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L'architettura contemporanea e lo stato superficiale delle cose

Written by Vittorio Gregotti Thursday, 02 July 2009 17:56 Print

In una nuova visione di social housing l’architettura contemporanea deve superare i modelli tradizionali di insediamento abitativo, privilegiando l’elemento della mescolanza sociale e del rispetto della mobilità, integrando funzioni, attività produttive, commerciali e servizi, costituendo un melting pot in grado di attenuare le distanze sociali.

Il primo argomento da cui muovere per parlare di social housing viene per necessità da lontano, dalla constatazione dello stato di confusione e di dilatazione nebbiosa in cui la nozione di cultura è nei nostri anni precipitata: cioè cultura del comunicare piuttosto che del fare.

Anche se questo comporta l’affermazione di alcune eccellenze, distorsioni e incertezze di senso ne rendono molto difficile un uso civile; ciò significa, nel nostro caso, che lo stato delle relazioni (ma soprattutto delle disgiunzioni) tra cultura architettonica, politica istituzionale e cultura materiale sembra sempre più lontano dal tipo di mondo del lavoro in cui siamo immersi. A partire dalla crisi interna a ciascuna di queste, genericissime, specificazioni.

In questo contributo si utilizzano l’esperienza e la competenza maturate nel campo dell’architettura che, proprio in quanto pratica artistica, non può che ripartire da una qualche indagine critica sullo stato delle cose con cui ci si confronta, cioè dal giudizio espresso nella forma architettonica, intorno alla realtà (ammesso che la sua struttura sia in qualche modo riconoscibile) e dalle proprie capacità di trovare per essa possibilità altre di senso: diverso perché ragionevole e aperto.

Bisogna ammettere che anche la cultura disciplinare dell’architettura si trova in un particolare stato di crisi (accentuato proprio dalla sua recente popolarità mondana e mediatica), cioè di incapacità di formulare risposte poetiche, persuasive e durevoli nello stesso tempo. Un secolo fa si cercava di proporre un nuovo modo di risolvere il problema della città industriale organizzando al suo interno dei sistemi di social housing che esaltavano il principio dell’equità. Oggi è possibile considerare tali esiti inutilizzabili, ma è necessario anche riconoscerli capaci di una precisa, anche se assai ottimistica, visione della società. Attualmente, invece, l’architettura intende se stessa come rispecchiamento dello stato superficiale delle cose (dopo il realismo socialista, il realismo del denaro), simulazione più che rappresentazione dei fenomeni, senza alcuna costituzione di distanza critica e quindi di visione di possibilità. Essa mostra uno sguardo oscillante tra l’esaltazione mimetica del mezzo tecnologico come fine e la bizzarria che utilizza, rovesciate di senso, le invenzioni linguistiche del primo trentennio del XX secolo in funzione della costruzione del nuovo monumento come immagine di marca: cioè dell’ideologia postmoderna in quanto cultura del capitalismo globalizzato, in cui siamo immersi da più di trent’anni.

Sono questi i principi diffusi sia dalla cultura mediatica (che qualcuno ha definito irrazional-popolare) sia attraverso le imitazioni maldestre e il provincialismo delle nostre amministrazioni pubbliche, che distolgono l’attenzione della cultura architettonica dal problema del disegno della città come dialettica tra monumenti, servizi e tessuti. In questa prospettiva il tessuto è essenzialmente costituito dall’abitazione e, al suo interno, dalle forme diverse attraverso le quali le necessità dei ceti più deboli possono essere soddisfatte non solo con equità, ma tornando ad essere parte importante proprio dei cambiamenti indispensabili, compresi quelli ambientali.

A tutto questo si oppone una cultura architettonica dell’eccezione, poiché la diversità, la rottura delle regole (proprio quando non vi sono più regole da rompere ma semmai da ricostruire) è diventata una necessità mercantile finalizzata al successo nel mondo del consumo. La diversità è diventata, cioè, disprezzo voluto del contesto, della geografia come modo di essere della storia e rappresentazione della stessa idea di “fine della storia”, un’idea discussa centocinquant’anni fa con ben più alto senso della tragedia. Ma si sa che nel nostro tempo sembra che debba essere il senso della fine a trionfare; fine della responsabilità nei confronti del presente che si pretende compensata dalla fiducia in un futuro senza progetto.

L’impazienza del successo della diversità ha poi posto in primo piano l’edificio come fatto singolare, una sorta di oggetto di design ingrandito, mettendo da parte la lunga e faticosa gestione (in Italia particolarmente lenta e frustrante) della progettazione dei sistemi urbani volti a far coincidere, nell’interesse della qualità e quindi della collettività, le indicazioni di piano con le risoluzioni architettoniche. Occasione spesso perduta anche con l’estendersi delle stesse grandi iniziative private, dove invece dell’occasione offerta di disegno di una parte di città ciò che si impone è una specie di neofunzionalismo immobiliare che seleziona funzioni e classi sociali secondo il reddito.

Se si guarda in particolare alla condizione italiana, che nel dopoguerra aveva tentato di seguire i modelli olandesi, tedeschi, inglesi e francesi dell’intervento pubblico pianificato su vasta scala, bisogna constatare che da molti anni tale politica, pur con tutti i suoi limiti, è stata abbandonata proprio quando sono emersi nuovi elementi di complessità e insieme nuove povertà, incertezze nel mondo del lavoro ma anche possibilità di rendere positiva l’inevitabile mobilità, alimentata da sempre dalla speranza di una vita migliore, nonché di rendere positiva anche l’inevitabile mobilità globale.

A proposito dei limiti e delle insufficienze delle politiche edilizie postbelliche si è a lungo discusso; così come delle difficili condizioni dei quartieri monoclasse di sole abitazioni, mal servite sul piano dei trasporti, poco attrezzate nei servizi, con le sistemazioni degli spazi aperti mai finite e sovente abbandonate a metà dell’opera. Ma ai tentativi della cultura postbellica generosa e maldestra nulla è stato sostituito anche da parte della cultura architettonica.

Dal punto di vista dell’opinione sociale sono poi aumentate le resistenze contro ogni forma di casa collettiva – non senza ragioni quando essa raggiunge la ripetizione indifferente di molti insediamenti delle periferie urbane, non solo europee – a favore di una edilizia “pavillonière” di case singole, favorita (al di là del giudizio sociologico molto complesso del ritorno al privato) anche da un’ideologia della deregolazione, come idea della libertà in quanto mancanza di impedimenti ma anche di regole anziché come progetto. È una libertà negativa che sogna di agire nel vuoto e che ha portato al disastro dello sprawl che circonda le nostre città, che distrugge la campagna, consuma il bene finito del territorio, aumenta enormemente i costi delle infrastrutture e dei trasporti e annega in una “pasta” uniforme l’identità dei piccoli centri. Tutto ciò in opposizione alla tradizione europea fondata sulla fittezza insediativa delle città piccole e medie e sulla loro relazione (una premessa che sembrerebbe invece adatta proprio alla lodatissima cultura della rete immateriale della comunicazione). Ovviamente su tutto questo pesano anche le difficoltà poste nei nostri anni dal passaggio dalla città alla metropoli (due insediamenti urbani di natura molto diversa) e persino le idee della fine forse fatale della prima e la mancanza di risposte disciplinari a proposito di questa eventualità, ma soprattutto incide la diffusione del mito della metropoli come modernità omogenea e indifferente, cioè della postmodernità, applicato quasi sempre anche là dove non sarebbe opportuno.

Qui si apre ovviamente anche per l’architettura il problema di una cultura della presa di coscienza della globalizzazione come relazione positiva della conoscenza delle culture altre (nella tradizione dell’internazionalismo critico erasmiano) anziché come processo di neocolonizzazione attraverso l’unificazione dei consumi e lo sviluppo infinito come unici valori. Di quell’internazionalismo critico “l’arcipelago Europa”, nella sua lunga tradizione di scambi e di scontri, ma nello stesso tempo di preziose relazioni e influenze, è un esempio positivo che anche la politica della casa e della città dovrebbero perseguire.

È sulla base della globalizzazione dei consumi e delle sue convenienze che si sviluppa invece l’indifferenza culturale e civile nei confronti delle questioni urbane poste dal mondo dell’abitazione a basso costo; indifferenza fondata sull’idea della loro costante transitorietà come fatto urbano. Una transitorietà spinta sino a sopportare la provvisorietà dell’autocostruzione degli slums del Terzo mondo, ma anche dei campi profughi del nostro paese, che genera le difficoltà della costituzione di una cultura collettiva e solidale della casa, come è stato nei secoli. Persino le spinte di aggiornamento recenti, dovute ai serissimi problemi ambientali, sono ridotte sovente solo ad e comode che pretendono di fornire nuovi linguaggi puramente deduttivi ideologizzando gli strumenti tecnici avanzati e necessari.

È questa stessa indifferenza che (oltre alla speculazione edilizia) espelle continuamente le classi povere dai centri urbani verso le periferie con uno dei più gravi danni alla natura della città che è rappresentata proprio dalla mescolanza sociale, così come dalla costante mutazione delle necessità e delle funzioni, dalla flessibile porosità che la città antica era capace di riassorbire senza venir meno ai principi strutturali della propria natura. Ma nei confronti di quella natura bisogna sviluppare conoscenza e fedeltà proprio mantenendo viva la relazione tra diversità di lavoro, di interessi, di opinioni, di desideri, di redditi, di costumi. È questa fedeltà che è stata per lungo tempo e sempre più velocemente tradita dalla nostra incapacità di costruire e ricostruire opere e regole architettoniche (ma non solo) in grado di far fronte al tema della quantità senza qualità condivisa o della frantumazione delle pretese di artisticità singolare di ogni manufatto. Ma è anche dovuta al fatto che in Italia si è costruita negli ultimi cinquant’anni più cubatura edilizia che nei precedenti duemila.

Affinché queste considerazioni si trasformino in una serie di soluzioni concrete si deve agire su due fronti: quello dei principi insediativi dell’architettura e quello della volontà politica; purché trovino una solidarietà di scopi e di senso, capaci di riempire il vuoto che si è costituito tra essi, a causa dell’apparente indifferenza nelle scelte ideali tra pratica artistica e politica, anche contro le apparenti e indotte esigenze dei più. Perché, come scriveva Adorno nel 1965: «Un’architettura degna dell’uomo deve avere della società un’opinione migliore di quella corrispondente al suo stato reale».

Nel caso dell’Italia questo programma presenta particolari ostacoli. Alcuni di cultura politica, oggi sovente fondata sulla vendita quotidiana della politica stessa come pubblicità e con la sua coincidenza con una parte rilevante della cultura architettonica di successo, a sua volta fondata sul successo mediatico.

Inoltre, la situazione paesistico-territoriale (in un territorio limitato, delicato e difficile come quello italiano) ha già superato da un pezzo il limite di guardia, non solo a causa di un’abbondante dose di abusivismo, ma anche talvolta con una serie di atti amministrativi ufficiali sciagurati. Sovente poi le amministrazioni hanno relegato l’attività urbanistica al puro controllo normativo, forse anche perché manca il denaro o scarseggiano le forze progettuali per un’azione diretta della mano pubblica sulla città, oppure perché gli accordi con il privato sono indominabili.

In terzo luogo, il forte squilibrio tra case in affitto e case di proprietà pone seri ostacoli alla cresciuta mobilità del lavoro, portando verso l’impiego di una quota di capitale fisso probabilmente troppo rilevante, anche se si comprende bene come la proprietà della casa sia uno dei pochi elementi di sicurezza rimasti.

Infine, come già ricordato, la dispersione edilizia ha raggiunto quote molto alte nei territori più urbanizzati, ricchi e poveri, con diverse fenomenologie: una dispersione assai difficile da correggere.

Ciò che sembra indispensabile è, da un lato, riaprire una stagione di pianificazione territoriale flessibile, disponibile ai cambiamenti ma anche fondata su un modello di città europea e, dall’altro, quella di rendere coerenti tali ipotesi attraverso una pratica dell’architettura come “ergon poietikon”, ipotesi in cui il tessuto abitativo gioca un ruolo essenziale, proprio nella sua capacità di costituire la prossimità fisica che è a fondamento della relazione sociale.

Per far questo è importante solidificare i confini urbani, grandi o piccoli che siano, senza alcuna nostalgia difensiva nei confronti del fenomeno metropolitano ma con un preciso intento di limitare il consumo dei suoli. Costruire anzitutto nel costruito quindi, modificandolo, limitando rigorosamente le quantità e utilizzando in modo organico gli spazi resi disponibili dai cambiamenti di costumi e di lavoro e dalla necessaria riconversione di alcune infrastrutture.

Ed è possibile operare in questo senso anche attraverso la modificazione degli stessi insediamenti di edilizia popolare costruiti nel mezzo secolo trascorso, con l’obiettivo della loro integrazione urbana. Questo significa immaginare per le città italiane più grandi una trasformazione delle periferie sul modello della tradizione della mescolanza che ha da sempre caratterizzato l’idea di città.

Mescolanza di funzioni, con la presenza di attività produttive, commerciali, di servizio, mescolanza di ceti e classi sociali, presenza di servizi rari e speciali (università, centri sportivi, alberghi, musei) che rendano necessari gli scambi tra le singole parti e il resto della città. Un esempio di questa politica è il caso del nuovo piano regolatore della città di Roma approvato dopo più di quarant’anni. Un piano fondato sul riscatto delle periferie e sull’idea di centralità ridistribuita nel territorio del più ampio comune unitario d’Europa.

Su questo modello di piano regolatore, su cui si è fatta esperienza portando a compimento, dopo quattro anni di lavoro, il progetto urbano dell’area di Acilia Madonnetta, sono stati progettati: una sede della Terza università di Roma, un museo della scienza e della tecnica e una serie di servizi e di attività commisurati ad un insieme abitativo di 120.000 persone già presenti sull’area, fortunatamente composto da diversi livelli sociali ma dotato di scarsi servizi e insufficiente mescolanza funzionale. In questo modo anche Madonnetta avrà la possibilità di divenire un nuovo “centro storico della periferia”. Sempre che i cambiamenti istituzionali e quelli della società promotrice lo consentiranno.

Un’esperienza compiuta è invece quella della trasformazione delle ex aree industriali di Pirelli-Bicocca a Milano. Dopo un importante concorso internazionale su un accordo tra proprietà, sindacati e Comune di Milano si è cominciato a costruire all’inizio degli anni Novanta un centro dove sono presenti una nuova università statale (oggi con 30.000 studenti), le sedi di diverse società internazionali e nazionali con 25.000 addetti, una popolazione residente che sarà, al compimento dell’opera, di circa 10.000 abitanti di diverse classi sociali, il più gran de teatro lirico d’Italia a servizio di una vasta area di 3.500.000 persone. Anche questo, una volta terminato, sarà un modello di “centro storico della periferia”.

Ognuno di questi tentativi ha il proprio limite e le proprie difficoltà, ma è almeno fondato su un’idea di città europea dove anche il social housing ritrovi un ruolo strutturale nella definizione del fatto urbano e si possa integrare ad esso con tutte le possibilità future di fondato cambiamento.

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