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I mille tentacoli delle mafie

Written by Enzo Ciconte Monday, 16 February 2009 13:01 Print

Nonostante nessuno neghi più l’esistenza delle organiz­zazioni mafiose è difficile trovare nei libri sulla storia d’Ita­lia una valutazione attendibile del peso e del condiziona­mento che esse hanno esercitato sullo sviluppo sociale, economico e politico del Mezzogiorno. Oggi, inoltre, l’at­tività della organizzazioni criminali si è estesa anche al Nord e all’estero, ponendo in termini nuovi il problema della lotta alle mafie.

Qual è il ruolo della criminalità organizzata in Italia e nel Mezzogiorno? Quale il peso e il condizionamento esercitato in alcuni momenti storici e in determinate realtà regionali? E quali sono le differenze tra la diffusione territoriale odierna e quella dei primi anni dell’Italia repubblicana?

Oggi nessuno nega l’esistenza della mafia in Sicilia, della ‘ndrangheta in Calabria e della camorra in Campania; un tempo, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del secolo scorso, la si negava. Eppure è difficile trovare nei libri sulla storia d’Italia una valutazione attendibile del peso e del condizionamento di queste organizzazioni mafiose nello sviluppo sociale, economico e politico. Tale lacuna, peraltro, è presente anche in molti volumi sulla storia del Mezzogiorno, nonostante le radici delle mafie siano ben piantate e visibili a partire dai primi decenni dell’Ottocento. Di solito, l’argomento viene trattato in poche righe o in qualche capitoletto specifico, niente di più; il ruolo delle mafie non è raccontato all’interno dello svolgimento storico generale, è come se avesse un proprio percorso, autonomo, separato e distinto. Prevale ancora un’analisi vecchia e superata in cui queste strutture continuano ad essere considerate alla stregua di semplici organizzazioni criminali i cui componenti sono soltanto uomini violenti, sanguinari, assassini senza cuore.

Queste organizzazioni, invece, hanno svolto un ruolo formidabile come strumento di potere e di governo del territorio locale, usando la violenza come capitale d’investimento dagli utili impareggiabili. Questo ruolo ha fatto sì che esse incidessero nel l’economia, pesando sulla formazione dei ceti produttivi, di volta in volta vittime o collusi, e nella società, condizionando la vita quotidiana, la cultura, il comportamento dei singoli e di parte consistente delle popolazioni, in particolare in alcune aree della Sicilia, della Calabria e della Campania, e, più di recente, della Puglia e della Basilicata.

Sin dall’Unità d’Italia i mafiosi siciliani ebbero stabili rapporti con i potenti del tempo e con le classi dominanti. Diomede Pantaleoni scrisse allora che «i ricchi comprano – mi si permetta il vocabolo – la loro personale sicurezza, la libertà di visitare i loro poderi, di andare insomma dove la loro bisogna li chiama coll’assoldare o caparrarsi indirettamente i più famigerati, i capi delle bande».

Durante la metà degli anni Settanta divenne chiaro che i mafiosi dell’epoca erano al servizio dei baroni. Come osservò uno scrittore contemporaneo: «In Palermo i baroni (e per imitazione anche certi grassi borghesi), memori forse dell’antico fasto feudale, tengono scorte numerosissime di bravi, mafiosi armati a cavallo e a piedi: trottano dietro alle loro carrozze. È pretesto a questa usanza il difetto di pubblica sicurezza: in realtà è un lusso; e siccome a giustificarlo occorre la esistenza del flagrante pericolo, ne avviene che i nobili favoriscono il malandrinaggio, e la mafia; anzi quei loro bravi sono reclutati appunto nel contingente della mafia, che così ha creato una nuova professione, una nuova casta, e sono come l’anello di congiunzione tra i malandrini e i nobili. Di cotesti nobili chi non segue quell’usanza, è designato fra le vittime dei ricatti».

È qui tratteggiato brevemente un rapporto molto stretto che già in quegli anni era evidente. C’era chi sosteneva che i proprietari terrieri subissero il rapporto con le mafie per il pericolo di danni alle loro proprietà che il governo non custodiva a sufficienza e per il timore della loro incolumità fisica. C’era invece chi, come il ministro dell’Interno Giovanni Nicotera, che era un barone calabrese e conosceva molto bene la sua classe d’origine e d’appartenenza, era dell’opinione che le «classi abbienti» dell’isola non fossero vittime dei banditi ma fossero, al contrario, «fortemente compromesse con la mafia».

Vittime o collusi; tra questi due poli in radicale contrapposizione s’è dovuto muovere chi nelle regioni meridionali ha avviato un’attività imprenditoriale o commerciale. Una lunga storia che parte dal l’Ottocento e s’insinua in tutto il Novecento, e ha inciso nella coscienza delle popolazioni e nella formazione dei diversi ceti sociali.

Molti operatori economici sono stati vittime delle mafie; sono rimasti indifesi dinnanzi alle loro prepotenze e violenze, e sono stati costretti a pagare il pizzo, mentre altri non sono riusciti ad espandere la propria attività per non dover subire un aumento della rata da pagare. Costoro hanno compiuto un atto contro la loro natura perché è nella natura di ogni attività imprenditoriale allargarsi, crescere, espandersi. In casi del genere era la libertà economica ad essere palesemente negata.

Sono come i grani di un rosario infinito coloro che hanno abbandonato il proprio paese per cercare altrove, in altre parti d’Italia o all’estero, la possibilità di fare fortuna, di seguire la loro vocazione imprenditoriale o commerciale. Il Mezzogiorno è stato così danneggiato perché privato di forze dinamiche e intraprendenti che per essere tali hanno dovuto voltare le spalle ai luoghi dove erano nate e avevano trascorso infanzia e gioventù. Altri ancora, una minoranza, si sono ribellati ritenendo intollerabile pagare il pizzo e soggiacere a questo odioso prelievo forzoso sulla ricchezza prodotta con fatica e con sacrifici. Le ribellioni si sono intensificate solo in questi ultimissimi anni.

A partire dai primi decenni dell’Italia repubblicana toccò fare i conti con la realtà mafiosa agli imprenditori del Nord, in particolare a quelli legati al mondo dell’edilizia, che arrivarono nel Mezzogiorno dopo aver vinto gli appalti pubblici. Essi scelsero di assumere guardiani mafiosi che controllassero la sicurezza sui cantieri e la turbolenza della mano d’opera in caso di rivendicazioni salariali o sindacali, di subappaltare a ditte legate alle mafie, di pagare il pizzo.

È difficile considerare vittime questi imprenditori, che non hanno utilizzato la forza economica e politica a loro disposizione, l’autorevolezza e il prestigio che derivava loro dall’essere grandi gruppi nazionali, per chiedere allo Stato la protezione delle loro attività. Non è stato uno spettacolo edificante vedere imprese pubbliche e private di grandi dimensioni scendere a patti con i mafiosi, che ne hanno ricavato forza e prestigio.

Gli effetti furono diversi da regione a regione, ma ebbero la capacità di modificare le realtà criminali come accadde, ad esempio, in Calabria, dove una ‘ndrangheta allora povera vide i finanziamenti pubblici drenati con la complicità e la compiacenza degli imprenditori del Nord e dei responsabili politici calabresi arricchire i cosiddetti uomini d’onore.

È storia comune, questa, che ha riguardato tutti, o quasi, gli imprenditori che in Sicilia, in Campania e in Calabria pagavano per la protezione politica e per la protezione mafiosa: tangenti e pizzo il cui conto gli imprenditori riversavano sulle spalle dei cittadini perché allo Stato chiedevano di avere nuovi soldi con le perizie suppletive o le varianti in corso d’opera: richieste che il più delle volte erano accolte.

Lo sviluppo della camorra dopo il terremoto del 1980 e la nascita di imprenditori camorristi e di camorristi imprenditori ci raccontano vicende che ritorneranno nella pratica siciliana del tavolino raccontata da Angelo Siino e poi nelle parole di Antonino Giuffrè sulle nuove metodologie di spartizione degli appalti pubblici. Al di là dei metodi diversi usati dalla mafia, dalla camorra o dalla ‘ndrangheta, la realtà mostrava rapporti tra imprenditori, uomini politici e uomini d’onore. La triangolazione avveniva un po’ dappertutto ed era più intensa laddove il controllo territoriale era più forte.

Imprenditori che si comportavano in questo modo avevano un indubbio vantaggio economico nei confronti di altri imprenditori che avevano una grandezza diversa o che si rifiutavano di accettare determinati metodi di comportamento che li avrebbero vincolati a stabilire una qualche forma di rapporto più o meno diretto, più o meno stretto con le organizzazioni mafiose presenti sul territorio. La libera concorrenza diventava una parola vuota, priva di significato, una chimera; si allontanava verso un orizzonte che diventava irraggiungibile ogni giorno di più.

In contesti caratterizzati da un forte controllo del territorio da parte delle organizzazioni mafiose e in un quadro generale dove storicamente è sempre stato difficile ottenere giustizia nei tribunali in tempi rapidi – sia in ambito penale sia, soprattutto, in quello civile – o accedere alle risorse pubbliche o private in modo limpido, accadeva frequentemente che i soggetti che operavano su mercati legittimi tendessero a rivolgersi alle mafie per soddisfare le proprie legittime esigenze.

In Campania i camorristi sono diventati direttamente imprenditori di un comparto economico particolare, che conteneva al suo interno una componente di accettazione sociale. È questo il caso dei prodotti falsificati immessi massicciamente sul mercato e con utili notevoli. L’avvio di questa particolare attività economica, tipica della camorra ed estranea a mafia e ‘ndrangheta, ha determinato ad un certo punto la necessità di stabilire rapporti con la criminalità straniera, in particolare con i criminali di nazionalità cinese impegnati nel campo della contraffazione. C’è un’industria dei marchi contraffatti che ha raggiunto oramai livelli imprenditoriali eccezionali e che ha un mercato globale. Il sistema-camorra è stato capace di offrire una risposta alla crisi economica offrendo la propria ricetta incentrata su un grande mercato illegale che aveva le radici ben piantate in città e i tentacoli sparsi nello spazio enorme della globalizzazione.

L’ingresso delle organizzazioni mafiose nel mondo della droga ha determinato effetti sconvolgenti dentro le strutture organizzative e ha generato un’enorme ricchezza. Mai nella lunga storia delle mafie c’era stato un periodo nel corso del quale un gruppo criminale ha potuto arricchirsi così rapidamente. Inoltre, non essendo il mercato della droga un mercato monopolistico, tutti potevano partecipare al business. Le guerre di camorra, di mafia, di ‘ndrangheta spesso avevano alla base la ristrutturazione interna per l’acquisizione di posti di comando e di potere finalizzati alla gestione di traffici di droga locali o internazionali.

È circolata e circola nelle attività della criminalità organizzata una quantità di denaro che è difficile definire. Secondo i dati di Sos Impresa per l’anno 2007, la «mafia Spa è diventata una grande holding company con un fatturato complessivo di circa 130 miliardi di euro e un utile che sfiora i 70 miliardi al netto degli investimenti e degli accantonamenti ». Sono cifre enormi, sbalorditive, inimmaginabili fino a qualche anno fa, che qualcuno potrebbe considerare esagerate; eppure, anche a volerle dimezzare, rimangono pur sempre cifre importanti e impegnative.

Le mafie sono presenti anche nel mondo dell’agricoltura, nonostante qualcuno si ostini a considerare questa un’attività ormai superata; non l’hanno mai abbandonato. Hanno semplicemente ampliato i loro interessi criminali aggiungendovi la presenza massiccia nelle città e l’avvio del contrabbando delle sigarette e il traffico di stupefacenti. Le campagne, semmai, sono state abbandonate da quei sociologi e studiosi che non hanno incluso nelle loro ricerche gli affari che i mafiosi continuavano a fare in quei territori.

Il fenomeno della criminalità agricola contemporanea non ha nulla a che vedere con quella del passato. Sono cambiate e si sono modernizzate tecniche, modalità e strumenti utilizzati. Basti guardare al gran numero di truffe ai danni dell’Unione europea e quello che succede nei settori dell’agrumicoltura e dell’olivicoltura. Si tratta di truffe ben congegnate, che richiedono preparazione, conoscenza dei meccanismi economici, complicità e acquiescenza nelle regioni interessate ma anche a livello nazionale e in Europa.

C’è una silenziosa acquisizione di enormi estensioni di terreni agricoli sia per ragioni di diversificazione degli investimenti mafiosi, sia perché attraverso questa via può essere più agevole ottenere i finanziamenti comunitari per il settore agricolo. Si tratta di una strategia mirata a tentare un’emersione legale delle proprietà in un settore fino ad ora ignorato e trascurato. Nelle nostre campagne è molto attiva una criminalità mafiosa che ha grandi capacità professionali, che è penetrata in vecchi e nuovi settori del mondo agricolo, che ha lo sguardo rivolto a un’Europa in cui si muove con disinvoltura e che ha l’obiettivo di realizzare il controllo dei beni e delle persone che vi lavorano.

Altra caratteristica delle mafie contemporanee è inoltre il ruolo da esse svolto nella vita politica, nella quale hanno operato per selezionare, attraverso gli omicidi, le classi dirigenti meridionali. La Sicilia del secondo dopoguerra ne è la prova più evidente. Qui, già prima della strage di Portella della Ginestra, si è assistito alla sistematica e scientifica eliminazione di sindacalisti socialisti e comunisti, e nel corso dei decenni, fino alle stragi del 1992-93, sono caduti per mano mafiosa, oltre a numerosi magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine, anche uomini politici e delle istituzioni; alcuni più noti, come Michele Reina, Piersanti Mattarella, Pio La Torre; altri – una scia infinita – noti soprattutto a livello locale.

Le mafie hanno inciso nella politica e nelle istituzioni locali su tutto il territorio nazionale, come dimostra il gran numero di consigli comunali sciolti per mafia negli ultimi quindici anni – uno anche a Bardonecchia, in provincia di Torino, e uno a Nettuno in provincia di Roma – e come confermano i numerosi uomini politici implicati in fatti di mafia o eletti nelle istituzioni dai voti mafiosi o, addirittura, “pungiuti”, cioè ritualmente affiliati alle mafie.

Nella Calabria di questo primo decennio del nuovo millennio si sono verificati – e continuano ancora mentre si stanno scrivendo queste pagine – centinaia di attentati rivolti contro amministratori e dirigenti politici. La notizia di questi episodi non ha avuto la forza di valicare il Pollino, la splendida montagna che separa la Calabria dal resto d’Italia, e dunque nessuno al di fuori della regione ne ha valutato tutta la portata eversiva, la drammaticità e la pericolosità per la politica e le istituzioni calabresi.

Il problema del rapporto con la politica e con le istituzioni è di primaria grandezza e importanza. Senza questo rapporto le mafie non avrebbero il potere e il prestigio vantati ancora ai nostri giorni. Uomini politici e spezzoni delle istituzioni hanno flirtato con le mafie sin dal loro formarsi. In alcuni territori, la mafia locale è diventata un’attiva componente politica, detentrice di un pacchetto di voti e di una forza di condizionamento molto pesante.

Borbonici e liberali hanno pensato di utilizzare la camorra per i loro scopi, e spesso i mafiosi sono stati impiegati in funzione d’ordine pubblico nelle realtà più critiche. E non si pensi solo a fatti locali, perché le mafie hanno avuto la straordinaria capacità di lambire i vertici della vita politica italiana.

Nell’ultimo mezzo secolo le mafie hanno raggiunto il Nord. Molti mafiosi, conclusi gli affari per i quali s’erano spostati, hanno fatto rientro nella loro regione. Molti altri, invece, sono rimasti stabilmente al Nord. Qui si sono mimetizzati con l’ambiente, hanno fatto di tutto per non creare allarme sociale e hanno intessuto relazioni con quelli che si possono definire “uomini-cerniera”, i quali, appartenendo al locale mondo finanziario, economico, bancario, professionale, lo hanno collegato al mondo mafioso. Senza il loro apporto qualificato quel rapporto non avrebbe avuto un canale privilegiato.

Così si spiegano l’aumento delle incursioni mafiose nel campo finanziario ed economico, gli investimenti e il riciclaggio di denaro sporco, l’acquisizione di attività economiche. La mappa dei beni confiscati al Nord dà l’idea dell’impero immobiliare accumulato nel corso del tempo; mappa provvisoria perché è del tutto probabile che molte altre attività siano rimaste ancora in mano mafiosa. Pecunia non olet. Con questa idea uomini del mondo finanziario del Nord hanno accettato di utilizzare e di movimentare capitali di dubbia provenienza. I mafiosi hanno varcato la soglia dei mercati economici settentrionali e hanno colonizzato alcune realtà di quell’area del paese senza che si frapponesse, tranne casi lodevoli, un reale contrasto alla loro conquista. Al contrario, in alcune cittadine del Nord alcuni mafiosi hanno ricevuto benemerenze e onorificenze da parte delle associazioni dei commercianti o dalle camere di commercio.

La proiezione al Nord e all’estero pone in termini nuovi il problema della lotta alle mafie italiane e straniere che sono andate aumentando in questi ultimi anni. Lottare contro le mafie, ancor più di ieri, significa affrontare una questione nazionale in un mondo globalizzato, entro il quale le organizzazioni criminali si muovono disinvoltamente perché il loro mondo è privo di regole: lì vince il più forte, il più scaltro, il più violento e sanguinario.

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