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La democrazia intelligente. Le elezioni indiane del 2009

Written by Antonio Menniti Ippolito Thursday, 02 July 2009 18:07 Print

Attraverso un’analisi storica dei diversi esiti elettorali, a partire dalle prime elezioni del 1952 sino all’ultima, recentissima, consultazione, si evidenziano le dinamiche del voto in India che mostrano il sorprendente attecchimento della democrazia in quel paese; la maturità di un elettorato, pur molto composito, che si mostra sempre in grado di scegliere, talvolta mutando rotta, in modo non scontato.

Antefatto necessario, ove in una scelta è il tutto

Nel suo notissimo discorso di celebrazione della raggiunta indipendenza dell’India dal potere coloniale, nella notte tra il 14 e il 15 agosto 1947, Nehru parlò di «appuntamento segreto con il destino» («tryst with destiny»). A qualcuno il suo ispirato entusiasmo apparve piuttosto un azzardo. Cosa era l’India in quei giorni? Un insieme di territori divisi in più di 550 realtà politiche diverse che si esprimevano in migliaia di lingue parlate; un paese, per dirla con un esempio non forzato, ove un finlandese veniva a trovarsi unito in un percorso comune con un maltese e ove, nel collante comune filosofico-religioso definito nel termine onnicomprensivo di induismo, convivevano – e convivono – religiosità primordiali, forme monoteistiche e di politeismo, fino ad arrivare a religioni atee. Non solo. Gli impegni legati a questa straordinaria complessità coincidevano con il dramma in corso della Partition, ossia della separazione sanguinosa con l’altrettanto inedito Pakistan. L’India doveva provvedersi di una Costituzione, dotarsi di un sistema giuridico normativo che unificasse centinaia di diritti diversi, stabilire le modalità dell’unica opzione possibile di costruzione dello Stato, ossia quella federale, ecc. Compiti immensi, che presupposero dubbi, oscillazioni, virate e una scelta straordinaria, di cui Nehru si assunse tutta la responsabilità. Un «appuntamento segreto con il destino» e una scommessa, non solo validi quali suggestive espressioni retoriche o generici impegni. Come affrontare le prime elezioni generali? Nel 1949 venne istituita una commissione elettorale che, con il suo responsabile, Sukumar Sen, suggerì prudenza al primo ministro propenso a indire elezioni a suffragio universale già nella primavera del 1951. Come si poteva pensare ad una sfida del genere con un elettorato di oltre 176 milioni di individui per l’85% analfabeti? Come affrontare la sola questione della costituzione formale di un corpo elettorale? Come insomma registrare e identificare gli aventi diritto al voto senza disporre di strutture anagrafiche? Si iniziò a lavorare intensamente, elaborando sistemi di voto che lo rendessero possibile agli analfabeti, lanciando una campagna informativa massiccia che si servì della radio e del cinema e di ogni mezzo di comunicazione disponibile. Nessuno, o quasi, era convinto della decisione di Nehru. Vi fu chi parlò di azzardo («a gamble with destiny»), chi di incoscienza. L’ambasciatore degli Stati Uniti parlò inizialmente della più grande farsa che sarebbe stata mai condotta in nome della democrazia; il capo della commissione elettorale Sen lo definì invece il più grande esperimento democratico della storia umana. Nehru resistette alle pressioni anche di chi, raccomandando prudenza, gli suggerì di provare il suffragio universale all’inizio solo a livelli più bassi (nel 1952 si votava simultaneamente per il parlamento nazionale e per le assemblee degli Stati). Tenne duro fino in fondo e 107 milioni di votanti crearono in quei giorni la nuova India. Il Congress ottenne 364 dei 489 seggi disponibili e 2.247 seggi (su 3.280) delle assemblee locali.

Ogni elezione che seguì presentò elementi di novità. Nel 1957 Nehru si confermò alla guida del paese, ma il Partito comunista si impose nello Stato meridionale del Kerala e partiti locali, anche a vocazione secessionista, conobbero buone affermazioni, poi ripetute nelle successive tornate di voto del 1962 e del 1967, le prime senza Nehru, morto nel 1964 (la figlia Indira era divenuta primo ministro nel gennaio 1966 iniziando così anche su un piano formale la caratterizzazione dinastica del partito del Congress). In quest’ultimo anno, nella camera bassa, Lok Sabha, il partito maggiore ottenne il 54,5% dei seggi (aveva il 70%), nelle assemblee locali il 48,5%. Se non grandi forze nazionali (i comunisti si erano intanto, verrebbe da dire, inevitabilmente, frammentati e si diffondeva la rivolta armata naxalita), ad opporsi al partito dell’indipendenza erano sempre più forze politiche regionali. L’importanza di questo voto fu notevole: un commentatore parlò di elezioni che avevano portato alla seconda rivoluzione non violenta dell’India e scrisse che si sarebbe potuto prendere un treno da Delhi a Calcutta senza passare per nessuno Stato governato dal Congress. Nel 1971, sull’onda della vittoria militare sul Pakistan e con lo slogan «garibi hatao=ri - muovi la povertà», Indira Gandhi fece risalire le percentuali del suo partito, ma nel giugno del 1975 l’Alta Corte di Hyderabad invalidò le elezioni per brogli, ponendo la premier in stato d’accusa. Questa rispose proclamando lo stato d’emergenza e sospendendo i diritti democratici. Nel 1977, sentendosi infine forte, indisse nuove elezioni, ma l’India la punì clamorosamente e il successo del Janata Party, una coalizione di forze diverse, tra cui vi erano i socialisti, unite soprattutto dall’opposizione alla responsabile dell’emergenza, segnò la sua sconfitta. Si avviava l’alternanza: il quadro politico dell’India mutava radicalmente, e la dialettica tra la forza pan-indiana costituita a lungo e fino agli anni Novanta dal solo Congress (poi affiancato nel ruolo dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party, BJP) e le forze regionali (ma rappresentanti regioni popolate da decine, e in qualche caso centinaia, di milioni di individui) avrebbe caratterizzato sempre di più la scena politica. Nel 1980, e qui però ci si ferma, il fallimento dell’alleanza formatasi contro Indira Gandhi consentì a quest’ultima di riprendere in mano la situazione.

 

Intermezzo. La democrazia rappresentativa

Sul magazine “Outlook” del 4 maggio 2009 è apparsa una inchiesta rivelatasi, soprattutto a posteriori, interessante. Si è indagato nei collegi elettorali di sedici grandi leader e si è visto cosa era accaduto in detti distretti nel corso dell’ultima legislatura. In qual misura si erano verificati mutamenti quanto ad alfabetizzazione, in termini generali e femminile, elettrificazione delle case, incremento del reddito, mortalità sotto i cinque anni, tasso di criminalità. Con rare eccezioni tutti gli indicatori erano positivi, il che non ha comunque assicurato a tutti i leader un giudizio positivo da parte dei realizzatori dell’inchiesta. Tre su quattro dei meno meritevoli, a quanto pare, non sono stati poi rieletti. Di che cosa si nutre una democrazia sana? Anche di sistemi elettorali, in questo caso l’uninominale, che consentano agli elettori di scegliere davvero.

L’alternanza tra coalizioni

I fatti del 1977 e del 1980 vengono sistematicamente presi ad esempio per dimostrare la capacità dell’elettorato indiano di decidere con libertà e autonomia il proprio futuro, ma è nell’ultimo decennio che le elezioni generali hanno di fatto riplasmato il sistema politico dell’India, offrendo una continua serie di sorprese. Chiusa tragicamente la vicenda di Indira, il Congress parve avviarsi ad una decadenza progressiva, accelerata dalla fine altrettanto drammatica del figlio Rajiv che le era succeduto al potere (è a lui che si deve, insieme a Narasimha Rao, primo ministro dopo il suo assassinio, e a Manmohan Singh, allora ministro delle Finanze, l’avvio della trasformazione che ha condotto l’India all’attuale un ruolo di protagonista della scena mondiale). Si votò nel 1996, senza trovare una soluzione stabile, poi ancora nel 1998; ma solo con le elezioni del 1999 si pose fine ad una grave fase di instabilità garantendo ad una coalizione guidata dal partito nazionalista indù, il Bharatiya Janata Party, un quinquennio ininterrotto di governo. L’India aveva voltato le spalle al partito-Stato, diviso dalle rivalità interne, indebolito dalla corruzione, incapace di opporsi alla concorrenza e soprattutto ai ricatti delle forze regionali. Il periodo di governo del premier Vajpayee risultò però essenziale per promuovere riforme economiche e politiche e una serie di liberalizzazioni che hanno accelerato enormemente la crescita del subcontinente. Nonostante ciò, nel 2006, nelle nuove elezioni, la sconfitta della coalizione di governo ha sorpreso tutti. Lo slogan «India Shining» sembrava destinato ad accompagnare un nuovo trionfo del BJP e invece l’India profonda, che dalla crescita economica aveva raccolto poco o nulla o che aveva visto accrescersi il divario tra sé e i nuovi ricchi, ha voltato le spalle a quella coalizione affidandosi ad una vedova cattolica e per giunta italiana, Sonia Gandhi, posta a capo del Congress per mancanza di alternative e, peraltro, obbligata da una violenta campagna di stampa a non aspirare a ruoli di governo e a cedere la leadership operativa al sikh Manmohan Singh.

 

Manmohan Singh

Trionfo di Sonia, hanno celebrato un po’ tutti, di fronte alla vittoria schiacciante della coalizione guidata dal Congress nelle elezioni appena concluse, le quindicesime della storia politica dell’India. Penelope indo- italiana, Sonia avrebbe tessuto una trama tesa non solo a garantire il successo del Congress e della alleanza da questi guidata (UPA, United Progressive Alliance), ma anche la continuazione della saga dei Gandhi, grazie alla sapiente costruzione della carriera del figlio Rahul.

Economista e intellettuale raffinato, Singh ha guidato l’India in questi cinque anni in linea di sostanziale continuità con il governo del BJP. L’ha fatto cercando però di attenuare le tensioni tra le comunità socio-religiose (autentico problema dell’India), programmando investimenti a medio e lungo termine in settori cruciali e soprattutto sostenendo il sistema dell’educazione. La politica, che nel tempo del BJP sembrava soprattutto rivolta ai più ricchi, è parsa nell’ultimo quinquennio riguardare tutti, e oggi l’India è un paese assai giovane (e questo non è merito del governo), ma motivatamente ottimista, pieno di speranza per il futuro. Un altro successo di Singh è stata la risoluzione della questione del patto di collaborazione nucleare con gli Stati Uniti. Per quasi tutta la legislatura gli alleati comunisti si sono opposti alla sua ratifica fin quando il primo ministro non ha deciso, nella seconda metà del 2008, di procedere comunque, anche a costo di perdere la maggioranza parlamentare. Così è avvenuto e la prova di forza lo ha visto premiato e ha portato ad una chiarificazione del quadro politico.

 

In sintesi

Cosa sembrano dire queste elezioni? Anzitutto l’India ha di nuovo scelto una forza pan-indiana identificandola nel vecchio partito del Congress e nel riformismo prudente di Singh. Nella recente campagna il BJP ha attenuato i toni nazionalistico-religiosi (il tema dell’Hindutva, dell’induità dell’India), presentandosi come partito moderato e modernizzatore, ma alcuni suoi alleati – formazioni fondamentaliste dotate di aggressivi apparati paramilitari, Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS) e Vishwa Hindu Parishad (VHP) da un lato e Bajrang Dal e Shiv Sena dall’al tro – si sono rivelati troppo imbarazzanti. Il terzo messaggio lanciato dagli elettori indiani riguarda il ridimensionamento dei partiti regionali: questo è avvenuto in Tamil Nadu, che ha visto il Congress crescere di fronte a fortissime aggregazioni locali, e in Uttar Pradesh, dove l’emergente Mayawati, “supremo” del partito delle caste svantaggiate, il Bahujan Samaj Party, ha riscosso assai meno di quanto preventivato. Anche in West Bengal, il Partito comunista, di fatto una formazione regionale, ha perso clamorosamente la maggioranza dopo trentadue anni a beneficio del Congress e del Trinamool Party uniti in accordo elettorale. Dopo il 1967, insomma, queste elezioni hanno significato una inversione di tendenza a favore di una forza nazionale, contro le tentazioni localistiche e/o separatiste, contro il tentativo di strumentalizzazione del tema religioso che ha aggiunto, come è noto, alla tradizionale inclinazione antimusulmana anche intonazioni anticristiane. Un successo, questo del Congress, pieno, inaspettatamente tale, che comporta una grande responsabilità. Un nuovo «appuntamento segreto con il destino» dagli esiti incerti, al punto che tutti si augurano che l’India, stretta tra un suo Ovest dominato da una instabilità che pone a rischio gli equilibri non solo suoi ma del mondo intero e un Est che la vede contraltare democratico al gigante cinese, possa vincere.

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