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La socialdemocrazia: perché perde, perché potrà vincere

Written by Paolo Borioni Thursday, 08 October 2009 18:14 Print

In seguito alle sconfitte elettorali subite, sembra ora che le socialdemocrazie europee si stiano interrogando sulla ne­cessità di riformare il modello economico proprio del socia­lismo democratico. Senza un’azione in questo senso non potrà avvenire alcun recupero dei voti tradizionalmente o potenzialmente socialdemocratici persi negli ultimi anni.

Seguendo con costanza il dibattito interno alla socialdemocrazia europea la sensazione è che ci si stia interrogando sulla necessità di riappropriarsi di strumenti e finalità fondamentali del riformismo socialista che negli ultimi lustri erano stati perlomeno accantonati. In sostanza, si tratta non già della mera modernizzazione comune a tutte le élite cosmopolite, ma della riforma del modello economico proprio del socialismo democratico; non della sola “occupabilità” della manodopera, ma della riforma dell’equilibrio fra capitale e lavoro in senso favorevole a quest’ultimo; non della pura elaborazione di messaggi professionalmente confezionati ma anche (per quanto in forme rinnovate) della riproposizione dell’organizzazione democratica e partecipata come risorsa fondamentale per l’azione politica moderna.

Probabilmente, in Europa si va allargando la percezione che, senza un’azione nel senso appena indicato, non potrà avvenire un vero recupero dei voti tradizionalmente e/o potenzialmente socialdemocratici persi quasi ovunque negli ultimi anni. Tuttavia, rimane ancora molta strada da percorrere e le difficoltà sono al loro massimo grado di rilevanza, dato che il momento attuale è caratterizzato più dall’afasia che dalla riscossa. E finché il messaggio politico socialdemocratico rimarrà nell’indistinto, accadrà quanto sostiene l’ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer: si diffonderà la sensazione che, alla fine, a pagare la crisi globale non saranno quelli che l’hanno provocata. Si aggiungerà così, a quelle già presenti, un’altra causa di ansia e di risentimento, ovvero un ulteriore spinta all’astensione del voto popolare o alla sua migrazione verso lidi massimalisti o nazionalpopulisti.

 

Difficoltà e sconfitte: alcune cause ed evidenze

Innanzitutto, chi sono, oggi, i principali competitori dei socialdemocratici e dei progressisti? Appare ormai chiaro a tutti che non si tratta più di schietti thatcheriani. Tutti i leader del centrodestra (da Silvio Berlusconi a Nicolas Sarkozy, da David Cameron a Fredrik Reinfeldt, da Angela Merkel ad Anders Fogh Rasmussen) hanno attenuato la loro identità neoliberista, a volte compiendo svolte davvero spettacolose. Ammesso che l’abbiano mai fatto, non attaccano più frontalmente il welfare, si limitano casomai ad eroderlo. Ciò li dispensa dalla battaglia ideologica, li fa apparire “centristi”, ma consente loro di mantenere il proprio elettorato, poiché proseguono comunque nello smontare un modello di produzione e di rapporto capitale-lavoro relativamente ricco e “demercificato”, a cui si intende sostituire un’idea di capitalismo impaziente, simile a quello mercantile e finanziario dell’ultimo trentennio. In questo quadro, anche se in modo morbido, il welfare deve smettere di essere un elemento demercificante, e deve invece agire avulso dal mercato, limitandosi a raccogliere coloro che ne sono esclusi in quanto lavoratori temporanei, disoccupati di lungo periodo, o che sono lasciati all’esterno per via dell’età. Un welfare di questo tipo, della protezione e non dell’uguaglianza o delle pari opportunità, può e deve essere mantenuto perché (fra le varie ragioni) è così che si blandiscono i ceti popolari portati al richiamo populista. Inteso in questo senso, quindi, lo Stato sociale può anche diventare un veicolo d’identità adatto allo scopo: non attaccare frontalmente lo Stato sociale permette anche di assolvere una funzione di difesa della nazione, in alleanza con i partiti populisti o assorbendone i voti.

Le attuali coalizioni di centrodestra sono sempre più spesso ad ampio spettro: non riuniscono più soltanto i partiti rappresentativi della media e dell’alta borghesia (come i conservatori e i liberali classici), né i partiti della educazione/de purazione dagli istinti “impresentabili” della destra (come la nostra Democrazia Cristiana e quelle del mondo germanico). Piuttosto, costruiscono ponti e canali di collegamento ormai stabili verso il populismo. Così avviene in Ungheria e in altri paesi ex comunisti, ma anche in Italia, in Francia, in Danimarca, in Belgio, in Norvegia. In pratica, laddove è già emersa e conclamata la forza elettorale dei nazional-populisti, le destre incamerano una certa dose di populismo, che permette l’assorbimento di voti o alleanze con la destra non tradizionale.

Certo, questo processo non è uniforme ovunque. Si può anzi osservare che laddove vige una tenuta relativa del sistema politico classico (come in Germania e Svezia) le destre tradizionali sono ancora poco o per nulla venate di populismo. Viceversa, tanto più il sistema politico è stato squassato o distrutto da vari processi storici o da cattive riforme elettorali, tanto più il populismo ha trovato spazi liberi in cui inserirsi, imponendosi ad ampio raggio (con i paesi di nuovo ingresso in testa, e l’Italia subito dietro)1 sia con la presenza di partiti di nuovo conio populista, sia contaminando di populismo la destra classica.

Queste mutazioni della destra impongono alle socialdemocrazie diverse scelte e difficoltà. Intanto, solo in Slovacchia esiste un’alleanza fra socialisti e populisti, anomalia che non può essere d’aiuto per la sua eccentricità e perché conferma il carattere ancora molto fluido dei sistemi politici e degli elettorati post comunisti. L’alleanza contro natura, alla slovacca, appare dunque, per ottimi motivi, esclusa ovunque. Detto ciò, va osservato che nei paesi in cui i socialdemocratici si trovano coalizzati con il centrodestra, il mancato profilo neoliberista dei governi consente ai “non-socialisti” di perdere solo pochi voti moderati (ad esempio i democristiani tedeschi o olandesi), mentre i socialisti perdono assai di più. Ciò avviene, però, in modo diverso. Si perdono voti verso la formazione detta Linke in Germania (e in parte minore anche verso i Verdi in occasioni come le elezioni europee, in cui il partito ambientalista raccoglie il voto più idealisticamente europeista). Invece in Olanda, dove esistono, come è noto, forti partiti populisti, le perdite2 vanno sia verso i populisti di destra (Partij voor de Vrijhed) sia verso i socialisti di sinistra (piuttosto euroscettici e populisti anch’essi) e, non diversamente da quanto accade in Germania, verso i super europeisti (che nel caso olandese sono i social-liberali del D66). Molta parte dell’insuccesso socialdemocratico è spiegato poi con l’astensione, che li sfavorisce particolarmente, specie alle elezioni europee.

Ci sono inoltre paesi in cui i socialisti sono all’opposizione di coalizioni di centrodestra ampie, in cui cioè sono presenti sia opzioni liberiste, sia opzioni nazional-populiste, sia forze che mediano fra di esse. La Danimarca e l’Italia sono un caso del genere. Anche qui, le perdite socialiste avvengono in diverse direzioni: i socialdemocratici danesi e il PD italiano, infatti, sono messi in difficoltà da quel settore dell’opinione pubblica che, stufa per la percepita irresolutezza dei maggiori partiti di sinistra, richiede una linea dura verso i peggiori aspetti delle coalizioni al governo, e lo fa, in modo diverso, votando IdV nel nostro paese e Socialisti Popolari in Danimarca (che sono arrivati oltre il 15% con le socialdemocrazie al 24%), oltre che, in parte, anche partiti di tradizione post comunista/radicale. I socialisti francesi sono in una situazione non dissimile: Sarkozy, pur con cali ingenti di popolarità, riesce a coprire tutto il fronte, dalla modernizzazione (la “commissione Attali”) alle tematiche nazional-conservatrici capaci di limitare l’azione di disturbo della destra lepenista. Il Partito socialista francese (PS) ha ottenuto soltanto il 16,48% alle ultime elezioni europee, affrontate con una aperta ostilità verso Sarkozy e il presidente della Commissione europea Barroso (detta da alcuni analisti di rejet anziché projet), ma inadeguata a proporre soluzioni incentrate sulla crisi e sulla conseguente disoccupazione. Come il nostro PD, il PS non ha ancora operato scelte precise di leadership e di linea. Ma mentre il PD può sperare di risolverle con un congresso che proporrà un vincitore, le divisioni del socialismo francese (ora incarnate dalla contrapposizione fra Martine Aubry e Ségolène Royal e che durano dal 2002) non paiono potersi risolvere facilmente. Alla caduta di Lionel Jospin, infatti, è seguito un alternarsi di nuovismi esteriori (Royal) e di massimalismi spesso strumentali (Laurent Fabius e altri). Inoltre, gli sbandamenti sulla Costituzione europea, o meglio le opposizioni strumentali ad essa, dettate dal tentativo francamente penoso di porre rimedio all’ansia da globalizzazione presente nel proprio elettorato, rendono il PS un soggetto poco credibile anche in questo campo. Da ciò deriva il successo della lista ecologista e supereuropeista di “Dany il rosso” (Daniel Cohn-Bendit), che, come i Verdi tedeschi, rappresenta ceti abbastanza “garantiti” da potere essere idealisti su questo e su altri temi.3

Esistono poi paesi in cui i socialisti governano da anni, ma ora paiono poco attrezzati ad affrontare le tematiche imposte dalla crisi: Zapatero pare aver esaurito la carica di riforme basate sui diritti civili, mentre ha sostanzialmente sposato un modello di sviluppo economico meramente cartaceo e speculativo, fondato sul debito privato (specie immobiliare) e sulla debolezza del sistema industriale, oltre che su un mercato del lavoro largamente precario. Qualcosa di analogo si può affermare a proposito del New Labour, il partito che forse, a ben vedere, ha inconsapevolmente ispirato la linea “post thatcheriana” attualmente seguita in economia dal centrodestra europeo. Sul piano socioeconomico, infatti, la sua linea di superamento dell’epoca di Margaret Thatcher è stata proprio la marginalizzazione del rapporto capitale- lavoro all’interno della propria agenda di riforme. 4 Per un partito che si definisce Labour questo è un paradosso storico, che ha implicato la centralità assegnata invece al “capitalismo impaziente” come forza di modernizzazione e, appunto, il welfare come elemento “ai margini” di questo mercato, per quanto esso sia stato potenziato da Tony Blair e Gordon Brown nel senso, ad esempio, di combattere la povertà e l’esclusione infantile. Accanto alla potenza finanziaria globale non sono però state proposte altre vere modalità di produzione della ricchezza.

Nei paesi ex comunisti i sentimenti nazionalpopulisti sono perlopiù diffusi e vittoriosi. Il caso ungherese del partito estremista Jobbik si è imposto con particolare vigore: ha raggiunto il 14,77% alle ultime europee, con una partecipazione al voto del 38,50% che, per quanto bassa, registra una lieve crescita (analogamente a molti altri paesi dell’area). Tuttavia non bisogna ingannarsi: ancora più che ad Ovest, ad Est il nazional-populismo è esercitato non tanto dalle formazioni estreme quanto soprattutto dai partiti conservatori di governo. È il caso degli ungheresi della Fidesz, dei cechi dell’Ods, del PiS del presidente polacco Lech Kaczyn´ ski nonché degli slovacchi dell’HZDS-SNS.

In sintesi: la destra è in grado, in questi anni, di fare il pieno dei propri voti più di quanto riesca a farlo la sinistra socialdemocratica e riformista. Ciò perché ha imparato a raccogliere il voto populista evitando (come accadeva per esempio in Francia o in Danimarca) di farsene danneggiare, ma anche perché sa farlo senza perdere troppa parte del voto moderato. Per entrambi questi fini la nuova “morbidezza”, almeno comunicativa, sul welfare è assai utile (altrimenti rimarrebbe arduo permettere al populismo di raccogliere il voto socialdemocratico) e così pure lo è la determinatezza ad escluderne per quanto possibile gli immigrati. Allo stesso modo è efficace la disponibilità a rinazionalizzare il proprio messaggio a scapito (o in assenza) di politiche concordate a livello di Unione europea.

Di fronte a tutto ciò, il limite decisivo della socialdemocrazia è che, da parte delle organizzazioni del gruppo socialista e democratico europeo, c’è molta difficoltà a distinguersi con una proposta propria riguardo all’uscita dalla crisi mondiale e, ancora più importante, riguardo al futuro oltre la crisi. Una proposta che, beninteso, marchi una differenza rispetto alle altre élite consolidate, ovvero quelle liberali, liberaldemocratiche e conservatrici. Ma perché si verifica questo stato di afasia socialdemocratica? Una risposta convincente potrebbe essere che i socialdemocratici e i progressisti europei non credono che dalla crisi si stia uscendo con il tipo di ripresa economica che maggiormente interessa loro: la ripresa produttiva e occupazionale. Ma, per il momento, non sanno fare altro che esprimere una certa “moderazione nel dubbio”, che li fa apparire doppiamente offuscati. Da un lato, infatti, non è questa reticenza che ci si aspetta da loro, né è quella che serve a recuperare l’elettorato migrato verso astensionismo e populismo (tanto più se è vero che si va diffondendo la sensazione di cui parla Gusenbauer). Dall’altro lato, hanno troppa onestà intellettuale per affermare, come tanti del centrodestra, che basta punire un paio di avidi banchieri per far sì che la crisi passi come è venuta. Questa considerazione si deve al fatto che la formazione neoliberista dei politici di centrodestra porta davvero a credere che la crisi sia dipesa dal fatto che un ottimo modello sia stato rovinato da un ceto globale di filibustieri. E adesso trovare dei capri espiatori permette loro di assolvere la propria ideologia di fondo e di raccogliere “populisticamente” la rabbia e la frustrazione dei cittadini. Viceversa, i socialdemocratici pensano che la questione fosse proprio in un modello sbagliato, a cominciare dalla sua tendenza ad allocare malamente le risorse. Tuttavia, non formulando poi con nettezza le loro accuse e le loro proposte per il futuro, si rendono maggiormente incomprensibili soprattutto se, ancora bloccati da remore di varia natura, non sono in grado di prendere parte al processo-farsa dello scaricabarile neoliberista-populista, né fanno quello che dovrebbero, ossia formulare ricette per un diverso modello economico. Cerchiamo di capire allora in cosa consistano le loro remore e la loro afasia e come se ne potrebbe uscire.

 

L’afasia socialdemocratica: cause e rimedi

Partiamo da una definizione chiara della situazione attuale: per quanto problematica, in essa può essere ricercato il campo di possibilità in cui effettuare l’uscita dall’afasia e il proprio rilancio egemonico. Questo campo di possibilità è costituito dai seguenti elementi: in primo luogo Eurolandia continua ad essere caratterizzata da un debole mercato interno, e lo è soprattutto perché in paesi industriali grandi e decisivi come l’Italia e la Germania, da anni, le esportazioni sono più che soddisfacenti, ma i salari sono troppo bassi; da ciò consegue che non appare all’orizzonte un motore della crescita all’altezza dell’indebitamento statunitense, a meno che tutto non ritorni come prima. Ma è appunto ciò che, con una diversa politica produttiva e salariale nell’Europa dell’euro si dovrebbe evitare. Infine, il nuovo accesso dei paesi dell’Est non ha procurato che mercati aggiuntivi scarsi.5 Anzi, essi servono solo, per il momento, a delocalizzare il delocalizzabile, deprimendo ulteriormente la domanda interna della zona euro.

Le conseguenze di tutto questo sono che sul piano europeo occorre andare oltre il semplice allargamento. Tanto più se quello più interessante, dal punto di vista economico, vale a dire l’allargamento alla Turchia, è così arduo da effettuare. Sul piano europeo occorre allora passare ad una strategia di crescita che non si limiti all’approccio britannico delle “nuove accessioni”. Occorre piuttosto un approccio nordico: nuove accessioni e ingrandimento dei mercati interni. Ma presumendo (premessa che dovrebbe essere implicita in chi è socialdemocratico) una progettazione negoziata e al contempo esplicita dell’economia fondata sull’intreccio fra lavoro, welfare e innovazione. Intreccio da cui discenderebbero salari e domanda in crescita e contemporaneamente produttività e competitività, che permetterebbero di evitare inflazione e dissesto delle bilance dei pagamenti, sia dei singoli Stati sia, in generale, dell’Europa. Occorre insomma che i paesi più grandi di Eurolandia mettano insieme Adam Smith (attesa di mercati più ampi e dunque più investimenti, ponendo fine alla pessima allocazione dei capitali di questi anni)6 e David Ricardo (competizione non sui costi relativi del salario ma sull’innovazione). È evidente come questi due versanti possano sostenersi e anzi funzionino davvero solo se proposti insieme: il welfare dell’innovazione, della conoscenza e delle opportunità consente ai lavoratori di essere forti e di rifiutarsi di svendere la propria manodopera (decommodificazione, o demercificazione alla “nordica”, appunto); a sua volta l’allargamento dei mercati (compreso, però – è questo il punto – quello interno dipendente da retribuzioni più alte) stimola l’investimento nella specializzazione produttiva. È la via del capitalismo paziente, e del ritorno della finanza al proprio compito ancillare. I due elementi, però, sono stati tenuti in sostanza separati nell’epoca della “terza via” blairiana e del “Neue Mitte” della SPD.

Infatti, l’epoca di Blair ha portato al massimo la tendenza britannica a ignorare il nesso nordico fra welfare, demercificazione, uguaglianza tendenziale e politica produttiva (e competitiva) “ricardiana”. All’opposto, il corso blairiano ha sostanzialmente aggiunto umanesimo perlopiù etico alla deindustrializzazione e alla finanziarizzazione liberista della Thatcher. In questo contesto il concetto di flexicurity viene malinteso, e diventa un ammortizzatore (peraltro non abbastanza ricco o durevole) sul lato del mercato per permettere a quest’ultimo di fare, con più radicalità, il proprio comodo. È la stessa interpretazione (totalmente sbagliata sul piano ideologico e strettamente fattuale) che viene fornita da Barroso e Giavazzi a proposito del cosiddetto “modello danese”. Ciò che non si vuole comprendere è che tale modello in realtà usa il welfare per codeterminare il mercato, in primis il mercato del lavoro, e per questa via plasma l’identità produttiva e industriale di un paese, in cui aumentano qualità e diritti, e in cui essa non viene lasciata a se stessa.

La vicenda francamente esemplare di Brown, poi, chiarisce ai socialisti e ai progressisti europei determinati a risalire la china che non basta accrescere il debito pubblico (salvando le banche e riducendo l’IVA cosicché un cd costi qualche pence in meno) per tornare a convincere i propri elettori. Una delle insidie che si corrono quando si applica (o si pensa di applicare) Keynes in queste circostanze socioeconomiche e ideologiche è di credere che l’afflusso di benzina possa fare miracoli quando il motore è progettato male o non è progettato affatto.

In questo senso è interessante la lezione che proviene dalla recentissima vittoria del governo di sinistra guidato dai socialdemocratici norvegesi (Arbeiderpartiet). Se si ragiona appena un po’ sulle specificità politico-economiche di questo paese si comprende l’importanza dell’evento. In Norvegia, infatti, per lustri si sono avute notevoli difficoltà a confermare un qualunque governo per due volte di seguito, se non per una legislatura intera. Inoltre, nei paesi nordici spessissimo si governa con esecutivi di minoranza, mentre quello guidato a Oslo dal leader socialdemocratico Jens Stoltenberg ha mantenuto per due elezioni la maggioranza dei seggi. Infine, è stata arrestata l’emorragia socialdemocratica verso i socialisti di sinistra, che nel 2001 avevano avuto il 12% contro il minimo storico socialdemocratico del 24%. Oggi i rapporti di forza fra questi due partner di governo sono diversi: 35,4% per i socialdemocratici (in crescita dal 32,7% ottenuto in occasione della vittoria del 2005) e 6,1% per i socialisti di sinistra. Questa rimonta è dovuta a diversi elementi. Innanzitutto, la politica congiunturale anticrisi di questi mesi è stata caratterizzata da una scelta precisa: pochi tagli fiscali (dell’ordine del 5- 10% del pacchetto di stimolo) e per il resto investimenti pubblici sostanziosi in lavori immediatamente realizzati, ovvero non grandi opere ma manutenzione e miglioramento di edifici e infrastrutture. Ciò ha impedito che, in un momento in cui il consenso fra destra e governo era in bilico, aumentasse una disoccupazione cui i norvegesi non sono abituati (e che attualmente è circa al 3%).

L’Arbeiderpartiet ha anche recuperato appieno il rapporto stretto con la confederazione sindacale LO, garantendo protezione per il sistema di accordi collettivi tipico della Scandinavia di fronte alla smania decentralizzatrice delle destre.7 Inoltre, il discorso pubblico in cui l’intervento anticrisi si inserisce è importantissimo. In sostanza, «la crisi conferma che il mercato è un ottimo servitore, ma non deve mai diventare il padrone». Ciò è coerente con un discorso egemonico di più lungo periodo. I socialdemocratici si oppongono nettamente alla proposta principale dei populisti anti-immigrati e antitasse, che con le loro promesse sono giunti al 22,4% (secondo partito) lasciando molto indietro i conservatori (17,2%), i liberali (3,8%) e i democristiani (5,6%). Il messaggio socialdemocratico è in sostanza il seguente: i fondi accantonati grazie al petrolio non saranno usati per ridurre le tasse, anzi l’enorme fondo che raccoglie le risorse provenienti dalla sua vendita (Oljefonden) rimarrà distinto dal bilancio pubblico, e ne saranno prelevate risorse sempre inferiori al 4% del PIL per anno.8 Ciò per prevenire l’inflazione e per assicurare, anche a petrolio finito, risorse per il welfare e la politica regionale. Non si sottovaluti questo dettaglio: le risorse alle autonomie locali, in un paese dalle caratteristiche demografico- geografiche difficilissime come la Norvegia, sono assolutamente decisive: le municipalità (con scuole, asili, case di riposo presenti anche in piccole comunità isolate) sono il più grande datore di lavoro del paese. Mantenere la sostenibilità della spesa pubblica significa prevenire l’aprirsi di dualismi regionali o migrazioni interne che spingono il mercato del lavoro “al ribasso”, come avviene nel caso italiano e tedesco.9

Avere raccolto e vinto questa sfida dinanzi alle enormi e diffuse tentazioni populiste costituite dalla “lotteria” petrolifera rappresenta un importante test che vale per tutta la sinistra europea. Alla base c’è un classico convincimento della socialdemocrazia: l’inclusione di tutti permetterà di competere ad alto livello; anche a petrolio esaurito, contro ogni avventurismo.10

Il caso della SPD, all’opposto, è, con quello blairiano, l’altro grande esempio di come la rinuncia a conferire qualità al sistema produttivo favorendo un equo scambio lavoro-capitale abbia portato i socialdemocratici alle difficoltà attuali. Gerhard Schröder, che pure era a capo di un’economia ad alta innovazione, non si è preoccupato di intrecciare riforma del mercato del lavoro e “demercificazione”. La famosa Hartz IV (la riforma del sistema di sicurezza sociale) di conseguenza, si è rivelata un elemento della precarizzazione e dell’impoverimento dei salariati tedeschi. In questo discorso rientrano i paesi ex comunisti dell’Unione europea. La Germania (e non solo) li ha concepiti come un luogo in cui sostanzialmente delocalizzare la produzione, contribuendo all’impoverimento della domanda interna tedesca, che a sua volta deprime le attese di crescita nutrite negli altri paesi membri (per cui l’effetto Smith non si attiva). Si tratta di una evidente contraddizione, perché è palese che se non si fosse verificata, persino in paesi ancora manifatturieri come l’Italia e la Germania, una crescente predilezione per il capitalismo “impaziente” della finanza, si sarebbe potuto investire aggiuntivamente (non sottrattivamente, non cioè delocalizzando) nell’Est europeo. Ciò sarebbe potuto avvenire proprio sulla base di un potenziamento della domanda interna di Eurolandia, che sarebbe potuto divenire il primo e più importante sfogo delle produzioni dei paesi di nuova accessione, oltre che di quelli già appartenenti all’UE a 15. La strategia seguita, invece, non ha sfruttato che marginalmente il potenziale dei paesi dell’Est, comunque in sé limitato, sia demograficamente che per capacità di consumo. Così quei paesi si trovano ora in modo drammatico di fronte alla crisi: troppa speculazione finanziaria, troppo poco tempo per accumulare capacità produttiva e risparmio, e per giunta la prospettiva di paesi come Germania e Italia che nel decennio e venire cresceranno pochissimo anche quando usciranno dalla crescita negativa. Per effetto di ciò, oggi, alla generazione dei perdenti del post guerra fredda, nei paesi del Centro e dell’Est europeo si va aggiungendo quella dei perdenti del post neoliberismo.11

Il campo delle possibilità è, allora, quello di ricominciare da una crescita dei redditi da lavoro dipendente e da una visione maggiormente demercificata e innovativa del lavoro che lo porti al centro dell’Europa, come motore di crescita e competizione dei paesi membri. È questa grande strategia che il movimento socialista e progressista europeo dovrebbe rilanciare con un grandissimo investimento politico comune, che coinvolga i sindacati in primissima persona, e che magari trovi una sua precisa e coordinata, se non sincronica, mobilitazione sia a Bruxelles sia nei paesi membri. Questo per quanto riguarda l’aspetto non poco importante della visibilità dei socialisti e dei progressisti europei, che dovrebbero insistere non tanto e non solo su come uscire dalla crisi, ma su quale modello economico costruire, per i lavoratori, i cittadini e le aziende, per il dopo crisi.

Sul piano delle policies, poi, sono diversi gli strumenti da mettere a punto e da coordinare (ma già sostanzialmente a disposizione) in una nuova e grande iniziativa politica che investa i paesi membri e le istituzioni comunitarie. Basta ripartire da Delors: va rilanciata una grande azione di investimento europeo (magari in cofinanziamento con chiunque, Stati o Regioni, presenti progetti), che si occupi delle infrastrutture dell’innovazione e che stimoli grandemente le nuove produzioni, a partire da quelle dette di greening (progressiva sostenibilità ambientale di trasporti pubblici, aziende, sistemi di smaltimento e depurazione, motori industriali). A questo proposito lo strumento degli eurobond appare importante sia sul piano della reperibilità delle risorse, sia su quello del coinvolgimento di masse di risparmiatori e investitori istituzionali in un ritorno al “capitalismo paziente”. Forse molti attendono proprio questo, dopo le “sbornie” vendute a tutti come grande modernizzazione. Ma anche la revisione dei parametri di Maastricht può operare in questo senso. Dovrebbero cioè essere consentite deroghe ai bilanci nazionali in proporzione all’impiego di risorse pubbliche in politiche attive del lavoro incrociate con l’innovazione. In quest’ambito dovrebbe essere prevista la costruzione (o l’arricchimento) di redditi di disoccupazione (o di aggiornamento programmato) per la manodopera, nonché programmi di innovazione aziendale e produttiva, e ciò non solo al livello nazionale ma anche regionale e di distretto industriale.

È così che i socialisti devono cogliere il proprio ruolo storico nella crisi, uscendo dalle asfissie e dai malintesi pseudo modernizzanti degli ultimi anni. Ed è così che essi possono far uscire l’Unione europea dalla crisi di tedio, disinteresse e diffidenza in cui l’ha bloccata il restringimento asfittico del campo europeista, ovvero l’interesse pressoché esclusivo per la riforma delle istituzioni. La socialdemocrazia vincerà se saprà rendere l’Europa arena di un mutamento di paradigma come quello sommariamente delineato, un mutamento però non concepito come mero avanzamento federalista delle istituzioni, ma come un processo politico e democratico, in cui intorno alle istituzioni dell’Unione eguale peso abbiano i partiti, i sindacati, gli Stati membri e le autonomie locali d’Europa. E la socialdemocrazia vincerà se saprà edificare un’epoca nuova della crescita attesa e programmabile, un contesto capace di limitare molto le ansie e il malcontento che fanno fuggire i voti verso i populisti, ovunque collocati.


[1] H. Swoboda, J. M. Wiersma (a cura di), Democracy, Populism and Minority Rights, PSE-Renner Institut, Bruxelles 2008.

[2] Il PVdA olandese ha ottenuto solo il 12,1% alle ultime elezioni europee, e da molte elezioni perde cospicuamente voti. Su questo punto si veda F. Becker, R. Cuperus, M. Sie Dhian Ho, The Polarization of the Dutch Electorate, relazione presentata al seminario “Next-Left – Last European elections and their consequences for socialists”, Bruxelles, 8 settembre 2009, p. 38.

[3] G. Fuchs, Les elections Européennes en France – Une défaite pour le Parti socialiste, relazione presentata al seminario “Next-Left – Last European elections and their consequences for socialists”, Bruxelles, 8 settembre 2009, p. 64. Da rilevare, incidentalmente, come Cohn Bendit rappresenti un caso clamoroso di “candidato transnazionale” capace di donare senso e successo ad elezioni come quelle europee. Anche quella delle candidature transnazionali è un’idea presente nelle riflessioni socialdemocratiche europee.

[4] In parte l’abbandono dell’identità di “comunità socialista”, per quanto riformista, è indicato come un carattere peculiare da E. Shaw, Losing Labour’s Soul? New Labour and the Blair Government 1997- 2007, Routledge, Londra-New York 2007.

[5] G. Sapelli, La globalizzazione prossima ventura, in “MondOpe - raio”, 2/2009, p. 35.

[6] Si veda J. Stigliz, P. N. Rasmussen, Social Democratic Principles Towards a New Financial Architecture, FEPS Paper, Bruxelles 2008, disponibile su www.feps-europe.eu.

[7] Nell’elezione-disastro del 2001 gli iscritti alla LO che avevano votato per i socialdemocratici erano scesi al 25%, mentre oggi sono tornati al 60% di una confederazione che raccoglie il 50% della forza lavoro, e che ha donato dieci milioni di corone al partito (ma senza ignorare anche gli altri alleati) in cambio del raddoppio della esenzione fiscale per le quote d’iscrizione sindacali. Alle classiche proteste della destra, la LO ha replicato che un elevato grado di sindacalizzazione è un bene pubblico, poiché implica un’alta governabilità del mercato del lavoro. M. Bræmer, G. Redder, Norsk LO betaler gerne for indflydelse, in “A4, LO Ugebrev”, 29/2009.

[8] Redder, Fremskrittspartiet frister med Oliepenge, in “A4, LO Ugebrev”, 29/2009.

[9] S. Reegård, Is the nordic model stronger in this crisis than other economic models? e T. Skirbekk, Governing without a majority; relazioni presentate alla “Summer academy for Northern European policy makers”, Helsinki, 12-13 giugno 2009.

[10] Peraltro, il fatto che, nei paesi nordici, le battaglie antifiscali siano frequenti (l’aliquota zero fu lanciata da Mogens Glistrup, commercialista e politico danese padre del populismo nordico, già negli anni Settanta) ma siano state contenute è materia di riflessione. Certo, non bisogna mai dimenticare la pericolosità e a volte le buone ragioni dell’utilitarismo individualista. Tuttavia, va anche considerato che nel Nord Europa non sempre le aliquote medie sono così vessatorie: in Norvegia siamo al 44%, in Finlandia al 43%, come in Italia. Inoltre, persino laddove sono più alte (49% in Svezia e 50% in Danimarca) esse sono sopportate per due ragioni: a) il sistema socioeconomico che generano permette produttività elevate e dunque redditi da lavoro rispettabili, e, al contrario di quanto è successo allo sventurato e illuso pseudo modello neoliberista irlandese, costanti nei decenni; b) più si conosce la storia nordica, più si comprende che non è la coesione sociale “antropologica” a generare consenso su tasse e welfare, ma plausibilmente accade il contrario: è il welfare a generare coesione sociale e quindi consenso sulle tasse.

[11] Si veda A. Ágh, The dual challenge for the Next-Left: Europeanization and Modernization – the sweet-bitter story of HSP in the 2009 elections, relazione presentata al convegno “Next-Left – Last European elections and their consequences for socialists”, Bruxelles, 8 settembre 2009, pp. 20 e sgg.

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