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Alla ricerca delle radici perdute

Written by Mauro Calise Friday, 08 May 2009 17:54 Print

Per capire la crisi del PD, non basta interrogarsi sugli errori di alleanza, sulla leadership, sulla strategia. Il terremoto
viene da lontano. Riguarda la dimensione fondativa di ogni partito politico: il rapporto tra centro e periferia. Il centrosinistra aveva la sua forza nelle radici territoriali, vecchie e nuove. Quando ha accettato di reciderle si è
condannato alla sconfitta.

Proviamo a riprendere il filo, il filo di una storia italiana di cui non è più di moda parlare. L’Italia dei partiti che fu, e che ora appare lontanissima, irrecuperabile se non addirittura indicibile. Invece, è solo riprendendo la prospettiva di lunga durata che – forse – si può riuscire a comprendere il precipizio in cui si è cacciata la parabola del PD, e se – e come – si intravedono possibilità di recupero.

In principio fu lo Stato dei partiti. Preferiamo questa espressione a quella, poi invalsa, di partitocrazia perché mette in rilievo il nerbo istituzionale che altrimenti si perde, di peso e di vista. Non si è trattato solo di kratos, potere, strapotere come poi, genericamente e derogatoriamente, si è scritto. Riprendendo la lezione tedesca di Leibholz e del Parteienstaat, i partiti riempivano un vuoto, al tempo stesso di élite e di struttura: il ritardo della costruzione statale. Ricordiamo – soprattutto per i giovani, che queste cose ormai non le rintracciano – che era stata questa la lettura con cui Bobbio aveva riproposto l’importanza di Mosca nella scienza e nella storia politica italiana. Il ruolo strabordante delle élite era anche supplenza allo Stato, uno Stato debole, incompiuto, incapace di fare da collante tra centro e periferia di un paese unificato tardi e male. Per questo la teoria delle élite – nella definizione di Bobbio – è una «teorica dello Stato» per l’età liberale. E questa supplenza i partiti, anche grazie agli innesti fascisti, ereditarono e reinventarono nell’Italia repubblicana.

La costruzione partitica dello Stato democratico è avvolta in un mix di apologia e apostasia. Da un lato la rivendicazione delle conquiste costituzionali, con il corredo terminologico proprio di ogni ideologia: diritti, partecipazione, riforme, e l’inveramento di un dettato di regole e di valori che solo grazie ai partiti fu possibile realizzare. Dall’altro lato, non meno perentoria, la prescrizione della commistione tra partiti e Stato vista come madre di ogni corruzione e deviazione dalla retta via.

Già, la retta via. Bisognerà, prima o poi, scrivere una denuncia di questo quindicennio come esorcizzazione e negazione di ogni analisi che non fosse rigidamente improntata e votata al bene: possibilmente a presa rapida, sempre eticamente inoppugnabile, mediaticamente spendibile e giudiziariamente ineccepibile. Un cocktail micidiale che ci ha riempito di buoni sentimenti, mentre svuotava gli scaffali e i salotti di argomenti e ragionamenti che non fossero politically correct.

Tra costituzione e corruzione, come sempre succede, la realtà del Parteienstaat stava nel mezzo. Le conquiste costituzionali erano state possibili anche perché avevano camminato sulle gambe di una struttura di comando capace di funzionare e di reggere l’impatto del miracolo economico e del – non meno tumultuoso – miracolo politico che fece, in meno di vent’anni, integrare le masse nello Stato. Questa sfida l’Italia liberale l’aveva tragicamente persa. L’Italia fascista l’aveva, al tempo stesso, rinnegata ma anche, in alcuni snodi, sperimentata per prima. L’Italia repubblicana dei partiti l’ha gestita, consolidata. E, come ben sappiamo, dilatata oltre il necessario e il lecito.

Come funzionasse, nel dettaglio, lo Stato dei partiti è stato scritto in molti libri che bisognerebbe tornare a spiegare alle generazioni che oggi sono costrette ad occuparsi solo di federalismo, bipolarismo e berlusconismo. Qui basta richiamare due aspetti che faranno da leit motiv a questa analisi. In primo luogo, la classe politica, sia di governo che di opposizione, era formata e selezionata in un continuum temporale, spaziale, culturale e ideale che legava tenacemente i territori a Roma. In secondo luogo questo continuum coinvolgeva sia l’input che l’output dell’azione politica, partiva dai circuiti di raccolta del consenso e approdava ai meccanismi di policy making. Questi due tratti sono l’architrave su cui l’Italia partitocratica si è retta per cinquant’anni. Con il naufragio di Tangentopoli, questa architrave è franata. Che cosa, e come, ne ha preso il posto?

Mettiamo da parte, per brevità, ogni discorso sul federalismo, che certo ha avuto un ruolo importante nell’evoluzione in questione. Ma è stato un ruolo prevalentemente ideologico. È servito soprattutto a distogliere la riflessione, e l’azione, da ciò che stava succedendo comunque nel corpo vivo dei partiti rinati (o riciclati) con le regole – elettorali e istituzionali – della Seconda Repubblica. A cominciare dalle due nuove leggi elettorali che hanno rivoluzionato l’Italia: la legge per l’elezione diretta dei sindaci e la legge (quasi) maggioritaria che ha (quasi) spazzato via il sistema proporzionale.

Il mix – anche se non preventivato – di queste due leggi plasmava il nuovo rapporto tra centro e periferia del paese. Un rapporto tutt’altro che organico e solido come nello Stato dei partiti. Molto più fluido, problematico. E, soprattutto, molto diverso nel centrodestra e nel centrosinistra. Vediamone le componenti essenziali.

Il centrosinistra partiva con un insperato vantaggio. La primavera dei sindaci rivelava uno scenario inatteso di recupero della fiducia con la base e, al tempo stesso, un meccanismo inedito di decisione politica. Grazie alla legge di riforma che assegnava ai sindaci sostanziali poteri di nomina degli assessori e di controllo degli amministratori, si creava un circolo virtuoso tra elettori ed eletti. Che non bypassava i partiti, anzi ne premiava le personalità più autorevoli. Ma liberava – così almeno sembrerebbe – i partiti, a livello locale, dalle continue ingerenze nella macchina burocratica. Per cinque, sei, sette anni si ebbe l’impressione che potesse cambiare davvero qualcosa, e in positivo, nel rapporto tra partiti e Stato. Attraverso i sindaci, i partiti si assumevano la responsabilità di governo, ma senza doversi infilare, e infiltrare nella routine quotidiana dove si allacciavano interessi e compromessi, facendo inevitabilmente fiorire inefficienza e corruzione.

Certo, un limite si intravedeva. A parte qualche eccezione, il tema della riforma dello Stato non campeggiava nei programmi dei sindaci, non era al centro della loro azione. All’inizio, i sindaci si accontentarono di incassare l’onda montante di popolarità e si impegnarono soprattutto su terreni che non implicavano grandi energie amministrative: le cosiddette politiche simboliche, che offrivano risultati immediati ma senza inoltrarsi nel pantano della intermediazione burocratica. Qui si nota un primo deficit storico nella leadership di centrosinistra, una deformazione genetica. Abituati a vedere la macchina statale come fonte di compromessi, i sindaci di maggior peso e prestigio cercarono, al più, di starne alla larga. L’idea di poterla – anzi doverla – riformare non apparteneva al DNA dei primi cittadini venuti dal freddo del Parteienstaat. E tanto meno apparteneva alla cultura del nuovo establishment mediatico che soffiava sul vento della loro ascesa, alimentando l’idea che un cambiamento di regime fosse un’operazione “a go-go”, da introdurre e incassare subito. La riforma dello Stato appariva una chimera, o una astrazione. Che però, tempo dieci anni, sarebbe piombata come un macigno sui sogni dei sindaci e della loro primavera.

Il vantaggio del centrosinistra non aveva riguardato soltanto la conquista delle città, diventate, a larga maggioranza, il baluardo della presenza territoriale dell’Ulivo. Dopo un’incerta partenza, il centrosinistra dimostrava di riuscire ad annidarsi benissimo anche nell’altra novità elettorale, i collegi uninominali. Qui, paradossalmente, era aiutato dalla propria frammentazione interna. Mentre nel centrodestra si confrontavano partiti solidi e diversissimi – i cattolici dell’UDC, i separatisti della Lega, i nazionalisti di AN e i pigliatutto di Berlusconi – in forte competizione interna, nell’area di centrosinistra era più facile cercare un amalgama comune. Obbligato dalla legge a serrare su un candidato unitario, il centrosinistra scopriva che il proprio elettorato faceva meno fatica a riconoscersi nella stessa bandiera. Per quattro elezioni di fila, il centrosinistra avrebbe preso, nei collegi uninominali, una quota consistente di voti in più rispetto al centrodestra. Con due conseguenze importanti.

La prima è che la forza raccolta sul territorio riusciva – non solo numericamente – a compensare almeno in parte la debolezza della leadership romana rispetto al “tritassassi” berlusconiano. La seconda era che la rappresentanza parlamentare del centrosinistra si formava con solide radici locali, combatteva duri scontri frontali per vincere e lo faceva senza l’ombrello protettivo che al centrodestra era stato regalato dal Cavaliere pigliatutto. L’unica leva era costituita dalla capacità di attivare sinergie con la nomenklatura dei partiti alleati, battendo, al tempo stesso, porta a porta ogni angolo della circoscrizione. In ciò, certo, era di aiuto la tenuta delle amministrazioni locali, e il protagonismo dei sindaci che le governavano. Ma è bene sottolineare che si trattava di due canali paralleli, accomunati dalla medesima capacità di raccogliere il consenso della periferia del sistema.

Dunque, per oltre dieci anni, il centrosinistra è ripartito dal basso e si è consolidato sul territorio. Era questa la sua forza, la risorsa che contrapponeva al centralismo mediatico berlusconiano. Ma con un limite, un tallone d’Achille. Il rapporto con Roma era debole e, con il tempo, si è incrinato. Diversamente dalle radici territoriali del Parteienstaat che confluivano al centro e vi traevano linfa, regole, gerarchia, le basi del centrosinistra non trovano una facile sponda romana. La cosa non dovrebbe sorprendere. Se le radici dei vecchi partiti erano state profondamente rinnovate dopo il ciclone di Tangentopoli, non altrettanto era successo a Roma. Qui la dirigenza superstite era impegnata a sperimentare nuovi contenitori e nuovi nomi per la forma partito in crisi, ma senza riuscire a competere con il partito nuovo di zecca fondato dal Cavaliere. Con quali risorse e quale assetto organizzativo era possibile fronteggiare la formidabile macchina da guerra di un partito aziendale e personale, centralizzato e militarizzato come mai se ne erano visti o sognati nemmeno nell’esperienza sovietica?

L’idea di attingere dal basso energie e formule per il ricambio non riuscì a farsi strada tra le varie edizioni di cose, alberi e fiori che segnarono gli sforzi romani di rifondare il centrosinistra come un contenitore unitario. Anzi. Il successo dei sindaci, dopo l’iniziale esultanza, venne visto con crescente sospetto. Né ci fu un meccanismo che premiasse, nella attribuzione delle commissioni o nella gestione locale dei partiti, quei parlamentari che venivano dai fronti e dalle vittorie più dure. Non ci fu, insomma, nessun riconoscimento del rapporto personale con il territorio che era la linfa della nuova classe politica. Anzi. Crebbe, da parte dei vertici romani prima un fastidio, poi un sospetto nei confronti di chi aveva mostrato di poter accumulare prestigio – e potere – in sostanziale autonomia. Gli homines novi dei mille campanili e delle cento circoscrizioni non sfondarono a Roma. E inesorabile arrivò prima la presa di distanza, poi il richiamo all’ordine e, infine, la scomunica.

I passaggi li conosciamo. All’inizio si trattò di battute – cacicchi, centopadelle – però significative perché giunte dalla parte più illuminata e autorevole della leadership del centrosinistra romano. Cui, comunque, va dato atto di aver tentato, in un momento cruciale, un cambio di passo, una vera svolta strategica. Fu in occasione delle elezioni regionali del 2000, quando D’Alema, nel suo ruolo di premier, decise di puntare tutto sulla vittoria dei governatori, l’unica volta in cui, apertamente, la sfida territoriale fu assunta ai massimi livelli del partito e del governo del centrosinistra come il terreno di scontro col partito personale di Berlusconi. La personalizzazione dal basso contro la personalizzazione dall’alto. Fu una scelta coraggiosa, audace, l’unica in grado di fermare la valanga berlusconiana che stava per abbattersi sulle politiche alle porte. La linea, purtroppo, non passò. Con l’eccezione di Bassolino in Campania, il centrosinistra riuscì a portare a casa solo le sue roccaforti storiche. Sconfitto, D’Alema si dimise. E si chiuse l’unica parentesi in cui era stato visto e cercato un legame strategico tra la periferia e il centro.

Per i cinque anni successivi, l’Ulivo a Roma fu in primo luogo impegnatissimo a leccarsi le profonde ferite lasciate dalla sconfitta di Rutelli. L’impasse della dirigenza fu messa alla berlina dalla feroce battuta di Moretti che fece il giro di mille girotondi. E segnò un cambiamento di clima, di interlocutori, di scenari. Tornò in campo e nelle piazze – più virtuali che reali – il mito della società civile. Ma non più come società in carne e ossa da contattare e reclutare sul territorio. Piuttosto come società dell’opinione, intercettata e interpretata: mediata attraverso vecchi e nuovi media. Per ritrovare un rapporto con la base, il partito si affidava ai talk-show, che monopolizzavano gran parte del dibattito e dell’agenda di sinistra, o alla mobilitazione via internet. O tornando a far leva sui giornali, soprattutto fiancheggiatori, per impostare e imporre la discussione pubblica.

All’ascesa della società civile come società dell’opinione corrispose il declino e l’abiura della società del territorio come società del consenso. La svolta formale, l’ukaze che segnò il cambio di fase fu l’ordine del giorno votato dalla Direzione DS nel luglio del 2005. Si era all’indomani del successo impetuoso del centrosinistra che era riuscito a riconquistare una larga maggioranza di giunte regionali, trampolino benaugurante della sfida con Berlusconi di lì a un anno. Nel momento in cui sarebbe occorso radunare le forze e le energie per sferrare l’attacco frontale contro l’armata del Cavaliere, il vertice romano decise di lanciare un segnale inquietante, destabilizzante. Le amministrazioni regionali passarono bruscamente dagli altari della vittoria alla polvere – e al fango – dei sospetti. E venne lanciato l’anatema che avrebbe cambiato, soprattutto al Sud, il ruolo dei governi locali: sindaci e presidenti non erano più lo snodo virtuoso di un nuovo rapporto con i cittadini, ma i registi di un sistema di potere che evoca esplicitamente i fantasmi della Prima Repubblica. Sulle radici del centrosinistra calava la cortina di ferro della questione morale.

A sancire la spaccatura tra centro e periferia dell’Unione arrivò infine, fulmine a tradimento, il “Porcellum”. Tra i capitoli chiave del ventennio di egemonia berlusconiana c’è il varo di questa legge truffa che sconvolge le regole del gioco a un soffio dalla vittoria di Prodi. Non ci sono molti casi, nella storia delle democrazie mature, di un colpo di Stato perpetrato in modo così abile e spregiudicato. Andando a colpire al cuore l’avversario, ma con la sua complicità. In sintesi, per chi ha memoria corta, il Porcellum venne varato al limite (secondo molti violato) della legalità costituzionale. Ma trovò solo un’opposizione tiepida. Invece di alzare barricate, mobilitare le piazze, appellarsi in modo perentorio a un titubante capo dello Stato, l’opposizione finì col subire una legge di cui non colse il micidiale dispositivo distruttivo ai danni della compagine di Prodi. E in cui vide – ovviamente, senza confessarlo – finalmente lo strumento per mettere in riga la propria periferia. In fondo, si saranno detti gli uomini che hanno autoaffondato l’Unione, le elezioni le vinciamo lo stesso. E porteremo in parlamento soltanto gli unti della nomenklatura. Ma le cose hanno preso un’altra piega.

Lasciamo perdere la propaganda e le bugie cui Berlusconi non rinuncia mai anche quando ha avvelenato l’avversario, dicendo che con la vecchia legge avrebbe vinto al Senato. I numeri, a legislazione invariata, non sarebbero certo stati gli stessi. Con il “Mattarellum” l’Ulivo avrebbe, innanzitutto, confermato, come in quattro precedenti elezioni, lo scarto di 4 o 5 punti a suo favore nel maggioritario a confronto con il voto proporzionale. È su quella base che vanno fatti i calcoli di quanti – e quali – seggi avrebbero vinto le due squadre. Ma l’imbroglio numerico, che pure ha pesato moltissimo su un Parlamento sopravvissuto due anni sul filo di una manciata di voti, si aggiungeva a quella ben più sostanziosa delle casacche con cui i parlamentari entrarono in Camera e Senato. Non c’erano più deputati o senatori eletti in un collegio reale, città e paesi con un nome vero e con elettori in carne e ossa, e grazie al concorso attivo di tutte le forze della coalizione. Gli eletti dell’uninominale territoriale e di coalizione venivano sostituiti dagli eletti delle segreterie di partito. La vita organizzativa dei partiti ne uscì totalmente sconvolta.

Il combinato disposto dell’attacco agli amministratori locali e della sottomissione o epurazione dei deputati circoscrizionali creò una spaccatura verticale tra centro e periferia dei partiti. E lo fece proprio mentre decollava – o sarebbe dovuto decollare – l’audace tentativo di fondere ex PCI ed ex DC in un nuovo Partito Democratico. Il risultato è stato che, fin dai primi passi, il PD di Veltroni non ha avuto scelta: mettere fuori gioco la logica delle alleanze inclusive su cui si era retto – pur tra mille stenti e contraddizioni – il centrosinistra di Prodi e, ancor più, le amministrazioni con le quali si governavano città e regioni. Cercare, o meglio – come è stato detto – sognare di volare da soli. Da soli, senza più radici, senza più alleati, e anzi con alle costole Di Pietro che si appropria immediatamente a suo vantaggio del clima neogiustizialista. L’atterraggio è stato durissimo.

Non si torna indietro con la storia. Però, a volte, la storia ritorna. E allora qualche lezione, forse, è il caso di cercare di trarla.

Il rapporto tra periferia e centro dei partiti del centrosinistra nel corso della Seconda Repubblica è la storia dell’incapacità di trasformare le radici territoriali dell’Unione nel laboratorio e nella fucina del nuovo Partito Democratico. Poteva essere il grimaldello con cui mettere in crisi il centralismo di Berlusconi, è diventato invece il fronte su cui il PD oggi rischia il naufragio. Abbiamo indicato due cause importanti: i ritardi nella circolazione delle élite, e la legge elettorale golpista che il centrosinistra ha subito, senza capire che era un harakiri. Ma a questi errori di strategia, bisogna aggiungerne uno di visione, o più semplicemente di cultura. Non può esserci, in Italia, un rapporto tra centro e territorio che prescinda dalla questione dello Stato. Venuto meno lo Stato dei partiti, quale Stato doveva prenderne il posto, e in che rapporto i partiti dovevano porsi con questa costruzione?

Berlusconi ha dato al problema una risposta geniale: federalismo di facciata, neocentralismo nella corazzata con cui ha saccheggiato il paese. Il problema dello Stato, la destra, lo ha brillantemente bypassato: lasciando la sua periferia in pasto agli animal spirits del mercato, e calando sui ministeri gli appetiti delle sue lobby. Senza implicare più di tanto il partito in una triangolazione impossibile. Non a caso, sotto la guida della destra, il paese se ne sta venendo a pezzi. Mentre il partito personale resiste e, anzi, diventa più ecumenico fin tanto che dura l’aura del suo padre padrone.

La risposta del centrosinistra è stata sbrigativamente ideologica: dopo i partiti invadenti e pesanti, largo al partito leggero. Ovviamente nutrito e rimpolpato della solita società civile (ma qualcuno si è mai chiesto chi la paga, e come, e quanto a lungo la società civile che dovrebbe trasferire il proprio ethos e know how al servizio della cosa pubblica?). Questa formula non poteva funzionare. Elude la domanda cruciale: è possibile che i partiti facciano un passo indietro dallo Stato, se lo Stato non ne fa almeno due avanti in efficienza, autonomia, gerarchia? Se il problema costitutivo della democrazia italiana è l’intreccio tra classe politica e amministrazione pubblica come supplenza a un deficit storico di élite, strutture e procedure degne di uno Stato moderno, e se il vuoto non viene colmato, come è possibile che i partiti non vengano risucchiati?

Con questo vortice i governi locali si sono trovati a fare i conti: in qualche caso riuscendo a varare anche qualche riforma importante, in molti casi finendo con il cedere all’intrusione che il ceto politico ha ricominciato ad ordire. Sempre, però, senza che dal centro venisse in aiuto un messaggio, una linea di condotta, la consapevolezza che questa era la vera posta in gioco. Tra tutti i volumi programmatici sfornati in cinque campagne elettorali, e tutti i congressi dibattutisi tra scioglimenti e rifondazioni, non si è mai levata l’idea che il destino di un partito riformatore, in Italia, sia legato a quello dello Stato.

Resterà a lungo poco chiaro se ci sia bisogno di più e di quali partiti. Ma non possono esserci dubbi che ci sia bisogno di più Stato, e che questo sia il punto di partenza per riaprire ogni discorso su cosa sarà e potrà fare il partito sul territorio. Visto che questa volta il deserto sarà lungo da attraversare, è una buona occasione per partire da lontano, anzi da molto lontano. Un partito che faccia dello Stato la sua visione e la sua missione, in Italia, fino ad oggi, è mancato.

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