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Paul Krugman, L'incanto del benessere. Politica ed economia negli ultimi vent'anni

Written by Fiorella Favino Monday, 11 May 2009 20:48 Print

Nell’epoca in cui la crisi finanziaria ed economica spinge esperti e politici di tutti gli schieramenti ad invocare un
ruolo più attivo dello Stato nell’economia, a chiedere un ritorno ai precetti del keynesianesimo e a condannare le
derive provocate dall’ideologia neoliberista è opportuno interrogarsi sulle modalità attraverso le quali questa ideologia è riuscita ad affermarsi e a guidare così a lungo l’agire dei governi del mondo industrializzato (e non solo di questo). Una spiegazione di come ciò sia potuto accadere ci viene offerta da Paul Krugman nelle pagine di un testo del 1994 dal titolo “Peddling Prosperity. Economic Sense and Nonsense in the Age of Diminished Expectations”, apparso l’anno successivo in traduzione italiana per Garzanti con il  titolo molto meno accattivante e assai meno ricco di rimandi “L’incanto del benessere. Politica ed economia negli ultimi vent’anni”.

Si tratta di un testo che Krugman, economista di fama internazionale, editorialista del “New York Times”, fresco vincitore del premio Nobel per l’economia (e anche questo potrebbe essere un segno dei tempi) e liberal dichiarato scrisse subito dopo la conclusione della parabola al potere dei conservatori americani. È un volume che non nasconde di essere un testo di parte, ideato con l’obiettivo di smentire i proclamati successi dell’economia americana nell’epoca del predominio intellettuale e politico dei conservatori e di smascherare i sostenitori della politica economica reaganiana che, in alcuni casi animati da vera e propria disonestà intellettuale, si sono spinti a negare la realtà dei fatti pur di attribuire alla politica economica statunitense degli anni Ottanta risultati che questa non ha mai avuto. L’affermazione a livello internazionale del credo neoliberista fu infatti possibile grazie all’esaltazione dei successi ottenuti dall’economia degli Stati Uniti, il paese in cui esso fu ideato e applicato per primo. È quindi dalla comprensione dei meccanismi che hanno reso possibile la celebrazione dei risultati della politica neoliberista di Washington che deve necessariamente prendere le mosse ogni tentativo di analisi e comprensione delle vicende economiche internazionali degli ultimi venticinque anni. Essenziale affinché questa mitizzazione potesse compiersi è stata – secondo Krugman – l’intesa realizzatasi fra alcuni politici conservatori e un certo numero di pseudo-economisti della stessa area politica di riferimento. Attraverso il consolidamento di questo perverso rapporto – che si è realizzato pienamente negli Stati Uniti a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento ma che non si esaurisce in quella dimensione geografica e temporale – i politici sono riusciti ad accattivarsi quegli economisti le cui idee si prestavano ad essere manipolate in modo tale da fornire un fondamento a pratiche politiche altrimenti prive di basi scientifiche, mentre gli economisti sviluppavano queste idee e le sfruttavano come merce di scambio per ricavarne influenza e potere. In tal modo i conservatori americani sono riusciti ad elaborare una “vision” di ciò che non funzionava negli Stati Uniti e ad individuare i nemici principali dello sviluppo economico del paese (l’ipertrofia della macchina statale e l’eccessivo carico fiscale su lavoro e investimenti) contro i quali incanalare, ricavandone vantaggio politico, il malcontento della popolazione. E poiché «il vero successo politico – sostiene Krugman – dipende non solo e non tanto dalla capacità di mostrarsi sensibili a quelli che la gente considera i propri interessi del momento, ma dall’abilità di interpretare e ridefinire questi interessi così da far apparire indispensabili agli occhi dei cittadini quei cambiamenti che si ha in animo di adottare», il politico che più di tutti è riuscito ad incarnare questa “vision”, Ronald Reagan, è stato anche capace di far convergere su di sé il favore di gran parte dell’elettorato americano.

La difficile situazione economica della seconda metà degli anni Settanta servì da acceleratore dell’intero processo. Nel 1974-75, infatti, l’economia statunitense (come quella di gran parte dell’Occidente industrializzato, del resto) visse una fase di profonda recessione, accompagnata da una disoccupazione record del 9%, cui seguì, dopo un breve periodo di ripresa, una fase caratterizzata dalla contemporanea presenza di un elevato tasso di disoccupazione (attestatosi saldamente sopra il 6%) e dall’accelerazione dell’inflazione, che crebbe fino a raggiungere, nel 1979, il 13%. La drammaticità della situazione non risiedeva però tanto nella gravità dei dati economici, nei parametri fuori controllo, quanto nel fatto che la politica sembrava priva degli strumenti intellettuali necessari per fronteggiare la crisi: le mancava, soprattutto, una soluzione semplice e immediata da proporre agli elettori. Gli economisti tradizionali, a cui i politici guardarono in cerca di ispirazione, non avevano da offrire una via rapida per uscire dalla situazione. I «professori», gli economisti accademici, gente solitamente schiva, con grosse difficoltà di comunicazione con il grande pubblico ma con una solida conoscenza delle dinamiche economiche, erano consapevoli dell’inesistenza di formule magiche applicando le quali fosse possibile far ripartire d’un sol colpo la crescita economica in un paese in crisi recessiva. Di fronte all’esponenziale aumento dell’inflazione e alla contestuale crescita della disoccupazione, l’economia tradizionale non aveva da proporre altra via d’uscita che una stretta monetaria, da realizzare a costo di una recessione lunga e dolorosa, dalle drammatiche ripercussioni sull’occupazione e quindi impraticabile dal punto di vista politico.

Al bisogno della politica di ricette semplici e risolutive rispose in quel frangente un altro gruppo di intellettuali che, in maniera assai impropria – secondo l’autore –, possono essere inclusi fra gli economisti: gli «imprenditori politici». Questi ultimi, a differenza dei professori, non provengono dal mondo accademico e non sottopongono le loro elaborazioni al giudizio della comunità scientifica di appartenenza (questo gli permette, a parere di Krugman, di dire «fesserie» senza timore di essere smascherati); cercano invece visibilità, hanno come unico interlocutore il grande pubblico, al quale si rivolgono per offrire soluzioni semplici e immediate per i problemi più complessi, soluzioni adatte ad essere trasformate in slogan efficaci da parte dei politici. Gli imprenditori politici conservatori statunitensi ebbero il compito di dare visibilità e sostegno, dopo averle semplificate ed estremizzate, ad alcune delle idee del pensiero economico conservatore americano degli anni Settanta – dalle teorie monetariste elaborate da Milton Friedman alla teoria delle aspettative razionali di Robert Lucas, o a quelle di Martin Feldstein e Michael Boskin (dall’impatto sull’economia politica reale assai incisivo) riguardanti la tassazione e le politiche di regolamentazione – che, riunite in maniera organica, giunsero a costituire una vera e propria ideologia (la Supply-side economics), che aveva nella contestazione della capacità del governo di gestire il ciclo economico il suo principale caposaldo. La storia dell’elaborazione delle linee di politica economica conservatrice americana nella seconda metà degli anni Settanta è quindi anche la storia di come i più credibili e moderati economisti conservatori non riuscirono ad incidere nella definizione del programma del partito repubblicano americano; intento nel quale riuscirono invece i supply-siders, un gruppo di pseudo-economisti conservatori radicali provenienti non dal mondo accademico ma dai margini dell’economia: dalla legge, dal giornalismo, dagli staff dei parlamentari, da società di consulenza e da alcuni think tank conservatori.

Mentre gli economisti tradizionali proponevano solo deboli e poco convincenti palliativi, i supply-siders suggerivano un’alternativa seducente in cui si prometteva di combattere l’inflazione senza sofferenze: per uscire dalla crisi sarebbe stato sufficiente imporre una stretta monetaria (priva, a loro giudizio, di conseguenze recessive) e attuare contemporaneamente un’espansione dell’economia attraverso il taglio delle tasse, senza preoccuparsi dei suoi possibili effetti sul bilancio. Inizialmente solo un ristretto numero di economisti e politici presero seriamente le prescrizioni della Supply-side economics e davvero in pochi pensavano che quelle idee avessero qualche chance di essere adottate in un paese economicamente sofisticato come gli Stati Uniti. Ma si sbagliavano.

Contando sul sostegno proveniente da alcune testate economiche specializzate, ma soprattutto sulla legittimazione che venne loro fornita da Robert Bartley, direttore dal 1972 della pagina editoriale del “Wall Street Journal”, approfittando del particolare momento di debolezza dell’economia americana, della crisi di fiducia nella capacità della politica di offrire una risposta adeguata alla crisi e del mainstream economico di comprenderne le cause e proporre delle risposte efficaci, il gruppo dei supply-siders – composto oltre che da Bartley, da Jude Wanniski, Irving Kristol, da Arthur Laffer e Robert Mundell –, «un movimento di outsiders», un piccolo gruppo sostanzialmente privo di credibilità e rispettabilità, riuscì ad affermarsi e a prendere il controllo della politica economica statunitense. Nel merito dei provvedimenti proposti, la rivalsa conservatrice si strutturò come un attacco al cuore delle politiche economiche keynesiane, all’idea che fosse auspicabile un aumento dell’offerta di moneta per combattere la recessione o che l’avvio di ingenti piani di lavori pubblici potesse aiutare l’economia ad uscire da una fase di depressione, ma soprattutto alla convinzione che l’economia di mercato avrebbe potuto funzionare meglio in presenza di un saggio intervento dello Stato. Secondo le nuove teorie dell’economia conservatrice, non solo il governo non giocava un ruolo positivo nella stabilizzazione del ciclo economico, ma attraverso le distorsioni e i ridotti incentivi provocati dalle tasse e dalla regolamentazione, costituiva il principale freno ad una crescita stabile di lungo periodo. Il trionfo politico dell’ideologia economica conservatrice, realizzatosi nel 1980 con la vittoria alle elezioni presidenziali di Ronald Reagan, fu quindi suggellato dall’affermazione di Irving Kristol secondo la quale Keynes era definitivamente morto. La chiave di volta dell’intera politica economica conservatrice era rappresentata dalla promessa del rilancio della crescita. Garantire un elevato livello di crescita avrebbe permesso di risolvere ogni problema: avrebbe ridotto la disoccupazione, compensato gli eventuali deficit di bilancio pubblico provocati dai tagli delle tasse, attutito perfino le (crescenti) disparità fra ricchi e poveri. In realtà non vi fu nessuna accelerazione del tasso di crescita di lungo periodo nei dodici anni di dominio conservatore americano; così come, del resto, non si registrò nemmeno una decelerazione della crescita. «La verità – afferma Krugman – è che non è successo nulla di rilevante alla crescita economica USA durante il dominio conservatore». Nonostante ciò, però, selezionando accuratamente i dati utilizzati a sostegno delle loro tesi, i conservatori riuscirono a convincere gli americani e il mondo intero di avere fatto qualcosa di eccezionale.

Il predominio di una data ideologia politico-economica ha, inevitabilmente, i caratteri della ciclicità. L’egemonia intellettuale dei conservatori non era quindi destinata a durare per sempre. Se dal punto di vista politico i conservatori continuavano ad avere successo e a riscuotere il favore dell’opinione pubblica, le teorie economiche più innovative elaborate negli anni Ottanta provenivano non più dall’area conservatrice, ma dalla sinistra, ed erano idee che, riprendendo e aggiornando il pensiero di Keynes, dimostravano che, almeno sul lungo periodo, «Keynes è ancora vivo». Agli inizi degli anni Ottanta, infatti, Paul David e Brian Arthur elaborarono la teoria della cosiddetta “economia del QWERTY”, attraverso la quale, prendendo spunto proprio dall’esempio della tastiera delle macchine da scrivere e, successivamente, dei personal computer, si dimostrava che non sempre le soluzioni più efficienti sono quelle alla fine adottate. Questo approccio minava alla base l’idea dei conservatori che il libero mercato, se lasciato libero di operare, fosse il modo migliore di organizzare l’attività economica. Si contestava così l’idea che siano sempre i mercati ad indicare la migliore soluzione di determinati problemi; al contrario, il risultato finale spesso dipende in modo determinante da imprevedibili eventi storici (ciò che David definisce «dipendenza situazionale») mentre un attivo intervento dello Stato nell’economia può concretamente migliorarne le performance. Queste nuove idee economiche progressiste si rivelarono, purtroppo, soggette alle stesse dinamiche già descritte a proposito dell’affermazione dei supply-siders. Come le teorie monetariste degli economisti conservatori americani furono volgarizzate e utilizzate per giustificare alcuni comportamenti politici, così alcune idee dell’economia del QWERTY servirono da fondamento per l’elaborazione della piattaforma teorica della riscossa democratica dopo il decennio di supremazia repubblicana. Anche in questo caso non furono né i dettami del tradizionale pensiero progressista incentrati sui temi dell’uguaglianza e della giustizia sociale, né le precise e valide teorie del QWERTY a dettare la base della programma economico democratico, ma le idee dei teorici degli scambi commerciali strategici, i quali, convinti che gli Stati Uniti fossero alle prese con una feroce competizione con le altre economie industrializzate per la conquista della supremazia sui mercati globali, invocavano una politica di forte sostegno del governo federale alle imprese americane, soprattutto a quelle più innovative. Questo nuovo orientamento, che rappresentava agli occhi degli economisti progressisti tradizionali un «sopruso intellettuale, una vera e propria sequela di errori presentati come lucide intuizioni», venne cavalcato, come era avvenuto per la Supply-side economics, da alcuni imprenditori politici provenienti dal mondo accademico (come Lester Thurow e Robert Reich) o dal giornalismo (come Robert Kuttner di “The New Republic”) ed ebbe bisogno di alcuni anni per acquistare credibilità agli occhi dei politici democratici americani. Solo con l’elezione alla Casa Bianca di Bill Clinton riuscì a conquistare Washington. Certo, si invocava così un ritorno dello Stato nell’economia, ma affinché svolgesse nel modo più deleterio il suo compito. Con un monito che può essere valido ancora oggi, Krugman sottolinea come, declinato nel modo in cui i teorici degli scambi commerciali strategici lo idearono, l’intervento dello Stato nell’economia comporta il rischio che nello sforzo di assicurarsi il predominio sui mercati globali questi vengano distrutti, cedendo spazio ad un preoccupante ritorno del protezionismo.

Rileggendo oggi le pagine di Krugman si può avere l’impressione che l’alternanza keynesianesimo/liberismo possa aver compiuto nel frattempo un ulteriore giro completo, con la successione a Bill Clinton di George W. Bush e di Barak Obama a quest’ultimo. Scrivendo nel 1994, il nostro autore non poteva immaginare quanto i dettami del credo neoliberista fossero penetrati in profondità nell’elaborazione politica americana e mondiale (anche di quella di ispirazione progressista) e, illustrando le sue perplessità in merito ai primi provvedimenti di politica economica del presidente Clinton, non poteva prevedere che questa, sebbene fra molti meritori interventi in favore del risanamento del deficit di bilancio e per il superamento delle disuguaglianze sociali, non sarebbe intervenuta a modificare, in patria come a livello internazionale, l’ormai radicata e incondizionata fiducia nell’autoregolamentazione dei mercati. Per assistere alla definitiva “resurrezione” di Keynes, quindi, si è dovuto attendere non solo per entrambi i mandati di Clinton, ma anche per i lunghi anni della presidenza di G. W. Bush. Solo il confronto con i disastri della crisi finanziaria ed economica in atto ha reso possibile, come sostenuto recentemente da Joseph E. Stiglitz, il «ritorno trionfante di John Maynard Keynes».

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