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Per un nuovo ambientalismo

Written by Roberto Della Seta Thursday, 28 February 2008 23:09 Print

Di fronte all’evidenza del riscaldamento globale è necessario che la politica inizi a considerare la questione ambientale come la più urgente delle sfide del XXI secolo. Occorre però che lo stesso ambientalismo, nato in un’epoca in cui l’emergenza ambientale non era percepita, si rinnovi per non contribuire a ritardare – invece di accelerarli – quei cambiamenti che, se realizzati, permetteranno di coniugare sviluppo e politiche ambientali.

Gli ultimi anni – o meglio, gli ultimi mesi – hanno segnato in tutto il mondo un’autentica esplosione della issue ambientale, innescata dall’imporsi sulla scena della questione, inedita e drammatica, dei cambiamenti climatici. L’evidenza scientifica ormai conclamata che il global warming è in atto e che esso nasce in larga misura dal consumo esorbitante e crescente di combustibili fossili ha costretto anche gli ultimi negazionisti – almeno quelli in buona fede – a ricredersi. In un tempo straordinariamente rapido, si è diffusa la consapevolezza – fino a pochi anni fa patrimonio quasi esclusivo di ambientalisti e scienziati – che il riscaldamento globale non è un pericolo futuro ma un processo già largamente in atto, che non minaccia genericamente il pianeta – il pianeta ha vissuto molti altri sconvolgimenti climatici e si è adattato – ma minaccia, prima di tutto, il benessere, la sicurezza, forse la stessa sopravvivenza di una ben precisa specie animale: la nostra. Una tappa decisiva di questo grande cambiamento è stata la pubblicazione circa un anno fa dell’ormai celebre Rapporto Stern, studio commissionato dal governo britannico e coordinato da un autorevole economista nel quale si dice – e si dimostra – che i mutamenti climatici, se non vengono arrestati, costeranno così tanto da mettere in ginocchio l’economia mondiale.

Il Rapporto Stern ha dato una bella spinta perché non solo l’opinione pubblica, ma la stessa politica cominciassero a guardare a questo problema per ciò che è: la prima e più grande sfida per l’umanità del XXI secolo. Oggi i grandi leader mondiali – da Angela Merkel a Nicholas Sarkozy, da Tony Blair a quasi tutti i candidati alla presidenza degli Stati Uniti – parlano dei mutamenti climatici come del punto più urgente dell’agenda politica mondiale e in diversi casi le parole hanno prodotto fatti: la decisione dell’Unione europea di fissare obiettivi ambiziosi e ravvicinati nel cammino di riconversione del sistema energetico; piani nazionali di riduzione delle emissioni climalteranti ancora più rigorosi da parte di grandi paesi come la Germania e il Regno Unito; la “Grenelle dell’ambiente” di poche settimane fa in Francia, conferenza conclusa da Sarkozy con l’annuncio di misure straordinarie per ridurre i consumi energetici e sviluppare le energie pulite; negli Stati Uniti, la scelta di numerosi Stati – tra cui la California del repubblicano Arnold Schwarzenegger – e di alcune delle maggiori multinazionali di sconfessare apertamente la politica anti Kyoto di Bush. Ridurre i consumi di petrolio e di carbone è la prima condizione per fermare la crisi climatica: una condizione d’interesse vitale per l’umanità, in quanto i mutamenti climatici mettono a rischio la vita della nostra specie, non quella del pianeta; una condizione decisiva anche per evitare che lo sviluppo – inevitabile e auspicabile – di tutti i paesi ancora in una fase arretrata di sviluppo non si risolva in un olocausto climatico; una condizione difficile, difficilissima da realizzare perché si scontra sia con inerzie e resistenze soggettive sia con tendenze oggettive, prima fra tutte l’esplosione delle economie – e dei consumi energetici – di immensi paesi come la Cina, l’India, l’Indonesia. Quella che serve è una vera, radicale rivoluzione energetica, che deve investire i sistemi energetici, i sistemi di trasporto, l’organizzazione delle città, gli assetti del territorio. Per compierla occorre usare al meglio tutti gli strumenti a disposizione: gli impegni globali sulla via, da allargare sensibilmente, del Protocollo di Kyoto; la ricerca e l’innovazione tecnologica; le politiche nazionali di incentivazione al miglioramento dell’efficienza e allo sviluppo delle fonti rinnovabili; l’utilizzo della leva fiscale che sposti quote dell’imposizione dal lavoro e dalle imprese alle fonti energetiche a più elevato impatto climatico e inquinante; la sensibilizzazione dei cittadini. Mai come oggi, mai come di fronte ai mutamenti climatici, un’esigenza ambientale – quella di neutralizzare il riscaldamento globale – si presenta come frontiera più avanzata della modernità, del progresso. La rivoluzione energetica necessaria per arrestare la spirale del global warming è certamente ardua, ma è spinta, incoraggiata da ragioni non solo ambientali. Prima di tutto, le ragioni economiche legate al costo esorbitante per le imprese, gli Stati, i singoli cittadini, dei cambiamenti climatici. E, oltre a queste, molte altre ragioni: quelle del progresso tecnologico, che, come disse una volta il presidente storico dell’OPEC Ahmed Zaki Yamani, è il vero nemico del petrolio; le ragioni dell’equità, per le quali un futuro in cui tutti gli esseri umani possano vivere dignitosamente è plausibile solo se il modo dell’umanità di produrre e consumare energia non si baserà più prevalentemente sui combustibili fossili: altrimenti il global warming rischia di cancellare sia il benessere attuale dei ricchi che la speranza di benessere dei poveri. Ancora, le ragioni della geopolitica, che consigliano di ridimensionare lo strapotere strategico oggi nelle mani dei pochi che controllano le risorse petrolifere. E infine, per paesi come il nostro, le ragioni dello sviluppo: noi importiamo tutto il petrolio che consumiamo e solo acquisendo una maggiore autonomia energetica potremo essere competitivi nel mondo globalizzato.

Il problema del global warming chiama la politica, l’economia, l’intera organizzazione sociale a riorientare le proprie idee sul futuro, sul bene comune ma anche sul progresso e sullo stesso interesse economico. Questo sforzo devono compiere gli stessi ambientalisti, perché anche l’ambientalismo – che pure rappresenta una riflessione, una sensibilità relativamente recenti – è nato quando questa terribile minaccia non esisteva o comunque non era percepita.

Chi difende l’ambiente riscuote in generale molte simpatie, più o meno sincere e più o meno profonde. Ma all’ambientalismo come paradigma culturale molti, anche tra coloro che non ne mettono certo in discussione le ragioni, contestano la tendenza a privilegiare la conservazione sul cambiamento, la testimonianza sulla proposta concreta e costruttiva. Proprio l’urgenza ormai condivisa dei problemi ambientali chiede all’ambientalismo di colmare rapidamente questa distanza: come ha scritto Lucio Caracciolo in un recente articolo apparso sulla rivista “Limes”, oggi molti pensano che l’ambiente sia una faccenda troppo seria per lasciar- la agli ambientalisti. Se prevarrà tale giudizio, l’ambientalismo avrà perduto la sua occasione storica. Le cause di questa inadeguatezza della cultura ambientalista, della sua mancanza di credibilità come “terapeuta” dei mali che denuncia, sono sicuramente più d’una. Esse appartengono, certo, alla radicalità delle trasformazioni necessarie a fermare il global warming e gli altri fenomeni di degrado ambientale, nonché alla forza, alla resistenza degli interessi e delle inerzie culturali che a tali trasformazioni si oppongono. Ma appartengono anche a limiti interni all’ambientalismo, soprattutto alla sua incapacità, fino ad oggi, di convincere che il mondo che vorrebbe non è soltanto più ecologico: è più desiderabile socialmente, è più razionale economicamente, è più moderno del mondo attuale.

Il punto non è contrapporre un ambientalismo del sì a uno del no, e tanto meno un ambientalismo moderato a uno più radicale. Per mettere il presente e il futuro sulla via della sostenibilità servono cambiamenti decisamente radicali, e serve dire molti no, difenderli, sostenerli fino in fondo. No, per esempio, agli OGM in agricoltura, no a nuove autostrade, no a nuove centrali a carbone, no a un’ulteriore cementificazione del territorio. Affermare questi no è la condizione per costruire un futuro diverso, migliore e possibile.

Ma per difendere l’ambiente non ci si può, non ci si deve fermare ai no. Per creare le condizioni di un futuro sostenibile c’è infatti bisogno di grandi cambiamenti; c’è bisogno di un ambientalismo del fare, che si batta anche per realizzare le opere, le infrastrutture necessarie alla sostenibilità. Così, per limitarsi all’Italia: gli ambientalisti saranno credibili nelle battaglie contro le nuove centrali a carbone di Civitavecchia o di Porto Tolle o di Saline Ioniche, contro autostrade sbagliate come la tirrenica o la “Bre-Be-Mi” (Brescia, Bergamo, Milano), contro la chimica che inquina, solo se con la stessa determinazione si batteranno a favore di nuove linee ferroviarie, a favore degli impianti eolici, a favore della necessità di realizzare alcuni rigassificatori che consentano di puntare sul metano, l’energia fossile a più basso impatto sull’ambiente e sul clima, come alternativa di gran lunga preferibile al petrolio e al carbone.

Dentro questo orizzonte sta anche il rapporto dell’ambientalismo con la vituperata sindrome NIMBY (“not in my backyard”, ovvero non a casa mia). L’approccio NIMBY non va demonizzato, la sua radice è nella domanda delle comunità locali di non essere solo oggetti delle trasformazioni territoriali che le coinvolgono. In questo senso, la sindrome NIMBY nasce dal cuore di quella dialettica tra luoghi e flussi, tra identità e globalizzazione, che è uno dei tratti pregnanti dell’attuale modernità. Sebbene vi siano molti esempi di NIMBY antiambientali – basti citare le innumerevoli rivolte di comunità locali contro l’istituzione di parchi e riserve naturali – oggi il NIMBY è diventato un connotato tipico dell’azione ambientalista. Ora, un ambientalismo che faccia del NIMBY la sua arma principale di conflitto, condanna se stesso e le proprie ragioni alla sconfitta. La somma di tanti NIMBY non equivale a una prospettiva di cambiamento, e il NIMBY fine a se stesso degenera facilmente nell’egoismo più angusto. L’ambientalismo del XXI secolo deve dire molti no, deve coltivare la sua radicalità, deve accendere conflitti. Ma deve fare tutto questo rielaborando le proprie ragioni come semi di un nuovo progresso, di una nuova modernità. Per gli ambientalisti il pericolo maggiore è di venire percepiti come testimoni, o peggio ancora come complici, di quella paura del futuro che è uno dei segni più diffusi e preoccupanti del nostro presente: un atteggiamento certo alimentato anche dalla consapevolezza crescente della gravità dei problemi ambientali, a cominciare dai mutamenti climatici, ma che poi prende strade che paralizzano i cambiamenti necessari anziché accelerarli.

Se questo saprà fare, l’ambientalismo sarà un elemento decisivo della soluzione ai problemi ambientali. Se rimarrà fermo al suo pur glorioso passato conservazionista, rischierà di diventare esso stesso parte di tali problemi.

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