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Economia e imprenditori nel Mezzogiorno

Written by Francesco Divella Monday, 16 February 2009 12:58 Print

L’economia del Mezzogiorno risente in modo particolare della crisi mondiale. Inoltre, sconta ritardi decennali, non ha sviluppato distretti industriali e ha infrastrutture ina­deguate. Ma le capacità imprenditoriali e un nuovo cli­ma politico le danno i mezzi per risalire la china e per af­frontare le sfide del mercato globale.

La crisi mondiale e il Sud Italia

L’economia internazionale vive una situazione di forte difficoltà. Anche l’Italia, come gli altri grandi paesi membri dell’Unione europea, ne sta inevitabilmente risentendo. Naturalmente, per il tessuto economico e produttivo italiano, ci sono forti differenze a seconda delle singole aree geografiche. Pur in un quadro di complessiva difficoltà, testimoniata dalle scarse performance registrate dall’andamento del PIL e della produzione industriale, non c’è dubbio che in alcune Regioni la situazione sia più difficile che in altre. Prendendo come esempio la Puglia, una delle sue aziende storiche, la Natuzzi, versa in situazione di crisi. E anche le aziende del Nord con impianti produttivi nel territorio pugliese, nel tentativo di tagliare i costi per meglio attrezzarsi alla contrazione del loro mercato di riferimento, stanno in alcuni casi ridimensionando le rispettive presenze a livello regionale. Un esempio è quello di una azienda milanese che ha appena annunciato la chiusura in toto di un suo impianto nella città di Barletta, con gravi conseguenze socio-economiche per i suoi 32 dipendenti. Anche nelle altre maggiori Regioni del Mezzogiorno, dalla Campania alla Sicilia, ci sono molte situazioni difficili. Lo stesso Rapporto annuale dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ) per il 2007 faceva riferimento a «un Mezzogiorno che non riesce a tenere il lento passo dell’economia settentrionale e che da sei anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord». In attesa dei dati definitivi per il 2008, purtroppo niente fa pensare che le cose siano nel frattempo migliorate, perché nelle stesse Regioni settentrionali la ricchezza prodotta è diminuita rispetto all’anno precedente.

Nello stesso Rapporto, riferendosi al Mezzogiorno, la SVIMEZ parla di «un’area periferica, un non-sistema infrastrutturale socialmente statico, dove cresce il rischio di povertà e dove i disoccupati scompaiono dalle statistiche». La nuda realtà dei numeri, a conferma di quanto affermato, indica che nel 2007 l’economia meridionale è cresciuta dello 0,7% su base annua, ovvero circa un punto percentuale in meno rispetto al Centro-Nord. Inoltre, sempre secondo i dati forniti dalla SVIMEZ, il PIL per abitante è pari a poco più della metà rispetto a quello del Centro-Nord.

Distretti produttivi e infrastrutture

Il problema maggiore dell’apparato industriale e aziendale del Sud Italia va rintracciato nella ancora scarsa capacità dell’imprenditoria meridionale di fare squadra. Essa appare evidente in particolare nel settore agricolo in cui, negli ultimi dieci anni, la cooperazione tra i moltissimi piccoli produttori è del tutto scomparsa, lasciando il campo unicamente ai commercianti. Basti pensare a quanto avviene nel mercato cerealicolo o in quello dell’olivicoltura: i singoli quantitativi di grano o di olio giungono dai produttori ai grandi commercianti, che li mischiano e in tal modo fanno perdere loro l’identità. Nessuno è più in grado dire se l’olio che beve sia davvero pugliese, oppure se il grano da lui utilizzato provenga o meno da una determinata area. Il che, soprattutto nel settore agricolo e dell’alimentare, danneggia enormemente proprio gli imprenditori del Sud Italia. Troppe piccole imprese totalmente divise tra loro e incapaci di collaborare non sono in grado di affrontare le imponenti sfide imposte dalla globalizzazione.

Di ciò abbiamo avuto un esempio significativo a partire dal 2000, ovvero da quando le importazioni dalla Cina (aumentate dopo l’ingresso del gigante asiatico nell’Organizzazione mondiale del commercio) verso l’Italia sono letteralmente esplose. Dopo di allora, perfino i settori produttivi del Mezzogiorno tradizionalmente più sviluppati – come ad esempio quello del tessile-abbigliamento-calzaturiero – hanno subito forti ripercussioni negative. Di fronte a prodotti della concorrenza di qualità inferiore, e quindi anche di costo inferiore per i consumatori finali, i piccoli produttori meridionali si sono trovati spiazzati in una battaglia impari. Non a caso, proprio in questi ultimi anni il tasso di crescita dell’economia meridionale è stato di solo il 2%, un dato molto lontano da quello spagnolo (+4,9%), da quello irlandese (+5,5%) e da quello greco (+6,2%).

Anche nel settentrione, e in particolare nel Nord-Est, che ha saputo assumere un ruolo di assoluta evidenza dopo l’entrata in crisi delle grandi industrie italiane che negli anni Cinquanta e Sessanta avevano guidato il processo del boom economico (anzitutto la FIAT, oggi ridimensionatasi, ma anche le grandi industrie siderurgiche lombarde e alla storica industria navale ligure), c’è una miriade di aziende di piccole dimensioni. In quello agricolo, come in tutti gli altri settori imprenditoriali, esse hanno però saputo ovviare alle loro dimensioni limitate, appunto, grazie alla capacità di fare squadra. Si pensi alla nascita di importanti distretti industriali come quello del mobile in Brianza. Il che ha portato alla creazione di filiere che hanno saputo imporsi nel mercato italiano come in quello europeo e perfino, in alcuni casi, nei nuovi mercati emergenti asiatici.

Un altro elemento altrettanto importante è quello riguardante le infrastrutture. Proprio nel territorio in cui si trova lo stabilimento della Divella, ad esempio, chi fa industria deve muoversi in un nugolo di strade statali ormai vetuste. Esse appaiono del tutto inadeguate al traffico attuale. Il tradizionale gap infrastrutturale che separa il Sud Italia dal resto della penisola è stato poi peggiorato dal fallimento, almeno ad oggi, delle cosiddette autostrade del mare. Le imprese meridionali volenterose di esportare verso i loro mercati di riferimento nell’Europa orientale (ovvero nella fascia di paesi che va dall’Albania a Sud alla Romania a Nord) devono necessariamente passare dall’Adriatico, dove però a dominare il business del trasporto di merci e container è una sorta di cartello tra le compagnie marittime lì presenti che impongono alle imprese prezzi non competitivi. Appare razionalmente inspiegabile che un trasporto marittimo dalla Puglia alla città albanese di Durazzo costi fino a 1.000 euro, mentre uno via treno o via gomma non supera nel peggiore dei casi i 700 euro, ma è proprio ciò che accade tuttora. Per fortuna esiste almeno un segnale positivo: da un anno, infatti, esistono collegamenti ferroviari finalmente funzionanti tra i maggiori centri del Mezzogiorno, ad esempio Bari, e il grande porto calabrese di Gioia Tauro, da cui partono i mercantili diretti verso il Sud-Est asiatico.

 

L’ottimismo della ragione

Tuttavia è giusto non farsi prendere dal pessimismo. L’imprenditoria del Mezzogiorno ha enormi capacità e una notevole attitudine ad adattarsi alle diverse contingenze economiche. Nel Sud Italia rimangono ancora importanti esempi di settori produttivi che continuano a essere elementi di sviluppo economico e anche sociale. Le ragioni di questa impostazione di tipo non catastrofico vanno al di là delle statistiche in sé, le quali, per quanto importanti, nella loro obiettiva aridità non sono in grado di fornire un’analisi approfondita sulla complessità del tessuto produttivo e sociale del Mezzogiorno, ma la cui consapevolezza – che non sempre appare essere presente in tutti gli attori dell’economia meridionale – ci aiuta a disegnare nuove prospettive e ad agire in modo concreto perché le cose cambino. È proprio in questa ottica, consapevole della difficile realtà con cui il Sud deve confrontarsi, ma anche propositiva e vogliosa di non limitarsi a una sorta di sterile autocommiserazione, che non tutto va considerato perduto. Cosa che invece accadrebbe se ci limitassimo a contemplare in modo inattivo la massa di statistiche che segnalano la crisi economica del Mezzogiorno. Se anche i paesi che negli scorsi decenni rappresentavano il tallone d’Achille dell’economia dell’Europa Occidentale – Spagna, Irlanda e Grecia – hanno saputo avviare un virtuoso processo di crescita affrontando le sfide del mercato globale, sarebbe davvero insensato e inaccettabile rassegnarsi all’idea che il nostro Meridione non possa fare altrettanto.

È positivo che finalmente, proprio mentre le ricadute della crisi economica mondiale stanno avendo pesanti effetti anche in Italia, ci sia un nuovo clima politico intorno alla questione dello sviluppo del Mezzogiorno. Il Senato ha avviato l’esame in prima lettura del disegno di legge del governo sulla riforma del federalismo fiscale. Troppi commentatori meridionali affermano che il federalismo fiscale danneggerà il Mezzogiorno, non facendo altro che aumentare il divario con il Nord Italia, ma sarà invece l’opposto. A creare danni enormi alle Regioni meridionali in tutti i settori, quindi anche in quello produttivo, è stato proprio l’inefficace assistenzialismo che per troppi decenni ha visto lo Stato centrale erogare contributi in varie forme alle Regioni. Non c’era un reale controllo sulle risorse erogate e, soprattutto, sull’utilizzo che di questi fondi veniva fatto a livello locale. Quindi molte industrie e aziende del Mezzogiorno sono sopravvissute, pur senza avere una reale competitività sui mercati, grazie a sovvenzioni statali. I risultati di questa politica tanto deleteria sono purtroppo di fronte agli occhi di tutti: mentre nel Nord-Est il tessuto imprenditoriale, pur vivendo anch’esso momenti difficili, sta riuscendo a tenere e a reagire nei confronti delle ricadute della crisi economica mondiale, nel Mezzogiorno sta avvenendo, nella maggior parte dei casi, l’esatto contrario. Le imprese che durante gli scorsi decenni hanno comunque saputo costruire la propria competitività sono anche quelle che oggi stanno cercando di reagire, e quasi sempre con meritato successo. Le imprese che non hanno saputo (o voluto) costruirsi un autentico patrimonio di capacità manageriali e produttive, invece, si trovano oggi in forti e inevitabili difficoltà.

Senza dimenticare le importanti misure contenute nel decreto legge anticrisi, che fornisce utili strumenti per rafforzare la competitività italiana a partire proprio dalle sue aree più deboli, quelle meridionali. Il nuovo quadro complessivo aperto dalla riforma federalista del fisco sarà certamente in grado di aiutare quegli imprenditori del Sud Italia davvero contraddistinti da una ferma volontà di reagire. Ciò vuol dire, in termini più concreti, che l’imprenditoria meridionale deve giustamente continuare a leggere con realismo le ultime previsioni dell’ISTAT sulla situazione economica che dovrebbe essersi verificata nel 2008. Tali previsioni, che in ogni caso si inseriscono in un contesto di forte difficoltà complessiva (si profila infatti una fase di recessione anche nel Centro-Nord, pur se in misura minore), affermano che il PIL generato nel Sud Italia dovrebbe essere calato dello 0,7% su base annua. Ma ci sono i mezzi, gli strumenti e le capacità manageriali in grado, se non di invertire una tendenza non facile da governare, visto che essa dipende da imponenti fattori esogeni, quantomeno di limitare i danni e di porre le basi per un nuovo inizio da realizzare nel medio e lungo periodo.

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