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C'era una volta la crisi

Written by Gianluca Giansante Thursday, 02 July 2009 18:06 Print

Il discorso sulla crisi economica è stato uno dei pilastri della campagna di Berlusconi nel 2008. Un’analisi della strategia elettorale ne svela le ragioni dell’efficacia, mette in luce le carenze del campo democratico e permette di avanzare una proposta per recuperare un rapporto più profondo fra cittadini e politica riformista.

La crisi economica attraversa l’Italia nel momento in cui più acuta è la crisi delle forze che fanno riferimento ad una visione riformista della società, quella che trova nel Partito Democratico il suo interprete più nuovo.

Può essere utile dunque domandarsi da dove nasca quest’ultima crisi e comprenderne le ragioni, al fine di poter cominciare a ricostruire quel rapporto con i cittadini che è condizione preliminare di ogni azione politica. La difficoltà del campo democratico si manifesta in una crescente perdita di contatto con il sentire dei cittadini, che va di pari passo con una sempre maggiore affinità di questi ultimi con le forze politiche che fanno riferimento al centrodestra.

Le principali motivazioni che vengono addotte per spiegare il successo del centrodestra italiano possono essere riassunte in due categorie. La prima sostiene che il populismo che lo caratterizza sarebbe naturalmente più adatto a suscitare il consenso dei cittadini. La seconda è quella che potremmo riassumere nello slogan “l’Italia è un paese di destra”. Si tratta di spiegazioni che lasciano molto a desiderare. La prima perché parte da un giudizio di merito, negativo, sulle politiche del centrodestra, che dunque preclude la conoscenza piena del fenomeno e la sua comprensione: il giudizio offusca la visione e si converte in pregiudizio. La seconda ipotesi, quella del paese di destra, si fonda invece su una sopravvalutazione di alcuni passaggi della storia italiana.

Entrambe le spiegazioni, in ogni caso, sono evidentemente inutili per l’azione: disegnano uno scenario statico, che non presenta possibilità di evoluzione. Non c’è possibilità per le forze riformiste di vittoria elettorale a meno che non rinuncino alla propria naturale identità a favore di una trasformazione populista e conservatrice.

L’affermazione elettorale di Obama ci dimostra, però, che non è necessario inseguire i conservatori e che una efficace presentazione dei valori democratici può riscuotere il consenso dei cittadini.

Ci sembra pertanto opportuno, innanzitutto, provare a capire le ragioni del successo elettorale di Berlusconi adottando un’ottica libera da pregiudizi, che cerchi di capire prima di giudicare.

Una chiave di lettura interessante ce la fornisce un’analisi della comunicazione durante la campagna elettorale. In questo articolo analizzeremo dunque alcune caratteristiche della comunicazione berlusconiana che la accomunano ad altre esperienze di successo elettorale di segno politicamente diverso, come quella di Obama. Metteremo in luce, inoltre, come il discorso sulla crisi abbia giocato un ruolo cruciale nella costruzione del messaggio politico. Sveleremo l’uso di due tecniche di comunicazione adottate nel discorso politico. Infine ci domanderemo quale percorso possa portare le forze democratiche a recuperare un rapporto più profondo con i cittadini.

 

Narrazione politica e crisi

L’ascesa di Berlusconi e del centrodestra si manifesta in modo evidente nel corso della campagna elettorale del 2008. Vale la pena capire come è stato costruito il livello strategico di quella campagna.

Due sono le caratteristiche della sua efficacia su cui intendiamo soffermarci: la costruzione narrativa del discorso politico e il framing, ovvero la capacità di utilizzare un linguaggio che veicoli i propri valori.

Cominciamo dalla narrazione. Non si tratta di un’assoluta novità: la costruzione narrativa costituisce una tendenza sempre più utilizzata nei contesti comunicativi aziendali e politici. Proviamo dunque a capire cos’è una storia e come è stata usata da Berlusconi in campagna elettorale.

Facciamo un passo indietro: a Leningrado, nel 1928, il linguista Vladimir Propp scoprì che dietro la grande variabilità nelle forme della fiaba tradizionale russa si nascondeva una struttura che si ripete. C’è sempre una serie di personaggi caratteristici: un eroe, un antagonista, un antieroe, una principessa da salvare, che rappresenta l’oggetto del desiderio e l’obiettivo da raggiungere. Anche la struttura si ripete: c’è la rottura di un equilibrio iniziale – un problema da risolvere – e il tentativo dell’eroe di ristabilirlo attraverso il superamento di varie prove. È la struttura di ogni romanzo o film, è la struttura di ogni storia che consumiamo nel tempo libero.

Un’attenta analisi del linguaggio di Berlusconi mostra come anche dietro la variabilità dei discorsi dell’attuale premier si nasconda una struttura ripetitiva che ripercorre gli elementi principali della narrazione descritti da Propp. Innanzitutto, c’è la descrizione del problema, che Berlusconi individua da una parte nella crisi economica e dall’altra nell’operato della sinistra.

Il discorso sulla crisi economica è stato uno dei pilastri della strategia elettorale di Berlusconi del 2008. La crisi economica e l’operato del governo Prodi (la tragedia della sinistra, nel lessico berlusconiano) vengono accuratamente descritti e insieme costituiscono l’elemento che dà il via alla narrazione, richiama l’attenzione del pubblico e rende necessaria l’entrata in scena dell’eroe.

Lo scenario di partenza si arricchisce di dettagli con la descrizione della tragedia dei rifiuti di Napoli, che viene costruita come un exemplum dell’incapacità della sinistra di governare e dei disastri provocati dal governo Prodi, diventando un vero cavallo di battaglia della campagna elettorale.1

Per rendere più chiara la gravità della narrazione, Berlusconi ricorre all’uso di metastorie, di storie nella storia, come l’aneddoto riguardante il noto ristorante di Napoli che chiude per mancanza di avventori. Raccontandole in ogni momento della campagna intende mostrare in maniera tangibile come la tragedia dei rifiuti si ripercuota sull’economia della città. Perché Berlusconi ricorre così spesso alle storie? Abbiamo detto che non è una sua specificità: la ricerca di un filo narrativo nella comunicazione politica e aziendale è una tendenza in forte crescita.

Anche Obama, nell’Infomercial, lo spot di trenta minuti mandato in onda a pochi giorni dal voto, fa ricorso alle storie per illustrare i problemi cruciali della nazione e mostrare le sue soluzioni. E anche la narrazione di Obama parte dalla crisi economica e viene costruita attraverso l’uso di metastorie. Per parlare della crisi economica Obama racconta la quotidianità di Rebecca Johnston, una donna della classe media con cinque figli che deve centellinare anche il cibo. Uno scenario impensabile per la classe media americana: è un’immagine che dice molto di più sulla crisi di qualsiasi discorso, statistica, sondaggio.

Vediamo dunque come anche nel caso di Obama la crisi venga usata come problema di partenza. In questo caso essa costituisce un elemento che mette in luce le storture del sistema sociale e le conseguenze nefaste sulla classe media: è un modo per introdurre implicitamente la necessità e l’urgenza di una riforma del sistema sociale; il problema presuppone e giustifica la soluzione proposta.

Comprendiamo dunque perché le storie vengano utilizzate così di frequente nel discorso politico. Il loro crescente successo discende dalla capacità di portare temi astratti a un livello concreto, permettendo di superare le soglie di percezione e attenzione selettiva del pubblico, specie di quello televisivo. In sintesi, le storie vengono ascoltate più volentieri e ricordate meglio. Inoltre permettono un coinvolgimento emozionale dello spettatore che difficilmente una tabella sull’andamento del mercato azionario potrebbe provocare. Potremmo citare altri esempi di costruzione narrativa delle campagne e di utilizzo della crisi come elemento di partenza della storia, tuttavia ci sembra più interessante vedere come prosegue il racconto di Silvio Berlusconi.

 

Metafore e politica

La struttura narrativa rappresenta dunque un modo per suscitare l’attenzione del pubblico, coinvolgerlo emotivamente e indirizzare il discorso verso la soluzione che si intende proporre.

Vediamo ora come Berlusconi ha costruito i principali protagonisti della sua storia: l’eroe e l’antagonista. Per farlo il candidato del PDL fa ampio ricorso ad un altro strumento comunicativo, il framing, ovvero l’utilizzo di un linguaggio che riflette la propria visione del mondo, in particolare attraverso l’uso di metafore.

Ci sembra utile quindi capire perché, e per farlo dobbiamo comprendere perché la metafora gioca un ruolo così importante nel discorso politico (e non solo).

L’evoluzione teorica nelle scienze cognitive, e in particolar modo gli studi di Lakoff e Johnson,2 hanno sfatato l’idea che la metafora sia un semplice fatto linguistico, un modo per abbellire il discorso. La metafora costituisce invece un potente strumento per definire un concetto, solitamente astratto, nei termini di un altro concetto, solitamente concreto. Pertanto mette in luce alcune caratteristiche di tale concetto e ne occulta altre.

Vediamo, facendo un esempio, come lo utilizza Berlusconi: da alcuni anni il centrodestra italiano ha cominciato a utilizzare l’espressione pressione fiscale. Si tratta chiaramente di una metafora, che associa un concetto astratto, le tasse, a un concetto concreto, conosciuto da tutti, la pressione, il peso. Pertanto mette in luce il fatto che pagare le tasse è un carico per il cittadino e allo stesso tempo occulta altri fattori connaturati al fenomeno fiscale, ad esempio il fatto che, se in questo momento mi sentissi male sarei portato in ospedale e curato gratuitamente. Un beneficio che solo la tassazione può garantire. Pertanto la metafora pressione fiscale non è un’espressione neutra, bensì è portatrice di un punto di vista molto chiaro sulle tasse: quello di Berlusconi. Tuttavia, gli esponenti del centrodestra lo hanno usato con tale frequenza che è entrato nel lessico dei giornalisti e persino di molti esponenti del centrosinistra che – senza volerlo e senza saperlo – impiegano un’espressione portatrice di un punto di vista sulla realtà opposto al proprio.

Niente paura, entra in scena l’eroe

Abbiamo visto dunque quale sia il potere cognitivo della metafora e la capacità del centrodestra di utilizzare un linguaggio che veicola la propria visione del mondo. Nel corso della campagna elettorale del 2008 Berlusconi e gli altri esponenti del centrodestra hanno utilizzato e ripetuto con grande frequenza numerose espressioni metaforiche per descrivere l’eroe della storia e il suo antagonista.

Cominciamo dall’eroe: dopo aver delineato uno scenario di crisi economica e incertezza per il futuro, Berlusconi propone la sua soluzione: l’equazione del benessere che recita ad ogni apparizione elettorale televisiva e di piazza. Vale la pena riportarla per intero: «L’equazione del benessere, che dice meno tasse sulle famiglie, sul lavoro, sulle imprese, uguale a maggiori consumi, maggiore produzione, più posti di lavoro, uguale a maggiori entrate nelle casse dello Stato e ad avere quindi i fondi per aiutare chi ha bisogno, per realizzare le infrastrutture che ci mancano e anche per diminuire il debito pubblico».

Si tratta della consueta proposta di riduzione della pressione fiscale, ma viene presentata facendo largo ricorso a metafore matematiche: l’intera proposta viene presentata come un’equazione. Si tratta di un modo per associare la politica economica del PDL alle caratteristiche di infallibilità e certezza che il discorso pubblico normalmente attribuisce alla matematica. Berlusconi cerca così di suggerire, in maniera più o meno esplicita, che il programma politico del PDL possa dare risultati matematicamente certi. Allo stesso tempo, con questa formulazione riesce ad occultare altri elementi, per esempio il fattore temporale: occorre del tempo perché dalla diminuzione delle tasse possa discendere un aumento delle entrate nelle casse dello Stato (ammettendo che questo accada).

Nemmeno la costruzione dell’antagonista viene lasciata al caso e segue un preciso schema: la sinistra viene descritta utilizzando e ripetendo metafore che fanno riferimento al dominio dello spettacolo. «Sono finiti i fuochi d’artificio della sinistra» e «la sinistra, che ha cercato di mettere in scena un grande gioco di prestigio » sono solo due fra le espressioni che Berlusconi ripete, con l’obiettivo di far risaltare l’aspetto spettacolare e illusorio della sinistra e del suo candidato Walter Veltroni. In tal modo occulta ogni altro aspetto dello schieramento politico avversario, per esempio il suo programma politico.

Non sfugga al lettore che la costruzione dei due protagonisti è speculare: da una parte la più grande certezza del lessico matematico, dall’altra l’evanescenza suggerita dalle metafore dello spettacolo.

È importante precisare che tale presentazione discende e viene resa necessaria dall’impostazione del problema di partenza: la crisi economica, che notoriamente genera incertezza e ansia nell’opinione pubblica. Come risposta vengono dunque proposte soluzioni economiche presentate come certe, sebbene non rappresentino che una fra le tante teorie economiche.

Abbiamo visto attraverso questi esempi come la costruzione della campagna elettorale di Berlusconi nel 2008 faccia ricorso ad alcune fra le più moderne tecniche di comunicazione, adottate negli scenari aziendali e nel contesto politico statunitense. Comprendiamo dunque come la spiegazione del crescente successo che riscuote presso il pubblico sia più complessa di quanto altre, più frettolose, vorrebbero far credere.

Ci rimane ora un ulteriore quesito: come può il campo democratico recuperare la tradizionale vicinanza con il sentire della società?

 

Una proposta per il campo democratico

Avvicinarsi alla società significa innanzitutto conoscerla. Significa liberarsi di immagini stereotipate e comprendere, solo per fare un esempio, i bisogni, le necessità e le aspirazioni dell’operaio del Duemila, che gioca alla PlayStation e va in settimana bianca, che conduce uno stile di vita profondamente diverso rispetto all’operaio degli anni Settanta e Ottanta.

Come può il movimento democratico recuperare una conoscenza profonda della società che intende governare? Questa è una prima domanda a cui intendiamo dare risposta; la seconda concerne la capacità di parlare alla società utilizzando un linguaggio che sia portatore del punto di vista democratico sulla realtà.

Cominciamo dall’inizio: come capire la società italiana (e soprattutto perché). C’è una tendenza nel centrosinistra italiano ad immaginare il sentire dei cittadini slegato dall’azione di governo: chi governa prende le decisioni giuste a prescindere dall’opinione del popolo.

Una soluzione del genere condanna il campo democratico a chiudersi nel la turris eburnea dell’amministrativismo, nella ricerca di soluzioni corrette senza tener conto dell’opinione dei governati. Ma lo condanna anche a un progressivo allontanamento dai cittadini.

È dunque necessario ritornare ad ascoltare, per dare ai cittadini quelle parole di fiducia e speranza che hanno caratterizzato i momenti più alti della politica e che, solo per fare un esempio, hanno garantito a Obama l’accesso alla possibilità di attuare quelle grandi riforme di cui il suo paese ha bisogno.

Ascoltare la società dunque, ma come? Ci sembra utile e necessario avanzare una proposta concreta che possa permettere alle forze democratiche di ritrovare uno strumento di conoscenza della società.

Accanto agli strumenti tradizionali di contatto diretto e di presenza sul territorio, che mantengono intatta la loro efficacia, crediamo sia utile e indispensabile favorire la nascita di un centro di ricerca sul modello dei think tank americani, che sia dedicato a scoprire cosa si agita nella società, che utilizzi gli strumenti messi a disposizione dalle scienze umane e sociali per studiare non solo e non tanto le ragioni di una sconfitta annunciata quanto per andare alla radice delle trasformazioni che muovono il paese, per scoprire come cambia chi lo abita e che bisogni ha.

Qualcuno potrebbe obiettare che ascoltare la società prima di formulare una proposta politica sia un metodo di destra; niente affatto: è un metodo intrinsecamente democratico, che comporta l’ascolto prima della parola; è il metodo che chiede prima di dire, che ascolta prima di parlare, che vuole conoscere prima di agire.

Un centro di ricerca rappresenta inoltre l’unica soluzione capace di risolvere la seconda questione sul tavolo: l’elaborazione di un discorso democratico. Se, come abbiamo visto, il centrodestra di Berlusconi propone un modello di discorso articolato che riflette la propria visione del mondo, compatibile con le modalità ricettive del pubblico, il campo democratico ha finora manifestato due tendenze comunicative opposte.

La prima punta ad inseguire stilemi e metodi di comunicazione della destra, spesso copiandoli. Si tratta di una strategia inconsapevole, che porta alcuni esponenti democratici ad usare i frames di riferimento della destra, la loro visione del mondo, come abbiamo visto nel caso della pressione fiscale. È una scelta che finisce per rafforzare il racconto della destra e porta inevitabilmente al fallimento.

Una seconda tendenza si basa sul presupposto illuminista che gli individui siano fondamentalmente razionali, pertanto è sufficiente raccontare alle persone i fatti ed esse giungeranno inevitabilmente alle conclusioni giuste. Anche questa tendenza porta al fallimento perché non tiene conto dei contesti di decodifica del messaggio politico. I recenti risultati nel campo delle neuroscienze contraddicono la visione razionalista sulla conoscenza3 e ci dicono che il ragionamento umano si basa sui frames: un’argomentazione per essere accettata deve rientrare nei frames già attivi nelle sinapsi cerebrali, altrimenti l’informazione viene ignorata o dimenticata.

Per questa ragione è necessario individuare un nuovo modello di comunicazione che promuova i frames interpretativi democratici: bisogna ripensare una modalità di comunicazione che veicoli i valori democratici, che proponga e diffonda la visione del mondo democratica e torni a dare a militanti e cittadini l’orgoglio di essere democratici.

Per farlo è essenziale elaborare un discorso che tenga conto dei contesti in cui le persone decodificheranno i nostri messaggi, costruendoli in una struttura narrativa e in un frame, ovvero secondo una modalità di comunicazione che porti i concetti astratti a un livello concreto e li renda più facilmente comprensibili e memorizzabili. Una precisazione è importante: quando parliamo di frames non ci riferiamo alle parole, ad espressioni linguistiche da usare come formule magiche, ma facciamo riferimento ad una modalità di strutturazione delle idee che organizzi e veicoli i valori democratici. Quando ci sono le idee, le parole fluiscono da sole.

È un lavoro di medio periodo: non si può attendere la campagna elettorale per iniziare. È un lavoro complesso e articolato, che non permette improvvisazioni: è indispensabile dedicare a tale obiettivo forze, energie e risorse. Non si può aspettare l’arrivo del leader taumaturgico o semplicemente aspettare il prossimo turno.

Né si può lasciare l’iniziativa ai politici o agli attivisti. Non hanno abbastanza tempo per progettare una strategia di lungo termine e finiscono per reagire ai frames proposti dalla destra. Sono continuamente sotto assedio e non sanno come difendersi. Non hanno la possibilità di proporre una visiona attiva della realtà.

Il lavoro dei centri di ricerca può dare risultati importanti, non a caso ha reso possibili i due successi elettorali di Bush, ha promosso la circolazione di idee che è stata raccolta e fatta propria da Obama ed è stato fondamentale per la seconda vittoria elettorale di Zapatero.

Bisogna darsi da fare in questo senso. È l’unica soluzione per uscire dalla crisi del campo democratico. E quindi avere la possibilità di dedicarsi alle sfide che attraversano la società in cui viviamo e alle riforme di cui il paese ha bisogno.


[1] Così come è un cavallo di battaglia della campagna permanente la capacità di risolvere, perlomeno mediaticamente, la situazione napoletana, un argomento che viene usato per legittimare ogni scelta del governo attraverso l’argomentazione che «se siamo riusciti a risolvere la situazione di Napoli saremo capaci di fare qualunque cosa».

[2] G. Lakoff, M. Johnson, Metafora e vita quotidiana, Bompiani, Milano 1998.

[3] In particolare, A. Damasio, Descartes’ Error. Emotion, Reason, and the Human Brain, Putnam, New York 1994.

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