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Il contributo delle fonti rinnovabili al bilancio energetico

Written by Donato Piglionica Thursday, 28 February 2008 23:14 Print

Da alcuni anni il dibattito sulle tematiche ambientali è divenuto preminente nell’agenda della politica e delle imprese, anche per quanto riguarda gli aspetti scientifici ed economici. Il Protocollo di Kyoto del 1997 ha profondamente innovato in questo settore indicando impegni quantitativamente definiti. L’UE esercita una oggettiva funzione trainante, anche se l’Italia arriva a questa sfida con le carte non in regola. Un ruolo fondamentale è comunque atteso dalla produzione di energia da fonti rinnovabili, la cui promozione rappresenta uno dei punti più qualificanti della politica energetica europea a partire già dagli anni Ottanta.

Il dibattito sulle tematiche ambientali è stato per lungo tempo appannaggio di gruppi elitari che rischiavano di oscillare tra lo snobismo e il pessimismo cosmico; solo da alcuni anni il tema si è imposto prepotentemente fino a divenire preminente nelle agende della politica e delle imprese.

A determinare l’ampliarsi della sensibilità ambientale ha contribuito la questione del riscaldamento globale (global warming) e dei cambiamenti climatici. Con la pubblicazione della relazione del gruppo di lavoro del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) e della Stern Review (rapporto commissionato dal governo britannico) si comprendono, come mai prima, gli aspetti scientifici ed economici del cambiamento climatico. La relazione del febbraio 2007 dell’IPCC afferma che vi è una probabilità superiore al 90% che le attività dell’uomo a partire dal 1750 abbiano riscaldato il pianeta; inoltre, il costo dell’inazione sarà maggiore del costo dell’azione.

È necessario intervenire con urgenza per ridurre le emissioni in atmosfera di gas climalteranti, in quanto questa appare l’unica via sicura per garantire una crescita sostenibile per tutte le economie. Il Protocollo di Kyoto del 1997, ratificato dal Parlamento italiano nel 2002 ed entrato in vigore nel febbraio 2005, aveva già profondamente innovato in questo settore. Per la prima volta un trattato internazionale sui temi ambientali si concludeva non con generiche petizioni di principio, ma con impegni quantitativamente definiti: per l’Italia, ad esempio, l’impegno previsto era quello di ridurre entro il 2012 le emissioni in atmosfera del 6,5% rispetto al 1990. Si stabiliva inoltre che ogni sforamento rispetto alle assegnazioni avrebbe comportato il pagamento di un prezzo per ogni tonnellata di CO2 emessa in esubero, prezzo da determinare su un mercato delle emissioni: anche in questo caso in maniera innovativa si stabiliva un valore economico per l’ambiente.

Insieme a queste positive novità è balzata in evidenza una grande criticità: la mancata adesione di paesi grandi emettitori (in primo luogo USA, Australia, Cina, India ecc.) minava un accordo che, per essere efficace, non può che essere globale. Gli interventi di contrasto al cambiamento climatico dovrebbero inoltre tener conto delle diverse circostanze dei paesi sviluppati, dei paesi in via di sviluppo e delle economie povere, riconoscendo la necessità della crescita economica e dell’accesso all’energia al fine di alleviare la povertà.

Novità positive in questa direzione sono venute dalla recente adesione dell’Australia al Protocollo di Kyoto, in seguito all’affermazione del centrosinistra alle ultime elezioni, e all’accordo di Bali nel dicembre scorso con l’impegno anche da parte degli USA per un accordo, da chiudere entro il 2009 a Copenaghen, per una Kyoto2 che riguardi il post 2012.

Anche il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) ha posto le politiche di contrasto al cambiamento climatico come priorità della propria agenda. Dopo aver ricordato che sono i poveri coloro che, pur non avendo alcuna responsabilità per il debito ambientale che stiamo accumulando, sono chiamati a pagare i costi umani più cari, l’UNDP invita a ridurre dell’80% le emissioni rispetto al 1990 e ad investire 86 miliardi di dollari ogni anno fino al 2015 per immunizzare le infrastrutture del Sud del mondo.

L’UE in questo contrasto esercita una oggettiva funzione trainante, con Gran Bretagna, Germania e i paesi scandinavi che svolgono un ruolo ancora più incisivo. L’impegno unilaterale del Consiglio europeo del marzo 2007 a ridurre del 20% le emissioni, a conseguire un risparmio energetico del 20% e a ottenere il 20% dei consumi energetici globali da fonti rinnovabili, costituisce un obiettivo sicuramente ambizioso e che comporta uno sforzo importante da parte dei paesi membri. L’Italia arriva a questa sfida con le carte non in regola. Pur avendo ratificato il Protocollo di Kyoto nel 2002, il governo di centrodestra si era mosso nella convinzione che la mancata ratifica da parte della Russia avrebbe messo il Protocollo in “non cale”. Nel 2005, con la sua entrata in vigore, il nostro paese, a fronte di una riduzione prevista del 6,5%, presentava un bilancio delle emissioni in aumento di circa il 13% rispetto al 1990; il Piano nazionale delle assegnazioni (PNA) veniva osservato da Bruxelles. Solo nel 2006 abbiamo conseguito una riduzione di poco più dell’1%, da attribuire secondo gli osservatori ad un inverno particolarmente mite con conseguente ridotto consumo energetico per il riscaldamento.

Si può quindi sostenere che è solo con le finanziarie 2007 e 2008 che si è messa in campo una concreta politica volta a conseguire questo impegnativo risultato.

L’Italia presenta un mix energetico squilibrato, con una dipendenza di circa il 90% dalle importazioni. Ben oltre il 50% della produzione di energia elettrica dipende dal gas e solo il 15% circa proviene da fonti rinnovabili (in gran parte idroelettrico). Il restante proviene più o meno in egual misura da petrolio e carbone, avendo come noto rinunciato al nucleare dopo il referendum del 1987. Nucleare che rappresenta una quota variabile nel mix energetico dei diversi paesi europei, fino a raggiungere il 70% in Francia.

Il carbone invece, fonte di più abbondante ed economica disponibilità, presenta l’inconveniente di uno sfavorevole rapporto tra unità di energia prodotta e quota di emissioni in atmosfera (CO2 e composti solforati), rapporto circa doppio rispetto al gas. Il carbone è parte importante del mix ener- getico in Germania e ancor di più in Gran Bretagna. La riduzione della quota di petrolio a favore del gas non ha neppure aumentato la sicurezza del nostro rifornimento, come si è incaricata di dimostrare la crisi fra Russia e Ucraina; la carenza di infrastrutture quali i rigassificatori aumenta ulteriormente la fragilità del nostro sistema energetico. Come già detto, è solo con le due ultime finanziarie che nel nostro paese inizia a configurarsi una politica orientata verso la sostenibilità ambientale. Si è avviata a soluzione l’annosa questione del CIP 6, una delibera del 1992 che incentivava le fonti energetiche rinnovabili, estendendo i benefici alla cogenerazione e all’impiego dei rifiuti (fonti assimilate). Limitando il contributo agli impianti già in attività e agli autorizzati solo previa deroga ministeriale si andranno nel tempo recuperando progressivamente risorse finanziarie crescenti, da destinare alle vere fonti rinnovabili come prescritto dalla direttiva 2001/77/CE.

Nella finanziaria 2007 sono state approvate una serie di agevolazioni fiscali, in buona parte confermate nel 2008 ed estese fino al 2010, che sono volte ad incentivare un miglioramento dell’efficienza energetica nell’edilizia. A partite dal 2009 è anche prevista l’obbligatorietà della certificazione energetica degli edifici. In questo contesto rientrano anche gli incentivi alla sostituzione di elettrodomestici di vecchia generazione con altri di classe A e AA, come recentemente confermato nel “decreto milleproroghe” di fine anno; con gli incentivi per la sostituzione di motori industriali e di caldaie da riscaldamento essi costituiscono un primo, certamente incompleto, pacchetto di misure in grado di apportare risparmio energetico. Un ulteriore contributo verrà dal divieto, a partire dal 2010, di commercializzazione delle lampadine ad incandescenza da sostituire con quelle ad alta efficienza energetica. Un contributo fondamentale è comunque atteso dalla produzione di energia da fonti rinnovabili, la cui promozione rappresenta uno dei punti più qualificanti della politica energetica europea a partire già dagli anni Ottanta. L’obiettivo si sviluppa su più fronti: su quello ambientale, per il contributo alla riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera; su quello economico, per la forte spinta allo sviluppo industriale del settore, con positivi e importanti riflessi anche occupazionali (circa 300.000 addetti in Germania); su quello strategi- co, perché diversificando il mix energetico si ottiene una riduzione della dipendenza dalle fonti fossili insieme ad un aumento della sicurezza sul fronte dell’approvvigionamento, troppo spesso esposto a tensioni geopolitiche.

La direttiva 2001/77 della CE fissava un target complessivo del 22% di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili per l’Unione a 15, successivamente ridotto al 21% per l’Unione a 25. La direttiva si confrontava con un consuntivo per il 1997 del 13,9%, giunto al 14,6% del 2005 per l’Unione a 15. Al fine di accrescere il contributo delle Fonti energetiche rinnovabili (FER) al bilancio energetico complessivo in tutti i paesi europei sono quindi attive politiche di sostegno, differenziate tra i vari Stati e anche all’interno degli stessi. Fondamentalmente i sistemi di incentivazione sono di due tipi: a) meccanismo feed-in, in cui il produttore vende l’energia ad una tariffa fissa per un determinato periodo di tempo; solitamente la tariffa prevede una riduzione costante nel tempo tenendo conto dei miglioramenti tecnologici nei costi di generazione; b) meccanismo dei certificati verdi, collegato a quote di obbligo di elettricità da FER prodotta, venduta o consumata; questo meccanismo sembra meglio integrarsi con le politiche di liberalizzazione, ma presenta rispetto al precedente una maggiore incertezza nel prezzo e nella dinamica nel tempo.

Il feed-in è prevalente in Germania, Francia, Danimarca e Spagna; quote obbligatorie sono invece presenti in Gran Bretagna, Belgio, Italia e Svezia. I paesi europei che hanno registrato maggiori successi nel campo delle FER sono quelli che hanno applicato i meccanismi feed-in, ma che hanno anche offerto agli operatori politiche territoriali volte a favorire l’accettabilità e le autorizzazioni a livello locale, stabilità delle regole nel lungo periodo, reti adeguate per l’allacciamento dei piccoli impianti e filiere industriali nazionali capaci di innovazione tecnologica con ricadute sui costi di produzione. La finanziaria 2008, insieme con il decreto fiscale collegato, contiene una organica revisione della regolamentazione della produzione di energia da FER, riforma che abbinata in un primo momento al disegno di legge Bersani, è stata stralciata e inserita nella finanziaria per l’urgenza di recuperare il ritardo sugli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto. Si introduce il “conto energia” per gli impianti di potenza elettrica non superiore a 1 MWe che possono avere diritto ad una tariffa fissa onnicomprensiva per quindici anni, differenziata per fonte e aggiornabile ogni tre anni.

Per gli impianti che superano 1 MWe si introduce un “conto energia” nei certificati verdi con valore di riferimento di 180 euro/MWh con appositi certificati differenziati a seconda della fonte; anche in questo caso il sostegno è per quindici anni, aggiornabile ogni tre anni. Ancora per il periodo 2007-2012 la quota di obbligo di acquisto di rinnovabili da parte di soggetti produttori di energia da fonti fossili viene aumentata dello 0,75% all’anno.

I certificati verdi ulteriori, prima non incentivati, verranno ugualmente ritirati al prezzo medio dei certificati del precedente anno, fino ad un 25% di fabbisogno elettrico interno coperto da FER. Per le biomasse e il biogas di origine agricola da filiera corta o da contratti quadro la riforma era stata anticipata nel decreto fiscale.

Sono state inoltre introdotte norme per facilitare la connessione agli impianti e alla trasmissione. Il problema delle reti per le FER si manifesta perché alcune fonti, soprattutto l’eolico, possono pesare per la loro imprevedibilità con conseguente bisogno di servizi ancillari. Inoltre, spesso i parchi eolici si trovano in aree distanti dalle reti e, quando necessitano di nuove linee, si rendono più complesse le procedure autorizzative. Le reti, infine, sono state realizzate in modo da distribuire l’energia agli utenti finali e non per ricevere elettricità da trasferire a monte; è questa rigidità che finisce per rendere più favorevole la microgenerazione diffusa. La finanziaria prevede ancora una quota minima di incremento delle FER da parte delle regioni; con accordi di programma tra governo e regioni, con risorse del quadro strategico nazionale 2007-2013, si promuovono infine le imprese e le attività per impianti, apparecchi per le FER e l’efficienza energetica.

Va a questo proposito rilevato che a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione si rischia di avere una frammentazione dei piani energetici; appare invece sempre più necessaria una sede unitaria (agenzia, autorità, ministero delle Attività produttive o altro) di programmazione e di governo unitario della politica energetica. È certamente paradossale che in una fase in cui sempre più si invoca una politica energetica comune per l’Europa, in Italia si rischi una polverizzazione regionalistica. Altre criticità si manifestano in questa fase; alcune regioni hanno cominciato a dotarsi di piani per le energie rinnovabili (come ad esempio per l’eolico) e per molte municipalità le royalties che ne conseguono rappresentano un decisivo cespite per le sempre più esangui casse comunali. Il probabilmente troppo elevato incentivo per l’eolico scatena una corsa di gruppi imprenditoriali, talora puramente finanziari, ad accaparrarsi convenzioni e autorizzazioni attraverso autentiche aste, al fine solo di poter successivamente rivendere i progetti ad altre imprese. In queste condizioni la qualità del progetto finisce spesso in secondo piano; risulta quindi necessario prevedere in sede legislativa modalità di regolazione dei rapporti tra municipi e imprese, ad esempio stabilendo un tetto percentuale di royalties o favorendo la partecipazione diretta dei comuni nei progetti.

Ancora utile risulta favorire, come in Spagna e in Portogallo, le imprese che si impegnano a produrre in loco gli impianti tecnologici, poiché è in questo settore che si conseguono una importante ricaduta occupazionale e benefici per aziende per le quali innovazione e ricerca sono fondamentali. In conclusione, si può vedere come partendo da una criticità, quella dei cambiamenti climatici, si è finiti per parlare di occasioni di sviluppo. È noto che, nei sistemi complessi, quanto più acute si fanno le difficoltà tanto più si approssimano profondi cambiamenti. I cinesi scrivono la parola crisi con due segni: uno indica pericolo, l’altro opportunità. Starà alle capacità della ricerca scientifica e della buona politica esaltare le opportunità per neutralizzare i pericoli.

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