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Statalismo d'emergenza e interventismo riformista. Mezzogiorno e imprese

Written by Marina Comei Monday, 16 February 2009 12:58 Print

Statalismo d’emergenza e interventismo riformista rap­presentano due modi di guardare alla crisi economica. Nuove politiche per il Mezzogiorno dovranno tenere con­to che esso è parte degli strutturali problemi di crescita del paese e che anche qui la sfida risiede nell’attrezzare le imprese ad affrontare una nuova fase dell’evoluzione competitiva.

Nelle analisi della crisi internazionale e nelle proposte di intervento che ne conseguono si vanno progressivamente definendo due orientamenti che risentono naturalmente delle decisioni assunte negli Stati Uniti dall’Amministrazione Bush, dalle prime indicazioni che vengono dall’entourage democratico del nuovo presidente americano e dalle discussioni avviate nell’Unione europea.

Il primo orientamento, generalmente definito “statalismo pragmatico” o “statalismo d’emergenza”, soprassiede volentieri sui principi, guarda all’intervento pubblico come allo strumento fondamentale per salvare il sistema finanziario e non disdegna il potere discrezionale della politica per difendere l’economia reale e il sistema delle imprese. Gli interessi nazionali vengono chiamati in causa per sostenere provvedimenti protezionistici, magari concordati in sede europea, e di parziale chiusura dei mercati mentre contemporaneamente si pensa a forme di sostegno indiscriminato della domanda interna. Una volta archiviata la crisi si potrà tornare alle regole del capitalismo di mercato con il gradualismo e i tempi necessari.

Il secondo guarda invece alla crisi in un modo, si potrebbe dire, più complesso in cui l’intervento statale si lega ad un’ottica più o meno esplicitamente riformista. La recessione in corso viene intesa come qualcosa che prelude a una nuova fase dell’evoluzione competitiva e soprattutto come un’occasione per approntare forme di regolazione più efficaci, non solo nel favorire il funzionamento e il riequilibrio dei mercati, ma anche per innovare più complessivamente il sistema. Si sottolinea infatti la necessità di elaborare nuovi paradigmi che orientino gli interventi verso una trasformazione delle forme di produzione e consumo, dando vita a novità che modifichino «non solo i prodotti/mercati ma anche il tessuto delle relazioni (espandendo le reti), la qualità del sapere produttivo (mettendo al lavoro nuove intelligenze), le infrastrutture materiali e immateriali del sistema in generale».1 Per l’Italia in particolare si tratterebbe di trasformare la recessione internazionale in un’occasione per affrontare alle radici i nodi che sono alla base delle strozzature della crescita che, dagli anni Novanta in poi, è tornata a riproporsi come una questione economica strutturale e ha progressivamente determinato un rallentamento della dinamica produttiva e un calo deciso della produttività del lavoro come di altri fattori. È noto come le cause del ristagno siano di lungo periodo e risiedano principalmente nell’enorme debito pubblico, nel deficit di infrastrutture materiali e immateriali, nella scarsa diffusione dell’information technology , in uno stato poco pervasivo della concorrenza non meno che in un sistema delle imprese eccessivamente frammentato. Il disavanzo pubblico ha influito sulla qualità e quantità degli investimenti per le infrastrutture e, accompagnato da una forte pressione fiscale, ha finito per pesare sulla propensione ad investire da parte delle imprese che, anche per le loro caratteristiche dimensionali, non sono state capaci di mantenere la competitività necessaria dei prodotti italiani sui mercati nazionali e internazionali. Benché gli ultimi vent’anni siano stati caratterizzati da una vigorosa apertura verso l’estero, l’economia italiana ha visto una sostanziale diminuzione della concorrenza interna che si è tradotta in termini macroeconomici in una preoccupante divaricazione tra tassi di profitto e tassi di crescita. La propensione delle imprese all’innovazione è stata infatti frenata dal sostegno della spesa pubblica, da una dinamica salariale contenuta, da una flessibilità del lavoro senza riforme, da un processo di privatizzazione che ha aperto alla grande impresa il settore redditizio delle utilities ed eliminato il confronto con l’impresa pubblica, dalla modesta contendibilità degli assetti proprietari e di controllo, dalla presenza di una miriade di piccole imprese inclini a comportamenti gregari e poco motivate alla crescita dimensionale. I recenti mutamenti nei vantaggi comparati e nella divisione internazionale del lavoro, con l’emergere di nuovi produttori di merci tipiche del modello di specializzazione italiano e importatori di materie prime, hanno infine acuito le difficoltà del nostro sistema delle imprese.

I problemi di crescita hanno coinvolto anche le economie delle regioni meridionali: le radici del fenomeno sono sostanzialmente simili (imprese troppo piccole, competizione soprattutto sui costi, prevalenza in azienda dei processi di facturing, difficoltà ad esportare), anche se, producendosi nel contesto di una economia debole, esso presenta segnali di una maggiore gravità. Il PIL pro capite del Sud dal 2001 al 2007 è rimasto fermo a circa il 57% del prodotto pro capite del Centro-Nord, e il processo di catching up in termini di produttività delle regioni meridionali verso il resto del paese si è, secondo calcoli effettuati dalla Svimez, progressivamente ridotto, mentre i tassi di occupazione si sono mantenuti bassi. La mancata crescita della parte forte e di quella debole del paese appaiono in questa analisi l’una come il riflesso speculare dell’altra, frutto del modo debole e corporativo con cui la società italiana ha reagito alla fine del ciclo espansivo del dopoguerra.

A partire da queste premesse, le politiche riformiste di risposta alla crisi che vengono prospettate tendono a collocare gli interventi nazionali nel più ampio orizzonte degli interventi comunitari. Se essi, infatti, potranno in qualche modo correggere l’attuale asimmetria tra mercato globale e autorità nazionali, dovranno tuttavia contemporaneamente tener conto della necessità di non incrinare il mercato unico che l’Unione ha costruito negli ultimi quindici anni e che rimane un patrimonio per tutti. Dovrà dunque essere una politica di grandi investimenti europei per infrastrutture e innovazione che riprenda i grandi temi del Piano Delors, un sistema di supervisione sulle istituzioni finanziarie, ma anche un allentamento dei vincoli del Patto di stabilità che consenta di definire interventi nazionali che tengano comunque salda la distinzione tra Stato e mercato, tra politica e imprese.2 Per l’Italia sarà necessario introdurre riforme strutturali che riescano a colmare i deficit di innovazione ancora presenti nella costruzione di una economia di mercato, rimettendo in moto i meccanismi della crescita corroborati da misure espansive che dovranno tuttavia tener conto dei pesanti limiti di bilancio. Saranno altresì necessari nuovi orientamenti rispetto alla questione energetica, politiche a favore dello sviluppo sostenibile, investimenti in istruzione e ricerca, sostegno nel credito alle imprese, estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori precari, misure a favore di una migliore distribuzione dei redditi famigliari dove la concentrazione, specie nel Sud, è tornata a salire ed è più alta che in altri paesi europei. La questione salariale, aspetto di una più generale sperequazione nella distribuzione personale del reddito, fa sì che una parte della popolazione non abbia le risorse necessarie per accrescere il proprio capitale umano, per accedere a consumi di qualità, per contribuire pienamente alla crescita della produttività e dell’economia del paese così come sarebbe necessario in questa fase.

Come si vede, sono queste risposte di largo respiro che dovranno trasformarsi in specifiche politiche ma che saranno tanto più efficaci quanto più guarderanno alla stagnazione meridionale come a un elemento dei problemi di crescita dell’intero paese, un problema dentro un unico più grande problema. Il tradizionale sondaggio di fine anno de “Il Sole 24 Ore” tra le associazioni regionali di Confindustria rivela come la crisi abbia cominciato a circolare tra le imprese meridionali. Calo degli investimenti, stop agli ordini e alla produzione, minori margini di guadagno, problemi occupazionali sono nelle previsioni degli imprenditori. È lecito pensare che, se la crisi del liberismo porterà ad espandere il ruolo delle politiche pubbliche, ci potrebbe essere una spinta perché queste si traducano nel Mezzogiorno in un nuovo ruolo di supplenza e assistenza da parte dello Stato, realizzato attraverso incentivi alle imprese per compensare le più piccole “almeno” delle cattive condizioni di contesto in cui operano, e salvataggi per superare le difficoltà delle più grandi. Insomma in una certa dose di statalismo d’emergenza.

In realtà lo Stato – eventuale protagonista delle nuove politiche interventiste – non è più quello degli anni Sessanta e Settanta e probabilmente, se andrà avanti la riforma federale, non potrà essere nemmeno quello dell’ultimo ventennio. Da questo punto di vista, non meno che da altri, il riferimento all’Unione europea diventa ineludibile, anche per il Mezzogiorno. La crisi internazionale infatti potrebbe diventare un’occasione per questa parte del paese, se essa spingerà ad affrontare i nodi della competitività delle imprese meridionali, peraltro non dissimili da quelli delle altre aree: aiutarle a crescere, a esportare più facilmente, ad allontanarsi da una concorrenza basata prevalentemente sui prezzi, a utilizzare di più le nuove tecnologie, a investire in reti distributive. Potrebbe essere anche un’occasione per indirizzare l’intervento statale verso politiche pubbliche capaci di garantire in modo specifico e prioritario in questa area del paese l’accumulazione di qualità di capitale fisico (infrastrutture), sociale (servizi), umano (istruzione e ricerca). I fondi strutturali europei e quelli per le aree sottoutilizzate (o quanto di essi resterà, se dovesse consolidarsi l’inclinazione del governo a considerarli un semplice salvadanaio da cui attingere per i suoi provvedimenti) acquistano un’importanza ancor più rilevante, sia per la fase che l’economia sta attraversando, sia per la loro entità, sia per il fatto che riottenerli non sarà facile. Una maggiore incisività nel loro utilizzo (è possibile che in tanti anni di uso dei fondi europei non si sia riusciti a realizzare opere che reggano il paragone con quelle di infrastrutturazione elettrica realizzate negli anni Cinquanta nel Sud con i soldi della Banca mondiale?) potrebbe ottenersi attivando una discussione ampia sulla definizione e progettazione di opere infrastrutturali, o di investimenti di servizi collettivi per i cittadini e per le imprese che si collochino in una dimensione sovraregionale. I termini in cui il federalismo si va definendo ritagliano uno spazio importante per le Regioni e i loro organi amministrativi, tuttavia la novità di rilievo che si sta imponendo è che esso esprimerà una territorialità più complessa di quella regionale e sarà espressione delle reti lunghe in cui le economie si sono organizzate. Anche nel Mezzogiorno i vecchi ambiti territoriali regionali si sono modificati, sono stati attraversati da nuove gerarchie urbane, da processi di deindustrializzazione e di terziarizzazione che hanno ridisegnato i territori e che potrebbero esprimersi in una politica infrastrutturale in grado di delineare il senso e la prospettiva di questa trasformazione.

Fare impresa nel Mezzogiorno è ancora difficile, più difficile che altrove soprattutto per i condizionamenti posti dalla cattiva qualità della pubblica amministrazione, dall’economia criminale e dal sommerso. Tuttavia non si può non vedere quanto il sistema delle imprese sia stato attraversato dalla ulteriore unificazione dei mercati, e quanto tutto questo abbia portato a una nuova cultura industriale più attenta alla formazione del capitale umano, trasformazione che ha reso più facile anche il passaggio generazionale all’interno delle aziende. Tra l’altro l’unificazione dei mercati è stata così potente che negli anni Novanta ha travolto il vecchio sistema bancario meridionale, modificandone radicalmente gli equilibri e gli assetti proprietari e assegnando ai grandi gruppi costruiti intorno alle ex grandi banche settentrionali una posizione decisamente preminente.

Tra gli anni Ottanta e i Novanta il moltiplicarsi delle piccole e piccolissime imprese (per alcuni una vera e propria piccola ondata schumpeteriana capace di cavalcare il progressivo ridimensionarsi della precedente economia dipendente) ha consentito il costituirsi, in determinati settori tradizionali, di alcuni sistemi locali in cui si concentravano molte imprese esportatrici. In anni più recenti l’arrivo di nuovi competitors sulla scena internazionale ha provocato la destrutturazione di questi sistemi. Hanno resistito le imprese che operano in settori non tradizionali, ma le imprese meridionali in molte situazioni si sono rese disponibili ad organizzarsi in forma distrettuale, superando i vecchi ambiti territoriali dei sistemi locali e puntando a far entrare le imprese in un orizzonte in cui il sostegno pubblico è contrattato e finalizzato a rafforzare le possibilità di innovazione. Nel manifatturiero meridionale, costituito prevalentemente da imprese di piccole dimensioni in cui prevalgono livelli di produttività e redditività inferiori a quelli medi nazionali, il numero delle medie imprese – quelle che si sono mostrate capaci di resistere più efficacemente alle pressioni competitive esterne dell’ultimo quindicennio – è decisamente ridotto, si tratta dell’8,2% del totale. Tuttavia il Rapporto Svimez 2008 segnala come il periodo 1998-2005 abbia mostrato un incremento pari al 53,5% e come esse, benché mantengano rispetto al Centro-Nord un divario di efficienza significativo, si caratterizzino per una dinamica di valori superiori alla media nazionale rispetto a fatturato, capitale investito tangibile, valore aggiunto, investimenti fissi e, fino al 2002, esportazioni.3 Tra di esse inoltre aumentano le unità che si collocano all’interno dei parametri del Rapporto Cerved 2008 sull’eccellenza.

Rispetto a quanto è avvenuto nel sistema delle imprese e più in generale nell’economia meridionale nell’ultimo ventennio prevale nel paese una lettura spesso riduttiva. La forza della questione settentrionale sta nell’aver saputo indicare per tempo i caratteri della trasformazione profonda che ha attraversato la società e l’economia del Nord Italia, nell’aver descritto la sua «inesauribile attitudine alla metamorfosi» che pone nuove esigenze, nuove contraddizioni, nuove prospettive di futuro. Alla capacità di narrazione e di attrazione politica insita nella questione settentrionale ha corrisposto in questi anni un evidente affievolirsi della consapevolezza della complessità del Mezzogiorno, in cui anche alcuni aspetti della contemporaneità industriale del Sud, modellata dall’integrazione dei mercati e dall’internazionalizzazione, sono venuti appannandosi, mentre si è diffusa l’immagine di un meridione che vive solo dentro circuiti economici e culturali che si vanno separando dal resto del paese. Si segnalava così una difficoltà molto forte, riconducibile in parte anche a un deficit di rappresentanza politica di cui le nuove politiche riformiste che scaturiranno dalla crisi del ciclo liberista non potranno non tenere conto.


[1] F. Vergnano, La crisi offre l’occasione per innovare il sistema, in “Il Sole 24 Ore”, 28 dicembre 2008.

[2] M. Monti, Un successo dell’Europa, in “Il Corriere della Sera”, 19 ottobre 2008; Monti, Dalla crisi allo sviluppo, in “Il Corriere della Sera”, 2 gennaio 2009.

[3] Svimez, Rapporto Svimez 2008 sull’economia del Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna 2008.

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