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Un modello di sviluppo dell'economia italiana?

Written by Gianni Toniolo Monday, 16 February 2009 12:42 Print

Il sistema economico italiano non rientra in nessuno dei modelli di sviluppo identificati dagli economisti italiani e stranieri. Molte domande sulle peculiarità e sulle carenze dello sviluppo economico dell’Italia rimangono dunque sen­za una chiara risposta. Le ragioni di tale diversità sarebbe­ro da ricondurre al blocco che caratterizza la società italia­na e a una conseguente carenza culturale: l’Italia non è sta­ta in grado di capire la grande rivoluzione che, a cavallo del millennio, stava cambiando i modi di produrre, di distribui­re e di vivere. Ne è conseguita l’incapacità di agganciarsi alla crescita dell’economia globale. Oggi l’Italia affronta, dunque, la crisi internazionale in una posizione di profonda debolezza economica.

La crisi internazionale ha fatto emergere nuovamente la necessità di definire un “nuovo modello di sviluppo”. Probabilmente, si assisterà alla ripresa della letteratura sulle varietà dei capitalismi, che sino alla metà degli anni Novanta rifletteva su meriti e demeriti del sistema anglosassone rispetto a quello renano. Il primo, fortemente orientato al mercato, sarebbe più flessibile e adattabile, forse più efficiente nel breve periodo, ma anche più fragile e probabilmente più iniquo. Il secondo, fondato sulla concertazione e la partecipazione, guarderebbe maggiormente al lungo periodo, sarebbe forse meno brillante ma più solido e, soprattutto, più equo. Nella sua prevedibile nuova incarnazione, questa letteratura dovrà fare i conti con altri “modelli” di successo finora scarsamente considerati: da quello nordico, a quelli cinese, indiano, brasiliano, ciascuno diverso dagli altri e dai due originari. Le strade che conducono allo sviluppo economico sono diverse nel tempo e nello spazio: l’ambizione di trovare un modello universale da proporre come più desiderabile di altri, seppure comprensibile, è destinata a fallire.

Se è oggi meno facile ragionare in termini di “modelli di sviluppo”, ciò vale soprattutto per il caso italiano, più di altri riluttante a farsi incasellare. Quando era di moda, la stessa letteratura sulle varietà dei capitalismi, giunta al capitolo Italia, glissa va e passava oltre. Alcuni autori si limitavano, in poche righe, a osservare come l’economia italiana assomigliasse a quella della diaspora cinese: migliaia di piccole iniziative tenute misteriosamente insieme da legami parentali e da autorità informali sulle quali era meglio non indagare. Era un giudizio superficiale e disinformato ma dava la misura di quanto il sistema economico italiano apparisse di difficile comprensione agli osservatori stranieri, anche nei momenti del suo innegabile successo. Fabrizio Galimberti e Luca Paolazzi paragonarono l’economia italiana al «volo del calabrone»: riesce a stare in aria, ma non si sa proprio come.1 Benché storici ed economisti italiani, che a differenza degli stranieri conoscono bene la Penisola e si sforzano di capirla, abbiano lavorato più attentamente degli stranieri, molte importanti domande sullo sviluppo economico italiano restano inevase alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità. Perché, contro ogni aspettativa degli economisti e malgrado l’enorme dispendio di risorse, il divario Nord-Sud non si è attenuato? Perché, con l’eccezione di un fortunato quarantennio, la grande impresa non ha attecchito? Perchè la culla della civiltà e la patria del diritto ha uno dei peggiori sistemi scolastici dell’OCSE e un livello di rispetto della legge più basso di quelli di molti paesi in via di sviluppo? Altre domande simili possono essere poste sull’efficienza dello Stato, sul basso livello di capitale sociale, sul dominio della criminalità organizzata in vaste aree del paese, sulla disoccupazione, la povertà, la disuguaglianza. Questi temi, sui quali gli economisti della crescita oggi pongono molta enfasi, sono gli stessi che hanno appassionato generazioni di storici da oltre un secolo. Se, dunque, ogni discorso generale sui modelli di sviluppo è oggi piuttosto datato (salvo una ripresa di interesse dovuta alla crisi e alle vie di uscita dalla stessa), ciò è tanto più vero nel caso dell’Italia. Il nocciolo del problema economico italiano – che oggi si può sintetizzare in bassa crescita ed elevata disuguaglianza distributiva – non è riducibile a un modello perché risiede in una società bloccata, incapace di darsi istituzioni e guida politica adeguate anche alla gestione di un moderno sistema economico.

Con l’eccezione, forse, dei primi venti anni dopo l’Unità, l’Italia non aveva mai combinato, come è invece avvenuto negli ultimi quindici anni, inefficienza (bassa crescita) e aumento della disuguaglianza distributiva. Il paese affronta, dunque, la crisi economica e finanziaria mondiale in una situazione di estrema debolezza. Se ci si volesse riferire a “modelli” e se fosse vero che il capitalismo renano è equo ma inefficiente e quello anglosassone efficiente ma iniquo, dovremmo costatare che l’Italia ha preso la parte peggiore di ciascuno dei due paradigmi.

Né i governi tecnici, né quelli di destra, né quelli di sinistra hanno saputo affrontare il nodo bicefalo della storia italiana recente: crescita della produttività vicina a zero accompagnata da ineguaglianza e povertà crescenti. È una situazione che potrebbe facilmente trasformarsi in emergenza politica e sociale, se avesse ragione Benjamin Friedman nell’osservare che senza crescita economica la società si sfalda, la tolleranza diminuisce, la stessa democrazia è a rischio. Su questo nodo del vivere collettivo che riassume il passato dell’Italia e le prospettive future dei nostri figli, “negazionisti” e “benaltristi” hanno creato una congiura del silenzio. Ma tanto il negare il problema quanto l’arrendersi all’idea che esso non possa essere risolto nelle condizioni storiche attuali sono entrambi sintomi tipici del declino sociale, politico ed economico.

L’Italia – paese di medie dimensioni, aperto alla concorrenza internazionale, povero di materie prime – prospera quando sa partecipare con vantaggio alle fasi espansive dell’economia mondiale. È stato così nel ventennio che precedette la prima guerra mondiale e in quello che seguì la seconda. Tra il 1896 e il 1914 l’Italia trasse grande vantaggio dall’abbattimento dei costi di trasporto e comunicazione che caratterizzò la prima grande globalizzazione. Importò alimenti e materie prime a prezzi sempre più convenienti (e lo avrebbe fatto ancor più in assenza del dazio sul grano), esportò prodotti agricoli pregiati e beni di consumo manufatti, favorì la ricerca di lavoro all’estero di milioni di suoi figli e fece buon uso delle loro rimesse in valuta importando tecnologie e macchinari moderni. Tra il 1950 e il 1970 la storia si ripeté su scala maggiore e con un successo più eclatante, e furono poste le fondamenta della moderna società ed economia italiana. Non fu, in entrambi i casi, facile creare le condizioni per inserire il paese sull’onda lunga di uno straordinario sviluppo mondiale. La formazione di un credibile equilibrio macroeconomico interno e, soprattutto esterno, fu condizione essenziale per l’aggancio del nostro paese al lungo ciclo espansivo. Il mantenimento per lunghi anni di politiche monetarie e fiscali compatibili con la crescita di un’economia aperta non era facile allora come non lo è oggi. Anche allora sindacati e datori di lavoro chiedevano di volta in volta maggiore spesa e denaro più a buon mercato, anche allora gli interessi settoriali cercavano insistentemente di fare breccia sul bilancio pubblico (e alla fine ci riuscirono, in un caso e nell’altro). In entrambi i casi, un aumento della produttività e dell’occupazione si accompagnò a una riduzione dell’ineguaglianza distributiva. Se si volesse parlare di un modello di sviluppo italiano, esso si riassumerebbe nei fatti stilizzati di questi due periodi della storia economica dell’Italia. Non si tratta però di un modello molto originale, esso è generalizzabile ai paesi con caratteristiche economiche simili, al netto di alcune peculiarità culturali e istituzionali.

La breve, ma non modesta, crescita degli anni Ottanta si svolse in condizioni sia tecnologiche sia dei mercati internazionali ben diverse da quelle dei decenni precedenti e, soprattutto, in un contesto in rapida evoluzione. Negli anni Settanta, la fine del fordismo e l’avvento di tecnologie più leggere e maggiormente orientate al gusto dei consumatori aveva colto di sorpresa imprese e sindacati. Per motivi che comprendiamo solo in parte e, forse, troppo superficialmente, la società politica e civile italiana non fu in grado di gestire adeguatamente le nuove complessità. L’ideologia, non solo comunista, fece abbondantemente la propria parte nel rendere difficile alle menti più raffinate, alle persone migliori di cui l’Italia disponeva, la comprensione del funzionamento di una moderna economia di mercato. Malgrado l’esistenza di personalità di governo di altissimo profilo intellettuale e, sovente, morale, in un cruciale momento di transizione della sua storia sociale ed economica, l’Italia mancò di una forte proposta e guida politica.

Non sorprende che, negli anni Settanta, con la fine del “miracolo” si fossero scatenati gli interessi particolari per cercare di ottenere quote crescenti di una torta che cresceva poco. In mancanza di una leadership politica adeguata, i conflitti furono oliati con l’inflazione e la spesa pubblica, oltre che con il tollerare l’assalto agli istituti speciali di credito (che vissero una pericolosissima crisi) e all’impresa pubblica, sino ad allora veicolo di progresso tecnico e di esternalità positive per tutto il sistema. Quando la guida dell’economia mondiale si riprese dallo sbandamento della fine di Bretton Woods e degli shock petroliferi, decretando la fine della grande inflazione, l’Italia seguì. A metà. I tassi di interesse reale tornarono a essere positivi e la partecipazione al Sistema monetario europeo promise nuova disciplina al cambio. Il mordere dei vincoli macroeconomici obbligò le imprese, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni che non potevano contare sull’appoggio dello Stato, a importanti azioni di riconversione. La grande impresa pubblica, ormai in mano agli interessi settoriali, sopravvisse per un po’, senza riconvertirsi, grazie al pubblico sussidio. Quella privata andò lentamente atrofizzandosi, pur in presenza (o si dovrebbe forse dire perché in presenza) di aiuti diretti e indiretti. Di tanto in tanto, un’opportuna (e attesa) svalutazione del cambio della lira ridava fiato alla competitività dei settori e delle imprese che non avevano compiuto fino in fondo l’opera di ristrutturazione. Anche questo, se proprio si vuole, è un modello di sviluppo, purtroppo ben diverso da quello virtuoso del ventennio giolittiano e del periodo post ricostruzione.

La storia che è stata qui brevemente riassunta è ben nota, così come il suo epilogo naturale nell’ultimo quindicennio. Un epilogo nel quale gli attori, tutti gli attori, sembrano figure del passato, anche quando vestono un lieve strato di vernice postmoderna. Sulla scena che conta (o dovrebbe contare) si muovono politici, imprenditori, sindacalisti, professori universitari, giornalisti – in genere, ma non necessariamente, attempati – che ripetono riti antichi, desueti in gran parte del mondo. Riti ormai stanchi e inefficaci. Che altro è stata l’incapacità dell’Italia di agganciare il grande sviluppo dell’economia mondiale degli anni Novanta e Duemila se non, anzitutto, una carenza culturale, una incapacità di capire la grande rivoluzione che stava cambiando per sempre modi di produrre, di distribuire, di vivere? Che altro è l’immobilismo di fronte alla crisi se non l’incapacità, anzitutto intellettuale, di uscire da schemi conosciuti?

Che cosa si debba fare per rilanciare la produttività è noto. Le differenze di opinione tra la maggior parte degli economisti sono di dettaglio: sulle principali misure necessarie vi è convergenza. Ma il problema non è di quelli che gli economisti possano risolvere. Per convincersene, basta mettere a confronto gli indicatori di variabili che impattano sulla produttività aggregata dei sistemi economici. L’indice della rule of law (solo parzialmente traducibile in “certezza del diritto”) vede l’Italia agli ultimi posti in Europa (solo la Polonia, nell’UE, ha un indice più basso del nostro). Inoltre, è all’ultimo posto, tra i paesi avanzati, per quanto riguarda la concorrenza nel mercato dei prodotti, soprattutto nel comparto dei servizi. Nel 1999 solo il 30% della popolazione italiana aveva un diploma di scuola media superiore: le cose stanno cambiando, ma sulla qualità dell’istruzione i dati PISA (Programme for International Student Assessment) parlano da anni in modo non equivoco. Lo stesso dicasi della quantità e qualità della ricerca pura e applicata, soprattutto quella finanziata dalle imprese. Le priorità erano chiare, dieci anni fa come oggi: certezza del diritto (che vuole dire anche rapidità nell’ottenere giustizia), concorrenza, scuola, università, ricerca. Ad esse va aggiunto il capitale fisso sociale (infrastrutture). Ciascun economista, ciascun cittadino potrà cambiare gli ordini di priorità, aggiungere questa o quella variabile ma non c’è modello di sviluppo che non enfatizzi questo insieme di fattori. Si tratta, ad eccezione delle infrastrutture, di “riforme” (quanto abusata e odiosa è diventata questa parola) a basso costo economico, ma la cui realizzazione richiederebbe una guida politica capace di fare superare al paese lo stallo nel quale lo ha posto l’anarchia delle piccole istanze contrapposte di nuove lobby e antiche corporazioni.

Ben poco è stati fatto negli ultimi dieci anni, indipendentemente dalla dimensione parlamentare della maggioranza che sostiene il governo in carica. È come se lo sforzo per soddisfare (in parte) i criteri di Maastricht abbia esaurito tutte le forze di coesione politica e inventiva intellettuale della classe dirigente. L’adesione all’euro fu l’ultimo successo italiano. Ci si illuse, come ai tempi del gold standard, che questo enorme sforzo bastasse a creare prosperità e crescita. Non si comprese che proprio quel successo obbligava a rivedere attitudini (anche mentali) consolidate nel precedente ventennio. Il grumo degli antichi problemi irrisolti, che non fu più possibile sciogliere con gli acidi della spesa pubblica in disavanzo e delle svalutazioni, si fece più duro proprio quando il mondo esterno, in vertiginosa trasformazione, chiedeva duttilità di adattamento, cambiamento di comportamenti sociali e individuali consolidati, capacità di innovare e assumere rischi.

Non tutta l’Italia è bloccata. Un numero non piccolo di imprese, una volta metabolizzato il messaggio che non ci sarebbero più state svalutazioni e che gli aiuti di Stato andavano decrescendo, ha realizzato importanti ristrutturazioni; ha saputo mantenere o accrescere le proprie quote di mercato all’estero. Gli indici di apprendimento mostrano che il sistema scolastico del Nord-Est si confronta bene con i livelli europei. Alcune università allungano il passo, si riorganizzano, cercano di competere nel difficile mondo della formazione e della ricerca internazionali. Perfino alcuni segmenti della pubblica amministrazione offrono una qualità di servizi impensabile anche solo dieci anni fa. Molti giovani hanno sviluppato culture, aspettative, stili di vita, conoscenza delle lingue che li rendono capaci di confrontarsi con i migliori tra i loro coetanei di altri paesi. Grazie a costoro una parte forse minoritaria ma non piccola dell’Italia continua a funzionare, a crescere. Purtroppo, però, la sua “voce” politica è assai meno forte del suo peso economico, culturale, sociale.

Le cose che andrebbero fatte per dare al calabrone della società italiana nuova capacità di volare costano poco o nulla (infrastrutture a parte), ma incidono profondamente su rendite di posizione consolidate, parte integrante del modo di essere di larghi segmenti della nostra società che, spesso onestamente, le considerano diritti eticamente inoppugnabili. È, sotto forme diverse e più articolate, quel familismo amorale, carattere antico della cultura italiana. Partiti, sindacati, organizzazioni imprenditoriali, ordini professionali, corpi intermedi di ogni genere fanno riferimento agli interessi organizzati, non ai segmenti dell’Italia più giovane, moderna e dinamica. Venute meno quelle che Olson chiamava «larghe organizzazioni di interessi» (i grandi sindacati con decine di milioni di iscritti), che per difendere i propri membri dovevano necessariamente perseguire anche interessi generali, ogni corporazione, con le proprie irrinunciabili istanze distributive, ha assunto un potere di interdizione sproporzionato rispetto al proprio peso economico e sociale. La politica si è adattata trovando in questa situazione la giustificazione alla propria innata vocazione alla mediazione di piccolo cabotaggio. Se vogliamo parlare di “modelli”, questo è il carattere specifico di quello italiano. Il problema economico italiano non è economico, ma sociale e politico. Lo risolverebbe solo una guida lungimirante capace di superare l’anarchia delle piccole istanze corporative e di aggregare il paese attorno a obiettivi di lungo periodo. Al momento una simile leadership non è in vista.


[1] F. Galimberti, L. Paolazzi, Il volo del calabrone. Breve storia dell’economia italiana del Novecento, Le Monnier, Firenze 1998.

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