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Eslahtalaban: che ne è del riformismo iraniano?

Written by Francesco De Leo Friday, 08 May 2009 18:13 Print

Il 12 giugno si terranno in Iran le elezioni presidenziali. Il popolo iraniano sarà chiamato alle urne per scegliere tra l’attuale presidente Ahmadinejad e i candidati del fronte riformista. Questi ultimi, a distanza di quattro anni dalle ultime elezioni, sembrano perseverare in una strategia autodistruttiva che li porta a presentarsi ancora una volta divisi contro un candidato conservatore inviso alla comunità internazionale, accusato dai suoi avversari di essere il peggior presidente nella storia dell’Iran e promotore di un discusso piano economico.

Fra qualche settimana, il 12 giugno, i cittadini della Repubblica islamica d’Iran sceglieranno il loro decimo presidente. Il conservatore radicale Mahmoud Ahmadinejad, presidente in carica, dopo quattro anni di governo cercherà di conquistare il secondo mandato misurandosi con il responso delle urne. Sulla sua strada, ad oggi, saranno due i candidati del fronte riformista iraniano, gli eslahtalaban: Mir Hossein Mousavi, primo ministro durante la guerra con l’Iraq, e Hojjat ol-Eslam Mehdi Karrubi. Tra i conservatori, al momento, non vi è traccia di altri concorrenti, ma quello che è certo è che gli osoolgarayan, i “promotori dei principi”, si presentano ancora una volta molto più uniti e decisi dei loro avversari. Qual è il peso dei riformisti nel quadro politico dell’Iran che presto eleggerà a suffragio universale il suo presidente? Qual è la loro condizione? Quante reali possibilità hanno di intercettare i voti della gente in un momento cruciale per il paese? Probabilmente l’approccio a questo importante passaggio elettorale non poteva essere più confuso e approssimativo. Dopo l’annuncio della discesa in campo di Mohammed Khatami, l’8 febbraio scorso, notizia riportata con grandissima evidenza dai media internazionali e presentata dagli analisti come la svolta che avrebbe rafforzato e rilanciato il movimento riformista, il fronte degli eslahtalaban si è spaccato, se possibile, ancora di più, vedendo aumentare al suo interno, anziché diminuire, i candidati alla presidenza.

Karrubi, leader del Partito Etemad Melli, (Fiducia Nazionale), populista, proprietario dell’importante giornale del suo partito, all’ultimo congresso giovanile della sua organizzazione, si è detto amico, ma al contempo rivale, di Khatami, ritenendo ormai impraticabile la strada dell’unica candidatura e confermando come certa la sua partecipazione. Il 10 marzo scorso poi l’ufficializzazione, per certi versi sorprendente, della candidatura di Mir Hossein Mousavi, l’ultimo primo ministro della Repubblica prima dell’abolizione costituzionale di questa cari ca. Architetto e pittore, presidente dell’Accademia dell’arte iraniana e membro del Consiglio del discernimento, Mousavi è stato per vent’anni assente dalla scena politica del suo paese, dopo averlo guidato dal 1980 al 1989 sotto la presidenza di Khamenei, suo cugino e attuale guida suprema. Khatami aveva in passato più volte dichiarato che alle elezioni presidenziali i riformisti si sarebbero presentati o con la sua candidatura o con quella di Mousavi e che, qualora quest’ultimo avesse deciso di entrare in gioco, egli avrebbe fatto un passo indietro. Così è stato e Khatami, perdendo di fatto l’esclusivo dominio della scena, ha rinunciato, motivando la scelta con la volontà di evitare il frazionamento del suo schieramento. Tanti i retroscena sulla vicenda che compaiono sui numerosi siti riformisti iraniani. C’è chi la ritiene una decisione opportuna, presa per il bene dell’Iran e dei riformisti, chi la considera una scelta sofferta ma obbligata dalla presenza delle altre candidature nel proprio schieramento, chi la valuta come il frutto di un accordo con una corrente conservatrice anti- Ahmadinejad. Quella di Mousavi è sicuramente una candidatura con una potenzialità trasversale. Tanto stimato dal “padre della rivoluzione”, l’imam Khomeini, con cui governò in gran sintonia, Mousavi è un candidato interessante, da non sottovalutare. Inattaccabile dai conservatori per il suo passato, potrebbe rappresentare un segno di novità e cambiamento e allo stesso tempo raccogliere consensi tra quei conservatori delusi dal radicalismo eccessivo dell’attuale presidente. È poi da non trascurare il fatto che nei primi giorni di marzo all’ex primo ministro è stata concessa la licenza di pubblicazione di un giornale che si chiamerà “Salame-ye Sabz”, cioè la parola verde, e questo, in una battaglia che si preannuncia durissima, rappresenta un valore aggiunto. Si dovrà affrontare un presidente in carica con le armi spuntate dall’enorme sproporzione di mezzi di comunicazione a disposizione. Le radio e le televisioni sono veri e propri megafoni governativi e, dopo la chiusura di “Kargozaran”, il quotidiano vicino a Rafsanjani, sono pochissimi e a scarsa diffusione i fogli che si oppongono all’attuale Amministrazione. A questo quadro va aggiunta la forte censura che, attraverso il ministero dell’Interno, è praticata dai conservatori. Nei giorni scorsi, in un comizio all’Università di Teheran, Mousavi ha criticato apertamente la censura di libri e giornali, indicandola come la spia della grave crisi politica del paese. Tornando alle candidature, per un’assoluta certezza sui nomi bisognerà ancora pazientare. Qualche giorno fa Kamran Daneshjou, viceministro degli Interni, ha dichiarato che dovranno essere comunicate dal 2 al 6 maggio prossimi. Trascorsi questi cinque giorni le scelte dei due schieramenti saranno ufficiali e i nomi passeranno al vaglio del Consiglio dei guardiani, l’organo politico iraniano più influente, che monitorerà i candidati decretandone o meno l’idoneità, secondo parametri come l’origine iraniana, l’affidabilità e la virtù, le capacità direttive e la lealtà nei confronti della Repubblica islamica. Sarà solo allora che i circa 46,2 milioni di iraniani aventi diritto al voto, conosceranno i nominativi definitivi di coloro tra i quali potranno scegliere il loro presidente. Il presidente della Repubblica è la più alta carica ufficiale del paese dopo il Rahbar, la guida suprema. È responsabile dell’esecuzione della Legge costituzionale, coordina i rapporti tra i poteri dello Stato, è il capo del governo. Le funzioni governative gli sono state attribuite nel 1989, quando una modifica della Costituzione abolì la carica di primo ministro trasferendo il potere esecutivo al presidente. Costituzionalmente quest’ultimo è responsabile verso il popolo e il leader supremo, nomina i membri del Parlamento e del governo e ha diritto di veto su ogni emendamento parlamentare.

Per conquistare la presidenza della Repubblica, i riformisti si presenteranno alle urne con l’Etelaf Eslah Talaban, la Coalizione dei riformisti, nata nel dicembre del 2007 e formata da una ventina di partiti e movimenti. Sorta attraverso l’alleanza con i pragmatici dell’ex presidente Hashemi Rafsanjani – grande sconfitto alle presidenziali del 2005 dall’attuale presidente Ahmadinejad e capo del Consiglio del discernimento e dell’Assemblea degli esperti – questo cartello elettorale rappresenta un’interessante novità politica. Funge da cerniera tra le posizioni dei conservatori moderati e le forze più marcatamente progressiste ed è il tentativo di rispondere alla crescente domanda di stabilità politica espressa dagli elettori iraniani. Anche se cementata dalla dura opposizione nei confronti della politica del presidente Ahmadinejad, accusato di aver dato vita al governo più incapace della storia dell’Iran, l’unione degli eslahtalaban, come si è visto, non è stata sinora capace di esprimersi unitariamente su di un unico candidato, nonostante l’esperienza delle ultime presidenziali dimostri quanto sia stato deleterio questo frazionamento. Furono circa 19 milioni e mezzo i voti raccolti in totale dagli eslahtalaban nel giugno del 2005 (contro i quasi 10 milioni degli osoolgarayan), essi vennero però dilapidati dalle numerose candidature. Una strategia politica altamente autolesionista che va ad aggiungersi alle altre rilevanti difficoltà che hanno i riformisti per emergere: la totale avversità e parzialità dei centri di potere che si occupano di elezioni, Consiglio dei guardiani in primis, sommata alla sempre più evidente disaffezione della gente. L’astensione è l’altra grande preoccupazione dei riformisti iraniani, un’emorragia che se arrestata consentirebbe forse di eliminare il gap con i conservatori.

Perché per gli eslahtalaban è così difficile convincere la gente a recarsi alle urne, nonostante il diffuso e palpabile scontento sulla situazione del paese? Dove ha fallito il riformismo delle presidenze Rafsanjani e Khatami? Perché la società sembra non dar loro più credito al momento delle elezioni? Sono almeno due i grandi errori commessi nel corso delle legislature in cui i riformisti hanno governato. I riformisti arrivarono al potere scegliendo come interlocutori i diversi ceti della società, per poi finire con l’interagire esclusivamente con delle élite. In Iran, come in altri paesi in via di sviluppo, il conflitto tra le classi socia li è profondo e radicato e l’aver messo in secondo piano il contatto con la gente comune non ha sicuramente pagato. Il successo di Ahmadinejad è del resto un prodotto evidente di questo conflitto tra classi, e i riformisti dovranno necessariamente ripensare in tale direzione la loro strategia politica. Altra grande mancanza, diventata motivo di delusione e distacco negli elettori, è stata quella di aver fatto forse troppe promesse sullo scivoloso terreno della libertà e della democrazia che poi non sono stati in grado di mantenere. Il muoversi all’interno di un sistema formato da un insieme ibrido di istituzioni non scelte dal popolo e controllate dalla potente autorità della guida suprema, contrapposte ad altre elette a suffragio universale, ma le cui prerogative sono di fatto deboli, si è dimostrata impresa titanica e priva di risultati soddisfacenti. Volontà di apertura, circolazione di idee, allargamento della democrazia sono stati degli obiettivi azzardati e troppo ambiziosi per essere raggiunti nel corso delle brevi legislature a disposizione. Governare una società giovane come quella iraniana, in cui il 70% della popolazione ha meno di trent’anni, si è rivelato tanto affascinante quanto difficile. L’eccellenza, la grande effervescenza e l’incontenibile voglia di emergere dei giovani iraniani, formatisi in università selettive, sono forze altamente sovversive in un sistema così bloccato e sono dunque assai complicate da gestire. La maggioranza della popolazione è costituita da individui che non ha nulla a che fare con la rivoluzione, i cui principi sono solo un motivo ricorrente nei racconti dei loro genitori.

Quanto può essere grande lo spazio per le riforme in uno Stato in cui la sovranità e la legge sono considerati come appartenenti esclusivamente a Dio, dove è imprescindibile l’osservazione dei suoi comandamenti, dove vige una visione incentrata sull’esistenza dell’uomo e in cui la legge è sia dovere sociale sia norma religiosa? L’Iran è governato con una legge considerata divina nella sua origine, che regola tutta la vita, sia esteriore che interiore, dell’individuo e dell’intera comunità. Il diritto, la morale, la filosofia, la teologia, le discipline sociali, tutto è strettamente unito intorno a un unico centro che è Dio. La politica diviene metapolitica, una via di salvezza e un mezzo per la realizzazione delle più alte possibilità dell’essere umano. La politica è una parte della religione e la separazione della religione dalla politica, per l’imam Khomeini, demiurgo della Repubblica, è stata l’operazione portata avanti negli ultimi secoli dall’imperialismo occidentale. Come è possibile perseguire in questi confini così rigidi la soddisfazione di un corpo sociale così giovane?

Al momento della rivoluzione islamica, il sogno degli iraniani era trovare una via alternativa alla modernità occidentale e uno Stato fondato sulla religione non poteva che assicurare giustizia e solidarietà. Oggi tutto questo non è stato ancora raggiunto, sembra lontano, e il tentativo del movimento riformista appare quanto mai bloccato e difficile. Secondo Seyyed Mohammad Sadegh Kharrazi, ministro degli Esteri ai tempi della presidenza Khatami, oggi responsabile dell’Iranian Diplomacy, uno dei più importanti centri di ricerca riformisti, il rapporto con la modernità rappresenta una delle più importanti sfide filosofiche che l’Iran ha ancora davanti a sé. Il secolarismo, ha più volte scritto Kharrazi nelle sue analisi, non nascerà mai né in Iran, né nei paesi del Medio Oriente, perché in quest’area la cultura religiosa è troppo radicata e profonda. Lo studioso iraniano non crede che la modernità debba necessariamente essere accompagnata dal secolarismo, perché nell’Islam si sta verificando un ritorno alle idee tradizionali e religiose e una rilettura della religione non necessariamente secolare. Per Kharrazi nel mondo islamico si assiste a una crisi, a una lotta tra razionalismo e radicalismo, nella quale gli iraniani hanno una visione razionalistica opposta a quella estremista dei salafiti. Il confronto tra razionalismo ed emozionalismo costituisce, a suo avviso, la sfida principale. L’Iran, secondo lui, è il vero rappresentante di questo razionalismo, ed è sul suo paese che la comunità internazionale dovrebbe puntare. Il suo think tank è oggi un punto di riferimento per il movimento riformista iraniano, che si compone di venticinque gruppi politici, alcuni centri di studio e pochi giornali. I principali partiti sono cinque: Mosharekat (il Fronte per la partecipazione), Kargozaran (il Partito degli addetti alla costruzione), Mojahedin-e Enghelab (l’Organizzazione dei mujaheddin della rivoluzione), Majma’e-Rouhaniyoon-e Mobarez (l’Associazione dei clerici combattenti) e Hezb-e Eslami-e Kar (il Partito islamico del lavoro). Il Fronte per la partecipazione è il partito più vicino a Khatami, chiamato così per sottolineare la fondamentale importanza della partecipazione della gente nelle decisioni che condizioneranno il loro futuro. Contrario a tutti i fondamentalismi, Mosharekat auspica grande armonia e pace tra i popoli, invoca una maggiore partecipazione dei privati alla gestione dell’economia e un maggior coinvolgimento dello Stato nella produzione culturale del paese. La Repubblica islamica, per il partito, è il sistema ideale per governare l’Iran, simbolo della modernità, perfetta unione tra i principi religiosi, democratici e nazionalisti. Il problema è il mantenimento dell’armonia tra i tre aspetti: quando solo uno di questi è perseguito a danno degli altri, la formula non funziona. Kargozaran, partito moderato e pragmatico, con programmi improntati alla sfera economica, è oramai di fatto collocabile nella galassia riformista. Il suo nome evoca la via della “ri-costruzione”, obiettivo quanto mai necessario che i suoi fondatori si posero all’indomani della terribile guerra con l’Iraq. Dopo otto anni di conflitto l’Iran era una nazione distrutta e gli aderenti all’organizzazione ritenevano che, risolti i gravi e urgenti problemi economici, il paese avrebbe raggiunto naturalmente uno sviluppo culturale e sociale. Fu questo il momento che segnò il distacco totale di Kargozaran dalla destra conservatrice, nella convinzione che per il raggiungimento di questi obiettivi il paese avesse bisogno di aprirsi al mondo. “La dignità islamica è nella ricostruzione del paese” è lo slogan di Kargozaran, che riprende un’idea basilare del pensiero di Hashemi Rafsanjani.

L’economia sarà senza dubbio la questione centrale della prossima campagna elettorale. L’Iran è in grande difficoltà, con un’inflazione che galoppa al 25%, una disoccupazione che supera ormai il 12%, un carovita alle stelle e investimenti stranieri sempre più scarsi. Quando fu elet to nel 2005, Ahmadinejad si presentò con la promessa di «portare il petrolio sulle tavole degli iraniani», impegnandosi a ridistribuire tra la gente le ricchezze provenienti dalla vendita dell’oro nero. I riformisti lo incalzeranno su questo, facendo leva sul malcontento degli imprenditori, penalizzati ancor di più dalle sanzioni della comunità internazionale, e di una popolazione che Ahmadinejad ha cercato di tener buona con contributi a pioggia e prestiti non garantiti alla povera gente. Il piano strutturale economico del presidente della Repubblica, che ha nell’eliminazione dei sussidi statali sui prezzi dei beni di consumo il punto più importante, giace bloccato da mesi in Parlamento, perché considerato improponibile dagli stessi conservatori per le sue pericolose conseguenze. Ahmadinejad vorrebbe portare direttamente nelle tasche dei più poveri i soldi risparmiati per i sussidi, distribuendoli direttamente alla gente e liberalizzando i prezzi dei prodotti sul mercato. Questo provocherebbe però un doppio ed esplosivo effetto inflazionistico: l’aumento immediato dei prezzi e la grande immissione di denaro sul mercato. Se si pensa che il tutto dovrebbe essere finanziato dai guadagni del petrolio, il cui prezzo è sceso sensibilmente, si comprende quanto questo piano sia azzardato. Invece, il programma ventennale dell’ex presidente Khatami resta la stella polare del programma economico degli eslahtalaban, che accusano Ahmadinejad di averlo interrotto in modo arbitrario e dilettantesco. Sia che vincano i riformisti, sia che vengano riconfermati i conservatori, i problemi e le sfide per chi governerà l’Iran saranno comunque enormi. Se in un paese i guadagni petroliferi si avvicinano al PIL e il prelievo fiscale, in modo inversamente proporzionale, se ne allontana, vuol dire che la nazione non produce altra ricchezza e che il problema è la sua amministrazione macroeconomica.

Sebbene la situazione economica dell’Iran sia quanto mai legata ad un miglioramento delle relazioni internazionali, il programma nucleare non sarà motivo di grande contesa tra i due schieramenti. Per i riformisti è quanto mai necessario dare le più ampie garanzie alla comunità internazionale sulla liceità degli obiettivi da raggiungere, ma sia per motivi economici, sia di principio, tutti gli iraniani concordano su un punto: l’Occidente non potrà far altro che accettare la realtà nucleare del loro paese. Non resta che attendere giugno e aspettare di comprendere le volontà e le posizioni della guida suprema, l’ayatollah Khamenei, l’unico vero regista sulla scena politica del paese. L’apertura del presidente Barack Hussein Obama, con il video-messaggio agli iraniani nel giorno del Nowruz, potrebbe rappresentare per Ali Khamenei motivo di accelerazione nella scelta di un candidato da accreditare.

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