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Perché è così difficile sostituire il PIL

Written by Ignazio Musu Thursday, 28 February 2008 23:22 Print

Un numero sempre maggiore di persone concorda nel ritenere che le espressioni “crescita economica” e “sviluppo economico” non siano sinonimi, attribuendo alla prima un’accezione quantitativa e alla seconda una connotazione di tipo qualitativo. La crescita economica misurata sulla base del tasso di variazione nel tempo del PIL pro capite, quindi, non assicura automaticamente lo sviluppo economico, ossia un miglioramento della qualità della vita. Viene così rimessa in discussione la validità del PIL come indicatore del benessere sociale o della qualità della vita in una società. Quali sono, allora, le alternative disponibili? Quali altri indicatori del benessere sociale possono essere considerati come validi sostituti del PIL?

I limiti del PIL

Per secoli il livello medio di vita dell’uomo, anche nei luoghi civilizzati della terra, è rimasto sostanzialmente costante, pur subendo periodicamente fluttuazioni, anche consistenti, a causa di guerre, pestilenze e carestie. Da circa duecento anni, cioè a partire dalla rivoluzione industriale, ci siamo però abituati all’idea che il livello di vita medio debba continuamente crescere. Nell’ultimo mezzo secolo la crescita del livello medio di vita è stata particolarmente elevata nella maggior parte dei paesi del mondo. Oggi la crescita economica è divenuta la preoccupazione centrale dell’umanità.

La maggior parte delle persone usa il termine “crescita economica” in modo intercambiabile con il termine “sviluppo economico”; ma un numero crescente di persone distingue tra i due termini, attribuendo al primo termine un significato quantitativo e al secondo termine un significato qualitativo.

La crescita economica, ossia l’espansione quantitativa del livello di attività economica, consiste nell’aumento delle quantità di beni e servizi a disposizione delle persone che vivono in una determinata società; lo sviluppo economico, invece, ha più specificamente a che vedere con l’aumento della qualità della vita. La crescita economica non assicura automaticamente lo sviluppo economico, ossia un miglioramento della qualità della vita: può esserne una condizione necessaria, ma certo non sufficiente.

La crescita economica viene misurata sulla base del tasso di variazione nel tempo del Prodotto interno lordo (PIL) pro capite. Questo indicatore tuttavia è criticabile come variabile per valutare lo sviluppo economico, ossia come indicatore della espansione del benessere sociale o della qualità della vita in una società.

Il PIL, infatti, tiene conto del valore dei beni e servizi prodotti in una società nel corso di un determinato periodo di tempo, valore rivelato attraverso le transazioni di mercato. Benefici e costi dell’attività economica che non vengono registrati dal mercato non vengono presi in considerazione nel calcolo del PIL.

Se si utilizza il PIL come indicatore del benessere sociale, la conseguenza è che solo ciò che si manifesta come aumento del valore di mercato viene riconosciuto come costitutivo di un miglioramento del benessere sociale. E un’affermazione di questo genere è quanto meno limitativa, perché non tutto ciò a cui le persone danno valore si esprime attraverso il mercato.

Ma che cosa si deve intendere per valore di mercato? Sul mercato si incontrano due valori: il valore attribuito da chi acquista un bene o un servizio e il valore dato da chi vende un bene e un servizio. Il mercato ha il compito di far corrispondere il secondo al primo. Il primo concetto di valore si esprime come disponibilità a pagare per ottenere il godimento di un determinato bene o servizio: quanto più una persona è disposta a pagare per avere un determinato bene o servizio, tanto maggiore è il valore che essa attribuisce a quel bene o servizio.

Ma bisogna porre molta attenzione a che cosa si intende per “disponibilità a pagare”. Non si tratta tanto di una disponibilità a sborsare denaro, quanto della disponibilità a rinunciare ad altri beni o servizi per godere di quel particolare bene o servizio. Il valore economico non è infatti mai un valore assoluto, è sempre un valore relativo; è, come dicono gli economisti, un costo-opportunità, rappresentato appunto dalla quantità di altri beni o servizi ai quali si è disposti a rinunciare per godere di un bene o servizio particolare.

La disponibilità a pagare è quindi un costo-opportunità soggettivo, il quale deve misurarsi con il costo-opportunità oggettivo di produrre il bene, cioè con la quantità di altri beni ai quali si deve rinunciare se si indirizzano le risorse disponibili alla produzione di quel determinato bene. Se sul mercato il primo supera il secondo, si produrrà una quantità maggiore, e viceversa.

Vi sono beni, come per esempio la qualità dell’ambiente, che hanno un valore soggettivo, nel senso che le persone sono disposte a pagare per averli, e che naturalmente costano, nel senso che per averli occorre spostare risorse dalla produzione di altri beni; ma per in quali non c’è un mercato. Sono i cosiddetti beni pubblici. La ragione per la quale non c’è un mercato sul quale scambiare la qualità dell’ambiente è che si tratta di un bene sul quale non è possibile stabilire un diritto di proprietà individuale; e stabilire diritti individuali di proprietà è la condizione indispensabile perché un bene possa venire scambiato in un mercato. Infatti, ciò che in ultima analisi si scambia in un mercato sono non tanto i beni, quanto i diritti di proprietà sui beni.

La qualità dell’ambiente è dunque un bene pubblico; un bene che, una volta prodotto, può essere utilizzato in modo non rivale e non esclusivo da più persone. Non esclusivo vuol dire che di una migliore qualità dell’am- biente possono godere simultaneamente più persone; non rivale vuol dire che il fatto che una persona goda di una migliore qualità dell’ambiente non implica che un’altra persona non possa goderne, come avviene invece nel caso di un bene privato.

La non esclusività implica che se una sola persona esprime la propria disponibilità a pagare per avere una migliore qualità dell’ambiente, e questo induce a produrre una tale migliore qualità, le altre persone sono incentivate a non esprimere una loro disponibilità a pagare, perché sanno che potranno godere della migliore qualità dell’ambiente senza costo. Il risultato è che verrà prodotta troppo poca qualità dell’ambiente, e che il mercato non riesce a rivelare mediante prezzi adeguati né il beneficio del miglioramento della qualità ambientale né il costo del peggioramento di tale qualità.

La perdita di valore connessa alla riduzione della qualità ambientale e alla perdita di capitale naturale (riduzione di valore connessa al danno da inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, alla riduzione degli stock di popolazioni animali e vegetali, alla riduzione della biodiversità) non può quindi trovare riscontro nel PIL. A questo riguardo si può notare un paradosso che rivela una contraddizione del PIL con i sani principi della contabilità. Mentre nel PIL non trova posto la perdita di valore del capitale naturale, che dovrebbe farne diminuire il valore, vi trovano invece posto i costi per la riduzione dell’inquinamento e il miglioramento dell’ambiente, che però fanno aumentare il PIL. Il paradosso consiste nel fatto che se il PIL registra il degrado ambientale, lo registra come qualcosa che lo fa aumentare invece di farlo diminuire. La contraddizione con la teoria contabile consiste nella confusione tra benefici e costi: si registrano i costi dell’intervento correttivo sull’ambiente, non se ne registrano i benefici che misurano la riduzione del danno apportato dalla riduzione del capitale naturale.

Un altro importante esempio di carenza del PIL legato all’assenza del mercato riguarda certi tipi di servizi, come il lavoro domestico condotto da componenti della famiglia, specialmente donne, che certamente contribuiscono a produrre valore, ma che il mercato non registra perché l’offerta e la domanda di tali servizi non si manifestano sul mercato. Essi infatti vengono richiesti e offerti sulla base di una relazione di reciproca fiducia all’interno di comunità nelle quali i rapporti interpersonali non vengono concepiti come rapporti di scambio, ma come rapporti di donazione reciproca. Ignorando questa parte della produzione di una società, che, specialmente nelle economie in via di sviluppo è molto consistente, il PIL sottovaluta sistematicamente il valore del prodotto sociale.

Lo stesso accade quando il PIL non tiene conto dei rapporti economici tra persone che si svolgono al di fuori dei mercati formali. In questo caso i rapporti interpersonali sono rapporti di scambio, e danno luogo a prezzi, ma questi prezzi non vengono rivelati da mercati formali. Anche in questo caso abbiamo una carenza di “buona contabilità” nel metodo di calcolo del PIL: quando dall’economia informale si passa all’economia formale che entra sotto l’esplicito controllo del mercato (cosa peraltro ritenuta necessaria al fine di permettere il pagamento delle tasse) è come se venissero mes- se in atto nuove attività che producono valore, mentre questo valore era in effetti già prodotto, ma non rivelato su un mercato formale.

Un’altra categoria di bisogni di cui il PIL non tiene conto sono quelli associati alle generazioni future; questo semplicemente perché le generazioni future non sono ancora nate e quindi per definizione non possono far valere sul mercato la loro disponibilità a pagare. Questa è la ragione per la quale il PIL non può essere un indicatore dello sviluppo sostenibile; si ricorderà infatti che la commissione Brundtland definisce lo sviluppo sostenibile come uno sviluppo che viene incontro ai bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i loro bisogni.

Altri aspetti importanti della qualità della vita di una società che non trovano riscontro nel PIL riguardano la capacità di un sistema economico di soddisfare adeguatamente i bisogni fondamentali delle persone rispetto a quelli meno importanti, il grado di felicità delle persone che compongono una società e il grado di equità nella distribuzione del reddito, della ricchezza e delle potenzialità individuali (quelle che Amartya Sen ha chiamato “capabilities”).

Indicatori alternativi di benessere sociale

Di fronte agli evidenti limiti del PIL come indicatore dell’effettivo benessere sociale, sono state proposte misure per un indicatore del valore sociale prodotto più adeguate del PIL. Una, molto nota, è l’Indicatore di benessere economico sostenibile (Index of Sustainable Economic Welfare, ISEW) elaborato da Hermand Daly e John Cobb,1 chiamato anche Indicatore di progresso effettivo (Genuine Progress Indicator, o GPI). Il GPI aggiunge al PIL servizi di cui questo non tiene conto, come il valore del lavoro domestico e delle transazioni non di mercato, e il valore del tempo libero, e sottrae al PIL categorie di attività che non rendono servizi ai consumatori, come il valore dei servizi ecologici che vengono meno a seguito della riduzione del capitale naturale. Inoltre, apporta correzioni per tener conto della disuguaglianza del reddito e della insostenibilità nel tempo della produzione e del consumo.

Daly e Cobb hanno recentemente calcolato che il GPI pro capite negli Stati Uniti è cresciuto dal 1950 al 1976, raggiungendo i dodicimila dollari (pari al 60% del PIL pro capite); da allora esso ha cominciato a scendere e ha continuato la sua caduta, arrivando nel 2002 a diecimila dollari. La perdita di capitale naturale è la maggiore responsabile di questa riduzione. I vari tentativi di calcolare un PIL verde, ossia di tener conto della perdita di valore del capitale naturale, rientrano nella logica del GPI. Un altro tentativo di notevole importanza, soprattutto perché ha visto la collaborazione di un gruppo di ben noti ecologi quali Gretchen Daily e Paul Erlich, e di famosi economisti quali Partha Dasgupta e il premio Nobel Kenneth Arrow, è quello di costruire un indicatore della Ricchezza effettiva di una nazione (Genuine Effective Wealth).2 Il punto di partenza della loro analisi è che la base produttiva di un’economia si riduce se lo stock dei suoi capitali (incluso il capitale naturale) perde di valore e se le istituzioni non sono adeguate a compensare, mediante una maggiore produttività totale dei fattori, questa perdita.

Nella dizione Prodotto interno lordo l’aggettivo “lordo” implica che la perdita di valore dello stock di capitale viene ignorata. È quindi possibile che la base produttiva di un paese si riduca durante un periodo in cui il PIL cresce, perché si riduce il valore dello stock di alcuni tipi di capitale, come ad esempio il capitale ambientale. E se la base produttiva si riduce continuamente, la stessa crescita economica dovrà prima o poi fermarsi e la qualità della vita si deteriorerà. La base produttiva di un’economia si riduce se la decumulazione di alcuni capitali non è compensata dalla accumulazione di altri capitali. I diversi tipi di capitale, inoltre, differiscono quanto alla capacità di compensazione, e sono queste diverse capacità di compensazione a determinare i valori relativi dei diversi tipi di capitale. Questi valori sono associati alla produttività sociale di ogni specifico tipo di capitale, ossia all’aumento del benessere sociale provocato dall’aumento della disponibilità relativa di quel bene capitale, dati gli altri. La produttività sociale di un bene capitale è, in altri termini, il valore attuale del flusso di servizi che un’unità in più del capitale è in grado di fornire alla società; e il valore di un tipo di capitale è la quantità moltiplicata per la sua produttività sociale. Gli economisti definiscono questa produttività sociale dei tipi di capitali con il termine “prezzo ombra”. Si tratta di un prezzo che, per alcuni tipi di capitale come il capitale naturale o il capitale sociale, il mercato non rivela, e che è quindi estremamente difficile calcolare. Il valore dello stock dei beni capitali di una economia, calcolato in termini di prezzi ombra, è definito come “ricchezza inclusiva” (Inclusive Wealth) di quella economia. Se si vuole valutare la sostenibilità dello sviluppo economico di un paese, occorre valutare da un lato il cambiamento nella ricchezza inclusiva, e dall’altro lato il cambiamento nella produttività sociale dei fattori legato al cambiamento nelle istituzioni. Il cambiamento nella ricchezza inclusiva costituisce l’investimento inclusivo ed è formato dal cambiamento nel capitale fisico prodotto (macchine, impianti e infrastrutture fisiche), nel capitale umano, nel capitale naturale e nel capitale sociale; questi cambiamenti possono compensarsi; ad esempio, un aumento nei primi due tipi di capitale può più che compensare una perdita nel terzo e quarto tipo. Secondo i calcoli di Dasgupta e relativi al periodo 1970-2000 (che peraltro non considerano il capitale sociale), la riduzione della ricchezza inclusiva avrebbe portato ad una riduzione della base produttiva in tutti i paesi poveri e in particolare in quelli dell’Africa sub-sahariana; la base produttiva avrebbe però registrato tassi di crescita sostanzialmente in linea con quelli del PIL negli Stati Uniti e in Cina, in quest’ultimo paese soprattutto per effetto di una evoluzione delle istituzioni economiche che è stata favorevole all’aumento della produttività totale dei fattori. Questa metodologia è tuttavia criticabile perché si basa su un’idea di sostenibilità debole, ossia una visione secondo la quale le perdite di capitale naturale non sono considerate fonte di valutazione negativa se sono compensate da aumenti del capitale fisico prodotto e del capitale umano. Il capitale naturale, e soprattutto quella parte di esso che fornisce servizi ecologi- ci, quali l’aria, l’acqua, il suolo, lo stock di ecosistemi, non è sostituibile nella sua funzione essenziale di sostegno alla vita delle persone e di una società, o almeno non lo è oltre un certo limite; un vincolo di mantenimento di questo specifico tipo di capitale è dunque necessario se la qualità della vita di una società vuole veramente essere sostenibile. Ciò implicherebbe un esplicito inserimento dello stock di capitale naturale nella funzione del benessere sociale; ciò è possibile, ed è stato fatto, in teoria, ma in pratica il calcolo del relativo prezzo ombra si rivela molto più complicato.

Che fare?

Le notevoli difficoltà per arrivare al calcolo di un indicatore di valore che rifletta adeguatamente le diverse componenti del benessere sociale sono dunque legate soprattutto alla necessità di calcolare dei prezzi ombra, che sono per loro natura il prodotto di un lavoro artificiale, e quindi basato su criteri in qualche misura arbitrari, mentre il PIL si basa su dati oggettivi quali i prezzi di mercato.

È essenzialmente questo intrinseco grado di artificialità che esige che i criteri per il calcolo di una misura del benessere sociale più adeguata del PIL emergano da una convenzione internazionale, in quanto gli indicatori risultanti dal calcolo debbono poi essere confrontati per i diversi paesi e il confronto deve essere condiviso da tutti questi paesi. Le resistenze a questo processo sono ovviamente molto forti e vengono facilitate dalla diversità delle metodologie proposte. Anche un metodo che ha trovato codificazione nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite per rendere i conti nazionali più accettabili sotto il profilo della valutazione ambientale, e noto come Sistema integrato di contabilità economica e ambientale (System of integrated Environmental and Economic Accounting, SEEA)3 non è in pratica mai stato applicato ed è rimasto lettera morta. Un altro esempio non confortante è costituito dalla Cina. Nel 2004 il primo ministro cinese Wen Jiabao aveva annunciato che un indicatore di Prodotto nazionale verde avrebbe sostituito il PIL come indicatore di riferimento per la politiche pubbliche. Quando però lo scorso anno è risultato chiaro che l’aggiustamento per il danno ambientale avrebbe ridotto il tasso di crescita del PIL verde a livelli politicamente inaccettabili, specialmente in alcune province, il governo ha ritirato il proprio sostengo a questa linea. A livello nazionale un tentativo di calcolare un indicatore netto di benessere sulla linea dell’ISEW di Cobb e Daily ha mostrato tuttavia negli ultimi anni una ripresa nella dinamica di tale indicatore; in questo calcolo è interessante il ruolo positivo apportato dalla valutazione dei benefici del lavoro casalingo.

Di fronte alle difficoltà di arrivare ad un consenso operativo su una misura del benessere sociale più adeguata, alcuni propongono di affiancare il PIL con altri indicatori che colgano altri aspetti del benessere sociale non tenuti in considerazione dal PIL. L’esempio più noto di indicatore comple- mentare è l’Indicatore di sviluppo umano (Human Development Index, HDI) proposto dall’United Nations Development Program. Si tratta di un indicatore che aggrega altri indicatori a ciascuno dei quali è assegnato un peso di un terzo: un indicatore è costituito dal PIL pro capite misurato sulla base della parità dei poteri d’acquisto; un secondo indicatore è l’aspettativa di vita alla nascita; un terzo indicatore è l’indicatore di educazione, risultante dalla ponderazione per due terzi del tasso di alfabetizzazione degli adulti e per un terzo del tasso combinato di iscrizione alla scuola primaria, secondaria e terziaria.

Il limite principale dell’Indicatore di sviluppo umano è di ignorare completamente la dimensione della sostenibilità ambientale. Sono state avanzate proposte di integrazione dell’indice con un indicatore di sostenibilità ambientale, ma non si è arrivati a calcolare un indicatore integrato. In conclusione, si è sempre più consapevoli dei limiti del PIL come indicatore del benessere sociale e quindi dei limiti del tasso di crescita del PIL come indicatore dello sviluppo economico. Però bisogna riconoscere che non esiste oggi una alternativa disponibile; gli approcci disponibili non sono perfetti e non sono in grado di superare in modo sistematico le diverse carenze del PIL; non esiste dunque un indicatore ideale di benessere sociale.

Che cosa bisogna fare allora? Non ha molto senso operativo sostenere che bisogna disfarsi del PIL. Una affermazione di questo genere può mettere a posto la coscienza, ma è destinata a non cambiare assolutamente la situazione.

La strada degli indicatori compositi può essere utile, ma il suo grado di arbitrarietà, come succede per tutti gli indicatori compositi, è molto elevato. La strada più coerente da seguire potrebbe essere allora quella indicata da chi ha lavorato per avere un indicatore del valore della produzione che esprima la variazione della base produttiva della società in modo più adeguato a includere le diverse componenti del benessere sociale. Un confronto critico e costruttivo tra la linea di ricerca che ha portato all’indicatore di Daly e Cobb e quella che ha portato all’indicatore di Dasgupta e altri, soprattutto in modo da tener conto dei limiti di sostituibilità del capitale naturale, sembra essere, in altri termini, la strada da seguire. Particolare attenzione dovrebbe essere posta nel favorire la formazione di gruppi di ricerca interdisciplinare in grado di integrare l’approccio economico, quello sociologico e quello ecologico. Sarebbe inoltre auspicabile che studiosi di riconosciuto livello internazionale fossero coinvolti nei progetti di ricerca. Un atteggiamento costruttivo e non solo distruttivo dell’opinione pubblica, che rifletta la consapevolezza della difficoltà del compito, aiuterebbe molto a condurre alla formazione di quel consenso operativo tra le autorità responsabili, diffuso a livello internazionale, senza il quale la sovranità del PIL non verrà minimamente scalfita.

Sotto questo profilo, la recente decisione del presidente francese Nicolas Sarkozy di istituire una commissione per la revisione del PIL nella direzione di renderlo più capace di cogliere i mutamenti nella qualità della vita, commissione della quale sono stati chiamati a far parte i due premi Nobel per l’economia Amartya Sen e Joseph Stiglitz, costituisce un segnale positivo e una fonte di speranza.

[1] H. Daly, J.Cobb, Un’economia per il bene comune, Red Edizioni, Como 1994.

[2] K. Arrow et al., Are we consuming too much?, in “Journal of Economic Perspectives”, 3/2004, pp. 147-72.

[3] P. Bartelmus, Greening the National Accounts, United Nations Department of Economic and Social Affairs, New York 1999.

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