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L'instabile circolarità del potere in Pakistan

Written by Riccardo Redaelli Thursday, 02 July 2009 17:49 Print

Il Pakistan da anni sembra un paese sempre più fragile e inaffidabile, con un governo civile debole e delle forze armate incapaci di garantire l’ordine in diverse aree del paese. Uno Stato sempre più vittima del “contagio” dei taliban afgani – peraltro creati tempo addietro proprio da Islamabad – ma che rimane una pedina cruciale per l’azione della NATO in Afghanistan e per la politica regionale che l’Amministrazione Obama intende perseguire.

«Molti dei pakistani con cui ho parlato si sentivano delusi (…) era un più ampio senso di tradimento, di essere stati completamente imbrogliati. I militari incolpavano i politici; i politici i militari; i businessmen i burocrati, i burocrati i politici. Tutti accusavano i latifondisti e gli stranieri (…). La gente si domanda che cosa è andato storto; si preoccupa per il futuro».1 Sono parole scritte da Emma Duncan vent’anni fa, nel 1989, nel suo famoso “Breaking the Curfew”, eppure sembrano così attuali.

E in effetti, lungo tutta la sua storia, iniziata nel 1947, il Pakistan appare così, come uno Stato debole, lacerato da tensioni etniche, politiche, religiose e sociali, ove molto spesso il ricambio politico è avvenuto solo attraverso colpi di Stato, uccisioni, condanne per corruzione e fughe in esilio dei vari governanti. Con leader cacciati e poi nuovamente al potere, legami familiari e “dinastie repubblicane”. Oggi, infatti, il presidente del paese è Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, uccisa in un cruento attentato jihadista, avvenuto alla fine del dicembre 2007 durante la campagna elettorale. Con amara ironia si dice spesso che, nell’Asia centromeridionale, le uniche monarchie solide sono quelle repubblicane, con il potere politico che rimane all’interno di poche famiglie. La tragica morte di Benazir ha conferito legittimità a Zardari, un personaggio ambiguo, noto per la sua corruzione e avidità. A sua volta Benazir era salita al potere grazie al carisma del padre, Zulfiqar Ali Bhutto, deposto nel 1977 e poi ucciso dal generale golpista Muhammad Zia ul Haq, la cui morte in un misterioso attentato aereo spianò a sua volta la strada proprio a Benazir.

Fin dai primi anni Cinquanta il pendolo politico è oscillato fra regimi militari golpisti che abbattevano corrotti e inefficaci governi “democratici” in nome della lotta alla corruzione e dell’unità nazionale e ritorni alla democrazia sull’onda dei fallimenti dei militari al potere. Senza mai trovare un equilibrio che rafforzasse le istituzioni del paese, spesso indebolito da lotte indipendentiste (l’indipendenza del Bengala orientale – oggi Bangladesh – nel 1971, le rivolte in Baluchistan), guerre perdute, crisi finanziarie.

Con il generale Pervez Musharraf sembrava che il Pakistan avesse finalmente trovato un leader capace di fortificare il paese, moderandone nel contempo le spinte politico-religiose più radicali. Egli era salito al potere con un incruento colpo di Stato nel 1999, abbattendo il corrotto e inefficiente governo di Nawaz Sharif (il quale, dopo le elezioni del 2008, ha lavorato soprattutto per costringerlo alle dimissioni), e aveva dato prova di buone capacità politiche e di moderazione, promettendo di combattere la corruzione dilagante e di riavvicinare il Pakistan all’Occidente.

Ma con il passare degli anni, anche Musharraf è rimasto imprigionato nella palude della gestione quotidiana di un paese ingovernabile, che per di più da quasi tre decenni vive una doppia maledizione: l’Afghanistan e l’islamismo radicale. L’Afghanistan è sempre stato l’obiettivo principale della politica estera pakistana (ancora più del Kashmir): esso doveva dare al paese la “profondità strategica” che mancava. L’ossessione di instaurare a Kabul un governo satellite, prima con i mujaheddin e poi con i taliban (gli “studenti del Corano” creati proprio dai pakistani agli inizi degli anni Novanta) si è rivelata disastrosa. L’11 settembre ha costretto il Pakistan a sconfessare la propria politica di sostegno ai taliban e ha rappresentato una delle peggiori sconfitte politiche del paese. In questi ultimi anni, poi, si è capito che il legame fra taliban e Pakistan (un legame creato all’inizio proprio dalla Bhutto) aveva effetti contrari: il Pakistan ha perso l’Afghanistan, ma le milizie islamiste radicali hanno “conquistato” intere zone del paese, nella North-West Frontier Province (NWFP) e in Baluchistan. In più questo legame ha favorito il dilagare del radicalismo islamico violento e antioccidentale, ambiguamente contrastato da Musharraf.

Un risultato paradossale per questo paese fu perseguito nella prima metà del XX secolo da Mohammad Ali Jinnah, il capo della Lega Musulmana, che si battè contro Nehru e Ghandi per dividere il subcontinente al momento dell’indipendenza dall’Impero britannico nel 1947. Uno Stato pensato per i musulmani, ma non uno Stato islamico: per Jinnah il Pakistan doveva essere laico e tollerante, alleato indissolubile dell’Occidente. La sua prematura morte, avvenuta nel 1948, l’instabilità politica – che ha favorito tutta una serie di colpi di Stato militari –, le tensioni interne e con l’India hanno fatto del Pakistan una sorta di “paese incompiuto”. Un senso di fragilità, di artificialità che ha favorito lo slittamento verso l’idea di dover essere un paese veramente islamico, enfatizzando la religione quale elemento di unione di popoli etnicamente e culturalmente diversi. Con gli anni, il progetto iniziale dell’islamismo si è modificato: l’alcol è stato proibito (se ne fa in realtà un grande consumo illegale), è stata adottata la shari‘a, sono stati riaperti i tribunali religiosi islamici, sono sempre più diffuse le madrase legate alla corrente estremista deoband e così via. La guerra contro i sovietici in Afghanistan negli anni Ottanta e poi le vicende dei taliban negli anni Novanta hanno infine favorito il dilagare delle frange più estremiste anche fra le forze armate e nell’apparato statale.

 

Una crescente fragilità geopolitica

Se il decennio di governo militare del generale Pervez Musharraf non è servito a rendere più solido il paese, ancora peggio ha fatto il ritorno al potere del Partito del Popolo Pakistano (PPP), creato dalla famiglia Bhutto e oggi (parzialmente) nelle mani di Zardari. L’andamento negativo della guerra contro i taliban in Afghanistan e le evidenti difficoltà incontrate dalla NATO nello stabilizzare il paese hanno contribuito al peggioramento dello scenario di sicurezza in Pakistan. Com’è noto, la frontiera fra Afghanistan e Pakistan taglia in due il gruppo etnico dei pashtun, dal 1747 l’etnia di riferimento – a livello politico-militare – del complicato mosaico afgano, che tuttavia è ben presente anche in Pakistan. Geograficamente, i pashtun pakistani (chiamati pathan) sono preminenti nella parte nordoccidentale del paese, tanto nella North-Western Frontier Prov ince che nel Baluchistan settentrionale, ma la loro presenza è rilevante nelle istituzioni militari e amministrative di tutto lo Stato. I taliban sono dai primi anni Novanta un movimento politico e militare formato da pashtun, che unisce a una visione della religione dogmatica e intollerante le tradizioni tribali codificate nel codice del pashtunwali (che esalta la necessità di difendere l’onore delle proprie donne, l’ospitalità, la resistenza allo straniero e così via).

È da tempo che buona parte delle province occidentali sono di fatto delle zone franche per i taliban che combattono contro le forze NATO in Afghanistan; anzi, l’Alleanza atlantica fatica a garantire i flussi di convogli che partono dal territorio pakistano, e che sono spesso assaltati dalle milizie islamiste. Proprio in considerazione del degenerare della situazione sul campo, sono aumentati gli attacchi aerei – per lo più statunitensi – lungo la frontiera con l’Afghanistan: un’evoluzione che diffonde l’antioccidentalismo e, per alcuni analisti, delegittima le forze armate pakistane. Parallelamente, sono aumentati anche gli attacchi da parte di gruppi islamisti pakistani radicali e violenti contro obiettivi politici, militari, contro gli sciiti, le minoranze religiose e gli stranieri. Milizie e gruppi di guerriglieri, che il Pakistan aveva contribuito a creare negli anni Ottanta e Novanta per agire in Kashmir contro gli indiani, si sono ormai completamente affrancati dal controllo dei pur potenti servizi militari pakistani (il celebre ISI, Inter Services Intelligence); ulteriormente radicalizzatisi dal punto di vista dottrinale e ideologico, essi hanno compiuto attacchi tanto all’interno del Pakistan (puntando ripetutamente a uccidere anche l’ex presidente Musharraf) quanto in India. Nel novembre del 2008, ad esempio, l’attacco a Mumbai, compiuto da Lashkar-e Taiba, ha rivelato l’impressionante capacità di questa organizzazione nel gestire operazioni complesse, con diversi commando che hanno agito simultaneamente, uccidendo più di duecento persone. Tutto ciò ha contribuito a deteriorare la sicurezza interna e a ridurre ulteriormente la credibilità internazionale del paese, facendo di fatto il gioco del suo avversario storico, l’India, la quale si propone come una democrazia stabile e un attore globale che da decenni si deve confrontare con le provocazioni e le minacce di un vicino debole, inaffidabile ed estremista. Un’immagine che il Pakistan rifiuta con sdegno, ma da cui non riesce a liberarsi.

Alla luce dei fatti, quindi, la lotta contro i taliban in Afghanistan non solo si è rivelata semi-fallimentare, ma ha favorito il contagio jihadista in tutto il Pakistan. A Washington si parla ormai di AfPak, per sottolineare come non siano solo profondamente correlati i problemi di sicurezza e fragilità statuale interni ai due paesi, ma come l’emergenza islamista debba essere affrontata in modo unitario. In realtà, come tutte le semplificazioni politiche che si fanno nei circoli politici statunitensi, l’AfPak è un’immagine efficace ma che non rende giustizia alle diversità fra i due paesi e alla maggiore solidità del Pakistan, del suo sistema istituzionale, del quadro politico e delle sue forze armate, al quale spetta il compito di gestire le sfide all’ordine interno. Il governo di Islamabad, per quanto corrotto, fragile, infiltrato da legami clanico-feudali o patrono-clientelari, sempre “guardato a vista” dalla potente classe militare, è un governo molto più forte e autorevole di quello afgano. Parimenti, i ceti economici e produttivi, e finanche la mitica società civile, hanno un loro ruolo e un loro radicamento, soprattutto nelle province del Punjab e del Sindh.

Certo, la crisi economica e finanziaria mondiale ha colpito duramente il paese, danneggiando proprio i ceti sociali – la borghesia produttiva e commerciale e il gruppo legato all’amministrazione del paese – su cui poggiano i due storici partiti rivali, il PPP e la Lega Musulmana dell’ex premier Nawaz Sharif. Non potendo ridurre significativamente il bilancio dei militari, il governo non ha avuto altra strada che falcidiare i fondi per i programmi sociali e di sviluppo. Ciò ha ovviamente fatto aumentare lo scontento e ha facilitato le violenze, tanto nelle province del Baluchistan e della NWFP quanto nelle grandi città, in particolare a Karachi, una delle megalopoli più insicure e violente a livello mondiale.

 

Un’alleanza forzosa

L’Amministrazione Obama, com’è noto, ha scelto – fra i tanti disastri ereditati dalla fallimentare Amministrazione Bush – di dedicare un’attenzione speciale allo scenario afgano. E di conseguenza al Pakistan. Per quanto l’attuale governo civile pakistano non susciti grandi entusiasmi a Washington, è chiaro che al momento attuale agli Stati Uniti non rimangono molte alternative al sostegno di Islamabad. Un sostegno che deve essere politico, economico e nel campo della sicurezza. Del resto il Pakistan continua a essere una pedina indispensabile per la stabilizzazione dell’Afghanistan. Non a caso il governo americano, all’inizio dello scorso mese di maggio, ha invitato negli Stati Uniti il presidente Asif Ali Zardari, assieme al suo omologo afgano, Hamid Karzai.

Il sostegno americano non è tuttavia incondizionato: da tempo sono diffuse critiche crescenti contro l’atteggiamento delle forze armate pakistane, che non agirebbero con sufficiente determinazione contro la talibanizzazione di vaste aree del proprio territorio e contro la presenza sempre più sfrontata dei guerriglieri jihadisti. In effetti, per anni esse hanno preferito mantenere un profilo basso, evitando di esporre eccessivamente i propri soldati in azioni spettacolari contro i pashtun pakistani, anche visti i deludenti risultati ottenuti nelle operazioni più volte lanciate all’interno delle aree tribali (di fatto dei santuari per le milizie islamiche radicali). Molti militari pakistani inoltre hanno spesso cercato di spiegare ai loro omologhi occidentali di come fosse controproducente agire con attacchi frontali, dato che in tal modo si alimenta solo una maggiore simpatia per i taliban fra la popolazione pashtun e si finisce per delegittimare ulteriormente il governo centrale e le forze armate, le quali appaiono come delle semplici pedine nelle mani del “nemico” statunitense.

Ma l’arroganza mostrata in questi mesi dai taliban, i quali hanno esteso il proprio potere oltre le aree tribali del Nord-Ovest – secondo la consuetudine autonome dal governo centrale e amministrate da capi tradizionali – verso territori vicini alla stessa capitale, e la brutalità con cui stanno tentando di imporre la loro visione intollerante e dogmatica della shari‘a hanno forzato l’establishment civile e militare ad agire con maggiore decisione. Tale scelta è stata dovuta soprattutto al timore di perdere il controllo su parti crescenti del territorio nazionale e alla presenza degli islamisti che arrivava a lambire anche alcuni siti di stoccaggio del programma nucleare militare.

Da qui l’offensiva lanciata nel mese di maggio dalle forze armate pakistane nello Swat, una delle valli più famose e cariche di storia del Pakistan nordoccidentale, a poche decine di chilometri dalla capitale Islamabad. Un’operazione caratterizzata da una durezza senza precedenti che ha colto di sorpresa i taliban e i militanti jihadisti, uccisi a centinaia.

Dal punto di vista umanitario, però, questa offensiva si è tradotta in una tragedia per la popolazione civile. Oltre ai molti morti innocenti, vi sono stati, secondo stime delle Nazioni Unite, quasi due milioni di profughi in fuga dalla violenza degli scontri. Il governo del presidente Zardari può ora dire di aver agito con estrema decisione, accettando quel ruolo di alleato che combatte in prima linea contro le milizie degli “studenti del Corano” che Washington chiedeva da tempo. Ma al di là di ogni considerazione umanitaria, i dubbi maggiori stanno nella tenuta di lungo periodo di questa “vittoria” militare. Il rischio paventato da molti analisti, infatti, è che capiti quanto avviene ormai da anni con le operazioni della NATO in Afghanistan, ossia che le offensive sul campo diano solo l’illusione della vittoria. Finito il grande dispiegamento di truppe, saprà Islamabad mantenere il controllo di queste aree, oppure, come è sempre avvenuto in Afghanistan, i taliban ricominceranno la loro opera di lenta penetrazione, contando anche sul desiderio di vendetta di quanti hanno perso familiari e parenti negli scontri e sul risentimento della popolazione contro l’esercito nazionale, percepito da molti come una forza ostile?

Se così fosse, non solo le tensioni fra governo civile e potere militare sarebbero destinate a riacutizzarsi, con accuse reciproche, ma si rafforzerebbero le voci di chi non crede che il Pakistan possa mai tornare a essere un attore regionale affidabile su cui la comunità internazionale può contare.


[1] E. Duncan, Breaking the Curfew. A Political Journey through Pakistan, Michael Joseph, Londra 1989, p. 6.

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