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Nemico

Written by Francesco Benigno Friday, 08 May 2009 18:16 Print

Nel dibattito politico italiano degli ultimi quindici anni, in parallelo con l’affermarsi di un bipolarismo imperfetto, si sono ripetutamente levate voci insistenti, da sinistra come da destra, per chiedere alla lotta politica di abbandonare la retorica bellicista del nemico, sostituendola con quella, democratica,  dell’avversario, competitore di un gioco condiviso, in cui nessuno venga accusato di stare al tavolo illegittimamente, di barare o di voler far saltare il banco.

L’Italia del rosso e del nero, si è argomentato, è figlia di un mondo passato, imbevuto di ideologie funeste ma ormai morte e sepolte, intriso di odio civile; sicché alla metafora della guerra, cui l’idea di nemico è stata sempre connessa, è meglio sostituire quella della partita di calcio, e la rassicurante prospettiva dell’alternanza, in cui la sconfitta di oggi garantisce la possibile vittoria di domani.
Per quanto auspicabile, questa visione di un paese “normale”, serenamente accomodato in un mondo definitivamente post ideologico, ha dovuto fare i conti con sgradevoli realtà che, prima e dopo l’11 settembre, hanno turbato le coscienze e incrinato facili certezze. La guerra, che il sistema dei due blocchi aveva congelato, si è ripresentata nei vicini Balcani (come nel Medio e nel Lontano Oriente) con il suo tragico corredo di pulizie etniche e di amnesie umanitarie, sicché il nemico, lungi dal risultare un evanescente fantasma, è rispuntato, come uno zombie del secolo degli orrori, il Novecento, ad inquietare le nostre vite, prendendo volta a volta le sembianze dell’immigrato clandestino, del fondamentalista straniero e, naturalmente, del terrorista. All’Italia di don Camillo e Peppone è venuto sostituendosi così non un paese immaginario senza ideologie ma l’Italia dei sindaci e degli imam, di merci esportate e persone immigrate, di regole di convivenza da reinventare per affrontare le incertezze del mondo globale.
La domanda che si pone, allora, può essere così formulata: se il nemico non è una forma residuale della modernità perduta, quella delle identità “solide” 1 e ascrittive, qual è allora il significato della sua presenza nel mondo della guerra asimmetrica, dei conflitti attorno a issues inedite, del mescolarsi di nazioni e culture,2 delle interconnessioni sempre più veloci, della virtualità come esperienza sociale? E ancora: è possibile una politica di gentlemen che si riconoscono e si legittimano reciprocamente mentre la retorica pubblica continua a produrre figure del nemico? E queste figure del nemico – il criminale, lo stupratore, il fanatico predicatore di una religione che non sia la nostra, il kamikaze – cosa ci dicono non della realtà (perché sappiamo bene che esse descrivono la realtà meno di quanto la influenzino e la plasmino) bensì di noi e dei nostri bisogni?
Il primo passo per rispondere a queste domande è riconoscere l’importanza dei processi di esclusione nella definizione del sé propria della cultura occidentale. Il popolo di Dio, Israele, aveva i suoi nemici naturali (siano essi di volta in volta gli egiziani oppressori o gli amalekiti), ma il prototipo del nemico era Aman, colui che aveva progettato lo sterminio di Israele, poi sventato grazie all’intervento della regina Esther; e Aman è rimasto per secoli l’incarnazione del male assoluto, una figura da riconoscere ogni volta che l’esistenza del popolo di Israele è stata minacciata.3 Nella tradizione cristiana, a sua volta, il demonio, cui Dio attribuisce un’inesplicabile libertà d’azione, costituisce il nemico del cristiano, un anti-Cristo da individuare e da combattere nelle posizioni dei nemici della fede, gli eretici. Nella patristica e poi, classicamente, nel John Milton del “Paradiso perduto”, questa dialettica prenderà la forma leggendaria e altamente significativa degli angeli ribelli guidati da Lucifero e cacciati dal cielo di Dio: il che ci ricorda come il vero nemico sia sempre, alla fine, uno di noi.
E ancora, durante la Rivoluzione francese, la travagliata nascita del popolo-nazione coincide con il forgiare non solo l’incerto statuto dello straniero ma anche quello del nemico per eccellenza, l’aristocrate, che complotta nell’ombra contro la rivoluzione.4 In modo non dissimile, infine, sono stati poi coniate di volta in volta le immagini di ebrei erranti e di perfide Albioni, di grassi borghesi e di zingari malefici, di criminali irriducibili e di anarchici cospiratori, di delatori e di spie, agenti invisibili di un nemico onnipresente. 5 Stereotipi, si dirà. E tuttavia è essenzialmente attraverso gli stereotipi, queste rappresentazioni accorciate del mondo sociale, che si creano quei campi di differenziazione semantica, di somiglianze e differenze, che rendono possibili l’identificazione e l’alterità: proprio quell’alterità che con la sua esistenza, spesso implicita, permette alla persona comune di esistere, di essere quello che vuole o può essere. Il capro espiatorio, si sa, sconta sempre delle pene non sue. Interrogarsi sul nemico, insomma, ci dice molto sul modo con cui nella nostra cultura funzionano i meccanismi di creazione dell’identità politica e sociale, di esclusione e di disumanizzazione, fino alla reificazione e “de-specificazione” 6 del diverso, dell’altro da noi: sicché una politica ben regolata, animata dallo spirito del fair-play, in una cultura che non riesce ad essere veramente pluralista, ma che rimane invece alla radice monistica ed esclusiva, è un miraggio, una visione illusoria e pericolosa.

 



[1] Z. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2003.
[2] C. Galli, Spazi politici: l’età moderna e l’età globale, Il Mulino, Bologna 2001.
[3] J. G. Frazer, La crocifissione di Cristo; seguito da La crocifissione di Aman di Edgar Wind, Quodlibet, Macerata 2007.
[4] S.Wahnich, L’impossible citoyen. L’étranger dans le discours de la Révolution française, Albin Michel, Parigi 1997.
[5] F. Cantù, G. Di Febo, R. Moro, L’immagine del nemico. Storia, ideologia e rappresentazione tra età moderna e contemporanea, Viella, Roma (in corso di pubblicazione).
[6] D. Losurdo, Il revisionismo storico: problemi e miti, Laterza, Roma-Bari 1996.

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