe sociale, il colore della pelle, la cultura, l’età, la nazionalità, la preferenza sessuale, la “razza”, la religione, la storia personale di ogni singola donna e di ogni singolo uomo?
A chi insiste impassibile sull’ineguaglianza tra genere femminile e genere maschile, a discapito della storia personale, dell’appartenenza a “razze”, classi sociali, o religioni, delle opportunità culturali, delle preferenze sessuali, dell’età, si vorrebbe qui contrapporre la pluralità delle donne e degli uomini in carne e ossa: pluralità che si scontra con un unico concetto normativo di genere femminile e genere maschile. Perché fingere che le diverse donne rientrino nella donna e che i diversi uomini rientrino nell’uomo? Sarà forse conveniente per il conservatorismo, ma la donna o l’uomo risultano entità oscure, entro cui dissolvere le tante differenze tra donne e varietà di donne, tra uomini e varietà di uomini, per sconfessarle e/o prontamente eliminarle.
Le società bersagliate da immagini assolute di giovinezza e bellezza, immagini create ad hoc da un fashion system e da media che concettualizzano la donna e l’uomo, costringendoli in ruoli predefiniti, conducono ad affermare “questo è come la donna deve essere, questo è come l’uomo deve essere”. Limitando il discorso alle donne (ma una riflessione simile meriterebbero gli uomini): «Il concetto di donna vigente nella nostra civiltà da una parte regala in effetti solo illusioni di stabilità e d’identità, e dall’altra è rigidamente monolitico, così come si deve in una società androcentrica, razzista, eterosessista, votata alla ‘normalità’. Per una tale società, la donna deve essere quell’individuo in cui è assente il pene, mentre sono presenti seno, organi riproduttivi femminili, estrogeni e progesterone entro i valori di escursione indicati come ‘normali’ per le femmine (in relazione anche all’età) dall’endocrinologia, cromosomi XX; quell’individuo che assume ruoli adatti a una donna, ovvero che ha una professione, una religione, delle amicizie, degli hobby, delle passioni sportive, tutte al 'femminile’, nonché delle relazioni amoroso-sessuali con un uomo; quell’individuo che si presenta come una donna, non solo nelle caratteristiche fisiche e psichiche, ma anche negli elementi decorativi. Depilazione, unghie curate, rossetto, trucco, acconciature, gioielli rappresentano segni di evidente femminilità in alcune società».6
Quando non ci si confà al concetto di donna vigente, ci si sente spesso dire “tu non sei una vera donna”, impiegando il termine “vero” con un’accezione valutativa, per esprimere, nel caso specifico, disapprovazione. Il concetto, però, non è esente da pregiudizi sulle differenze tra donna e uomo, a partire da quelle sessuali e dai desideri sessuali che impone. Perché si intende spesso la differenza sessuale quale componente essenziale di un desiderio sessuale da esprimersi esclusivamente tra donna e uomo, o tra femmina e maschio – tra la vera donna e il vero uomo, tra la vera femmina e il vero maschio? Un rapporto sessuale finalizzato perlopiù alla supremazia dell’uomo eterosessuale sulla donna eterosessuale, o anche alla più nobile causa della riproduzione, può aver poco da spartire con un rapporto d’amore nelle sue molteplici, variegate, meravigliose espressioni e rappresentazioni. Se la donna finisce col pubblicizzare ottiche che rendono le donne oggetti da assoggettare, donne e uomini consapevoli non possono che reagire, da una parte, con indignazione di fronte all’oggettificazione di ogni essere umano (femminile o maschile), dall’altra, mostrando nel quotidiano ogni loro singolarità individuale, per cessare di relazionarsi da donne-stereotipo con altri stereotipi (donne o uomini, che siano). Rendersi conto delle miriadi di donne che popolano le nostre società, evitare di omologarle, concedere loro di esprimere se stesse nelle loro tante differenze, che eludono la “normalità”, dovrebbe consentire alcune aperture per fuggire da la donna e dai suoi effetti deleteri sulle donne.

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[1] Secondo le cosiddette standpoint theories (cfr., ad esempio, N. Hartsock, The Feminist Standpoint Revisited and Other Essays, Westview Press, Boulder 1998) la risposta non solo è affermativa, ma il punto di vista delle donne è anche privilegiato rispetto a quello degli uomini.

[2] Cfr. P. H. Collins, Black Feminist Thought Knowledge, Consciousness, and the Politics of Empowerment, Unwin Hyman, Boston 1990; M. Lugones, E. Spelman, Have We Got a Theory for You!, in M. Pearsall (a cura di), Women and Values. Readings in Recent Feminist Philosophy, Wadsworth, Belmont 1986, pp. 19-31.

[3] Cfr. C. Gilligan, In a Different Voice: Psychological Theory and Women’s Development, Harvard University Press, Cambridge 1982; Hartsock, The Feminist Standpoint: Developing the Ground for a Specifically Feminist Historical Materialism, in S. Harding, M. B. Hintikka (a cura di), Discovering Reality: Feminist Perspectives on Epistemology, Metaphysics, Methodology, and Philosophy of Science, Reidel, Dordrecht 1983, pp. 283-310.

[4] Sulle donne che non vengono considerate esseri umani, cfr. C. A. MacKinnon, Are Women Human? And Other International Dialogues, Harvard University Press, Cambridge 2006.

[5] Cfr. K. Davis, Reshaping the Female Body: The Dilemma of Cosmetic Surgery, Routledge, New York 1995.

[6] Cfr. N. Vassallo (a cura di), Donna m’apparve, Codice Edizioni, Torino 2009, p. 144.

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