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Una questione dei meridionali?

Written by Gianfranco Viesti Monday, 16 February 2009 12:50 Print

Nell’ultimo biennio la discussione culturale e politica sui divari territoriali di sviluppo in Italia ha subito una forte involuzione. Si è imposto un vero e proprio teorema sul Mezzogiorno, la cui conseguenza più rilevante è che me­no si fa al Sud meglio è. Ma la realtà è più complessa e interessante della rappresentazione stereotipata che se ne dà. E la questione meridionale resta la più efficace car­tina al tornasole con la quale riflettere sullo sviluppo dell'intero paese. 

Il trionfo degli stereotipi

Nell’ultimo biennio la discussione culturale e politica sui divari territoriali di sviluppo in Italia, sulla condizione e sulle prospettive del Mezzogiorno, sul contributo che le regioni più deboli possono dare al complessivo sviluppo del paese e dell’Europa ha subito una forte e pericolosa involuzione. In primo luogo si è notevolmente ridotto l’interesse a studiare e comprendere le dinamiche economiche, sociali e politiche delle regioni del Sud, attraverso contributi qualificati e capaci di descriverne la realtà come essa è, con le sue luci e le sue ombre, al di là dei preconcetti. Scarsissimo è l’interesse della comunità scientifica e accademica; al di là delle istituzioni tradizionalmente vocate a lavorare sul Mezzogiorno e nel Mezzogiorno (come la Svimez o il centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, SRM) soltanto la Banca d’Italia ha meritoriamente avviato un ampio progetto di indagine sulla realtà del Mezzogiorno, i cui esiti – decisamente interessanti – sono stati già visibili nella Relazione del maggio 2008 e lo saranno ancor più nel prossimo futuro. La realtà del Mezzogiorno è dunque più opaca, oscura: la condizione ideale perché alla realtà si sostituiscano i luoghi comuni.
Ed è esattamente quello che sta avvenendo. La descrizione e l’interpretazione del Sud è affidata per certi versi, impropriamente, solo alla magistratura. La presenza della criminalità, organizzata e non, resta una importante caratteristica negativa dell’area, un vincolo significativo al suo sviluppo civile ed economico. E tuttavia, anche in questo caso, mancano analisi di più ampio spettro e di più lungo termine, che diano conto di successi e insuccessi; e l’azione criminale e il contrasto all’azione criminale, da essere un importante aspetto della realtà del Sud, sembrano diventarne l’unica rappresentazione. La descrizione e l’interpretazione del Sud sembrano delegate esclusivamente alla stampa quoti - diana e – assai più raramente – alla televisione. Sulla stampa quotidiana non sono frequenti gli articoli e le inchieste sulle diverse realtà del Sud; ma certo quelle che appaiono sembrano tutte dello stesso taglio: tutto il Mezzogiorno e tutto quello che accade nel Mezzogiorno è assimilabile alla tragedia campana dei rifiuti. I toni degli articoli e dei reportage, conseguentemente, sono solo quelli vividi della sceneggiata napoletana; la narrazione è unica: quella del disastro politico, economico, civile. Con limitatissime eccezioni, per la narrazione corrente, nel Sud non accade e non può accadere, nemmeno per errore o per casualità, nulla di buono. Qualsiasi cosa non assimilabile alla “monnezza” napoletana che possa accadere nel Mezzogiorno semplicemente non è – per definizione – una notizia. Sul fronte dei commenti accade ancora di peggio. Sulla grande stampa quotidiana lo spazio di commento di temi di economia e di politica economica italiana che possano riguardare anche il Mezzogiorno è ormai quasi definitivamente monopolizzato da un gruppo, piuttosto coeso, di economisti dell’estrema destra liberista, che non ha prodotto contributi scientifici sul tema ma che sembra possedere la verità rivelata. C’è solo l’imbarazzo della scelta fra la considerazione che «si continua anche a perpetuare il mito che al Sud vi sia una carenza drammatica di infrastrutture »,1 la valutazione che «più trasferimenti dallo Stato centrale o dall’Europa per finanziare infrastrutture o altri progetti in realtà alimentano corruzione e clientelismo, peggiorano la qualità della classe dirigente locale e abituano i cittadini a votare in base a criteri sbagliati»,2 la proposta di «accogliere il suggerimento implicito del governatore della Banca d’Italia di ridurre in modo radicale i trasferimenti alle regioni del Mezzogiorno che oggi valgono tre punti di PIL».3 Colpisce la mancanza di spazio di dibattito su queste tesi così estreme e singolari, al di là del rito degli stessi protagonisti di darsi, ovviamente, ragione a vicenda. A chi scrive è capitato di vedersi rifiutato un intervento concordato sulla spesa dei fondi strutturali su di un prestigioso sito di dibattito fra economisti (è possibile leggerlo su www.nelmerito.com per farsene un’opinione),4 perché «non sembra adeguatamente cogliere il fatto che sono davvero numerosi gli episodi documentati di spreco o di utilizzo di questo denaro contro la legge». Il Sud o è tutto malaffare o non è. Non può essere altro.
Ultimo elemento del quadro – assieme alla mancanza di analisi serie e alla descrizione catastrofica sulla stampa – è l’assenza del tema dello sviluppo territoriale italiano dal dibattito politico. La questione è, semplicemente, rimossa, al di là di qualche stanca concessione retorica pronunciata in alcuni interventi politici tenuti nel Mezzogiorno. È stata fuori dalle discussioni di campagna elettorale, e manca qualsiasi proposta seria di cambiamento delle politiche di sviluppo che pure, a giudizio dei pochi che esprimono valutazioni (seppur quasi mai basate su elementi di fatto scientifici), sono totalmente da cambiare.

Il teorema sul Mezzogiorno

Si è così imposto, nell’opinione pubblica, fra gli studiosi, fra i policy makers un vero e proprio teorema sul Mezzogiorno, secondo in quale il divario economico (ma anche civile) fra il Sud e il resto d’Italia non fa che ampliarsi. Questo avviene nonostante le colossali risorse che vengono trasferite nel Mezzogiorno: al Sud si spende tanto, tantissimo, troppo. I cittadini meridionali ricevono ingenti flussi di spesa pubblica tratti dal gettito fiscale delle regioni più ricche. E che ne fanno? Li sprecano. In forme diffuse di assistenza, che consentono a tanti, troppi meridionali di vivere alle spalle degli altri italiani; in mille progetti partoriti dalla fantasia del ceto burocratico-politico meridionale a fini essenzialmente clientelari; in iniziative che finiscono con il premiare, direttamente o indirettamente, la criminalità organizzata. Questa rappresentazione, che sembra del tutto verosimile e corrispondente a non poche indagini giornalistiche, alle opinioni espresse dai commentatori sulla stampa, ai giudizi espressi a voce sempre più alta da molti politici, di tutti gli schieramenti, ha un solo grave difetto. È per molti importanti aspetti falsa. Ma non è facile ricostruire i fili di una rappresentazione e quindi di una discussione sul Mezzogiorno che parta dai fatti e non dagli stereotipi, dalle cifre e non dai sentito dire; che ne ricostruisca il quadro con tutte le sue innegabili ombre, ma anche con gli aspetti più positivi e interessanti. Chi scrive ha provato a farlo in un volume da poco in libreria per i tipi di Laterza.5 Ma, nonostante ciò, rimane un compito arduo. Non vi è dubbio che nel periodo più recente si siano moltiplicati segnali negativi e preoccupanti, dagli andamenti economici e dell’occupazione al declino di parti significative della classe dirigente. Ma il quadro va ricostruito nel suo insieme. Il pessimo andamento dell’economia meridionale degli ultimi anni va collocato nel contesto di un’economia nazionale che da più di un decennio non cresce quasi più, e in cui non aumentano la produttività, e quindi il possibile benessere dei lavoratori e la capacità competitiva delle imprese. Nel medio periodo, Sud e Nord viaggiano allo stesso passo di lumaca; e se nel Nord vi sono stati anni con un andamento appena migliore questo dipende quasi esclusivamente dal contributo dei nuovi occupati stranieri. La spinta della politica economica è debole in entrambe le aree, specie al Sud. Tanto più il dibattito è pieno di cifre sui colossali stanziamenti per le politiche di sviluppo del Mezzogiorno, tanto più i dati effettivi di spesa mostrano che queste politiche sono assai modeste. Non vi è dubbio – così come scrive il governatore della Banca d’Italia nella sua ultima Relazione – che i risultati ottenuti sono stati largamente inferiori alle aspettative. Ma non è banale chiedersi il perché. La spesa pro capite in conto capitale è dal 2001 più bassa al Sud che nel resto del paese, e non fa che ridursi in termini reali; se si guarda ai soli investimenti pubblici (al netto cioè dei trasferimenti in conto capitale alle imprese), lo scarto è ancora più netto. Misurare l’efficacia di questa spesa, al di là dei luoghi comuni, non è semplice. C’è indubbiamente evidenza di forti ritardi e di frammentazione degli interventi; ma questi sembrano solo in parte responsabilità delle classi dirigenti meridionali, e sono da ascrivere in misura cospicua alla (mancata) azione dei ministeri e delle grandi aziende a capitale pubblico nazionale, in primis al Gruppo Ferrovie dello Stato. Attraverso la rendicontazione all’Unione europea di spesa già finanziata con risorse nazionali, il ministero dell’Economia è riuscito sistematicamente a recuperare disponibilità ingenti. È indubbiamente vero che la spesa pubblica corrente è, al Sud, molto più alta del gettito fiscale di quelle regioni: ma questo dipende dai principi costituzionali che regolano prelievo (progressivo) e spesa. Se si guarda la spesa pro capite corrente si scopre che anch’essa – contrariamente a quanto quasi tutti gli italiani ritengono – è nettamente più bassa nel Mezzogiorno, nonostante le esigenze di intervento pubblico, per la sanità, per l’istruzione, per l’assistenza, siano lì decisamente più forti. Quanto sia efficiente questa spesa è anch’essa valutazione complessa, ma che chiama ancora una volta in causa tanto centri decisionali e responsabilità locali, quanto le grandi politiche nazionali. Lo stato della scuola nel Mezzogiorno, e la sua modesta capacità di fornire occasioni di mobilità sociale soprattutto ai ragazzi provenienti dalle famiglie più modeste, non è certo tema che attiene all’azione o alla responsabilità dei sindaci, quanto piuttosto alle condizioni complessive delle istituzioni formative italiane. La questione settentrionale, si potrebbe dire, ha il suo acme proprio al Sud: elevato prelievo fiscale sui redditi, e disponibilità modesta, per qualità e quantità, di servizi pubblici. Tutto ciò, e moltissimo altro che è possibile documentare con dati e cifre precise, con le preziose analisi della Banca d’Italia, con i Rapporti del dipartimento per le Politiche di sviluppo e coesione del ministero dello Sviluppo economico (tanto ricchi quanto ignorati), contribuisce a disegnare un quadro assai più movimentato e interessante della sua rappresentazione corrente. In cui certamente, nell’ultimo periodo, non prevalgono le note positive; ma in cui non tutto è “monnezza”.

La politica e le politiche di sviluppo

La conseguenza più rilevante del teorema dominante sul Mezzogiorno è che, dati i presupposti, la posizione di consenso fra i pochi commentatori sembra: meno si fa meglio è. Come ha scritto il nuovo rettore della Bocconi: «Bisogna imprimere una svolta alle politiche per il Mezzogiorno. Il Sud non ha bisogno di risorse finanziarie».6 Tutto quello che si è fatto finora è solo un disastro: ma nessuno discute più di che cosa invece occorrerebbe fare. I rari interventi puntano solo su meccanismi riequilibratori “di mercato”: come l’idea, per la verità un po’ antiquata specie nel quadro internazionale della globalizzazione contemporanea, che sia necessario ridurre il costo del lavoro al Sud per ridare competitività alle sue imprese. Eppure la questione meridionale è, indirettamente, al centro dell’attualità politica. Si pensi solo alla circostanza che il governo Berlusconi ha tratto la maggior parte delle risorse finanziarie necessarie per le sue manovre di politica economica (a partire dall’abolizione dell’ICI) da un taglio indiscriminato e di enormi dimensioni delle dotazioni dei fondi FAS (Fondo aree sottoutilizzate), destinati per l’85% alle regioni del Sud7 e invece utilizzati come un bancomat per ogni esigenza. Nel pieno della più grave crisi economica del dopoguerra, mentre tutti i governi europei lanciano nuovi programmi di spesa, potenziano le iniziative infrastrutturali, accentuano gli interventi di sostegno al sistema delle imprese, i fondi FAS già previsti per il 2009 vengono azzerati. Il taglio di risorse non è semplice da calcolare, perché la “bolletta” è in continuo aumento: ma si aggira intorno ai 16 miliardi di euro. Una cifra con la quale il governo nazionale potrebbe cambiare totalmente volto – per dirne una – alle ottocentesche infrastrutture di trasporto del Sud. Si pensi, ancora, alla centralità del tema del federalismo fiscale e ai contenuti della bozza Calderoli. Poche sono state le prese di posizione politiche attente a valutarne l’impatto diretto sulla distribuzione della spesa pubblica e indirettamente sullo sviluppo territoriale, e quasi sempre ad opera di think tank e non dei partiti (oltre alle attività della Fondazione Italianieuropei, fra cui spicca il convegno di Asolo del novembre 2008, si veda, ad esempio, l’ottimo dossier dell’associazione Nuova Economia Nuova Società- NENS)8 o almeno a contestarne i più visibili eccessi; si pensi che nella versione presentata al Senato, il disegno di legge Calderoli prevede persino che in attuazione del dettato costituzionale volto a ridurre le disparità territoriali (articolo 119, comma 5) siano previsti anche interventi per enti prossimi «al confine con altri Stati, o con regioni a statuto speciale, ai territori montani».
Con il titolo di un libro apparso nel 2003, “Abolire il Mezzogiorno”9 si intendeva suggerire di non considerare il Mezzogiorno come altro rispetto all’Italia, come un luogo dalle caratteristiche sociali e culturali immancabilmente e permanentemente diverse da quelle del resto del paese, vocato al sottosviluppo e necessariamente destinatario di politiche e interventi speciali, straordinari, diversi da quelli del resto d’Italia. Si potrebbe dire, con tutt’altra accezione del termine, che il Mezzogiorno oggi appare davvero abolito, dimenticato, al di fuori di ogni priorità politica. Colpisce la determinazione del governo nel voler utilizzare le risorse per lo sviluppo del Mezzogiorno per finanziare gli interventi – in realtà modestissimi come saldo complessivo – di contrasto ai gravi effetti della crisi finanziaria internazionale sul nostro paese, ponendo in misura rilevante a carico dell’area più debole del paese una parte rilevante dei costi di aggiustamento e ponendo le premesse per minarne ulteriormente la capacità di sviluppo, di generare reddito, occupazione, gettito fiscale per il bilancio pubblico. Ma l’informazione su questi interventi così cospicui si può ritrovare – oltre che sui giornali del Sud – solo in qualche articolo, nelle pagine interne, del “Sole 24 Ore”. Nel pieno della maggiore riduzione di fondi per lo sviluppo territoriale mai decisa in Italia l’opinione pubblica nazionale continua a ritenere che si stiano operando colossali investimenti. E colpisce il silenzio tanto delle rappresentanze meridionali dei partiti di governo, pur premiate da un significativo consenso degli elettori nelle ultime elezioni politiche, quanto delle componenti che più si richiamano, nella propria tradizione, a obiettivi di carattere nazionale e che ricercano il consenso in tutte le regioni. Colpisce e dispiace anche la circostanza che l’opposizione parlamentare, al di là di alcuni episodi e dell’azione di singoli, non abbia fatto di queste decisioni così forti del governo un tema rilevante di discussione e di contrasto politico. Pare quasi che l’opposizione tema di apparire troppo “meridionalista”, di alienarsi consensi al Nord, di sostenere una propria classe dirigente. Pare che l’opposizione non riesca a porre come tema trasversale quello di misure e strategie di politica economica che mirino a contrastare la crisi in tutti i territori, a promuovere uno sviluppo più equilibrato in tutto il paese, ad agire a favore dei cittadini più deboli e poveri (fortemente concentrati nelle regioni del Sud); incapace di contrapporre a decisioni che spostano risorse e attenzione da una parte all’altra del paese non certo decisioni di segno opposto, ma misure politiche equilibrate nel loro impatto territoriale, e auspicabilmente a somma positiva.
In questa congiuntura economica e politica, insomma, sembra quasi che il problema dello sviluppo territorialmente squilibrato del nostro paese riguardi solo i meridionali. Se così fosse, ne discenderebbero certo conseguenze negative solo per il Sud. Ma le implicazioni sarebbero forti per l’intero paese: si accentuerebbe la sensazione di vivere in un paese quasi incapace di coltivare e perseguire il proprio interesse nazionale, collettivo; di farsi carico delle proprie debolezze e ritardi, ovunque esse si manifestino; di disegnare, attraverso la composizione di interessi e prospettive diversi, di ceti e gruppi sociali, di territori e regioni, un futuro comune, migliore. La tanto vituperata e abolita questione meridionale allora ancora una volta torna ad essere la più efficace cartina al tornasole con la quale rileggere e riflettere sullo sviluppo dell’intero paese. Sulla sua capacità di tornare a trovare un sentiero di crescita, necessariamente diverso da quello del recente passato; sulla sua capacità di includere tutti i suoi cittadini e di migliorarne progressivamente la qualità della vita; sull’esistenza di partiti e forze politiche che – tramontate le grandi ideologie novecentesche – non si rassegnino al piccolo cabotaggio e alla promozione di interessi di lobby, gruppi, territori, ma tornino ad interrogarsi con forza sui grandi interessi nazionali, di tutti gli italiani, e sulle politiche necessarie per difenderli e promuoverli, nel presente e nel futuro.

 


 

[1] R. Perotti, Un’agenda per il Sud, eccola, in “Il Sole 24 Ore”, 23 gennaio 2008.

[2] G. Tabellini, Tre priorità per rilanciare il paese, in “Il Sole 24 Ore”, 1° giugno 2008.

[3] F. Giavazzi, Una svolta a metà, in “Corriere della Sera”, 8 giugno 2008.

[4] G. Viesti, Per un efficace utilizzo dei fondi strutturali europei, in “nelMerito.com”, 29 aprile 2008.

[5] Viesti, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è, Laterza, Roma-Bari 2009.

[6] Tabellini, art. cit.

[7] Per una ricostruzione a quella data si veda Viesti, La trasformazione delle politiche di sviluppo territoriale e l’impatto sul Mezzogiorno, in “nelMerito.com”, 17 luglio 2008.

[8] NENS, Dottrina e prassi di un federalismo consapevole, Dossier NENS, Roma 2008.

[9] Viesti, Abolire il Mezzogiorno, Laterza, Roma-Bari 2003.

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