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Elezioni europee o "nazionali"?

Written by Paolo Ponzano Friday, 08 May 2009 17:41 Print

Con l’approssimarsi delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si ripropone il comportamento strumentale della maggior parte delle forze politiche nazionali, le quali – con poche eccezioni – non sembrano avere l’intenzione di condurre una campagna elettorale su temi e scelte di politica europea. Anche la composizione delle liste elettorali rischia di essere ispirata a considerazioni di politica interna piuttosto che alla formazione di una nuova classe dirigente europea.

“Errare humanum est, perseverare diabolicum”. Questo adagio latino si addice al comportamento della maggior parte delle forze politiche nazionali e dei mezzi di comunicazione alla vigilia delle elezioni europee del 4-7 giugno prossimi. Quante volte abbiamo sentito leader politici nazionali deplorare il distacco crescente tra le istituzioni e i cittadini europei. Quante volte è stato stigmatizzato che l’euroburocrazia di Bruxelles non si occupa dei problemi reali dei cittadini europei e che, anche quando se ne occupa, non tiene conto delle loro esigenze, non dispone di meccanismi che consentano la partecipazione della società civile e, last but not least, non riesce a comunicare in modo efficace le decisioni comunitarie. Dopo i risultati negativi dei referendum tenuti in Francia e nei Paesi Bassi sul Trattato costituzionale e in Irlanda sul Trattato di Lisbona, abbiamo letto sulla stampa dichiarazioni allarmate di leader politici, in maggior parte di fede europeista (almeno a parole), deplorare la tendenza dei ministri nazionali ad imputare all’euroburocrazia le decisioni impopolari prese da loro stessi a Bruxelles. Salvo poi, al tempo stesso, criticare la mancanza di decisioni europee per rispondere in modo adeguato alla crisi economica, all’aumento della disoccupazione o dell’immigrazione clandestina, ai problemi dell’approvvigionamento energetico, in breve, alla maggior parte delle difficoltà che incontrano quotidianamente i cittadini europei e che i governi nazionali sembrano incapaci di risolvere da soli.

Allo stesso tempo, i principali mezzi di comunicazione nazionali, pur deplorando (spesso a ragione) l’incapacità delle istituzioni europee a comunicare il senso delle decisioni prese a Bruxelles, hanno riconosciuto una parte di corresponsabilità nell’insufficienza dell’informazione o nelle cattive informazioni fornite ai cittadini europei. «Stop lying about European Union» scriveva il “Financial Times” subito dopo il referendum francese, pur non mancando alcune settimane dopo di denunciare in prima pagina che la Commissione europea sarebbe un «bu - reaucratic nightmare». Lo stesso potrebbe dirsi per il prestigioso giornale francese “Le Monde” e per altre grandi testate europee. Tutto ciò dovrebbe normalmente avere per conseguenza una maggiore attenzione delle forze politiche nazionali e dei mezzi di comunicazione di massa alla problematica delle elezioni europee e delle scelte politiche che i cittadini dovrebbero fare recandosi alle urne il 4-7 giugno prossimo.

Le considerazioni che precedono sono tanto più necessarie se si considera la posta in gioco alle prossime elezioni europee. In effetti, tutti coloro che hanno a cuore il rafforzamento della democrazia europea sono preoccupati dai dati relativi al tasso di partecipazione dei cittadini alle elezioni per il Parlamento europeo, che è sempre diminuito, dal 61,99% registrato nella prima elezione del Parlamento europeo nel 1979 fino al 45,47% del 2004. Questa diminuzione progressiva dell’interesse dei cittadini è tanto più sorprendente in quanto lo stesso Parlamento europeo ha progressivamente aumentato, dal 1979 ad oggi, i suoi poteri legislativi, di bilancio e di controllo politico. All’epoca della sua prima elezione a suffragio universale diretto il Parlamento aveva solo un ruolo consultivo nella procedura legislativa, un potere negativo di rigetto del bilancio e non poteva esercitare un controllo reale sulla Commissione europea.1 Invece, l’attuale Parlamento europeo ha il diritto di co-decidere con il Consiglio dei ministri più del 60% delle leggi europee2 nonché il bilancio annuale e pluriennale dell’Unione. Inoltre, può rifiutare la fiducia alla Commissione europea senza rischiare di essere smentito dai capi di Stato e di governo, e può perfino condizionare la scelta dei singoli commissari europei.3

Non è quindi tanto la mancanza di poteri del Parlamento europeo a determinare il basso tasso di partecipazione elettorale, quanto la scarsa conoscenza di questa istituzione da parte dei cittadini europei. Secondo un sondaggio recentemente effettuato dall’Eurobarometro, risulta che solo un cittadino europeo su quattro è al corrente delle prossime elezioni europee che si terranno a giugno. Tale percentuale scende ad un quinto in Lituania, Francia e nel Regno Unito, e addirittura ad un decimo in Finlandia. Secondo lo stesso sondaggio, solo il 30% dei cittadini europei – una volta informati delle prossime elezioni – ha manifestato l’intenzione di recarsi alle urne il 4-7 giugno prossimo. È difficile non stabilire un legame tra la scarsa conoscenza del Parlamento europeo e il pochissimo spazio che la stampa europea consacra alle sue attività.

Se ci riferiamo, per esempio, alla stampa italiana, essa ha consacrato negli ultimi anni le sue prime pagine alla vicenda del conflitto tra gli eurodeputati e il governo italiano in merito alla designazione del ministro Buttiglione a commissario europeo. Le altre prime pagine furono dedicate alle dimissioni della Commissione Santer nel marzo 1999 oppure agli scandali (reali o presunti tali) della scarsa partecipazione degli eurodeputati italiani ai lavori del Parlamento europeo contrapposta ai loro consistenti stipendi e indennità.4

Per quanto riguarda, invece, le attività legislative del Parlamento europeo, il silenzio stampa è quasi totale. Quale cittadino italiano che non segua professionalmente le attività europee ha saputo che il Parlamento europeo ha fatto da arbitro sul piano legislativo nel conflitto latente tra vecchi e nuovi Stati dell’Unione europea in merito alla legge europea sulla libera prestazione dei servizi (l’ormai famosa Direttiva Bolkestein, che avrebbe consentito all’idraulico polacco di togliere il lavoro agli analoghi artigiani francesi)? Chi ha saputo che il Parlamento europeo ha fatto propria una scelta intermedia tra gli interessi dell’industria e quelli della protezione ambientale nella legge europea sulla fabbricazione e la commercializzazione dei prodotti chimici (il cosiddetto Regolamento REACH)? Quante persone sanno in Italia che la riduzione del prezzo dei messaggi telefonici via cellulare, i rimborsi ai viaggiatori aerei in casa di mancato imbarco dovuto all’overbooking oppure la protezione dei consumatori in caso di clausole abusive nei contratti di acquisto sono la conseguenza di leggi europee votate dal Parlamento? Un sondaggio in merito effettuato da Renato Mannheimer darebbe un tasso di conoscenza non superiore al 10%.

Prendiamo, ad esempio, il dibattito politico in corso tra i partiti italiani in vista delle elezioni europee. La maggioranza al governo – forte del consenso popolare di cui gode il presidente Berlusconi – vede nelle elezioni europee il mezzo per consolidare la nascita del neocostituito Popolo delle Libertà, per confortare la sua azione di governo e per dare vita ad una stagione di riforme più incisiva rispetto all’attuale (nonché per strappare al centrosinistra il governo di alcune Regioni e città nelle elezioni amministrative). D’altro canto, l’opposizione del Partito Democratico ha per obiettivo quello contrario di arrestare l’emorragia di voti manifestatasi dopo le elezioni politiche e di mettere un freno a nuove riforme governative, giudicate populiste se non addirittura lesive del dettato costituzionale. Nessuno dei due principali schieramenti ha l’intenzione di incentrare la campagna elettorale su scelte o temi di politica europea, come per esempio, se occorra indirizzare i nuovi investimenti sulle energie pulite e rinnovabili, quali l’energia solare, eolica, all’idrogeno, oppure se occorra concentrarsi sulla costruzione di nuove centrali nucleari di ultima generazione; se occorra regolamentare in modo più incisivo a livello europeo i servizi finanziari e il credito bancario in modo da evitare l’accumulo di titoli tossici e l’esposizione finanziaria delle banche per cifre di gran lunga superiori ai loro attivi; se l’Unione europea debba elaborare un nuovo quadro giuridico coerente per fronteggiare l’immigrazione clandestina e favorire l’integrazione degli immigrati regolari o se le scelte nazionali già operate siano sufficienti.

Se si legge o si ascolta il dibattito politico in corso in Italia, nessuno di questi temi di primaria importanza per l’azione dell’Unione europea e, di conseguenza, per il futuro dei ventisette Stati membri è al centro delle discussioni tra le forze politiche. Eppure, qualsiasi leader politico in buona fede sa perfettamente che i problemi menzionati precedentemente non sono risolvibili nell’ambito ristretto di un singolo Stato nazionale. Malgrado questa evidenza, non è per nulla scontato che le forze politiche riescano a mettere temporaneamente da parte i temi tradizionali del dibattito politico nazionale per affrontare nella campagna elettorale le questioni cruciali delle prossime scelte di politica europea. Finora tale consapevolezza è assente sia nelle forze politiche di maggioranza che di opposizione, con la sola eccezione di alcuni giovani dirigenti del Partito Democratico, più coscienti della problematica europea per formazione e sensibilità personale. Per quanto riguarda la Lega Nord, i suoi esponenti si riferiscono all’Unione europea solo per denunciare le sue pretese interferenze nei provvedimenti del governo italiano, salvo poi applaudire l’azione del Parlamento europeo o di un commissario europeo quando introduce il termine di diciotto mesi per la verifica dell’identità di un immigrato clandestino oppure quando riconosce la conformità al diritto europeo di un provvedimento nazionale. Uno dei rari elementi positivi del dibattito politico italiano risiede nella nuova sensibilità europea del ministro Tremonti, che non solo non denuncia più i “lacci e laccioli” europei che frenerebbero lo sviluppo economico italiano (né l’eccesso di leggi europee) ma, al contrario, auspica nuove regole per disciplinare e controllare l’azione del libero mercato.

Al contrario, un altro aspetto negativo dell’azione delle forze politiche italiane risiede nella loro intenzione di candidare al Parlamento europeo i loro principali leader, se non addirittura alcuni membri del governo, la cui candidatura servirà solo da specchietto per le allodole.5 Lo scopo di tale manovra è infatti quello di rastrellare voti a profitto del proprio partito, pur sapendo perfettamente che i leader candidati non andranno a Strasburgo ma saranno sostituiti da candidati meno conosciuti scelti dalle segreterie dei partiti. Tutto questo a scapito della formazione di una nuova classe politica europea che dovrebbe mettersi in gioco davanti agli elettori e impegnarsi a partecipare assiduamente ai lavori del Parlamento europeo.

Ma “Se Atene piange, Sparta non ride”. Se guardiamo infatti alla situazione politica nei principali paesi dell’Unione europea, le prospettive della campagna elettorale per le elezioni europee non sono migliori. In Francia, ci sono alcune similitudini con la situazione italiana in quanto il presidente Sarkozy vuole sfruttare un eventuale successo alle elezioni europee per continuare in modo più incisivo sulla strada delle riforme promesse e solo in parte attuate, mentre l’opposizione socialista vuole al contrario frenare l’attivismo riformista del presidente e cambiare le priorità politiche dell’agenda governativa. Anche in Francia, il presidente Sarkozy ha praticamente imposto ad alcuni leader politici di correre per le elezioni europee, talvolta a scapito di parlamentari europei uscenti che hanno svolto un ottimo lavoro politico a Strasburgo (si veda il caso dell’eurodeputato Alain Lamassoure, autore fra l’altro di un rapporto sull’Europa dei cittadini, che avrebbe meritato di rimanere al Parlamento europeo per contribuire a mettere in opera le sue raccomandazioni). Ma anche in seno al Partito socialista, la scelta delle candidature rischia di essere fatta in funzione degli equilibri interni alle varie correnti piuttosto che in relazione alla competenza in materia europea e alla volontà di consacrarsi all’attività legislativa del Parlamento europeo.

Se prendiamo il caso della Germania, le elezioni europee costituiranno un primo test per la grande coalizione di governo tra cristianodemocratici e socialdemocratici, il cui mantenimento sembra improbabile dopo le elezioni politiche nazionali in autunno. Quindi, la campagna elettorale sarà influenzata dalla ricerca di una nuova coalizione di governo piuttosto che da scelte precise di politica europea. Infine, anche nel Regno Unito le elezioni europee saranno essenzialmente un test per misurare il recupero elettorale di Gordon Brown e dei laburisti rispetto ai recenti sondaggi favorevoli ai conservatori. In funzione dei risultati delle europee, Gordon Brown deciderà se anticipare le elezioni nazionali nell’anno in corso o se, al contrario, continuare la legislatura fine alla scadenza naturale del 2010. In ogni caso, le poste in gioco delle elezioni europee nei principali paesi dell’Unione rischiano di essere a carattere nazionale e non europeo.

Cosa si può dire dell’atteggiamento dei partiti politici europei (o, più correttamente, dei raggruppamenti politici a livello europeo)? Come si sa, infatti, gli schieramenti politici a livello europeo non hanno ancora le caratteristiche di un vero e proprio partito, con i suoi iscritti, i suoi leader scelti dagli iscritti al partito in un congresso, un programma politico vincolante per tutti i partiti membri a livello nazionale ecc. Si tratta piuttosto di contenitori europei che riuniscono le formazioni politiche nazionali più ideologicamente affini allo scopo principale di formare gruppi politici in seno al Parlamento europeo in grado di influenzare le scelte dei singoli deputati su una base ideologica e non prevalentemente nazionale (come invece il modo di elezione nazionale tenderebbe a privilegiare). Alcune formazioni politiche europee (per esempio, il Partito Socialista Europeo o i Verdi) sembrano a priori ideologicamente più omogenee rispetto alle altre, anche se fradi loro esistono posizioni nazionali non sempre convergenti (basti pensare alle posizioni del Labour Party rispetto ai socialisti spagnoli, italiani o francesi). Il Partito Popolare Europeo (PPE), che è la forza di maggioranza relativa in seno al Parlamento europeo, aveva concluso un’alleanza con i conservatori britannici – malgrado le profonde divergenze in materia istituzionale tra i federalisti latini e gli euroscettici britannici – alleanza che però è stata appena denunciata dai conservatori britannici e della Repubblica ceca. Il nuovo gruppo PPE dopo il 7 giugno sarà più omogeneo ma ridotto di numero (anche se beneficerà di un aumento dei deputati italiani grazie al Popolo delle Libertà). Il problema della collocazione dei futuri eletti del Partito Democratico non è stata ancora risolta (le soluzioni possibili vanno da un’adesione generale al gruppo PSE, sia pure assortita da clausole ad uso interno italiano, alla divisione degli eurodeputati democratici tra il gruppo socialista e quello liberaldemocratico, come è attualmente). Il problema centrale dei gruppi politici europei – che rischia di offuscare il loro messaggio politico – è la necessità di presentare una piattaforma politica europea che tenga conto delle diversità nazionali. Non ci si può aspettare dalle formazioni politiche europee un messaggio chiaro sulla scelta tra energia nucleare ed energie rinnovabili poiché ci sono scelte nazionali diverse fra i partiti nazionali appartenenti allo stesso gruppo. Allo stesso modo, è difficile definire una posizione omogenea dei partiti socialisti o cristianodemocratici in materia di riforma della politica agricola europea poiché i deputati francesi hanno tendenza a difendere gli interessi agricoli del loro paese indipendentemente dalle loro preferenze ideologiche.

Le formazioni politiche europee potrebbero suscitare una maggiore partecipazione popolare al voto del 4-7 giugno se decidessero di presentare un loro candidato alla presidenza della Commissione europea. Infatti, il Trattato di Lisbona stabilisce che in futuro il presidente della Commissione europea sia eletto dal Parlamento europeo su proposta del Consiglio europeo e tenendo conto dei risultati delle elezioni europee. Già l’attuale presidente Barroso fu scelto dai capi di Stato e di governo nel giugno 2004 in quanto membro del Partito Popolare Europeo che aveva appena vinto le elezioni. Se è stato possibile anticipare lo spirito del Trattato già nel giugno 2004 (prima che il Trattato costituzionale fosse firmato a Roma il 29 ottobre 2004), non si vede perché non si possa agire allo stesso modo con un Trattato già ratificato da venticinque Stati. Tuttavia, il Partito Popolare Europeo esita a presentare José Manuel Barroso come suo candidato ufficiale perché questo potrebbe incoraggiare le altre formazioni politiche europee a contrapporre un candidato alternativo (come già farà la formazione dei Verdi che proporrà la candidatura dell’eurodeputato Daniel Cohn-Bendit accompagnata dallo slogan “Tutti tranne Barroso”). Inoltre, il PPE non ha interesse a proporre candidati alternativi perché sa che la maggior parte dei Capi di Stato sono a favore della riconduzione del mandato di Barroso e che anche alcuni primi ministri socialisti (Zapatero, Josè Socrates e Gordon Brown) si sono espressi in tal senso. Il Partito Socialista Europeo come pure il Partito liberale avrebbero interesse a presentare un candidato alternativo. Tuttavia le divisioni nel campo socialista e la tentazione di avere le mani libere per negoziare con il PPE la carica di presidente del Parlamento europeo (come anche le nomine del presidente del Consiglio europeo e dell’Alto rappresentante nonché vicepresidente della Commissione per la politica estera) indurranno probabilmente le altre formazioni politiche a rinunciare alla presentazione di candidati alternativi. Tale rinuncia non favorirà l’affluenza alle urne di una parte dei cittadini europei secondo i quali il voto dovrebbe permettere di influenzare la scelta sia dei leader europei che delle soluzioni politiche di merito ai problemi di attualità. Non si può affermare per il momento che il comportamento dei partiti politici, sia nazionali che europei, sia consapevole di tale necessità. A loro bisognerebbe ricordare l’affermazione di Guglielmo d’Orange: «Point n’est besoin d’espérer pour entreprendre, ni de réussir pour persévérer».


[1] Anche se il Parlamento avesse votato la censura della Commissione negli anni Ottanta, il Consiglio avrebbe potuto designare una nuova Commissione non necessariamente più gradita al Parlamento poiché il suo accordo non era richiesto.

[2] Questa percentuale salirebbe al 90% con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

[3] Ci si riferisce qui al caso del ministro Buttiglione che nel 2004 il governo italiano dovette accettare di sostituire con il ministro Frattini per evitare che la Commissione Barroso non ottenesse la fiducia del Parlamento europeo.

[4] Si veda, ad esempio, la copertina de “L’Espresso” del febbraio scorso dedicata agli “eurofannulloni”.

[5] Le recenti dichiarazioni del segretario del Partito Democratico fanno sperare che almeno quest’ultimo darà il buon esempio nella composizione delle liste.

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