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Rappresentare, decidere, competere

Written by Luciano Violante Thursday, 28 February 2008 22:37 Print

Il divario che si è formato fra cittadini e politica rende più che mai necessaria una nuova legge elettorale che sia in grado di assicurare al Parlamento la capacità di decidere e la capacità di rappresentare. Sarebbe però opportuno evitare il referendum e scegliere una legge proporzionale che contenga una clausola di sbarramento tale da rendere possibile la formazione di una maggioranza idonea a sostenere il governo. Infine, servono riforme costituzionali e regolamentari, nonché una legge sulla disciplina giuridica dei partiti politici e sul loro finanziamento.

Legge elettorale e deficit di rappresentanza

L’esperienza della cosiddetta legge Calderoli è stata deleteria. La previsione di un premio di maggioranza per la coalizione vincente impone a ciascuno dei partiti maggiori delle due coalizioni di raccogliere attorno a sé tutti coloro che sono mobilitati non per un comune programma di governo, ma per il comune intento di sconfiggere l’avversario. In pratica il premio di maggioranza induce a costituire prima la coalizione contro gli avversari e poi a definire il programma di governo sulla base dei desiderata di tutti coloro che si sono trovati uniti.

La conseguenza è che si può vincere, ma si rischia di governare con difficoltà. Questo problema è stato particolarmente evidente nell’Unione perché è la coalizione che ha vinto le elezioni, ma se la vittoria avesse arriso al centrodestra i problemi non sarebbero stati diversi, in quanto sarebbero stati eletti al Parlamento anche esponenti di movimenti estremisti di destra e antieuropei, poco compatibili con alcuni dei partner tradizionali della Casa delle Libertà. Con la legge in vigore i candidati vengono eletti in base alla posizione che occupano nella lista elettorale. Le liste sono confezionate dai dirigenti dei partiti che decidono anche il numero d’ordine di ciascun candidato nella propria lista. Gli effetti sono due: il 90% della composizione dell’attuale Parlamento è predeterminato, ne consegue che i parlamentari sono diventati i rappresentanti non tanto dei cittadini, quanto dei gruppi dirigenti dei propri partiti. I cittadini si sentono privi di rappresentanza e sempre più spesso si pongono una domanda: se deputati e senatori non sono stati scelti dalla popolazione, essi non la rappresentano, ma rappresentano solo se stessi e il proprio ceto, qual è dunque la loro funzione? Chi siede in Parlamento sembra limitarsi a perpetuare il proprio potere e quello del proprio partito per mantenere i privilegi (cioè dei vantaggi irragionevoli), come i benefici retributivi, diretti e indiretti, connessi alle loro funzioni.

La fortuna che ha arriso a “La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, sta nel fatto che quel libro ha razionalizzato la percezione che i cittadini hanno del mondo politico, dandole corpo con dati di fatto prevalentemente corretti, e ha individuato nel termine “casta” la parola chiave, capace di esprimere, meglio di qualunque altra, a torto o a ragione, la frattura fra politici e società, la loro condizione privilegiata e l’assenza di una loro funzione sociale.

Se i partiti fossero più radicati e godessero di una maggiore legittimazione, sarebbe più facile per gli elettori tollerare questa sottrazione a loro danno del potere decisionale da parte dei parlamentari. Ma le cose, purtroppo, stanno diversamente. I partiti hanno subito nell’ultimo decennio un forte processo di istituzionalizzazione che li ha portati a considerare la conquista di posti nelle istituzioni come il loro obiettivo principale. I partiti devono perseguire l’obiettivo di governare per realizzare i propri programmi e tutelare nel miglior modo possibile i cittadini che hanno riposto in loro la propria fiducia. Per questo motivo dovrebbero curare con particolare attenzione il loro rapporto con la società. Ma alcuni dati significativi ci presentano una realtà diversa. Negli anni Ottanta, ad esempio, gli iscritti ai partiti erano circa sei milioni, il 15% dell’elettorato. Oggi, nonostante la moltiplicazione dei partiti (o proprio per questo), gli iscritti sono scesi a circa due milioni, pari al 4% del corpo elettorale. I voti complessivamente non espressi nelle consultazioni politiche (astenuti, schede bianche, voti nulli) erano il 9% nel 1976; sono saliti al 21% nelle elezioni politiche del 2006, nonostante si sia registrata una forte riduzione delle schede bianche. Gli ultimi ventuno referendum abrogativi, infine, sono stati invalidati a causa del mancato raggiungimento del quorum.

Il difetto di rappresentanza è particolarmente grave per i soggetti più deboli della società: gli operai, le donne, le giovani generazioni. I loro problemi, le loro aspettative non entrano nel dibattito politico se non come strumento polemico, come elementi di uno scontro, non come capitoli di un progetto politico di rinnovamento.

L’attività politica appare fortemente condizionata da questa sua separazione dalla società. Una quota assai rilevante del tempo sembra essere dedicata a scontri per la supremazia, invece che alla soluzione dei problemi che preoccupano i cittadini. La realtà non è questa, fortunatamente; ma questa è la percezione che ne ha la maggior parte degli italiani, tanto da essere diventata senso comune. È un’impressione difficile da modificare in breve tempo; l’esperienza insegna infatti che quando si attribuisce la colpa di qualcosa a un intero ceto o classe o gruppo, sia esso etnico, nazionale, religioso o, come nel nostro caso, politico, è molto difficile ristabilire un principio di verità e di ragione. La sfiducia, quindi, investe l’intero mondo politico. E questa è una differenza non secondaria rispetto alla prima grande ondata di discredito della politica, quella di Tangentopoli. In quella fase il discredito non riguardava né tutte le forze politiche, né tutte le istituzioni. Ne erano esenti, per la loro estraneità al governo del paese, tanto la sinistra di opposizione quanto il Movimento Sociale Italiano e la Lega. A ben vedere, anche il risultato delle elezioni del 1994 confermò questa tendenza: la fiducia prevalente degli elettori andò infatti alla coalizione che appariva più estranea al governo del paese, quella tra il nuovo partito Forza Italia, la Lega e l’MSI, mentre l’alleanza tra popolari e PDS sembrava essere l’epilogo delle antiche intese tra DC e PCI.

La situazione attuale è diversa. Si è formata una distanza tra società e politica: i cittadini non si sentono rappresentati dal ceto politico e quindi contestano la funzione stessa di chi oggi ha responsabilità politiche, soprattutto nel governo nazionale e in Parlamento.

Altri fattori consentono un ragionamento più approfondito. Alle primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra, benché fosse scontata l’elezione di Romano Prodi, parteciparono più di 4 milioni di cittadini. Dopo l’esito positivo di quell’esperimento, si sono moltiplicate nel centrosinistra le primarie per scegliere i candidati sindaci e in ognuna di queste occasioni si è registrata una partecipazione elevata: 7.000 persone a Reggio Calabria, circa 20.000 a Palermo, 35.000 a Genova. I risultati non sono stati sempre scontati: nelle primarie tenutesi a Carrara nel 2006, vinse il candidato sostenuto dai socialisti con il 48,9% contro quello sostenuto da DS, Margherita e Rifondazione comunista, partiti che da soli ottengono la stragrande maggioranza dei voti degli elettori di centrosinistra della città.

Al referendum costituzionale del giugno 2006 – voluto dai partiti di centrosinistra contro la riforma costituzionale approvata dal centrodestra nel corso della quindicesima legislatura – non era richiesto alcun quorum, ma parteciparono più di 25 milioni di elettori e il 61% votò contro quella riforma. Si trattò di una percentuale molto più ampia di quella che aveva consentito poche settimane prima la vittoria dei partiti di centrosinistra alle elezioni politiche per la Camera dei deputati. Alle primarie del Partito Democratico per la scelta del segretario hanno votato più di 3 milioni di persone e cifre assai elevate, anche se non quantificabili con esattezza, sono state raggiunte dal referendum interno al centrodestra sul nome della nuova formazione politica alla quale intenderebbe dar vita Silvio Berlusconi. Deve essere inoltre sottolineato che il discredito non ha colpito in eguale misura tutte le funzioni politiche. I sindaci e i presidenti di Regione, ad esempio, ne sembrano esclusi.

Qual è l’origine di tale contraddizione? Probabilmente il dissenso non riguarda la politica ma i suoi protagonisti. Pur essendosi fortemente allentati i legami tra la politica e la società, i cittadini sono ancora disposti a dare il loro contributo quando sono messi di fronte a scelte che li riguardano direttamente e immediatamente e che conferiscono loro un potere decisionale. L’eccezione rappresentata dai sindaci e dai presidenti di Regione è probabilmente dovuta all’elezione diretta, che da un lato aumenta la percezione nell’elettorato di un vincolo di rappresentanza, e dall’altro rende più facile verificare l’operato dei rappresentanti. Esiste poi un’altra differenza positiva rispetto a Tangentopoli: oggi è diffusa una maggiore consapevolezza della gravità della crisi. Sappiamo che essa ri- guarda l’intero sistema politico e non solo i nostri avversari.

Questa consapevolezza ha convinto gran parte del mondo politico della necessità di un nuovo patto con i cittadini. La nascita del Partito Democratico, la proclamazione del Popolo della Libertà, il tentativo in corso di confederare tutte le forze alla sinistra del PD sono la dimostrazione che i principali soggetti politici hanno compreso che non giovano né le prediche né gli anatemi e che non è sufficiente cambiare le regole attraverso le riforme. È necessario cambiare anche i soggetti, il loro funzionamento, il modo di rapportarsi alla società.

Lo sforzo del PD di costituire i propri organismi dirigenti per metà da donne è una rivoluzione che, se condotta sino alle sue conseguenze istituzionali, comporterà davvero un cambiamento radicale delle istituzioni rappresentative, anche perché le altre grandi forze politiche difficilmente potranno sottrarsi al confronto su questo terreno. È cessata la presunzione dell’autosufficienza e si cerca un nuovo rapporto con la società, un nuovo modo di rappresentarla.

L’ipotesi referendaria

Il fallimento della legge Calderoli ha trascinato con sé anche tutte le ipotesi di riproporre premi di maggioranza. Ciò che stato cacciato dalla porta potrebbe però rientrare attraverso la finestra del referendum. Se il referendum ottenesse il voto favorevole della maggioranza degli italiani correremmo il rischio di trovarci di fronte non a una correzione della legge vigente, ma al potenziamento dei suoi difetti. La legge elettorale manterrebbe infatti i seguenti elementi: l’elezione dei singoli parlamentari secondo l’ordine in cui ciascuno è collocato nella lista; il monopolio delle segreterie dei partiti politici sulla composizione delle liste e quindi sulla composizione del Parlamento; la regionalizzazione del premio di maggioranza al Senato, con il rischio conseguente di maggioranze diverse nei due rami del Parlamento; l’eccessiva ampiezza delle circoscrizioni e quindi la presentazione di lunghe liste di candidati, molti dei quali pienamente consapevoli di costituire soltanto un riempitivo. Ciò che cambierebbe, inoltre, è peggio di ciò che resterebbe. Il premio di maggioranza sarebbe attribuito alla lista più forte (e non alla coalizione vincente), indipendentemente dalla percentuale di voti presi. È prevedibile, a questo punto, che le due coalizioni tenderebbero a trasformarsi in due liste, riproducendo così tutte le tendenze deteriori della legge Calderoli: formazione di alleanze non sulla base di un programma comune, ma sulla base del comune antagonismo nei confronti della coalizione avversaria e grande capacità di condizionamento da parte dei partiti minori, determinanti per la conquista di quel voto in più che farebbe scattare il premio di maggioranza.

Se il “sì” prevalesse nel referendum sulla riforma elettorale, si aprirebbero due alternative. Le coalizioni si potrebbero strutturare in modo tale da presentarsi ciascuna con un’unica lista. Probabilmente nessuna delle due comprenderebbe le forze con più spiccate caratteristiche identitarie – come la Lega da una parte e Rifondazione comunista dall’altra – ma ciascuna tenderebbe a comprendere ogni scampolo di formazione politica disposta a schierarsi contro l’avversario. Come è accaduto con la legge Calderoli, le coalizioni si comporrebbero non sulla base di un programma di governo, ma sulla base dell’antagonismo nei confronti dell’avversario. Le piccole forze, necessarie per ottenere i voti necessari a far scattare il premio di maggioranza, manterrebbero intatta l’attuale capacità di “ricatto elettorale”. Infine, dopo le elezioni, ciascuna componente della lista unitaria si costituirebbe come gruppo parlamentare autonomo e le coalizioni resterebbero eterogenee.

La seconda alternativa possibile è che i due partiti maggiori si presentino da soli alle elezioni. Nell’elettorato si manifesterebbe una tendenza prevalente, non esclusiva, per il voto utile. E quindi una gran parte del centrodestra voterebbe per Forza Italia e una gran parte del centrosinistra voterebbe per il Partito Democratico. Questa è la soluzione auspicabile, qualora ci si trovasse nella necessità di praticarla, ma occorre considerare un secondo grave inconveniente di sistema. Un solo partito, che potrebbe rappresentare poco più di un terzo dell’elettorato, avrebbe nelle sue mani il potere di eleggere le tre massime cariche dello Stato, presidente della Repubblica, presidente del Senato e presidente della Camera. Lo stesso partito potrebbe a suo piacimento manipolare i regolamenti parlamentari, approvare qualunque tipo di legge, anche penale, ad esempio cancellando la punibilità di alcuni comportamenti e decidendo così una sorta di indiretta amnistia per i propri amici. Potrebbe persino modificare la Costituzione, salvo il referendum confermativo.

I sostenitori del referendum fanno una previsione diversa.1 La cancellazione delle coalizioni produrrebbe la scomparsa delle doppie soglie di sbarramento (una per i partiti che corrono in coalizione e una per i partiti che corrono da soli); conseguentemente alla Camera, per concorrere alla spartizione dei seggi, occorrerà prendere almeno il 4% e al Senato, a livello regionale, almeno l’8%. I partiti piccoli potrebbero sopravvivere solo qualora entrassero nel “listone” e, essendo obbligati a farlo, vedrebbero ridotto il loro potere di ricatto. In realtà le cose sarebbero più complesse. Se PD e FI non si accordassero per presentarsi da soli, la presenza dei piccoli nel listone resterebbe essenziale per vincere e quindi la loro forza contrattuale resterebbe immutata.

Una nuova legge elettorale

La saggezza, quindi, impone di lavorare per una nuova legge elettorale. Nel dibattito pubblico è presente un singolare equivoco che può pregiudicare la tenuta del sistema politico accentuandone la crisi. Una legge elettorale dovrebbe prevedere innanzitutto i criteri per la formazione delle assemblee legislative e in via indiretta, ma certamente esplicita, dovrebbe rendere possibile la formazione di una maggioranza parlamentare idonea a sostenere il governo. Questa è la ragione per la quale i sistemi elettorali dei principali paesi europei (ventitré su trentuno) sono proporzionali e una gran parte tra essi prevede una clausola di sbarramento o esplicita, come in Germania, o implicita, come in Spagna.2

In Italia la crisi di governabilità ha progressivamente attribuito al sistema elettorale la funzione principale di designare non la composizione del Parlamento, ma la maggioranza di governo. Ma il deficit di rappresentatività che sta minacciando il sistema politico italiano dovrebbe spingerci verso una legge che consenta la capacità decisionale senza pregiudicare la rappresentanza.

Il dibattito sulla legge elettorale assume spesso un carattere ideologico: il mito del sistema pro- porzionale, che fa dell’assemblea lo specchio della società, si scontra con il mito del maggioritario, che tende a garantire, più che la rappresentanza, la governabilità. Ma la legge elettorale non è un idolo, è uno strumento. Ciò che va bene in un certo momento storico può andar male in un momento diverso. Ciò che va bene in un paese potrebbe andare male in un altro.

Peraltro ogni sistema ha qualità e difetti. È solo necessario che i pregi superino i difetti. Inoltre, i mutamenti sociali fanno sì che lo stesso sistema debba aggiornarsi e correggersi per adeguarsi a ciò che è mutato. E quindi pecca di astrattezza una discussione sulla legge elettorale che assuma toni da guerra di religione.

Oggi prevalgono le preferenze per un sistema proporzionale con clausola di sbarramento, come quello tedesco, dove metà dei seggi vengono assegnati sulla base del vincitore nel singolo collegio e metà sulla base dei voti ottenuti da ciascuna lista in sede nazionale. Naturalmente è sbagliato parlare di modello tedesco, spagnolo e così via. La distinzione principale va fatta inizialmente tra sistema maggioritario o proporzionale e in un secondo momento questo può essere adattato al sistema scelto in base alle esigenze del paese. La cosiddetta “bozza Bianco”, dal nome del presidente della commissione Affari costituzionali del Senato che l’ha proposta, parte dal modello proporzionale, con clausola di sbarramento al 5% e due correzioni che tendono a dare un certo vantaggio ai partiti più forti (la cosiddetta disproporzione): distribuzione dei seggi su base circoscrizionale e non su base nazionale (come invece accade in Germania), eccezion fatta, forse, per i resti; voto unico e non doppio voto (come invece accade in Germania e accadeva con la cosiddetta legge Mattarella), nel senso che il voto per il candidato di collegio verrebbe attribuito automaticamente alla lista cui quel candidato fa riferimento.

Nell’esame dell’entità della soglia di sbarramento occorre tener conto della riforma costituzionale in esame alla Camera sulla riduzione del numero dei deputati. La proposta prevede 500 deputati, rispetto agli attuali 630. Si tratta di una riduzione di tutto rispetto che comporta una sorta di clausola di sbarramento implicita del 2%, da aggiungersi a quella che sarebbe esplicitata nella legge elettorale. Questa soluzione suscita le preoccupazioni di chi ritiene che possa favorire la formazione di una cosiddetta “grande coalizione”, superando così l’attuale bipolarismo. Sarebbe interessante un approfondimento sulle specificità del bipolarismo italiano, che lo rendono criticabile; ma non è questa la sede. Bisogna rilevare invece che nessun sistema elettorale può escludere a priori la condivisione di responsabilità di governo tra maggioranza e opposizione, anche se questa eventualità deve costituire solo una eccezione. Ma la grande coalizione non è una bestemmia costituzionale: oggi diversi paesi europei, come Austria, Germania, Irlanda del Nord, sono governati sulla base di un’intesa tra partiti o coalizioni che si sono presentati alle elezioni l’uno come alternativo all’altro. In Francia non è stato raro il fenomeno della “coabitazione” di una maggioranza parlamentare di un colore con un presidente di colore politico diverso. Attualmente il presidente degli Stati Uniti George W. Bush deve fare i conti con una maggioranza democratica al Congresso. Ma in nessuno di questi paesi si è mai pensato di cambiare la legge elettorale perché essa ha comunque consentito un governo comune di maggioranza e di opposizione. Il principio- guida deve essere diverso. Gli elettori hanno il potere di scegliere, ma se dalle elezioni non emerge una maggioranza ben definita, non si possono costruire protesi per concederla a quelle formazioni politiche che non sono riuscite a ottenerla in sede elettorale, come avviene oggi con il premio di maggioranza. Se non si delinea una volontà popolare chiara, il potere di scelta passa nelle mani dei partiti politici.

Legge elettorale e riforma costituzionale

La legge elettorale non va caricata di aspettative che non possono essere soddisfatte. È solo uno dei fattori che determinano il funzionamento di un sistema costituzionale. Nessun orologiaio raccomanderebbe l’acquisto di un orologio dotato di un’ottima pila, ma di ingranaggi di scarsa qualità. Per questo la riforma elettorale deve essere accompagnata da interventi costituzionali, regolamentari e ordinari, per poter realizzare un complesso normativo capace di farci perseguire i tre principali obiettivi di un moderno sistema democratico: rappresentare, decidere, competere. In tutti gli ordinamenti la legge elettorale si integra e si interconnette con la forma di governo, la forma del Parlamento, i regolamenti parlamentari, la legislazione sui partiti politici e il finanziamento pubblico. Rischi e benefici di una legge elettorale possono essere correttamente valutati solo collocando quella legge all’interno dell’ordinamento. Non si intravede oggi in Italia alcuna serio orientamento per una legge sui partiti politici e sul loro finanziamento, anche se sinora (gennaio 2008) sono state presentate complessivamente venti proposte in materia.

Diversa è la situazione per quanto riguarda le riforme costituzionali e regolamentari. La Camera ha cominciato a votare una riforma costituzionale che mira ad integrarsi con la nuova legge elettorale proporzionale e a far acquisire al sistema politico la necessaria capacità di decisione. I punti salienti sono facilmente riassumibili: differenziazione delle funzioni delle Camere, riduzione del numero dei parlamentari, potenziamento del ruolo del presidente del Consiglio, definizione di una data certa per il voto finale dei provvedimenti che realizzano il programma di governo. L’intento è quello di conservare il carattere parlamentare della nostra Repubblica e di avere un governo forte a fianco di un Parlamento autorevole.

Se la riforma verrà approvata, il presidente del Consiglio potrà proporre al capo dello Stato la nomina e la revoca dei ministri. Alla sola Camera dei deputati spetterebbe il potere di concedere la fiducia unicamente al presidente del Consiglio, sia pure dopo la presentazione del governo alla Camera stessa. Il presidente del Consiglio potrà inoltre chiedere che i provvedimenti che realizzano il programma di governo siano votati entro una data certa. Si tratta di una misura diversa da quella dell’urgenza, già prevista nei regolamenti parlamentari. L’urgenza, infatti, assicura l’inizio dell’esame ma non la sua conclusione; la riforma proposta, invece, assicura la data certa per il voto finale.

Alla Camera spetterebbe il voto finale sulla maggioranza delle leggi ordinarie, sulle quali il Senato avrebbe potere di richiamo. Le leggi costituzionali e le leggi elettorali resterebbero invece bicamerali. Il Senato dovrebbe essere eletto dai consigli regionali e dai consigli delle autonomie. Gli eletti resterebbero membri delle assemblee di provenienza. È prevedibile che questo intervento, insieme al- la proposta di drastica riduzione del numero dei parlamentari (500 deputati e poco meno di 200 senatori), possa incontrare in Parlamento resistenze dettate dalla preoccupazione per una riforma che porta il numero complessivo degli eletti direttamente dai cittadini dagli attuali 945 (630 per la Camera e 315 per il Senato) a 500.

Per questa ragione il Comitato dei nove, che predispone e dà il parere sugli emendamenti presentati in aula, ha preparato una norma transitoria secondo la quale nella prossima legislatura i senatori siano eletti ancora dai cittadini, anche su base regionale. Questa sorta di ammortizzatore istituzionale avrebbe più di una funzione. Potrebbe costituire l’utile complemento di una riforma elettorale che prevedesse una rigorosa clausola di sbarramento: le forze che non superassero la soglia di sbarramento alla Camera potrebbero comunque accedere al Senato. Consentirebbe, infine, di saggiare le nuove competenze del Senato e la necessaria revisione del regolamento di Palazzo Madama, con un corpo di senatori non del tutto estranei al funzionamento della Camera alta, come invece sarebbero gli eletti dai consigli regionali e dai consigli delle autonomie locali.

L’attribuzione del potere di fiducia alla sola Camera risponde a varie esigenze. Nelle ultime quattro elezioni politiche, con due leggi elettorali diverse, per ben due volte, nel 1994 e nel 2006, al Senato è mancata la maggioranza che invece era presente alla Camera. Questa discrasia si determina, in particolare, quando le maggioranze politiche non sono investite di un largo consenso elettorale. In questi casi la differenza di età fra l’elettorato attivo e passivo del Senato e quello della Camera determina una composizione del Senato diversa rispetto alla composizione dell’altro ramo del Parlamento. La seconda e decisiva esigenza attiene al mutamento progressivo della forma di Stato da centralistico a federale. Dopo la riforma costituzionale del 2001 il processo di federalizzazione è progredito notevolmente e oggi è più che mai necessario individuare una camera nazionale che rappresenti le Regioni e le faccia partecipare alle decisioni parlamentari che le riguardano più direttamente. È un’altra faccia del prisma della rappresentanza. La questione non sfuggì al legislatore costituzionale del 2001 che all’articolo 11 della riforma scrisse: «Sino alla revisione delle norme del Titolo I della Parte seconda della Costituzione, i regolamenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica possono prevedere la partecipazione di rappresentanti delle Regioni, delle Province autonome e degli enti locali alla Commissione parlamentare per le questioni regionali». Il principio che interessa è nelle prime parole: il Titolo I della Parte seconda della Costituzione riguarda proprio le camere e, come risulta dai lavori parlamentari, il legislatore dell’epoca pensava proprio al Senato federale che non poté essere previsto per la complessità della materia e la ristrettezza dei tempi, visto che si era verso la fine della legislatura.

In seno alla commissione Affari costituzionali della Camera è stata discussa a lungo la questione della sfiducia costruttiva ed è prevedibile che l’aula la introduca a difesa della stabilità dei governi. Alcuni deputati dell’opposizione hanno insistito perché si fissasse un termine finale al governo nato dalla sfiducia costruttiva, diciotto mesi ad esempio, scaduto il quale si dovesse andare a nuove elezioni. Alla radice della richiesta c’è il timore che questo istituto possa favorire i cosiddetti “ribaltoni”, in qualche modo istituzionalizzando la possibilità di cambi di maggioranza in corso di legislatura. È stato obiettato che nessun sistema parlamentare prevede il simul stabunt, simul cadent per governo e Parlamento; è invece proprio dei regimi parlamentari la individuazione in Parlamento di un’alternativa al governo che cade. Non si può fare riferimento in questo caso alle Regioni perché il regime regionale, caratterizzato dalla elezione diretta del presidente, è certamente un regime presidenziale. Inoltre, il nuovo governo, quello che dovrebbe durare non più di diciotto mesi, sarebbe “un governo da combattimento”, che nel corso del suo mandato si vedrebbe indotto a dar fondo alle risorse pubbliche al solo fine di guadagnare il consenso degli elettori. La maggioranza della Commissione è del parere che in regime parlamentare non debbano essere posti limiti temporali a nessun governo.

La riforma dei regolamenti

Sulle riforme regolamentari, infine, il dibattito non si è ancora aperto, ma è stata presentata da alcuni deputati del PD (Dario Franceschini è stato il primo a firmarla) una proposta di riforma che ha lo scopo di far corrispondere i gruppi parlamentari alle liste elettorali. Oggi venti deputati possono costituire un gruppo parlamentare con una semplice dichiarazione di volontà, anche se provengono da diverse liste elettorali e anche se sono stati eletti in una lista alla quale già corrisponde un gruppo parlamentare. Se la proposta venisse approvata, potrebbero essere costituiti solo gruppi che corrispondono ad una lista elettorale, anche quando la lista elettorale è costituita da appartenenti a più partiti politici. Una seconda disposizione cancella la possibilità di costituire all’interno del gruppo misto componenti con un numero di deputati inferiore a dieci (oggi si possono costituire componenti di tre deputati).

Lo scopo della proposta è evidente: evitare, se si dovesse votare con la legge che risulterebbe dal referendum, che si costituiscano “listoni” pluripartitici per il voto, che poi in Parlamento potrebbero scomporsi in tanti gruppi parlamentari quanti sono i partiti che hanno concorso alla costruzione dei listoni. La finalità è condivisibile. Ma la riforma andrebbe integrata con misure dirette a rendere non convenienti i “passaggi” al gruppo misto, visto che non si può certamente impedire ad un parlamentare l’uscita dal gruppo di appartenenza. L’unica previsione possibile è di carattere finanziario: si potrebbe per un verso stabilire che i finanziamenti ai gruppi parlamentari siano determinati sulla base della loro consistenza numerica all’inizio della legislatura e per altro verso si potrebbero rivedere verso il basso i finanziamenti al gruppo misto, accentuandone così la sua fisionomia di gruppo residuale. Unica eccezione potrebbe essere prevista per i gruppi che siano espressione di una minoranza linguistica, purché siano entrati in Parlamento con una propria lista.

 

[1] Si veda in proposito R. D’Alimonte, Dai quesiti una sferzata antiproporzionale, in “Il Sole 24 Ore”, 13 gennaio 2008.

[2] G. Ortona, La scelta del sistema elettorale: cosa fanno gli altri? E cosa dicono gli esperti?, in “Costituzionalismo. it”, 5 settembre 2007, disponibile su www.costituzionalismo.it/articolo. asp?id=251.

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