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Le conseguenze sociali della crisi

Written by Loredana Sciolla Thursday, 02 July 2009 18:05 Print

La crescita dell’incertezza dei ceti medi e il confinamentodei soggetti più deboli in trappole permanenti sono due possibili conseguenze sociali negative della crisi in corso. Inoltre, quelli che sembrano circoli virtuosi della crisi possono essere letti come forme di difesa e di resistenza alla perdita di status e di riconoscimento sociale. Essi rappresentano, tuttavia, anche delle opportunità per l’attuazione di una politica in grado di consolidare atteggiamenti e preferenze temporanee in abitudini radicate e in comportamenti diffusi più sobri, attenti alla qualità e all’interesse pubblico.

Per capire la crisi

Quando si cerca di fare delle previsioni sulle conseguenze sociali della crisi si entra in un terreno difficile e insidioso. In primo luogo perché della crisi si ignorano profondità e durata. C’è chi sostiene che questo è solo il primo anno della crisi e chi sostiene che è quasi finita. Chi paragona la crisi attuale alla discesa nell’abisso seguita al crollo del 1929, chi – come il presidente della Federal Reserve (Fed) – la vede, più cautamente, come la fine di una caduta (ossia la caduta si è interrotta, ma la risalita non si vede ancora), e chi intravede già la luce alla fine del tunnel. Quest’ultima posizione è sostenuta da molte istituzioni politiche delle principali potenze e dai mass media, ed è particolarmente accreditata dal governo italiano. L’obiettivo è certo quello di infondere ottimismo, pensando forse che possa attenuare il diffuso senso di precarietà. Quando invece è noto che il filo che separa un’ulteriore caduta dalla ripresa è esile e si può spezzare in qualunque momento. L’ottimismo tanto sbandierato non sembra, d’altro canto, aver avuto un impatto determinante sull’opinione pubblica italiana se è vero che – come dicono i dati del Censis – la previsione che gli italiani facevano in aprile riguardo all’uscita dalla crisi era molto negativa: il 68,3% (che sale al 73% al Sud) riteneva, infatti, che il peggio dovesse ancora arrivare. Anche i cittadini di tutti gli altri paesi europei, nel mese di febbraio, esprimevano una fortissima ansietà per le ripercussioni della crisi (tra l’80 e il 90% degli intervistati), a tutti i livelli economici: globale, europeo e nazionale. L’Italia risulta leggermente più pessimista della media europea per quanto riguarda la situazione attuale, ma un po’ più ottimista per il futuro.1

Alla difficoltà di conoscere con precisione profondità e durata della crisi se ne aggiunge una seconda: non si è certi di quali siano le cause di fondo della stessa crisi. Si tratta di una crisi solo finanziaria, come sembra sostenere Giulio Tremonti, o di una crisi maturata nell’economia, come sostiene Giuliano Amato? A seconda di come si risponde a questa domanda non solo le terapie saranno molto diverse, ma anche le conseguenze sociali prevedibili. Se, come pensa l’autore di questo saggio, all’origine della crisi nata negli Stati Uniti, ma poi diffusa con effetti non meno drammatici in Europa, ci sono squilibri imponenti nell’assetto dell’economia, anche le sue conseguenze sociali vanno ricondotte alle debolezze del contesto socioeconomico precedente la crisi stessa. Per quanto riguarda l’Italia, una conferma di questa seconda tesi proviene dai dati recenti rilevati dall’OCSE, secondo i quali i salari degli italiani sarebbero i più bassi d’Europa. Ciò non può che essere imputato ad aspetti strutturali dell’economia italiana la quale, ben prima che la crisi si manifestasse, cresceva poco e con ritmi inferiori agli altri paesi europei. Ciò, d’altro canto, non fa che evidenziare un quadro economico-sociale di modernizzazione bloccata, con ritardi enormi per quanto riguarda i più importanti fattori di sviluppo: dal sistema carente delle infrastrutture all’inadeguatezza del sistema scolastico e della ricerca scientifica, all’inefficienza della pubblica amministrazione, alla presenza di ampie zone del paese controllate dalla mafia.

 

Il quadro sociale della crisi e la trappola della precarietà

Pur con tutte le cautele, si può cercare di capire alcuni dei mutamenti sociali del prossimo futuro partendo dalle tendenze sociali rilevate nei trent’anni passati e da alcuni indizi che riguardano la situazione presente. In realtà, ancora più che alla crisi economica della metà degli anni Settanta, che pose fine ai cosiddetti “trenta gloriosi” e con essi alla società industriale, la crisi attuale, per la somiglianza dell’innesco finanziario, divenuto poi crisi bancaria, della dimensione globale e dell’intensità con cui si è presentata, ha condotto a confronti inquietanti con un passato ancora più lontano. Si è parlato esplicitamente della crisi attuale come ripetizione, a distanza di ottant’anni, della Grande depressione del 1929 che, per la prima volta nella storia del capitalismo, parve mettere in discussione l’intero sistema economico. Ma la crisi del 1929 fu diversa per le condizioni sociali in cui intervenne e per le conseguenze estreme inattese: fu un terremoto senza precedenti che segnò una rottura repentina con un periodo di progresso sociale e di prosperità, rimise in discussione tutti gli ideali economici e monetari, distrusse il liberismo almeno per mezzo secolo, bloccò la globalizzazione, introdusse il protezionismo, aprì la strada a movimenti e regimi autoritari. Fu il sistema capitalistico nel suo complesso ad essere messo in discussione, mentre il sistema comunista si era sviluppato sfuggendo alla crisi mondiale. Alla crisi seguirono i lunghi anni di depressione che fiaccarono l’economia mondiale. Mentre allora si lasciò che la situazione degenerasse senza intervenire, oggi il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e istituzioni internazionali, come il Fondo monetario internazionale, hanno agito tempestivamente iniettando capitale pubblico o concedendo prestiti a paesi che altrimenti sarebbero crollati (come i paesi baltici, la Polonia, l’Ungheria). La crisi sarebbe meno drammatica in Europa se l’Unione europea avesse agito in maniera coordinata, superando gli egoismi nazionali. Il rischio della depressione, con questi interventi e nonostante la debolezza dell’Unione, non è stato scongiurato, ma è stato certo limitato.

La crisi attuale è diversa anche per la semplice ragione che si innesta in un quadro sociale nuovo, trasformato, nei trent’anni passati, da processi sociali di vasta portata. La terziarizzazione, mentre ha ridimensionato la classe operaia, ha generato una nuova composizione sociale, caratterizzata da un ceto medio notevolmente ampliato e formato in gran parte da lavoratori del terziario (dai servizi alle imprese a quelli, più numerosi, destinati alle persone). Inoltre il welfare State, anche se messo in discussione per le inadeguatezze di fronte, soprattutto, all’invecchiamento della popolazione, pur nelle diverse declinazioni nazionali, ha resistito in tutta Europa, riducendo le insicurezze nel mercato del lavoro. E questo non è un elemento secondario se si pensa che, dopo l’età dell’oro terminata con la crisi petrolifera della metà degli anni Settanta, la disoccupazione è rimasta a livelli elevati fino ad oggi (negli anni Novanta superò il 10%) in tutta Europa. La crisi attuale l’ha per ora “solo” approfondita: in Italia si è passati dal 6,7% del secondo trimestre 2008 al 7,1% del primo trimestre 2009; in Francia dal 7% all’8,5% e in Spagna dal 10,6% al 17,4%. Una delle differenze non trascurabili della crisi del 1929, che la rese particolarmente drammatica sul piano sociale, fu proprio l’assenza totale o l’esiguità degli interventi pubblici per la sicurezza sociale. Oggi questi esistono, anche grazie alle risposte che quella crisi sollecitò, e in Europa hanno dato vita al cosiddetto modello sociale europeo, che – pur nelle sue varianti nazionali – ha promosso una gestione regolata delle diseguaglianze sociali. In Italia il sistema degli ammortizzatori sociali appare oggi inadeguato e andrebbe rivisto proprio a partire dalla crisi in corso, per affrontarla con la dovuta energia e per far fronte a conseguenze sociali che vanno oltre la crescente disoccupazione. Un fenomeno che ha caratterizzato negli ultimi vent’anni tutti i paesi europei è stata la crescita dei lavori precari (lavori a tempo determinato, lavori interinali ecc.), meno protetti sul piano legislativo. Sono questi lavori ad essere stati investiti dalla deregolamentazione normativa. Ne è derivata una frattura fra due settori sociali: uno stabile, garantito, formato in prevalenza da adulti e lavoratori qualificati, e uno precario, escluso dalle garanzie, composto prevalentemente da giovani e lavoratori poco qualificati. L’Italia è un caso emblematico di questa divisione in due società. Il problema non è tanto quello della formazione, nella società postindustriale, di nuove diseguaglianze, ma che la crisi favorisca la tendenza a confinare le persone in trappole permanenti, riducendo le opportunità. E chi si sente in trappola, con le spalle al muro, sperimenta frustrazione e delusione di aspettative, da cui possono nascere tensioni sociali radicalizzate e senza progettualità. Questo blocco della mobilità ascendente, questa mancanza di opportunità, che caratterizza più pesantemente di altre la società italiana, si è già espressa recentemente in forme di protesta giovanile e studentesca all’insegna di parole d’ordine significative come «riprendiamoci il futuro»; mentre la forte crescita delle diseguaglianze di reddito e lo scandalo dei bonus ai manager della finanza che hanno provocato la crisi ha modificato le norme sociali intese a porre limiti alle retribuzioni e hanno dato luogo a reazioni aggressive – come in Francia, dove si sono verificati sequestri di manager. La ragione scatenante non è l’idea che i manager guadagnino troppo, ma che non si meritino quello che guadagnano.

Sono i ceti medi, quelli che la terziarizzazione ha dilatato e a cui ha concesso benessere, a vivere oggi con crescente incertezza la crisi, perché temono l’impoverimento e la perdita di status per i propri figli. Gli adulti appartenenti a questi ceti sanno di essere la prima generazione a non aspettarsi che i propri figli, diplomati e laureati, stiano meglio e guadagnino più di loro. La crescita prevedibile di lavori qualificati non riuscirà, infatti, a soddisfare l’aumento dell’offerta di lavoro molto istruita, dovuta alla crescente scolarizzazione superiore. Agli operai, d’altro canto, va anche peggio. Louis Chauvel ha calcolato – due anni prima che esplodesse la crisi – che l’operaio oggi deve lavorare centoquarant’anni per raggiungere quel miglioramento della sua condizione al quale negli anni Sessanta poteva sperare di giungere in vent’anni.2

 

Conseguenze virtuose della crisi?

La tendenza alla caduta dei consumi è il primo e scontato effetto della crisi. Se le persone perdono il lavoro, subiscono perdite negli investimenti e riduzioni nel reddito, diminuiscono in genere i consumi. È quello che è accaduto in tutta Europa, Italia compresa. Nel nostro paese il 60% della popolazione sostiene di aver ridotto i propri consumi; anche il credito al consumo, già molto modesto – a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti – ha visto un ulteriore significativo restringimento (dati Censis). Queste dichiarazioni sono confermate dagli ultimi dati dell’Istat che, pur fornendo un quadro complessivamente poco confortante, suggeriscono anche dei cambiamenti in atto. In un anno, dal febbraio 2008 al febbraio 2009, le vendite sono diminuite del 3,1%, ma il quadro appare piuttosto articolato, in quanto a rimetterci sono soprattutto i piccoli negozi, mentre i discount e gli ipermercati hanno addirittura aumentato le vendite. Sembra anche che i consumatori, dovendo fare molta più attenzione al portafoglio, abbiano cominciato ad essere più selettivi.

Si consuma di meno, ma ci si orienta verso prodotti di qualità, premiando i cibi biologici, le grandi marche, i prodotti tecnologici innovativi. Ad esempio, gli acquisti domestici di prodotti biologici confezionati sono aumentati in termini monetari del 5,4% nel 2008, anche se la percentuale è inferiore di circa la metà rispetto a quella dell’anno precedente. Sono sempre le regioni settentrionali le maggiori consumatrici di questi prodotti (Nord-Ovest 44,1%, Nord-Est 27,2%); seguono le regioni del Centro e la Sardegna (19,7%) e, fanalini di coda, il Sud e la Sicilia (9%). Rispetto al 2007, tuttavia, sono proprio queste ultime ad aver aumentato il loro consumo. Va nella stessa direzione la risposta incoraggiante agli ecoincentivi, i quali hanno favorito l’acquisto di auto ecologiche e di elettrodomestici a basso consumo energetico che hanno conquistato quote crescenti di mercato (dal 12% al 44% pur in presenza di aumento consistente dei costi, secondo i dati del Censis).

Questi segnali possono essere letti in vario modo, in quanto si riferiscono a settori diversi della popolazione. Da un lato, per così dire, ci si arrangia con i pochi soldi in tasca scegliendo, con atteggiamento razionale, le offerte speciali, gli sconti che si trovano nella grande distribuzione. L’obiettivo è comprare cercando di mantenere i livelli pre-crisi, ma spendendo il meno possibile. Dall’altro, ci si guarda intorno tenendo in considerazione tanto il prezzo quanto la gratificazione e l’autorealizzazione che possono derivare dall’acquisto di un prodotto salutistico, di qualità, che dà la sensazione di un arricchimento personale nel corpo e nello spirito. Ad avvalorare questa tesi contribuiscono anche le tendenze sorprendenti all’aumento dei consumi culturali degli italiani. Se si può considerare un successo il fatto che la spesa per l’acquisto di libri sia in linea con il 2007, i consumi relativi al settore dei servizi culturali e ricreativi (quest’ultimo riguarda il 34% delle spese che le famiglie destinano al tempo libero) hanno addirittura registrato una crescita (secondo i dati di Confcommercio).

Questi andamenti, non più che indizi, sono stati interpretati come un vero e proprio mutamento nello stile di vita del consumatore-cittadino: da un consumismo sfrenato, dalla ricerca di visibilità sociale a tutti i costi (si pensi a trasmissioni televisive come “Grande fratello”) a comportamenti più etici, sobri, sottotono. Un ascetismo inedito si è impossessato di quella che fu la società dei consumi e dello spettacolo, vacua ed edonistica?

Poiché è difficile credere alle improvvise mutazioni antropologiche, che richiedono invece tempi secolari, si avanza qui un’ipotesi più limitata: che non si tratti tanto di un mutamento negli stili di vita e nelle abitudini, ma di una sorta di ancoraggio e di resistenza alla crisi in atto. Naturalmente si tratta di un segnale interessante e positivo, ma è forse un po’ esagerato scorgervi un nuovo ethos. È un po’ come se ci si chiedesse: se rinuncio anche alla cura di me stesso, a mangiare bene quando posso, alla salute e a qualche diversivo che cosa divento? È la paura dell’impoverimento da parte dei ceti medi, di cui si è parlato prima, che è anche perdita di status e di certezza nel futuro, a spingere – finché si può – a non scendere sotto certe soglie acquisite di consumo e a preferire consumi non costosi, ma che soddisfino il desiderio di riconoscimento sociale. Ciò naturalmente non riguarda chi si trova davvero in gravi ristrettezze economiche, per cui vale ancora la teoria di Maslow secondo cui la soddisfazione dei bisogni secondari (ad esempio quelli culturali) viene solo dopo che sono stati soddisfatti quelli primari, legati alla mera sopravvivenza.

Per innescare circoli virtuosi in grado di consolidare atteggiamenti e preferenze temporanee in abitudini radicate e in comportamenti diffusi più sobri, attenti alla qualità e all’interesse pubblico, ci vuole qualcosa di più, o forse qualcosa di meno, di una crisi, per quanto grave e profonda. Ci vogliono modelli da seguire che non siano in palese contraddizione con i comportamenti virtuosi e con quanto si afferma a parole, una classe dirigente (politica in primo luogo) che se ne faccia interprete nella forma e nella sostanza, una scuola che sia in grado di diffonderli e una televisione di Stato che offra realmente un servizio pubblico. Infine, ci vogliono molto tempo e impegno. Si tratta, in altri termini, di individuare e realizzare precise strategie e politiche che incentivino e rafforzino tendenze che emergono spontaneamente, ma che, altrettanto spontaneamente e rapidamente possono interrompersi o invertire la marcia, quando (come si spera) la crisi sarà alle nostre spalle.


[1] Unità monitoraggio dell’opinione pubblica, Parlamento europeo, I cittadini europei e la crisi economica, Eurobarometro 71, 24 marzo 2009, disponibile su www.ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb_special_en.htm

[2] L. Chauvel, Les classes moyennes à la dérive, Seuil, Parigi 2006.

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