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Che cosa pensa la Russia

Written by Ivan Krastev Friday, 29 February 2008 11:29 Print

Potenza mondiale e Stato debole con istituzioni corrotte e inefficienti, la Russia di Vladimir Putin è caratterizzata da profonde contraddizioni che rendono difficile stabilire quale sia la strategia internazionale del Cremlino. Alla base delle scelte politiche di Mosca ci sarebbero un irrimediabile senso di fragilità – eredità della dissoluzione del regime sovietico e delle umiliazioni degli anni Novanta – e la convinzione che il crollo di una delle due superpotenze debba necessariamente essere seguito dal declino di quella sopravissuta e che la vera minaccia alla potenza russa sia il sistema politico postmoderno dell’Unione europea.

Ameno di vent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica, la Russia si è trasformata da Stato comunista a partito unico in uno Stato a oleodotto unico, un regime semiautoritario sotto panni democratici. Un regime che assicura ai cittadini i diritti di consumatori ma non i diritti umani, che garantisce la sovranità dello Stato ma non un’autonomia individuale, un’economia di mercato ma non un’autentica democrazia. In meno di un decennio, grazie al potere datogli dalla lievitazione del prezzo del petrolio, il presidente Vladimir Putin ha trasformato la Russia da oggetto a soggetto della politica internazionale. Dimitri Trenin ha espresso il sentimento che prevale a Mosca in questi giorni con una frase memorabile: «La Russia è su, l’America è giù e l’Europa è fuori».

Le contraddizioni dello sviluppo in Russia sono riuscite ancora una volta a sollecitare la fantasia politica degli europei. La Russia di Putin è una potenza mondiale in ascesa e allo stesso tempo uno Stato debole con istituzioni corrotte e inefficienti, sulla scena mondiale è un attore più democratico ma meno prevedibile e affidabile dell’Unione Sovietica. Il regime del Cremlino appare solido come la roccia ed enormemente vulnerabile. È autoritario e allo stesso tempo estremamente popolare. La crescita economica risulta insieme impressionante e insostenibile. Negli ultimi dieci anni la Russia ha goduto di risultati economici confortanti, ma la dipendenza dell’economia dalla produzione e dall’esportazione di risorse naturali è cresciuta rispetto ai tempi dell’Unione Sovietica. Anche la politica estera resta un interrogativo. Più il paese si occidentalizza e diventa capitalista, più prende posizioni ostili all’Occidente. Quanto più ha successo la sua politica estera, tanto meno chiari appaiono i suoi obiettivi.

La svolta avviata dalla successione in corso al Cremlino illustra al meglio la dialettica tra stabilità e fragilità dell’attuale status quo. Il piano di Putin ha trionfato e non ha lasciato spazio ad alternative. L’opposizione è marginale ed emarginata: le mancano idee, leader e sostegno pubblico. Putin è riuscito a trasformare le ultime elezioni parlamentari in un voto di fiducia che conferma il suo diritto a guidare il paese. È stato finora in grado di restare al potere pur lasciando la carica presidenziale, di resistere alla tentazione di modificare la Costituzione pur cambiando di fatto la natura del regime costituzionale. Oggi può parlare e agire in nome della Russia in una misura che raramente si riscontra nella storia. Malgrado le manipolazioni, le pressioni dell’amministrazione e la repressione nei confronti degli oppositori, Putin si è conquistato il sostegno della maggioranza della popolazione con mezzi di persuasione e di seduzione più o meno normali. Nonostante tutto, però, le élite moscovite sono quanto mai nervose e insicure. La guerra tra clan al Cremlino è percepita dall’opinione pubblica e la si può sentire persino sui severamente controllati media ufficiali. La “successione” ha paralizzato l’immaginazione delle élite. La coabitazione tra il successore di comodo scelto da Putin, il liberale Dimitri Medvedev – che non è un silovik, ovvero un uomo dei vecchi servizi segreti o un militare, e che riceverà la nomina il 2 marzo 2008 – e lo stesso Putin, nel duplice ruolo di primo ministro e di leader nazionale, può risultare più ardua di quanto non prevedano gli strateghi del passaggio di mano e gli stessi due protagonisti. In altri termini, il piano di Putin ha funzionato, ma l’incertezza rimane. Le esperienze passate di condivisione del potere hanno dato in Russia risultati scoraggianti e, come ha affermato lo stesso Putin, la centralizzazione del potere è nel DNA del paese. In sintesi, il Cremlino è oppresso dall’incertezza e dalla paranoia; il suo atteggiamento aggressivo è frutto dell’insicurezza del regime e del senso di fragilità che la generazione di Putin ha ereditato dal crollo sovietico e non delle nuove ambizioni o delle fantasie di potere della Russia. Le due caratteristiche strutturali che, secondo Robert Skidelsky, impediscono alla Russia di fare ciò che vorrebbe l’Occidente – un’economia dominata dal monopolio del settore energetico e la commistione tra potere e proprietà – sono oggi in gioco più che mai. Come ha acutamente osservato Yegor Gaidar, nella tradizione russa «perdere la propria posizione significa perdere il proprio potere. La proprietà è la preda naturale e lo Stato è il predatore naturale che suddivide e ridistribuisce in continuazione il bottino ». Di conseguenza, il fatto che gli uomini che governano la Russia siano gli stessi che la possiedono, non favorisce la stabilità, anzi rende il regime più instabile.

La nuova strategia di Mosca non è un semplice riflesso del nuovo potere economico né il frutto del cambiamento del contesto geopolitico. È l’espressione dell’esperienza traumatica del crollo dell’Unione Sovietica e della costante percezione della vulnerabilità del regime attuale. L’ossessione della fragilità e la costante ricerca di stabilità spiegano meglio di qualunque altra cosa le scelte strategiche del Cremlino sotto Putin. Spiegano come mai egli aspiri a un ordine internazionale sul modello di quello prece- dente la Seconda guerra mondiale, fondato sull’assenza di limitazioni per la sovranità e sulla politica delle sfere d’influenza. Spiegano anche perché il Cremlino resiste apertamente all’egemonia americana e si oppone all’ordine europeo postmoderno promosso dall’Unione europea. La politica estera russa è ostaggio del senso di fragilità che ha contrassegnato l’esperienza sovietica nell’ultimo decennio dello scorso secolo.

C’è un aspetto ironico nel retaggio lasciato da Putin dopo otto anni di governo: la nostalgia per il regime sovietico si è decisamente ridotta nell’opinione pubblica russa, ma allo stesso tempo quella nostalgia si è andata diffondendo nelle capitali occidentali. Come ha dichiarato un diplomatico francese, «era più facile trattare con l’Unione Sovietica che oggi con la Russia. Certe volte i sovietici facevano i difficili, ma sapevi che con il loro ostruzionismo puntavano a ottenere qualcosa. Oggi la Russia cerca di ostacolare sistematicamente l’Occidente su qualsiasi tema, apparentemente senza scopo». In altre parole, la Russia non è solo una potenza revisionista, è in un certo senso potenzialmente più pericolosa, è una potenza revanscista, compie azioni di disturbo senza alcun freno, almeno a parole. Gli ultimi interventi del Cremlino riflettono perfettamente questa immagine minacciosa. Mosca ha adottato una strategia che prevede un ritorno vistoso al confronto sulla scena internazionale. Ha scelto di non collaborare con l’Occidente nello sforzo di limitare le ambizioni nucleari dell’Iran e nel trovare una soluzione definitiva per il Kosovo. Si è ritirata unilateralmente dal Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa e ha moltiplicato per sei la spesa militare rispetto al 2000. «La Russia, prima una sorta di Plutone nel sistema solare occidentale, è uscita dalla sua orbita spinta dalla determinazione di trovarsi un proprio sistema».1 Ma che genere di sistema ha in mente di costruire?

Nel suo “A Power Audit of EU-Russia Relations” lo European Council on Foreign Relations (ECFR) dichiarava: «Quella della Russia è risultata la questione che ha prodotto più fratture all’interno dell’Unione europea, da quando Donald Rumsfeld divise il club europeo in Stati membri ‘vecchi’ e ‘nuovi’».2 Secondo l’opinione dell’ECFR, «la Russia si pone come alternativa ideologica all’UE, con un approccio diverso ai temi della sovranità, del potere e dell’ordine mondiale». La ripresa russa si è verificata in una fase in cui l’egemonia degli Stati Uniti è in declino e l’Unione europea attraversa una crisi profonda di fiducia in se stessa. In altri termini, il revisionismo russo è una minaccia per la natura stessa dell’attuale ordine europeo. Così l’interrogativo è questo: quanto è davvero seria la sfida russa e com’è nata la crisi attuale delle relazioni tra la Russia e l’Occidente?

I realisti, che erano finiti ai margini nei dibattiti politici degli anni Novanta, in quanto considerati superati e irrile- vanti, sono stati rapidi a ripresentarsi e a prendersela con l’espansione della NATO e con il trionfalismo occidentale dopo la fine della guerra fredda, per l’orientamento attuale della politica estera russa. «L’errore cruciale di Washington – ha scritto Dimitri Simes – sta nella tendenza a trattare la Russia postsovietica come un nemico sconfitto».3 Il nuovo atteggiamento aggressivo della Russia non è altro che una reazione eccessiva alle mortificazioni degli anni Novanta. Nel suo “decennio di umiliazioni” la Russia ha imparato che l’Occidente ha rispetto per la forza, non per la condivisione di valori. Le direttive proposte dai realisti per la politica verso la Russia si possono dunque riassumere in questo modo: concentrarsi sugli interessi, ignorare i valori, dimostrare continuamente rispetto per Mosca ed essere disponibili a contrattazioni di grande respiro. I fautori della democrazia, che alla fine della guerra fredda erano riusciti a prevalere nell’elaborazione della politica occidentale verso la Russia, non sono disposti ad accettare la linea politica dettata dai realisti e sostengono che la cresciuta influenza russa nell’arena internazionale sia un fatto temporaneo, e che il miracolo di Putin sia un bluff. Scrive Michael McFaul: «Considerata la sua crescita per dimensioni e risorse, colpisce che la performance dello Stato russo sia così scarsa».4 Secondo loro, il regime è vicinissimo a una crisi, eroso da quella che Guillermo O’Donnel definisce «l’impotenza dell’onnipotenza ». Il ricordo del caos degli anni Novanta sta svanendo nell’immaginario pubblico e la crescita economica trae origine esclusivamente dal prezzo del petrolio, che non dipende dalla volontà del Cremlino, ne consegue che eventuali concessioni a Mosca non solo farebbero ritardare la crisi imminente del regime, ma trasmetterebbero anche segnali pericolosi ad altre aree del mondo e finirebbero per erodere ulteriormente le posizioni dell’Occidente. I “democratizzatori” convengono sul fatto che l’Occidente non abbia più la capacità di modellare la politica russa, ma secondo loro l’Occidente dovrebbe puntare di più sullo Stato di diritto che sulla democrazia. A chi bisogna dare retta, dunque, per comprendere la nuova politica estera della Russia? Come si fa a capire che cosa pensa la Russia?

Un consenso emerge solo su alcuni aspetti:5 nell’arco di un decennio la Russia non sarà uno Stato fallito ma non sarà neppure una democrazia matura, la politica estera russa resterà indipendente e punterà a promuovere il proprio ruolo di grande potenza in un mondo multipolare, la Russia resterà integrata con il resto del mondo come mai prima nella sua storia. In altri termini, il dilemma strategico del Cremlino riguarda appunto il modo per restare integrati con il sistema globale e allo stesso tempo rendere il paese impermeabile all’influenza politica dall’estero. Sarà forse questa la chiave per interpretare il pensiero del Cremlino sulla politica estera? Chi scrive ritiene che la politica estera di Putin si basi su due ipotesi di fondo e su un calcolo strategico. Le ipotesi sono che gli Stati Uniti siano prossimi a un crollo della loro egemonia, per molti versi non così dissimile da quello della potenza sovietica, e che l’Unione europea (che pure, secondo la Russia, sarebbe un fenomeno temporaneo) per il solo fatto di esistere come impero postmoderno rappresenti una minaccia per il regime russo. Il calcolo è questo: il prossimo decennio offre uno spazio di opportunità strategiche per la Russia, per collocarsi come grande potenza in un emergente mondo multipolare e, allo stesso tempo, seguendo una politica estera più aggressiva e conflittuale, per garantire una legittimità al regime. La riaffermazione del ruolo di grande potenza è una parte importante della elaborazione psicologica del Cremlino. Un aspetto è sotteso alla nuova strategia russa: l’inconsapevole universalizzazione dell’esperienza del crollo dell’Unione Sovietica. Mentre a Pechino oggi sono tutti d’accordo sul fatto che l’ordine mondiale non possa crollare nel giro di un paio di giorni e che puntare sul declino americano sia un rischio, la Russia palesa sicurezza sulla fine dell’egemonia degli Stati Uniti. A differenza dei comunisti cinesi, i postcomunisti russi sono tentati di vedere nella crisi della potenza globale americana una versione tarda della crisi degli anni Ottanta della potenza sovietica. La débacle degli Stati Uniti in Iraq è percepita a Mosca come un Afghanistan americano. I contrasti con l’Unione europea sono interpretati come elementi dello smantellamento dell’informale impero americano (in questo senso la Francia di Chirac sarebbe l’equivalente della Polonia di Walesa). In sintesi, le scelte di Mosca in politica estera sono segnate dall’idea che le grandi potenze siano meno stabili di quanto appaiono e che la loro posizione sia più vulnerabile di quanto non faccia pensare l’analisi classica delle potenze.

La percezione della natura e della portata del relativo declino della potenza americana potrebbe tradursi nell’errore di calcolo più pericoloso del Cremlino di Putin. Se il declino dell’influenza americana è un fatto innegabile e una tendenza sempre più chiara, il carattere, la portata e i tempi di tale declino hanno differenze profonde rispetto al crollo sovietico. Nel caso dell’Unione Sovietica quello che è successo è stato il crollo di un sistema politico, il comunismo sovietico. Invece il relativo declino della potenza globale degli Stati Uniti è dovuto alla diffusione mondiale del capitalismo americano, che ha reso il mondo non occidentale più competitivo e aggressivo. Le scelte politiche di Bush hanno avuto una parte importante in questo declino, ma non sono l’unico fattore in grado di spiegarlo.

Guerre di sovranità

L’idea che prevale a Mosca a proposito dell’Unione europea, una idea che affonda le proprie radici nella tesi di una universalizzazione del crollo sovietico, può anch’essa tradursi in un colossale errore di calcolo. A Mosca l’ordine europeo è interpretato con un misto di nostalgia per l’epoca del “concerto europeo” e di invidia nei confronti della Cina odierna, capace di trovare un equilibrio tra le aperture all’Occidente e il rifiuto di qualsiasi interferenza occidentale nella propria politica interna. Mentre per il Cremlino la fine della guerra fredda implicava un ritorno all’ordine europeo precedente, per l’Europa occidentale essa apriva la strada all’ascesa dello Stato europeo postmoderno. L’Unione europea sogna una democrazia cosmopolita, la Russia sogna il Congresso di Vienna. «Ciò che è finito nel 1989» ha scritto Robert Cooper, sintetizzando l’idea prevalente in Europa, «non era solo la guerra fredda e neppure la Seconda guerra mondiale. Ciò che è finito in Europa (ma forse solo in Europa) erano i sistemi politici dei tre secoli precedenti: l’equilibrio tra le potenze e la spinta imperialista».6

Le élite politiche europee hanno creduto che la fine della guerra fredda comportasse l’emergere di un nuovo ordine europeo, caratterizzato da un sistema assai sviluppato di interferenze reciproche negli affari interni di ogni paese e in grado di garantire una sicurezza fondata sull’apertura e sulla trasparenza. Il sistema postmoderno non si affida a un equilibrio dei poteri, non esalta la sovranità o la separazione fra affari interni ed esteri. Respinge il ricorso alla forza come strumento di composizione dei conflitti e favorisce intenzionalmente un aumento della dipendenza reciproca tra gli Stati europei e della loro vulnerabilità. La sostanza dell’ordine postmoderno era la trasformazione graduale del tradizionale Stato-nazione europeo in Stato membro dell’Unione europea. I paesi postcomunisti dell’Europa centrale rappresentano i migliori esempi del successo del progetto di costruzione di Stati membri dell’Unione europea. Negli anni Novanta la Russia non era uno Stato postmoderno, ma faceva parte dell’ordine postmoderno europeo. Anche l’imitazione della democrazia attuata da Boris Eltsin in quel decennio era un’imitazione postmoderna. Il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa e l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (basati su ispezioni invadenti e su un monitoraggio attivo) erano i principali strumenti per l’integrazione della Russia nel sistema postmoderno. Hanno fatto assomigliare la Russia a uno Stato moderno che accettava gli imperativi postmoderni di apertura e di interdipendenza, pur lamentando disfunzioni. Ai tempi di Eltsin, la Russia era uno Stato debole, che parlava un linguaggio del corpo postmoderno. La sua debolezza aveva creato l’illusione che Mosca accettasse ideologicamente il sistema. La realtà è risultata assai diversa. Non appena ha avuto la possibilità di scegliere, Mosca ha optato per la costruzione di uno Stato conforme alle pratiche e alle ideologie del XIX secolo e non del XXI. Per essere più precisi, attualmente il Cremlino coniuga una politica estera di stampo ottocentesco con una politica interna che appartiene a questo secolo. La Russia può approfittare di un mondo in cui oligarchi vicini al Cremlino sono proprietari di squadre di calcio inglesi e la borghesia russa può viaggiare liberamente attraverso l’Europa, ma allo stesso tempo Mosca insiste affinché alle multinazionali non sia permesso di sfruttare le risorse naturali russe e gli oppositori interni del Cremlino siano espulsi dalle capitali europee. Al cuore delle attuali tensioni tra Mosca e l’Unione europea c’è la contraddizione tra la logica di Stato postmoderno impersonato dall’UE e l’ossessione del Cremlino per una sovranità illimitata. Mentre l’Unione europea è nata come reazione ai pericoli del nazionalismo e delle catastrofiche rivalità tra gli Stati nazionali europei della prima metà del XX secolo, il pensiero che orienta la politica estera russa nasce dai pericoli prodotti dalle politiche postnazionali e dalla disgregazione dell’Unione Sovietica. Gli incubi europei emergono dalle esperienze degli anni Trenta e Quaranta, quelli russi dalle esperienze degli ultimi vent’anni del Novecento.

Per non sbagliare oggi con la Russia occorre comprendere che cosa abbiano significato gli anni Novanta per la psicologia politica delle élite russe. La generazione politica di Putin, formatasi con il crollo dell’impero postnazionale sovietico, sarà sempre tentata di considerare l’Unione europea come un fenomeno passeggero, un esperimento interessante ma senza futuro. È una generazione cresciuta assistendo al crollo di una delle due superpotenze nella guerra fredda e sarà sempre convinta che il crollo degli Stati Uniti, l’unica superpotenza sopravvissuta, sia ormai dietro l’angolo. Così il confronto tra la Russia e l’Occidente non è dovuto principalmente a interessi in conflitto o a una disparità di valori. È il prodotto della contraddizione tra due esperienze incomparabili e intraducibili del mondo del dopo guerra fredda.

Russia

La Russia è una Repubblica presidenziale federale, formata da 49 province (oblast), 7 regioni (krai), nelle quali si trovano 9 distretti autonomi e un oblast autonomo, 21 repubbliche autonome e due città federali, Mosca e San Pietroburgo. Secondo la Costituzione del 1993, capo dello Stato e dell’esecutivo è il presidente federale (al momento in cui si scrive la posizione è occupata da Vladimir Putin, tuttavia le elezioni presidenziali che si terranno il 2 marzo 2008 affideranno probabilmente la carica al delfino di Putin, Dimitri Medvedev, mentre l’ex presidente si insedierà al posto dell’attuale primo ministro), eletto per quattro anni a suffragio universale e in carica per non più di due mandati consecutivi, il quale nomina e presiede il governo (comprendente un primo ministro, attualmente Viktor Zubkov). L’Assemblea federale, titolare del potere legislativo, è costituita da una Duma di Stato di 450 deputati, eletti per quattro anni a suffragio universale, e da un Consiglio federale di 178 membri che rappresentano le unità amministrative del paese. Ogni unità autonoma ha propri organi legislativi ed esecutivi.

Secondo le stime del 2007, la popolazione è di 141.377.000 abitanti, di cui il 15% di età inferiore a 15 anni; l’incremento demografico nel 2007 è stato negativo (-0,5%). L’incremento annuale a prezzi costanti del PIL è stato del 6,7% (2006) e il PIL pro capite ha raggiunto un valore di 6.856,081 dollari (2006), con un significativo aumento rispetto all’anno precedente (5.369 dollari, stima 2005). La disoccupazione è al 7,6% (2005). Il presidente Putin continua nella sua opera di consolidamento della potenza russa a livello internazionale, puntando sull’enorme ricchezza di risorse energetiche. All’inizio del 2007 si è avuta in Europa una seconda crisi energetica (dopo quella del 2006 con l’Ucraina), seguita al rifiuto da parte del governo bielorusso di pagare prezzi più alti per le forniture energetiche russe. Alle tensioni politiche seguite alla crisi si sono aggiunte serie frizioni con gli Stati Uniti – che hanno portato Putin a minacciare addirittura un ritorno alla guerra fredda – in seguito all’intenzione americana di proseguire nel dispiegamento dello scudo antimissile in Europa orientale. Stretto rimane il controllo del governo sull’opposizione interna al paese e la difficile situazione in Cecenia è ancora lontana dalla pacificazione.

[1] D. V. Trenin, Getting Russia Right, Carnegie Endowment for International Peace, Washington 2007.

[2] M. Leonard, N. Popescu, A Power Audit of EU-Russia Relations, European Council on Foreign Relations, novembre 2007, disponibile su www.ecfr.eu/content/entry/eu_russia_relations/.

[3] D. Simes, Losing Russia, in “Foreign Affairs”, 1/2008.

[4] M. McFaul, K. Stoner-Weiss, The Myth of the Authoritarian Model, in “Foreign Affairs”, 1/2008.

[5] A. C. Kuchins, Alternative Futures for Russia to 2017, CSIS Report, novembre 2007, disponibile su www.csis.org/media/ csis/pubs/071214-russia_2017-web.pdf.

[6] R. Cooper, The Breaking of Nations: Order and Chaos in the Twenty-First Century, Atlantic Books, Londra 2003.

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