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Partiti e culture politiche nell'Italia repubblicana

Written by Francesco Traniello Friday, 08 May 2009 17:57 Print

La storia dell’Italia democratica è caratterizzata da una nuova configurazione dei partiti politici, che tuttavia evidenzia
alcuni elementi di continuità con i raggruppamenti pre-repubblicani. La situazione odierna vede i partiti politici tradizionali incapaci di uscire dalla crisi, acuitasi con la fine dei conflitti ideologici, e di riassorbire la scarsa
incidenza della civic culture nelle dinamiche politiche italiane.

Ci sono due modi di guardare alla storia dei partiti nell’Italia democratica, non necessariamente incompatibili tra loro. Il primo, quello più frequentato dalla storiografia e dalla scienza politica, fissa una cesura alla caduta del fascismo e considera i partiti come protagonisti distintivi del sistema politico e istituzionale repubblicano, definito per l’appunto, con una formula riconducibile al noto libro di Pietro Scoppola, “La Repubblica dei partiti”. Questa tipologia d’indagine muove dal presupposto che, dopo il fascismo, ma anche in conseguenza del fascismo (regime di partito senza competizione di partiti), sia iniziata una nuova storia dei partiti, per ciò che riguarda la configurazione, il ruolo e i loro reciproci rapporti (costituenti precisamente un nuovo sistema politico).

Il secondo modo, attestato, per esempio, nell’ultimo libro di Paolo Farneti (pubblicato postumo) “Il sistema dei partiti in Italia”, pone invece l’accento sui fattori di continuità storica. Senza negare le specificità del sistema politico repubblicano, Farneti osserva che tutti i partiti presenti stabilmente nel Parlamento repubblicano sono sorti prima o appena all’indomani della grande guerra e, come tali, si possono definire partiti storici; e che, viceversa, nessuno dei numerosi partiti sorti ex novo dopo la caduta del fascismo (tra gli altri il Partito d’Azione a sinistra e l’Uomo Qualunque a destra) o durante la vita della Repubblica, fu in grado di consolidarsi e di durare – la regola vale anche per il caso apparentemente anomalo del Partito radicale, la cui nascita negli anni Settanta del secolo scorso fu in certo modo una rinascita dell’omologo e omonimo partito dell’Italia liberale. Quella che potrebbe apparire una semplice constatazione suscita in realtà considerevoli problemi di periodizzazione e di lettura della storia politica italiana. In primo luogo, perché insinua il dubbio che il collasso dei partiti e del sistema politico della Prima Repubblica abbia segnato l’esaurimento traumatico di una storia politica molto più lunga, includente il fascismo. In secondo luogo, perché costringe a riflettere su quali fattori abbiano preservato per così lungo tempo quello schieramento e quei partiti con la loro nomenclatura e, viceversa, perché essi siano usciti, rapidamente e simultaneamente, dalla scena.

Se ci limitiamo a considerare il problema della durata, è diffusa l’idea che essa debba essere attribuita – per usare ancora parole di Farneti, ma i riferimenti potrebbero essere innumerevoli – alla «centralità del Parlamento rispetto al governo e all’adozione della proporzionale» che, garantendo la persistenza di radicate “subculture politiche”, avrebbero impedito l’emergere di nuovi partiti o provocato la rapida scomparsa di quelli che non corrispondevano ad una solida tradizione. Questa risposta, di tipo istituzionale, benché dotata di un suo peso, non può spiegare perché dopo il regime fascista non siano riusciti a radicarsi nuovi partiti (che pure potevano godere dei vantaggi del sistema elettorale proporzionale del dopoguerra) né a formarsi altre tradizioni politiche; mentre i partiti sorti dopo la grande guerra ci sono riusciti tanto bene da riemergere in posizione dominante dopo la dittatura. La spiegazione istituzionale rischia di avvitarsi in un circolo vizioso: sono stati il parlamentarismo e il sistema elettorale a garantire la durata dei partiti, o la durata del parlamentarismo e della legge proporzionale sono dipese dalla durata dei partiti?

Senza trascurare il fattore istituzionale, ci sembra che l’autentico tratto distintivo della storia politica italiana non consista tanto nella lunga durata di taluni partiti (riscontrabile in tutti i paesi) quanto nella straordinaria capacità di durata di tutti i partiti storici (compreso quello fascista, caso unico nello scenario europeo), con un effetto di accumulazione (ma circoscritta ai partiti storici) anziché di selezione, che non ha riscontri altrove. Per questo aspetto l’immagine di una democrazia italiana bloccata, con riguardo alla delimitazione dell’area dei partiti di governo e alla impossibilità dell’alternanza, dovrebbe forse estendersi alla fissità di un sistema di partiti privo di ricambi (e di efficaci concorrenti) provenienti dall’esterno, ma che, nel contempo, ha inglobato cumulativamente tutti i partiti che la storia nazionale aveva generato fino al fascismo. Viene da chiedersi se questo fatto non abbia qualche rapporto con il collasso simultaneo dei partiti partecipi del sistema. Senza avventurarsi su un terreno già percorso in lungo e in largo dalla letteratura politologica e ormai anche storica, ci si deve soffermare sul rapporto tra partiti e culture politiche in Italia, che appare come una delle più consistenti ragioni della loro durata come soggetti plurimi e differenziati.

La prima considerazione da fare riguarda il fatto che i partiti storici, in regime di suffragio universale, hanno dovuto fare i conti sia con la struttura differenziata e variegata della società italiana sia con il suo policentrismo territoriale. Quanto al primo aspetto, è agevole osservare che tutti i partiti storici, anche quando sono nati come partiti di classe, per durare e possibilmente svilupparsi, hanno dovuto estendere lo spettro della loro base sociale, da cui è dipeso il loro maggiore o minore successo. Quanto al secondo aspetto, condizione essenziale di durata e di successo dei partiti è stata la loro capacità di configurarsi come partiti nazionali, cioè di uscire dalle roccaforti (quando c’erano) del loro originario insediamento, e dei conseguenti interessi e culture locali. Ciò non significa sottostimare le relazioni tra partiti e classi o gruppi sociali (e trascurare pertanto gli effetti prodotti sui partiti dalle trasformazioni della struttura sociale) e neppure dimenticare l’importanza del rapporto tra partiti e territorio, bensì riconoscere il ruolo preminente che nella vicenda dei partiti italiani hanno esercitato i fattori che hanno alimentato senso di appartenenza (o di identità collettiva) o consenso elettivo più soggetto ai condizionamenti delle circostanze, o le due cose insieme: e dunque, in misura eminente, il fattore ideologico, da un lato, e la capacità di proposta politica su scala nazionale (e internazionale), dall’altro. Potremmo dire, in altre parole, che ad una tendenziale debolezza – che non significa inesistenza – di fattori “oggettivi” unificanti o aggreganti nello spazio nazionale ha corrisposto un accresciuto rilievo dei fattori culturali, da intendersi nel senso estensivo del termine. Ne è conseguito che i cleavages culturali più dei cleavages sociali o territoriali hanno fornito l’intelaiatura in cui si sono collocati originariamente i partiti italiani, che sono stati, nello stesso tempo, proiezione politica di culture e promotori di culture politiche in aree sociali che ne erano sprovviste. La nascita di nuovi partiti all’indomani della grande guerra e la loro capacità di riemergere – seppure in parte trasformati – dopo la loro stessa distruzione ad opera del fascismo, attengono precisamente al fatto che il primo dopoguerra segnò una fase storica di grandi fermenti e conflitti ideologici, che non solo si tradussero in alfabetizzazione politica di massa, ma attraversarono, lacerandole, tutte le precedenti famiglie culturali (liberale, socialista e cattolica), consentendo al fascismo di imporsi come una nuova cultura politica capace di assimilare aspetti di tutte le altre. Il fenomeno opposto si verificò nel secondo dopoguerra, passaggio di stabilizzazione culturale e ideologica, propiziato dalla formazione dei due blocchi, dalla guerra fredda e dalla comune necessità- volontà di allontanarsi dal fascismo. Tuttavia il fascismo sopravvisse al crollo del regime trasformatosi in partito parlamentare, e poté continuare a diffondere, in relativa tranquillità, la propria cultura politica. Dalla nascita della Repubblica alla grande crisi del sistema dei partiti, nonostante gli imponenti cambiamenti emergenti nella struttura sociale, si aprì in Italia un solo significativo cleavage culturale, quello del Sessantotto, che generò nuovi movimenti politici, dimostratisi tuttavia incapaci di strutturarsi e di radicarsi, non tanto per il loro estremismo, quanto per il rifiuto dei meccanismi di funzionamento delle moderne democrazie di massa. Al contrario, tutte le culture politiche, presidiate dai partiti e ormai stabilizzate, furono coinvolte in un processo di più o meno rapida secolarizzazione, che depotenziava i conflitti e le incompatibilità ideologiche ed erodeva, seppur in diverso grado, quei fattori identitari accennati in precedenza, aprendo maggiori spazi alla rappresentanza degli interessi e al voto di scambio, già peraltro praticati. In un certo senso, la lotta politica in Italia e i soggetti che l’alimentavano si avvicinarono, come vide lucidamente Leopoldo Elia, agli standard delle altre democrazie occidentali; ma a prezzo di un complessivo declino della morale pubblica, che scaturiva in buona parte proprio da quei fattori ideologici d’identità politica.

Si consideri un dato sintomatico: quando in Italia si parla di cultura politica non viene spontaneo accostarla alla civic culture di marca anglosassone, vale a dire ad un insieme di atteggiamenti, di conoscenze, di sentimenti e di valutazioni che riguardano la politica come tale o lo Stato democratico come sua espressione sintetica e istituzionale. Sotto questo profilo tutte le indagini sociologiche, a partire da quella condotta nel 1963 da due studiosi americani in cinque Stati occidentali tra cui l’Italia1 alle più recenti, come quella di Loredana Sciolla,2 sono sostanzialmente concordi nel rilevare in linea generale uno scarso attaccamento degli italiani alle istituzioni democratiche, una scarsa partecipazione, informazione e disinteresse per la politica, una scarsa percezione del significato di bene comune e di regole collettive, che rappresentano presupposti non proprio ideali per garantire un alto livello di moralità politica. Anche nel linguaggio comune, la nozione di cultura politica produce quasi automaticamente un’identificazione con quella alimentata e veicolata dai partiti, a cui, secondo alcuni studiosi (come nel caso di Farneti), meglio si attaglierebbe la definizione di subculture politiche. Non è un caso che a queste culture o subculture politiche, comprensive di marcati elementi simbolici, siano stati dedicati alcuni dei migliori e più recenti studi sulla cultura politica in Italia. Uno dei maggiori dilemmi della storia repubblicana, pienamente riflesso nella storiografia, consiste nel ruolo contraddittorio esercitato dai partiti come centri propulsori di culture politiche di parte, ma nel contempo come soggetti nevralgici di acculturazione politica capace di produrre ricadute positive per l’intera collettività. Non sembra in realtà convincente la tesi di chi asserisce che la povertà di civic culture degli italiani sia da imputarsi ai partiti che hanno, per così dire, monopolizzato le culture politiche riducendole a strumenti di parte. Nondimeno il problema resta, né si può dire che la sua gravità si sia attenuata con la fine dei partiti storici.

Su quella fine, sulle sue ragioni e su quanto ne è conseguito non si è deliberatamente espressa nessuna opinione; ma non si dispera che dagli squarci analitici che assai sommariamente sono stati sin qui proposti si possa ricavare qualche valido spunto per tentare di leggere anche ciò che è avvenuto dopo.


[1] G. Almond, S. Verba, The Civic Culture. Political Attitudes and Democracy in Five Nations, Princeton University Press, Princeton 1963.
[2] L. Sciolla, La sfida dei valori. Rispetto delle regole e rispetto dei diritti in Italia, Il Mulino, Bologna 2004.

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