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Qualche cosa da dire su Gaza

Written by Stefano Levi Della Torre Monday, 16 February 2009 13:56 Print

Per comprendere appieno la situazione a Gaza è opportuno considerare ambedue i punti di vista, israeliano e palestinese. Entrambe le parti portano avanti le proprie ragioni, ma è evidente la sproporzione delle forze in campo. L’accanimento perpetuato da Israele sugli abitanti di Gaza allontana ogni possibilità di negoziato e non riuscirà comunque nell’intento di distruggere Hamas, ottenendone anzi un rafforzamento. Sarebbe forse stato più utile abbandonare l’unilateralismo e lasciare agire la diplomazia, più che lanciarsi in una guerra sconsiderata.

Noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, che cosa comprendiamo di Gaza o di Sderot? Forse poco. Certamente vi siamo implicati. Da Israele Hamas è vista non come una realtà palestinese circoscritta, ma come punta di una forza aggressiva enormemente più vasta, crescente: la destra sociale islamica di massa che può destabilizzare gli stessi regimi arabi; si vede Hamas in alleanza con l’Iran, che è sulla via di diventare potenza nucleare e il cui governo minaccia la distruzione di Israele. Minacce reali, non immaginarie, e non solo per Israele. Dalle nostre rive, invece, la scena appare diversa: una potenza militare, Israele, sta schiacciando un popolo che essa stessa opprime. Visione reale, non immaginaria. Da queste due visioni, entrambe vere, dobbiamo trarre le nostre considerazioni. Quelle che seguono, sono certo viziate dal privilegio di parlarne da un osservatorio esterno, lontano dal sangue e dalla paura.

Chiamiamo le cose col loro nome: se terrorismo è il massacro indiscriminato (tentato o eseguito) di civili, terroristi sono i missili Qassam che Hamas lancia sulle città di Israele; e terroristi sono i bombardamenti israeliani su Gaza. Ma su una scala mille volte maggiore. Col terrorismo Hamas esprime la sua aspirazione a eliminare Israele, e, stando alla sua Carta, gli ebrei in quanto tali. Col terrorismo Israele pratica una sanguinosa punizione di massa sulla popolazione di Gaza perché genericamente implicata con Hamas. E che cosa chiamiamo aggressione? I missili Qassam, certo. Ma il blocco soffocante di Gaza non era già un’aggressione? Nel 1967 Israele chiamò giustamente aggressione il blocco degli stretti di Tiran fatto da Nasser, e reagì con la guerra dei sei giorni. Dal blocco di Gaza, che già in sé ha creato emergenze umanitarie, ora si è passati alla guerra. Ma è guerra? Non ci sono due eserciti in campo, ma un esercito da una parte e gruppi fondamentalisti e terroristici immersi in una popolazione che si dice essere la più densa del mondo dall’altra. Esiste una fattispecie giuridica che si chiama “abuso di legittima difesa”. Se Israele ha diritto morale a una legittima difesa, che ne è dell’abuso? L’abuso è questo intollerabile massacro. Ci sono i morti. E i feriti? A migliaia, persone distrutte, senza gambe, senza braccia, sventrate, spezzate nell’anima, spesso in cancrena per mancanza di medicine, di medici, di acqua, di corrente elettrica, di cibo, già a causa dell’embargo, poi della distruzione. Che cosa vale tutto questo?

Si dice, spesso a ragione, che i terroristi si fanno scudo dei civili. Dunque i civili sono ostaggi. Si massacrano gli ostaggi? La pratica degli scudi umani è ignobile perché espone cinicamente degli esseri umani al sacrificio, ma perché dovrebbe essere meno ignobile l’azione di chi quel sacrificio lo compie sparando comunque? O forse la convivenza della popolazione con Hamas è intesa di per sé come connivenza, nell’idea aberrante di una colpa collettiva a giustificazione del massacro. Ma non è questa un’idea esattamente simmetrica a quella dei terroristi contro cui si combatte, non solo per necessità ma anche in nome dei “nostri principi superiori”? Il numero di morti e feriti ci dice cose che già sappiamo: non esistono bombe intelligenti o selettive. O, se esistono, dovremmo pensare che uno degli eserciti più addestrati del mondo non sia tecnicamente capace di usarle, o che sia troppo indifferente agli eufemistici effetti collaterali, o che il massacro faccia parte della strategia.

Quale strategia? C’è un primo obiettivo dichiarato: far cessare l’aggressione dei missili Qassam. Un obiettivo di certo legittimo. C’è poi un secondo obiettivo: spazzare via Hamas. Hamas è un nemico. Un nemico non solo militare, ma soprattutto politico. I palestinesi l’hanno votato in massa, in polemica con la corruzione di Fatah e di fronte alla continua frustrazione di obiettivi politici ragionevoli, di risultati positivi, di fronte alla continua umiliazione subita ai check points e di trovarsi sotto occupazione. La presa di Hamas sui palestinesi è prima di tutto responsabilità dei palestinesi, e in particolare di Fatah e della corruzione con cui ha sottratto ingenti aiuti internazionali, stornandoli da investimenti produttivi e civili. Ma a quella frustrazione e umiliazione che ha favorito Hamas, la politica di Israele ha tenacemente contribuito, con l’espansione degli insediamenti, con la durezza vessatoria dei check points e dell’occupazione dei territori, con l’esproprio di terre e la distruzione delle coltivazioni, con il blocco che ha affamato Gaza, con il nulla di fatto diplomatico. Tutto ciò ha favorito la presa di Hamas sui palestinesi. È un caso, un effetto collaterale? O l’oltranzismo di Hamas è utile a tutti coloro, tra i palestinesi e tra gli israeliani, che non vogliono compromessi ma solo vincere in cielo, in terra e in mare? Che si valgono dell’oltranzismo altrui per poter dire «non ci sono alternative», che pongono la questione non in termini di trattativa per una convivenza, ma di vittoria definitiva e totale degli uni sugli altri?

Il terzo obiettivo è quello di spezzare la convivenza della popolazione con Hamas, mostrandone l’enorme costo in vite umane, in distruzione e macerie. I volantini in arabo lanciati dall’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza dicevano: «Denunciate gli esponenti di Hamas», che è come dire: fatevi ammazzare da loro, così non avremo bisogno di farlo noi. Tramutate il nostro assalto in guerra civile tra voi. Tramutatevi in nostri collaboratori in una vostra guerra civile. Ma i collaboratori palestinesi di un’aggressione israeliana ai palestinesi hanno forse qualche prospettiva politica o di vita tra i palestinesi stessi? Basta mettersi nei panni di un palestinese nemico di Hamas per vedere come il dilemma proposto sia insostenibile. O sia un alibi per poter dire: una via di uscita gliel’abbiamo offerta. Può darsi che una guerra civile tra i palestinesi sia necessaria. Non ne sono mancati i sintomi. Ma essa può avere senso solo di fronte a una prospettiva positiva. A che prospettiva positiva sta contribuendo Israele col massacro di Gaza, l’inerzia diplomatica e l’incessante espansione di insediamenti sui territori occupati?

Dal 2001, dai negoziati di pace a Camp David e Taba, falliti soprattutto per il rifiuto di Arafat, i governi di Israele non si sono più pronunciati chiaramente. Quando Israele tornerà a presentare, magari unilateralmente ma in cerca di interlocutori, una proposta sostenibile per la soluzione del conflitto? Dagli accordi di Ginevra del 2003 al piano Nusseibeh-Ayalon, esponenti israeliani e palestinesi hanno già formulato soluzioni, lasciate tuttavia sulla carta da entrambe le parti ufficiali. Da parte sua Hamas, per affermare se stessa con i Qassam ha voluto esporre la popolazione palestinese ad una risposta israeliana inevitabile, ha voluto tagliare la strada ai movimenti per la pace e i diritti in Israele e in Palestina.

Si dice: l’ideologia di Hamas ha i toni del nazismo, e col nazismo non si tratta. Ma se Hitler fosse stato un lanciatore di missili invece che il capo di un’enorme potenza industrial-militare, coi tedeschi si sarebbe potuto e dovuto trattare, mettendo in difficoltà politica i lanciatori di missili, piegando anch’essi alla trattativa o riducendo la loro influenza politica. Sempre che si voglia davvero negoziare. Hamas non è un’enorme potenza industrial-militare. Per l’esistenza stessa di Israele il pericolo maggiore non viene da Hamas, ma dall’Iran che si arma di atomica e che sostiene Hamas e la rifornisce. Si può pensare che l’enormità del massacro di Gaza voglia anche essere un avvertimento preventivo all’Iran: contro chi ci attacca, siamo capaci di questo e di peggio. Il massacro di Gaza vuol essere anche un esperimento dimostrativo?

Che un paese debba reagire anche con la forza a migliaia di missili sulle sue città è logico, anzi doveroso. È un parere comune che la transizione da Bush a Obama alla presidenza americana e soprattutto l’imminenza delle elezioni in Israele abbiano determinato i tempi dell’attacco a Gaza. Un governo non può sostenere la prova elettorale se non ha reagito a un attacco alle sue città. Israele si fa vanto – giustamente – della sua democrazia e la democrazia si basa sul consenso. Ma quando il consenso interno è guadagnato al prezzo di un massacro esterno si pone un problema per la democrazia stessa. L’idea che la vita dei “nostri” valga mille volte di più della vita degli “altri” è un’idea che abbiamo già visto all’opera, che sappiamo che può spingere molto lontano nella barbarie. Così la decisione etnica di maggioranza che vuole escludere dalla competizione elettorale i partiti arabi israeliani, già rappresentati alla Knesset. Sono sintomi gravissimi di una degenerazione morale, frutto di una situazione che non si riesce o non si vuole risolvere. I palestinesi che danzavano di gioia alla notizia del crollo delle Torri gemelle l’11 settembre 2001 sono molto diversi da quei religiosi che danzano di gioia al vedere il fumo dei bombardamenti sotto cui stanno morendo centinaia di abitanti della Striscia? Forse non ricordano, questi sapienti e pii, il racconto talmudico in cui gli angeli festeggiano perché i soldati di Faraone che inseguono Mosè e il suo popolo stanno morendo sommersi dalle acque, e Dio, con le parole: «Muoiono le mie creature, e voi festeggiate?», li riprende con asprezza? E quei palestinesi che rendono omaggio ai martiri kamikaze sono molto diversi da quegli israeliani di cui si tollera tuttora l’omaggio a Goldstein, che “si sacrificò” nel 1994, pur di uccidere a colpi di Kalashnikov più di due decine di palestinesi in preghiera in una moschea di Hebron?

Fortunatamente, in Israele il dibattito è libero e aperto, a differenza che sotto il regime di Hamas. Ma quando il ministro degli Esteri di Israele nega che ci sia un’emergenza umanitaria nella Striscia, ci si può preoccupare di quanto ci si possa ancora spingere nella violenza prima di riconoscervene una.

Colpire Hamas attraverso il massacro può darsi la indebolisca o la distrugga. Ma è molto più probabile il contrario. Basta che appena sopravviva e, come forza che ha combattuto l’invasione della propria terra, avrà vinto in guerra, nella politica e nel cuore dei palestinesi e di milioni di persone nel mondo. L’ideologia reazionaria di Hamas parrà un modello di riscatto e di resistenza. L’aggressione israeliana a Gaza non rafforza gli avversari palestinesi di Hamas, ossia la parte ancora disponibile alla trattativa. L’autorità di Abu Mazen, o di chi per lui, sarà rafforzata o al contrario compromessa, se apparirà profittatrice politica del massacro israeliano di Gaza? La prospettiva sembra quella di una disastrosa vittoria militare di Israele. Disastrosa per Israele, perché lo lascerà unico arbitro di una situazione composta di due nazioni reciprocamente sempre più ostili; disastrosa per i palestinesi, perché avrà sostanzialmente azzerato tutte le loro rappresentanze politiche. Per molto tempo non ci saranno infatti più interlocutori autorevoli, e Israele sarà responsabile di fronte al mondo del destino di due popoli incompatibili, uno dominante e l’altro dominato e ulteriormente ferito per generazioni. Ciò è moralmente e politicamente insostenibile. Appoggiare contro Hamas la parte disponibile alla trattativa avrebbe voluto dire trattare e fare concessioni vistose e sostanziali: trattare, ossia riconoscere la piena dignità dell’interlocutore; fare concessioni, ossia confermare l’efficacia dell’interlocutore nel fare l’interesse del suo popolo. Questo, i governi israeliani non l’hanno fatto. Più spesso hanno fatto il contrario. Quando Sharon evacuò le colonie ebraiche di Gaza aprì una prospettiva coraggiosa e positiva; ma lo fece unilateralmente, non volle riconoscere l’autorità della controparte palestinese, trattando con essa e responsabilizzando - la nella questione, non volle concederle di presentare l’evacuazione delle colonie ebraiche di Gaza come un proprio successo diplomatico. Ciò lasciò spazio ad Hamas per poter vantare quella ritirata come effetto della propria pressione militare. La scelta unilaterale di Sharon indebolì Abu Mazen e rafforzò Hamas: parve dimostrare l’inconsistenza della diplomazia e l’efficacia delle armi. Ciò incoraggiò Hamas ad attaccare Israele a Sud e incoraggiò gli Hezbollah del Libano ad attaccare da Nord. Israele ha reagito e ne sono seguiti due massacri: in Libano nel 2006, a Gaza in questi giorni.

L’unilateralismo ha portato Bush al disastro iracheno e a un declino dell’autorevolezza americana, così come sta portando Israele a un disastro morale e politico. Bush e i neocon hanno frainteso la fine dell’antagonista sovietico e del mondo bipolare, diviso tra le due superpotenze, come affermazione della propria potenza unica e unilaterale, mentre all’opposto il mondo diventava multipolare e si moltiplicavano i soggetti politici globali (Cina, India, Unione europea ecc.). Ma Israele si aggrappa alla tesi unilaterale travolta dalla globalizzazione, dall’assetto multipolare del mondo: “solo noi decidiamo di noi stessi, della nostra sopravvivenza, con l’appoggio degli USA”. Un’inveterata diffidenza nei confronti del mondo alimenta questo atteggiamento. Ma è un atteggiamento residuale: l’unilateralismo non regge all’assetto multipolare del mondo.

Certo, non è solo colpa di Israele la debolezza o l’inaffidabilità dei suoi interlocutori. L’ostilità che lo circonda non è solo rivolta alla sua politica, ma alla sua stessa esistenza. La mobilitazione reazionaria di massa nei paesi islamici, e con l’immigrazione dai paesi islamici anche in Europa, ha motivazioni interne e globali, non dipende solo dall’esistenza di Israele o dalla politica dei suoi governi. Ma quando per la prima volta la Lega araba, nel 2002 a Beirut, propose “la pace in cambio dei territori”, perché Israele non mise alla prova quella proposta e la lasciò invece cadere nel dimenticatoio? Ciò che colpisce è la singolare inerzia diplomatica di Israele, che sembra lasciar cadere ogni occasione e differirla. Non sa decidere se convivere o vincere, se definire i confini del suo piccolo spazio o riplasmarli senza fine per qualche chilometro quadrato in più. Questa indecisione porta a un’unica decisione, la guerra. La guerra è la prosecuzione di una non-politica con altri mezzi. Ma è una indecisione? L’inerzia diplomatica e l’espansione degli insediamenti nei territori occupati sono una decisione di fatto.

Scrive Zvì Bar’el su “Haaretz” che i rapporti già buoni con Turchia, Giordania e Qatar si stanno rovesciando: «Chi ha tratto vantaggio, finora, dalla situazione? È stata Hamas, che può vantare di aver compromesso gravemente i rapporti di Israele con la Turchia, la Giordania e il Qatar». È l’esito della sindrome unilateralista di Israele che ispira la sua indifferenza alle delibere dell’ONU, alle alleanze possibili, alla trattativa, e il suo rifiuto per principio (tranne che in Libano) di attivare un cordone internazionale a garanzia della sicurezza dei due popoli.

Eppure i sionisti fondatori di Israele furono dei grandi diplomatici, non lasciarono cadere alcuna occasione, curarono ogni alleanza possibile, ogni possibile interlocutore sul piano internazionale. Al contrario dei loro successori attuali, non furono unilateralisti e realizzarono ciò che pareva irrealizzabile. Curarono anche il proprio buon nome, perché un buon nome è anche una buona politica. «Rabbi Shimon diceva: “Ci sono tre corone: la corona della Torà, la corona del sacerdozio, la corona del regno; ma su tutte eccelle la corona del buon nome”»:1 c’è il prestigio della sapienza, della religione e della politica. Ma quello che più vale è il prestigio della dignità degli atti.

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