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Il berlusconismo, le riforme e la cultura politica del PD

Written by R. C. Monday, 22 December 2008 19:59 Print

Il federalismo e, più in generale, le riforme istituzionali costituiscono un banco di prova importante per il Partito Democratico. Il PD ha l’occasione per dimostrare di essere in grado di proporre soluzioni valide e alternative alle iniziative di governo. Non solo, il PD deve cogliere questa opportunità per tornare in sintonia con gli Italiani e per consolidare una cultura politica maggioritaria che si contrapponga in modo efficace al berlusconismo.

Che nesso c’è tra la cultura politica del Partito Democratico, il successo del berlusconismo e le riforme di cui si discute in questi mesi? In altre parole, per quali riforme devono battersi i democratici, e in nome di quali principi, se vogliono consolidare e ampliare una cultura politica alternativa a quella oggi dominante?

Fino ad oggi, la cosiddetta seconda Repubblica è apparsa come l’epoca del berlusconismo e dell’antiberlusconismo. E già questo sarebbe sufficiente a cogliere la portata dell’egemonia politico-culturale di Berlusconi. La seconda Repubblica, del resto, è nata da un paradosso: la fine del bipolarismo mondiale – sul quale poggiava il cosiddetto bipolarismo “imperfetto”, senza alternanza, della prima Repubblica e, in definitiva, la conventio ad excludendum – ha coinciso con la nascita per via referendaria del bipolarismo politico italiano. Il berlusconismo, colmando il vuoto lasciato dai grandi partiti tradizionali, è il fenomeno che ha modellato e strutturato questo nuovo bipolarismo, il dato politico intorno al quale esso si è organizzato.

Ma – ci si dovrebbe chiedere – come è stato possibile questo successo epocale da parte di un politico improvvisato, sebbene dotato di ingenti risorse? Il fatto che Berlusconi e i suoi alleati di oggi abbiano sempre riportato più voti dei loro avversari nelle elezioni politiche (con l’unica eccezione del 2006, quando il risultato è comunque stato un sostanziale pareggio, e non averlo compreso ha prodotto, nel torno di due anni, una nuova, schiac- ciante vittoria del centrodestra) può spiegarsi in termini di marketing politico e di controllo sui media? La risposta è no, se non in piccola parte. Il berlusconismo è il nome attuale di un fenomeno sociopolitico che viene da molto lontano.

Volendo limitare l’analisi alle radici più prossime – e dunque senza scomodare Guicciardini o Leopardi, Gramsci o Banfield – bisogna quantomeno guardare al riflusso privatistico ed edonista seguito alla crisi degli anni Settanta. Crisi economica, democratica, morale, crisi dello Stato di fronte all’eversione, crisi dei movimenti, dell’impegno.

È possibile dare un giudizio positivo sulla tenuta delle istituzioni democratiche e del sistema politico in quegli anni drammatici, sulla stagione della solidarietà nazionale, sulla sconfitta del terrorismo. Ma non c’è dubbio che la società italiana sia uscita da quella crisi finendo per accentuare caratteri e difetti antichi: il particolarismo, il familismo, il localismo esasperato, gli egoismi sociali, la logica del NIMBY, l’anarchismo, la propensione all’antipolitica, l’ostilità verso lo Stato, le regole, il fisco, la convinzione che l’individuo e la sua cerchia più ristretta “se la cavino” meglio senza la collettività e a scapito di essa. Il paradossale miscuglio di pessimismo sul futuro del paese e ottimismo per sé e la propria famiglia, che emerge da recenti sondaggi d’opinione, non si può comprendere se non lo si colloca su questo sfondo.

La novità del berlusconismo che si fa partito, allora, non sta tanto negli “ingredienti”, ma nella scelta di rappresentarli sulla scena politica in modo crudo, senza mediazioni. I partiti della prima Repubblica – o meglio alcuni di essi – si rivolgevano agli stessi italiani che oggi votano per Berlusconi e, in certa misura, alle stesse pulsioni, inclinazioni, passioni. Ma queste venivano assorbite all’interno di culture politiche “forti”, spesso all’interno di ideologie legate a un preciso modello di società. Si può discutere se fosse un bene, ma certamente era una mediazione. Ed era una mediazione ispirata, il più delle volte, a valori solidaristici.

È vero che buona parte della società italiana ha resistito alla deriva cui si accennava. Nuove generazioni hanno conosciuto nuove stagioni di mobilitazione nel nome di beni collettivi. E milioni di italiani hanno sperimentato forme nuove di impegno solidaristico. Ma pare altrettanto chiaro che allora furono gettate le basi della vittoria – per dirla con Scal- fari – dell’Italia che si arrangia sull’Italia che si impegna, dell’individualismo sul bene comune, del conflitto di interessi endemico sulla competizione.

È naturale che quest’Italia, questi piccoli e medi imprenditori, questi lavoratori sempre più precari, queste famiglie, questi pensionati, questi anziani si ritrovino, nell’epoca del particolarismo trionfante, più soli, più spaesati e meno organizzati di fronte ai problemi della terziarizzazione, della società multiculturale, del ritorno della Cina al ruolo di leader dell’economia mondiale dopo una parentesi occidentale durata meno di due secoli, dell’invecchiamento della popolazione e della correlata crisi di un modello di welfare, della stagflazione. La paura come strumento di consenso della destra, attraverso il richiamo alla chiusura culturale e all’esaltazione delle identità, è sì un fenomeno in parte recente (anche se non inedito), ma, in Italia, trova terreno fertile nel particolarismo e nella scarsa capacità, a tutti i livelli, di fare sistema, gioco di squadra. La metafora delle recenti olimpiadi è qui perfettamente calzante. E ciò mostra quanto sia insensata, da parte di alcuni esponenti e amministratori del PD, la rincorsa della destra sul tema della sicurezza, se declinata solo in termini di ordine pubblico. Insensata perché perdente (sul terreno della paura la destra è destinata a prevalere), ma anche perché subalterna alla cultura politica che si pretende di contrastare e dunque dannosa per il futuro del PD. Mentre il PD dovrebbe concentrare la sua proposta politica sulle ragioni sociali del diffuso sentimento di insicurezza. Non a caso, proprio in queste settimane, ora che sono state smaltite le tossine della campagna elettorale, il lavoro e il potere d’acquisto di salari e pensioni tornano a superare la sicurezza e l’immigrazione in cima alle preoccupazioni degli italiani.

La mutazione sociale di cui si parla sulle colonne di autorevoli quotidiani è, dunque, un dato reale, ma è un dato degli ultimi trent’anni, non degli ultimi dieci. E, purtroppo, si pone in continuità con fenomeni antichi. L’errore di queste analisi sconfortate e sconfortanti non è di contenuti, ma di prospettiva. Lo stesso errore di prospettiva che fa ritenere che se si fosse approvata una legge sul conflitto di interessi nel periodo 1996-2001 – quando cioè Berlusconi già rappresentava più della metà degli italiani – o se egli fosse stato condannato, oggi il problema sarebbe risolto. Non c’è dubbio, tuttavia, che alcuni elementi abbiano contribuito – negli ultimi dieci, quindici anni – ad accentuare il fenomeno del berlusconismo e a consolidarlo.

Un primo elemento è stato proprio il bipolarismo costruito dalla riforma elettorale del 1993. Un secondo, la gestione centralistica e statalistica delle politiche pubbliche, negli anni di governo del centrosinistra come in quelli del centrodestra. Un terzo, il cattivo funzionamento delle amministrazioni pubbliche e, in particolare, dell’amministrazione della giustizia.

Incominciando dal bipolarismo, bisogna dire che il Mattarellum aveva un elemento fortemente positivo e uno potenzialmente negativo: l’elemento positivo erano i collegi uninominali che, in un momento di grave crisi delle istituzioni, misero nelle mani degli elettori lo strumento per scegliere i propri rappresentanti e per farne valere la responsabilità nelle elezioni successive (accountability); quello negativo era la sua apertura a un’evoluzione (o, per meglio dire, involuzione) leaderistica, a un presidenzialismo o premierato di fatto del tutto fuori dalla Costituzione e del tutto privo di checks and balances, ma straordinariamente attraente per un elettorato molecolarizzato, in parte disorientatato, orfano (spesso senza rimpianti) dei grandi partiti organizzati e di sindacati pienamente rappresentativi. Questa semplificazione leaderistica, plebiscitaria, populistica e personalistica è stata lo strumento naturale per il consolidamento del berlusconismo. E non a caso Berlusconi ha cancellato i collegi uninominali, che rafforzavano il prestigio e l’autonomia dei parlamentari, mentre ha accentuato la torsione maggioritaria del sistema con l’introduzione di premi di maggioranza probabilmente incostituzionali.

Per questo sarebbe stato e sarebbe un errore gravissimo l’assenso del PD a riforme elettorali che rafforzino, anziché fermare, questa involuzione, magari costruendo il bipartitismo attraverso artifici elettorali e prevedendo l’elezione diretta del premier (si ricorderà lo slogan del “sindaco d’Italia”), istituto seducente quanto pericoloso ed estraneo alla cultura giuridica europea.

Chi scrive ritiene invece che ci sia bisogno dell’esatto contrario, di riforme che rafforzino il ruolo dei partiti realmente rappresentativi e il ruolo del Parlamento. Riforme, elettorali ma non solo, che consentano ai grandi partiti di strutturarsi, di organizzarsi, di costruire alleanze sulla base dei programmi, certo, ma anche del peso e della forza che gli elettori danno loro. Le soluzioni tecniche possono essere diverse. Il modello tedesco, rilanciato dal documento delle quindici fondazioni culturali presentato lo scorso 14 luglio, sembra rispondere bene a questa esigenza. Si tratta, com’è noto, di un sistema che riduce fortemente la frammentazione, prevede i collegi uninominali e crea stabilità mediante l’istituto della sfiducia costruttiva – e dunque non dà affatto ai partiti, come qualcuno sostiene, la possibilità di fare e disfare i governi a loro piacimento, come avveniva nella prima Repubblica. Specie ora che il bipolarismo è saldamente acquisito alla cultura politica e al comune sentire degli italiani. E comunque è un sistema sul quale si possono agevolmente innestare istituti volti a rendere più stabile l’esecutivo, ad esempio sanzionando il cambio di governo con l’abbreviazione della legislatura.

Quanto al centralismo statalista, in un paese fortemente eterogeneo e profondamente diviso, la gestione centralistica delle politiche pubbliche finisce fatalmente per esasperare i particolarismi, le spinte centrifughe, il ribellismo fiscale. E per essere funzionale all’involuzione presidenzialista del sistema, se è vero che il decentramento è – essenzialmente e storicamente – un antidoto potente contro la deriva populista e illiberale (anche se, in Italia, la forma di governo scelta per le Regioni, ispirata a un presidenzialismo sbilanciato che di fatto esautora le assemblee legislative, riproduce, moltiplicandoli per venti, molti dei nodi problematici riscontrabili a livello nazionale).

L’esigenza di gestire dal centro le politiche pubbliche ritenute di rilevanza nazionale si fa sentire anche negli Stati federali e, anzi, è una della cause del passaggio dal federalismo duale al federalismo cooperativo, che storicamente si attua parallelamente al passaggio dallo Stato liberale allo Stato sociale. Ma il federalismo cooperativo si chiama così perché prevede efficaci procedure di raccordo e codecisione tra lo Stato centrale e le comunità decentrate. E si realizza, assai spesso, mediante finanziamenti aggiuntivi vincolati (i grants in aid negli Stati Uniti, ad esempio). In Italia, invece, dopo la riforma del 2001, lo Stato ha mostrato più volte la tendenza a gestire rilevanti politiche pub- bliche come se niente fosse cambiato e a ridurre le risorse destinate alle autonomie locali, fino al recente paradosso di un governo che sbandiera il federalismo fiscale mentre taglia drasticamente la base imponibile della principale imposta comunale. Se preso sul serio, dunque, il federalismo – legislativo, amministrativo, fiscale – può, in quanto articolazione del pluralismo su base territoriale, contrastare efficacemente la concentrazione del potere politico. E può essere, come spesso nella storia, lo strumento per tenere quanto più possibile unito ciò che naturalmente tende a dividersi, a stare (o ad andare) per conto proprio, per governare i particolarismi e le spinte centrifughe. Volendo usare la suggestiva espressione di Bill Clinton, per «fare raduno delle tribù». Sia che si tratti di mettere insieme Stati già sovrani, sia che si tratti di decentrare progressivamente uno Stato unitario o regionale (come nel caso dell’Italia), l’obiettivo del federalismo, infatti, è sempre quello di unire. «Come together or hold together», come dicono nel paese che ha inventato il federalismo moderno, non dividere i destini o istituzionalizzare le piccole patrie.

Ecco perché il federalismo fiscale – che è già norma costituzionale, ma la cui attuazione dovrà accompagnarsi a una messa a punto complessiva, a un “tagliando” della riforma quasi federale del 2001 – è un banco di prova cruciale per il Partito Democratico. Naturalmente, il PD deve articolare la sua proposta federalista alla luce della propria funzione nazionale. Sapendo che in un paese dove convivono le regioni più ricche d’Europa e quelle più povere, la solidarietà nazionale (che si ottiene sì con una forte perequazione, ma anche riservando allo Stato compiti e funzioni essenziali) deve necessariamente essere il perno del sistema. E magari ricordando ai federalisti nostrani che – in tutto il mondo fuorché in Italia – la stessa espressione “federalismo fiscale” è impiegata, di norma, per indicare un progressivo accentramento della potestà impositiva e di spesa dagli enti federati allo Stato federale (e non il contrario) affinché questo possa assicurare a tutti i cittadini un livello adeguato di prestazioni sociali.

Ma la proposta del PD deve anche muovere dalla consapevolezza che per tenere insieme realtà tanto diverse il principio della solidarietà deve accompagnarsi a quello, altrettanto forte, della re- sponsabilità. Perché un paese non riuscirà mai a fare sistema, a fare squadra, e ad essere realmente unito, finché alcune comunità locali sentiranno che una parte del loro lavoro e dei loro sacrifici serve ad alimentare gli sprechi e le clientele di altre comunità locali. La diffusione di questo convincimento è già stata e può ancora essere la minaccia più grave al sentimento di unità nazionale. Per questo, il PD dovrebbe sostenere con determinazione l’idea del passaggio graduale dal criterio della spesa storica – che rischia di premiare inefficienza e cattiva amministrazione – al criterio dei costi standard delle prestazioni relative ai diritti essenziali.

Non c’è dubbio, infine, che la diffusa ostilità verso la cosa pubblica si alimenti, a sua volta, delle inefficienze della pubblica amministrazione, delle sue lentezze, della sua “ostilità” nei confronti dei cittadini e delle imprese. È vero che le iniziative del governo verso il pubblico impiego, la scuola, la magistratura, scontano una forte matrice ideologica, quando non un malcelato spirito di rivalsa contro intere categorie. E contengono molte proposte sbagliate e pericolose, che in certi casi servono solo a mascherare un’ingente riduzione di risorse. Ma se il PD vuole mettersi in sintonia con la maggioranza degli italiani, a cominciare dai più deboli – che più degli altri hanno bisogno di una giustizia rapida, di una scuola efficace, di una pubblica amministrazione che facilita e accompagna le iniziative dei privati – non può essere il partito che difende l’esistente. E deve dimostrare di avere ricette più efficaci e concrete di quelle del governo. Sulla giustizia, in particolare, il “lodo Alfano” ha aperto una finestra temporale di cinque anni, che in teoria dovrebbe consentire al governo di presentare le sue proposte al Parlamento libero da ossessioni personali ed esigenze contingenti. Resta da vedere se il PD saprà incalzarlo in nome del bisogno di giustizia dei cittadini, sotterrando – almeno per il momento – l’ascia di guerra del difficile rapporto tra il presidente del Consiglio in carica e la legalità.

La possibilità per il PD di consolidare una cultura politica maggioritaria e alternativa al berlusconismo passa anche – oltre che da un rapporto vitale e fecondo con il mondo intellettuale e con i luoghi, vecchi e nuovi, di produzione del sapere – dalla battaglia politica per riforme istituzionali che pongano un freno alla deriva presidenzialista e po- pulista, consentano l’articolazione e il rafforzamento del sistema politico, avvicinino il potere (anche il potere impositivo e di spesa) ai cittadini, coniughino solidarietà e responsabilità, migliorino l’efficienza degli apparati pubblici.

Il che conferma un’antica verità che, talvolta, chi ragiona dell’identità del PD come del prodotto alchemico delle culture politiche tradizionali dimentica: la cultura politica di un grande partito riformista è, innanzitutto, nella lettura del reale che ispira le sue riforme (quando e dove governa) e le sue battaglie.

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