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Nuove tecnologie e approccio olistico per una rivoluzione energetica

Written by Carlos Pimenta e Mathieu Richards Thursday, 28 February 2008 23:14 Print

La comunità scientifica internazionale concorda nell’individuare nelle emissioni di gas prodotte dalle attività umane la principale causa del cambiamento climatico. Il Protocollo di Kyoto, pur nelle sue limitazioni, è stato un importante punto di partenza. Tuttavia, è necessario attuare con urgenza una rivoluzione energetica che preveda non soltanto un cambiamento delle tecnologie, ma anche un approccio olistico, che consideri il ciclo energetico nella sua interezza con l’obiettivo di contenere al massimo emissioni e scarti. Sarà essenziale a tal fine incrementare l’uso delle energie rinnovabili e sviluppare una rete di distribuzione intelligente.

Il mondo di oggi, completamente interconnesso, si trova davanti a una sfida ambientale senza precedenti. Alla fine di questo secolo le temperature medie saranno aumentate di più di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, a meno che non si prendano misure ambiziose e concertate per una netta riduzione delle emissioni di gas serra (GHG). Con un aumento della temperatura di questa portata, c’è un’elevata probabilità che si verifichino effetti enormi e irreversibili. Tutte le aree geografiche del pianeta ne saranno toccate, anche se il carattere e la portata delle conseguenze saranno diversi da paese a paese. Disgraziatamente saranno anche diverse le capacità di reagire agli effetti collaterali del cambiamento climatico: aumento del livello delle acque degli oceani, desertificazione, moltipli-cazione di fenomeni atmosferici estremi, che peseranno enormemente su regioni già impoverite. Perfino le risorse economiche dell’Occidente, però, rappresenteranno un’esile difesa, se non verrà fatto nulla in modo tempestivo per limitare l’accumularsi di gas serra nell’atmosfera.

Fare finta che il rischio non esista non è un’opzione. Il primo passo è proprio riconoscerlo; il secondo consiste nel decidere il da farsi per limitarlo al massimo; infine, l’ultimo passo, tutt’altro che secondario, si fonda sull’esigenza di dimostrare la volontà di collaborare tutti per superare la sfida.

Una rivoluzione in germe

Troppo a lungo per giustificare l’inazione si è parlato di scarse conoscenze, di mancanza di prove concrete; alcune voci (sempre più isolate) sono ancora tentate di sottolineare le carenze della fisica dell’atmosfera e delle previsioni meteorologiche. Eppure, malgrado le incertezze insite nella scienza dei sistemi complessi, la comunità scientifica internazionale si è trovata progressivamente d’accordo nel ratificare la tesi di una decisiva responsabilità delle emissioni antropogeniche di gas serra nell’accelerazione del cambiamento climatico. Il Rapporto Stern1 ha presentato convincenti argomentazioni economiche a sostegno dell’imperativo etico transgenerazionale di contenimento degli effetti irreversibili, mettendo in luce i vantaggi, in termini di costi, di un intervento più tempestivo, e il prezzo incomparabilmente più alto che si pagherebbe se non si agisse.

In che direzione stiamo andando? La strada da percorrere per evitare che si verifichino devastazioni irreversibili è chiara: è indispensabile ridurre l’emissione di gas serra e interi settori economici devono tendere ad azzerare la produzione di anidride carbonica.

La responsabilità relativa dei singoli settori economici sul totale delle emissioni potrebbe ancora provocare alcuni contrasti in futuro, in particolare riguardo a una generale sottovalutazione delle emissioni prodotte dal bestiame e dalle attività agricole. Comunque il carburante della gran parte delle attività umane è, fuor di metafora, sempre l’energia e, dato il legame stretto e innegabile cheesiste tra l’attuale modello energetico, basato in modo preponderante sui combustibili fossili, e le emissioni di gas serra, ci si trova oggi a dover affrontare soprattutto una rivoluzione dei modi di produzione, di distribuzione e di consumo dell’energia, se si vuole davvero limitare le emissioni in modo significativo.

In che tempi? Su questo interrogativo sono prevedibili discussioni accese, ma l’obiettivo di ridurre a un quarto le emissioni entro il 2050 è già stato dichiarato da vari paesi europei e viene regolarmente ribadito sul piano internazionale.2 Il livello reale che si raggiungerà nel 2050 deriverà ovviamente da tutta una serie di innovazioni tecnologiche volte a ridurre il livello di intensità carbonica delle attività economiche, ma sostanzialmente sarà dovuto alla più sfuggente delle condizioni di cambiamento, la volontà politica.

Pronti al cambiamento?

Ci sono ragioni di speranza, perché le questioni ambientali ed energetiche sono gradualmente uscite dalla cerchia ristretta degli esperti per occupare un posto di primo piano tra le preoccupazioni dell’opinione pubblica. Negli ultimi anni un motivo importante di ansietà, che ha molto contribuito a rendere popolare il concetto di crisi energetica, è stato il deciso aumento del prezzo dell’energia. Nei fatti questo aumento arriva proprio in tempo per ricordare a tutti l’eccessiva dipendenza dai combustibili fossili della nostra società.3

Eppure si potrebbe obiettare che aumenti di questa portata si erano già visti trent’anni fa e che la rivoluzione della mentalità e dei costumi che avevano provocato, com’è noto, aveva avuto una vita breve. Il prezzo del petrolio, si sa, ha una propensione alla volatilità, e niente assicura che un domani non cali nuovamente. Il che fa presumere che questa brusca impennata sia un sintomo molto vistoso, ma non sufficiente, per spingere in continuità il cambiamento.

In ogni modo, il contesto è diverso da quello degli anni Settanta per almeno tre aspetti. In primo luogo, è difficile non notare la recente pletora di relazioni,4 sia pure controverse, che sostengono che siamo vicini al cosiddetto “peak oil”5 o ce lo siamo addirittura lasciato alle spalle. In secondoluogo, l’attuale tensione del mercato petrolifero non è provocata da una scelta politica congiunturale dei paesi produttori, tesa a ridurre le forniture, ma a una crescita senza precedenti della domanda, pilotata dai paesi asiatici, alla quale l’offerta non può semplicemente tenere testa. È difficile dire se maggiori investimenti sul lato dell’offerta possano limitare questa strozzatura e allentare la tensione o se la domanda abbia superato stabilmente l’offerta, nel qual caso ritorniamo al tema del “peak oil”. In ogni modo, probabilmente non è questo il punto essenziale. La maggiore lezione che si può trarre dall’attuale sete di petrolio in Asia è la visione in prospettiva di ciò che accadrebbe se il mondo intero adottasse il superato modello energetico occidentale (e uno sviluppo ad alta intensità di emissioni) che è con ogni evidenza insostenibile. Sta qui la terza differenza, e forse la più importante, rispetto agli anni Settanta. Il cambiamento climatico, nonostante il suo carattere parziale e imperfetto, ha offerto una sostanza popolare e comprensibile al concetto di sostenibilità. Le basi del movimento ecologista negli anni Settanta riguardavano già principalmente il concetto di limite; eppure sembra che “grazie” al cambiamento climatico sia finalmente cresciuta tra il pubblico la consapevolezza dell’insostenibilità di un modello energetico che trascura i limiti fondamentali delle risorse non rinnovabili e delle capacità di assorbimento dell’atmosfera.

Pur restando altri combustibili fossili che potrebbero continuare a sostenere la nostra dipendenza dal petrolio dopo che le riserve convenzionali siano entrate in fase declinante, la questione non è solo quella del loro costo economico, ma del costo per l’ambiente, perché si tratta di prodotti con tassi d’emissione incredibilmente più elevati e con peggiori effetti per il clima rispetto al petrolio convenzionale. Come ha osservato un docente dell’Università di Berkeley, il professor Daniel Kammen, «esauriremo l’atmosfera prima ancora di esaurire le scorte di combustibili fossili». Il punto è questo. Malgrado l’esito poco più che modesto della Conferenza di Bali, la consapevolezza dell’importanza della sfida climatica che sta emergendo in tutto il mondo rappresenta l’opzione migliore di cui disponiamo per dare veramente il via a una rivoluzione troppo a lungo rimandata in campo energetico. Un piccolo passo per l’umanità

Il Protocollo di Kyoto è stato il primo passo nella giusta direzione, non solo perché riconosceva la necessità di ridurre le emissioni, ma in quanto rappresentava un aperto tentativo di collaborazione internazionale. I problemi globali impongono soluzioni coordinate e la principale ambizione a Kyoto era appunto quella di riprodurre in una questione molto più complessa la coalizione mondiale che nel 1987 a Montreal aveva portato al divieto dei gas maggiormente responsabili del buco nell’ozono. Il limite principale è stato perciò il mancato coinvolgimento degli Stati Uniti, che si sono ostinatamente rifiutati di ratificare il Protocollo. Gli accordi internazionali sono sempre il frutto di sottili alchimie e le circostanze interne ai singoli Stati vi svolgono una funzione importante: Kyoto in questo non ha fatto eccezione.

È interessante osservare che l’autoesclusione degli Stati Uniti ha contribuito a porre stabilmente l’Europa in una posizione di guida nella battaglia contro il cambiamento climatico, grazie alla disponibilità dimostrata nell’attuazione di impegni unilaterali senza aspettare necessariamente che altri ne seguissero l’esempio. Gli accordi europei per la suddivisione degli oneri, che distribuivano gli impegni relativi al Protocollo di Kyoto tra gli Stati membri, e le direttive comunitarie sulle fonti d’energia rinnovabili, hanno incoraggiato l’attuazione di politiche nazionali che a loro volta hanno messo in moto uno sviluppo senza precedenti delle fonti di energia rinnovabili. Anche l’Italia è testimone di questa crescita, malgrado sia partita relativamente in ritardo rispetto ad altri paesi meno predisposti della penisola quanto a sole e vento. Quest’ultimo anno ha segnato l’inizio di una nuova fase. A livello internazionale, la Conferenza di Bali ha lanciato un dibattito riguardo al periodo del dopo Kyoto.

A livello europeo, un impegno straordinario della presidenza tedesca nel primo semestre 2007 ha delineato un insieme coerente d’impegni per il 2020, in modo da proseguire sulla spinta acquisita negli ultimi dieci anni. Il cosiddetto accordo “tre 20 per il 2020” stabilisce obiettivi vincolanti di una riduzione del 20% delle emissioni (rispetto al 1990), di un 20% di aumento dell’efficienza energetica e di una quota pari al 20% di fonti di energia rinno-vabili nei consumi finali. Tali obiettivi, però, possono essere raggiunti in diversi modi, che corrispondono a diversi percorsi a lungo termine. Ogni percorso alternativo comporta notevoli investimenti che possono facilmente tradursi in stranded costs.6 Una volta scelto il percorso verso il 2020, dobbiamo pertanto sapere dove vogliamo andare dopo, per essere sicuri che gli sforzi e gli investimenti fatti nei prossimi anni servano a spianare la strada a un lungo periodo di sostenibilità.

Mentre gli accordi del “tre 20 per il 2020” si traducono in una nuova direttiva sulle fonti rinnovabili, la Commissione europea ha pubblicato un documento dal titolo Piano strategico europeo per le tecnologie energetiche (Piano SET), che mira a tracciare un quadro delle opzioni tecnologiche per il futuro.

Miglioramenti quantitativi o nuovo paradigma?

Quel documento, piuttosto orientato all’offerta, era accompagnato da un testo che illustrava la “visione” insieme più politica e più integrata, delineata dalla presidenza portoghese, di quali dovrebbero essere gli obiettivi a lungo termine della politica per l’energia. È un documento che ha forti connessioni con il concetto di una rivoluzione energetica, che nel testo è definita “una nuova ERA per l’energia” proprio perché basata sui principi di efficienza, di rinnovabilità e di infrastrutture avanzate di distribuzione e stoccaggio.

Fedele al principio secondo il quale una rivoluzione in campo energetico non può limitarsi a miglioramenti incrementali, il documento invoca un completo cambiamento di paradigma nel settore. Gli obiettivi sono chiari e netti: massima efficienza, minime emissioni. I tre pilastri tecnologici sintetizzati nella sigla ERA, sono l’efficienza del consumo finale, la rinnovabilità per la produzione e avanzate soluzioni di distribuzione e stoccaggio, che impongono incentivi mirati alla loro attuazione7 e un impegno specifico di ricerca e sviluppo. In ogni modo, più che un complesso cambiamento delle tecnologie, la rivoluzione in campo energetico è una rivoluzione del pensiero, che mette tutti i settori al vaglio dell’efficienza per ridurre perdite e sprechi. Ed è altresì una prospettiva che prende in considerazione l’intero ciclo percontenere al massimo lungo tutto il suo corso le emissioni e gli scarti.8

Cambiamento di metodo

A livello metodologico, la rivoluzione si presenta nella forma di due ribaltamenti della logica stabilita in precedenza.

Da un lato un “approccio olistico”. La catena energetica procede dalle fonti primarie di energia al consumo finale in tutti i settori dell’economia. Invece di prendere in considerazione separatamente diversi settori e diversi stadi della catena, l’obiettivo di un’efficienza elevata e delle basse emissioni è applicato a tutti i livelli e a ogni settore.

Questa esposizione ci porta al secondo ribaltamento di metodo logico, che mette al centro le esigenze. Per ragioni di semplificazione, legate al numero più limitato di attori coinvolti e alla storica concentrazione del settore in mani pubbliche, la politica energetica ha avuto spesso la tendenza a puntare soprattutto sul lato offerta e specialmente sul primo tratto della catena: quello della produzione. Invece l’efficienza impone di fare proprio il contrario, ovvero di partire proprio dal fabbisogno fi-nale di energia. Una prima causa dell’inefficienza si individua nell’esistenza di una certa confusione riguardo a quello che è il fabbisogno reale. Senza che si incida negativamente sulla qualità della vita, per esempio nei trasporti è possibile puntare sull’accessibilità più che sulla mobilità; oppure nell’edilizia, invece di fissare la quantità di calore per ogni locale, si può dare spazio al concetto di comfort termico, ottenibile con diversi apporti di energia a seconda della qualità dell’isolamento e del tipo di impianto di riscaldamento e così via. Una volta scelto il sistema più efficiente, si può pensare a come alimentarlo e scegliere, nuovamente, la fonte di energia che limita al massimo le perdite lungo la catena di trasformazioni.10

Cambiamento tecnologico

Riguardo alla tecnologia è indubbio che la ricerca e lo sviluppo possono ancora contribuire a fornire migliori soluzioni alle due estremità della catena, con apparecchi e sistemi di trasporto più efficienti ed edifici a zero consumi energetici, come anche in termini di produzione di energia pulita. Sul versante della produzione, la sostenibilità impone che il nuovo paradigma si basi su una percentuale crescente di fonti rinnovabili, non solo per la generazione di elettricità, ma anche, e progressivamente, per il settore dei trasporti.11 Le tecnologie attuali (energia idrica, eolica, solare, geotermica) possono ancora acquistare una porzione molto più ampia nel mix energetico, e quelle a venire, come quella di sfruttamento delle onde marine, si aggiungeranno alla gamma delle opzioni disponibili.

Comunque è probabile che le tecnologie che si basano sulla cattura del carbonio – come rileva il documento portoghese – restino ancora indispensabili nella fase di declino dei combustibili fossili, per permettere una transizione più rapida di quanto altrimenti consentirebbe la nostra dipendenza dal petrolio, dal metano e dal carbone. Sul versante della domanda, come abbiamo visto, sarà necessario che edilizia e sistemi di trasporto integrino un’efficienza nella fase progettuale (urbanistica, efficienza passiva negli edifici, sistemi di trasporti pubblici), al fine di intervenire sulla quantità di energia richiesta per rispondere alle esigenze effettive, e la tecnologia potrà fare la suaparte per limitare ulteriormente le emissioni legate a queste esigenze, con veicoli più efficienti e apparecchi “puliti” collegati a sistemi intelligenti di gestione sul lato domanda (DSM).

L’importanza di questi sistemi intelligenti nel nuovo paradigma mette in luce come anche il più profondo cambiamento di tecnologie non avverrà in pratica in un dato settore preso a parte né alle due estremità della produzione e del consumo, ma nell’interazione tra i settori e nelle reti interconnesse.

Sarà lì, grazie a nuovi collegamenti tra i settori, che il nuovo paradigma assumerà tutta la sua importanza. Sarà sempre lì, in un certo senso, che sarà combattuta la battaglia per la sostenibilità. Senza un nuovo modello di rete, le fonti rinnovabili sono condannate ad avere una parte limitata nel mix energetico, a causa del loro carattere in gran parte incostante e sparso. Senza nuove modalità di consumo e di utilizzazione dell’energia nel settore dei trasporti e d’interconnessione tra questo settore e gli altri, il progresso raggiunto in campo energetico grazie al maggiore utilizzo delle fonti rinnovabili non inciderà sul settore responsabile del più rapido aumento delle emissioni, che è appunto quello dei trasporti.

Carburante per il pensiero

Oggi l’energia è consumata in modo ineguale attraverso due forme secondarie in apparenza incompatibili tra loro: l’elettricità (che rappresenta il 20% dei consumi finali dell’Unione europea) e i combustibili (dei quali l’80% è rappresentato dal petrolio, che da solo è pari alla metà dei consumi europei).12

La quota dei consumi elettrici è andata crescendo in modo continuo in tutto il mondo, non solo perché ogni giorno si aggiungono nuovi consumatori, ma anche, e soprattutto nel caso dell’UE, perché si presentano continuamente nuove possibilità d’impiego per questa forma versatile di energia, nuovi elettrodomestici, nuovi impianti di intrattenimento, per non parlare del continuo aumenti dei sistemi informatici e delle telecomunicazioni.

Tutto lascia supporre che l’elettricità continuerà sempre di più a diffondersi nella nostra vita quotidiana. Ed è interessante osservare che la principa-le rivoluzione non avverrà tra le mura domestiche, dove i diversi impieghi dell’energia elettrica sono già ben sviluppati e avranno un margine di progresso limitato nel futuro prevedibile.

Il cambiamento più importante riguarderà la progressiva scomparsa dell’eccezione rappresentata dai trasporti. È questo l’unico settore nel quale l’elettricità non è la fonte principale di energia, e probabilmente è questa la ragione per cui il petrolio conserva il proprio dominio in un calo complessivo dei combustibili. Lo sviluppo di veicoli elettrici di vario tipo segnerà progressivamente la fine della netta separazione del settore trasporti dagli altri quanto a consumo di energia.

Questo fatto comporta due conseguenze: da un lato, se si userà l’elettricità per sostituire i combustibili fossili nel settore dei trasporti, ci sarà una maggiore pressione sulla domanda di energia elettrica. Il che, però, rispetto all’offerta, non avrà un effetto negativo. Alcuni concetti innovativi, per esempio quelli applicati alle tecnologie V2G (vehicle-to-grid), mostrano come i veicoli (che attualmente restano parcheggiati per oltre il 90% del tempo) possano utilmente trasformarsi in sistemi che conservano energia e che restituiscono alla rete parte dell’elettricità quando sono parcheggiati in periodi di forte domanda. Nell’ottica di gestione della rete, questa pare una soluzione promettente per limitare i picchi di domanda attivando fonti di energia accessorie in funzione delle esigenze di un dato momento. Per produrre i vantaggi previsti, però, e non indurre un carico maggiore agli impianti elettrici esistenti, questa evoluzione impone di fare fronte a due esigenze: prima di tutto ci vorrà un’infrastruttura di rete in qualche modo più avanzata, in grado di sfruttare in tempo reale tutte quelle fonti di energia piccole e sparse e di gestirle in base alla domanda.

Poi, e questo sarà essenziale se l’aumento dei consumi elettrici rispetto a quelli dei combustibili fossili deve produrre qualche vantaggio in termini di emissioni di CO2 e di sostenibilità, l’elettricità dovrà essere prodotta sempre di più, e alla fine in modo preponderante, da fonti rinnovabili. Per realizzare questo futuro fondato sulla rinnovabilità, resta un interrogativo: come faremo a risolvere il problema del carattere incostante delle fonti rinnovabili e ad assicurare sempre un adeguamento immediato dell’offerta alla domanda?

Colmare la distanza

Per superare questi ostacoli ci sono due soluzioni complementari. La prima prevede lo sviluppo e la diffusione di sistemi che conservano energia. L’elettricità non si può immagazzinare in quanto tale, e deve basarsi su una conservazione gravitazionale (pompando acqua in bacini idroelettrici e facendola ricadere nelle turbine per produrre energia) o su una conservazione chimica (accumulatori). Per utilizzare l’energia prodotta dalle centrali eoliche quando serve e non solo quando soffia il vento, si possono sfruttare questi due metodi in contesti diversi e di sicuro su una scala molto più ampia di quanto non si faccia oggi. Entrambi, però, presentano qualche limite: non si possono costruire dighe ovunque e gli accumulatori sono ancora troppo costosi e pesanti rispetto alle capacità di stoccaggio. In futuro si prevede che questi sistemi potranno essere integrati dall’accumulo di idrogeno, per esempio, producendo questa sostanza per elettrolisi dell’acqua presso una centrale eolica. Il vantaggio dell’idrogeno sta nel fatto che si tratta di un “conduttore universale”, che può essere sfruttato per ogni tipo di apparecchiatura, impianti fissi e mezzi di trasporto, e che può essere conservato.

La seconda soluzione prevede la realizzazione di una rete aperta, intelligente e multidirezionale per il trasporto e la distribuzione di energia elettrica. La conservazione permetterà di superare il limite dell’intermittenza delle fonti rinnovabili, ma solo una rete intelligente e aperta permetterà di integrare senza sbalzi grandi quantità di energia prodotta da micro e macro centrali basate su fonti rinnovabili. Oltre ai vantaggi insiti nella produzione diffusa di energia, in termini di contenimento delle dispersioni, riduzione delle infrastrutture di supporto e sicurezza complessiva dell’erogazione, lo sviluppo della microgenerazione e del modello produttore-consumatore ha il vantaggio di dare potere e responsabilità ai cittadini. La grande sfida tecnologica dei prossimi anni riguarderà probabilmente l’integrazione tra la rete intelligente (in grado di portare informazioni sulla fornitura e sul prezzo al consumatore) e i sistemi DSM installati nelle abitazioni, negli uffici e nelle fabbriche (capaci di controllare certi impianti in base alle informazioni convogliate dalla rete, per esempio accendendo le macchine quando l’erogazione è abbondante o riducendo un po’ il riscalda-mento quando la spesa è eccessiva). Un’interazione del genere non solo limiterà le situazioni di emergenza provocate dai picchi di carico, i costi che ne risulteranno e le minacce alla sicurezza, ma servirà anche da incentivo per l’espansione di microimpianti di generazione, combinati ad accumulatori, che potranno erogare energia nei momenti di maggiore necessità.

Tutti per uno

Il nuovo paradigma è un tutto interconnesso, che si basa sui principi del decentramento e dell’apertura, al contrario del modello precedente, centralizzato e chiuso. Come internet, con cui condivide un comune contesto concettuale, esso sarà in grado di trasformare la dipendenza in potere di scelta. I suoi pilastri tecnologici si rafforzano a vicenda, perché la rete consente un consumo ottimizzato dell’energia accumulata, che a sua volta esalta al massimo i vantaggi delle fonti rinnovabili.

Le due principali tendenze della nostra società sono verso il decentramento e l’accesso e, per questo, alla fine prevarrà comunque nel sistema energetico un modello più decentrato. Ma per sfruttare questa tendenza in modo da vincere la sfida del cambiamento climatico, è indispensabile applicare incentivi adeguati per accelerare la transizione ed evitare inutili spese in tecnologie senza sbocco, cosa che impone una volontà politica. Nel complesso il nuovo paradigma è uno strumento di grande efficacia: ogni suo aspetto è in grado di esaltare i vantaggi degli altri.

Ma non si attuerà per miracolo. Saranno indispensabili notevoli investimenti nella produzione e nel trasporto di energia, quale che sia il modello adottato, perciò la prima cosa richiesta è la determinazione nelle scelte e una visione chiara degli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il che non va confuso con una rigidità assoluta dei mezzi cui ricorrere, perché la futura evoluzione delle tecnologie, per esempio, potrebbe offrire soluzioni nuove e impreviste, che sarebbero bene accolte nella misura in cui servissero agli scopi dell’efficienza e della riduzione del carbonio. Questo significa che occorre una valutazione dell’impegno nella ricerca, degli investimenti nelle infrastrutture e delle scelte politiche che puntino a incidere sui comportamen-ti (perché abbiamo visto che ricerca e tecnologia da sole non sono sufficienti), dando le priorità in base ai vantaggi a lungo termine, nel senso di realizzare un’economia efficiente e a bassa emissione di carbonio. È un punto essenziale, per evitare le trappole provocate da un uso selettivo e parziale di alcuni pilastri tecnologici del nuovo paradigma, come un impiego inefficiente e dannoso per l’ambiente di certi biocombustibili, con l’idea di aumentare la quota di fonti rinnovabili, o l’uso indiscriminato di combustibili fossili per produrre idrogeno, che renderebbe inutile in partenza l’obiettivo reale della realizzazione di un’economia basata sull’idrogeno.

Una nuova rivoluzione industriale

Il Parlamento europeo ha già paragonato il nuovo paradigma addirittura a una “terza rivoluzione industriale”. Il termine è stato coniato dal noto economista americano, Jeremy Rifkin, che ha molto contribuito a elaborare e a rendere popolare, con l’aiuto di un gruppo di eminenti scienziati, il concetto di un’era dell’idrogeno fondata su fonti di energia rinnovabili e su una rete intelligente per l’energia che riproduca il modello di internet.

Il concetto in sé di una nuova “rivoluzione industriale” significa questo: noi assisteremo non solo a un cambiamento dei consumi energetici, ma a una trasformazione più ampia e profonda delle basi economiche della nostra società, che inciderà sul nostro stile di vita, sul modo in cui lavoriamo e viaggiamo, e che creerà immense opportunità per sviluppare nuove attività economiche, sempre tenendo sotto controllo le nostre emissioni. Oltre ai vantaggi per tutto il mondo che deriveranno dalla limitazione di un aumento irreversibile della temperatura, vi saranno altri e abbondanti benefici per i paesi che si impegneranno per primi nell’attuazione del nuovo paradigma. Questa rivoluzione, però, non si limiterà affatto a un semplice cambiamento delle tecnologie, per quanto profondo e importante: riguardo al cambiamento climatico la sua efficacia sarà massima solo se lungo la strada non si perderanno di vista un approccio olistico e l’obiettivo dell’efficienza, cioè se gli strumenti tecnologici non saranno confusi con l’obiettivo reale, che è quello di un’autentica sostenibilità.

[1] N. Stern, Stern Review on the Economics of Climate Change, ministero del Tesoro, Londra 2005, disponibile su www.hm-treasury.gov.uk/ Independent_Reviews/stern_review_e conomics_climate_change/sternreview_ index.cfm.

[2] La riduzione a un quarto era stata decisa inizialmente dei paesi del G8, come propria “quota equa” nell’impegno globale a ridurre della metà le emissioni medie pro capite, da 1 a 0,5 teqC (tonnellate di carbonio equivalente), un livello che in linea di principio consentirebbe di stabilizzare le concentrazioni di gas serra e di contenere l’aumento di temperatura sotto i 3 °C. Intanto la Francia, per esempio, nel 2003 e nuovamente nel 2007 ha confermato il proprio impegno per una riduzione a un quarto.

[3] Il prezzo del greggio, per esempio, è aumentato di cinque volte dal 2001, da una media di 20 dollari a circa 100 dollari al barile.

[4] Si veda ad esempio: Energy Watch Group, Crude Oil. The Supply Outlook, EWG-Series, 3/2007, disponibile su www.energywatchgroup.org/ Erdoel-Report.32+M5d637b1e38d. 0.html.

[5] Il “peak oil” si riferisce al momento in cui si raggiunge il tasso massimo di produzione mondiale di petrolio, dopo il quale la produzione tende a calare fino all’esaurimento. Il modello era stato utilizzato con successo da M. King Hubbert nel 1956 per prevedere il picco della produzione di petrolio degli Stati Uniti negli anni Sessanta. Tuttavia a livello mondiale c’è il problema di definire i limiti di quelle che si possono considerare riserve: spesso si indica una maggiore presenza di combustibili fossili non convenzionali (sabbie bituminose, scisti ecc.) rispetto a quelli convenzionali. Un altro problema riguarda il fatto che, per quanto abbondanti, le risorse non convenzionali sono più difficili da estrarre, il che non solo comporta costi maggiori ma – soprattutto – emissioni totali più elevate nel loro ciclo di vita. Si veda in particolare A. Farrell, A. R. Brandt, Risks of the Oil Transition, in “Environmental Research Letters”, 1/2006, disponibile su www.iop.org/EJ/article/ 1748-9326/1/1/014004/erl6_ 1_014004.pdf?request-id=6tkub 07L3BGbYHO62wi7Kg).

[6] Si definiscono stranded i costi che un’impresa, che agiva precedentemente in un ambito monopolistico, deve sopportare per il passaggio a un regime di concorrenza a causa della riduzione del prezzo di fornitura e/o della perdita di quote di mercato [N.d.T.].

[7] Secondo il modello classico delle politiche europee, questi possono avere la forma di obiettivi vincolanti e di piani d’azione per settore, che a loro volta assicurano il coordinamento di strumenti e di misure specifici, che possono avere un carattere normativo, fiscale o ispirarsi ai criteri di mercato.

[8] Non si sta affermando che questi concetti, di per sé, siano “nuovi”: essendo stati, fin da prima di diventare il cardine dell’ecologia politica, al centro dello stile di vita di molte civiltà preindustriali che dovevano fare i conti con il fondamentale problema della scarsità. La sfida della rivoluzione energetica consiste semplicemente nell’applicare questi concetti a una società industriale che ha operato su linee completamente diverse. Di per sé, questi concetti non evocano la necessità di rinunciare ai vantaggi della civiltà industriale, anzi la loro ambizione consiste nel rappresentare l’unica situazione in cui tutti vincono coniugando qualità di vita e responsabilità per l’ambiente.

[10] Certamente tali scelte non sono avulse dal loro contesto e la politica, che è l’arte di saper scegliere tra priorità in contraddizione tra loro, deve mettere in conto limitazioni di natura più varia, dalla disponibilità materiale delle fonti di energia al loro costo economico e sociale, che tengano conto dei concetti di creazione di posti di lavoro e di equità di accesso all’energia. Il fatto nuovo, in un certo senso, è che tra queste priorità è presente a pieno titolo anche l’ambiente.

[11]È importante osservare che i biocombustibili non sono l’unica soluzione in questo senso e che i veicoli elettrici o a celle a combustibile, che utilizzino elettricità rinnovabile o idrogeno, possono alla fine rappresentare una soluzione “rinnovabile” per i trasporti.

[12] Eurostat, Energy. Yearly statistics 2005, Lussemburgo 2007.

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