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Le sofferenze del cittadino comune

Written by Alfio Mastropaolo Monday, 22 December 2008 19:52 Print

I sentimenti dei cittadini verso la politica, sebbene riconducibili a tre idealtipi principali con caratteristiche molto diverse fra loro, esprimono però un comune atteggiamento critico. Molte sono le ragioni che contribuiscono a generale questo malcontento: politiche incentrate su categorie ben definite ma elaborate senza il coinvolgimento delle parti interessate; i privilegi di cui godono i politici; la vecchia abitudine italiana di parlare male della politica anche da parte dei politici di professione ecc. Tutte fanno però di questa disaffezione un sentimento non ispirato da una moda, ma dettato da contenuti che, se non analizzati, compresi e risolti nelle loro problematicità, rischiano di delegittimare la stessa democrazia.

Un esperimento di ricerca

Pierre Bourdieu non amava i sondaggi. Li accusava, fra l’altro, di proiettare sugli intervistati il punto di vista (politico) del ricercatore e di effettuare semplificazioni drastiche, formulando domande artificiose che disorientano l’intervistato e non collimano col suo pensiero.1 Quasi in omaggio a questa sua insofferenza, da qualche anno con gli studenti della laurea specialistica in Sociologia all’Università di Torino stiamo conducendo un esperimento di ricerca adottando la tecnica dell’intervista in profondità. Tema della ricerca è: cosa pensa il cittadino comune della democrazia e della politica?

L’intervista in profondità non è neanch’essa priva di inconvenienti. Anche in questo caso si crea una condizione innaturale. Inoltre, se l’intervistato è libero di interpretare le domande e di elaborare la risposta, al ricercatore resta largo margine d’interpretazione dei testi così prodotti, forse più ampio di quello, pur larghissimo, di cui dispongono gli interpreti dei sondaggi. Questo per dire che nessun metodo può ritenersi superiore ad un altro; che per la nostra ricerca ne abbiamo adottato uno, ma che le conclusioni cui perveniamo sono quelle che dovrebbero esser tipiche d’ogni ricerca: sono pronte a successive verifiche. La ricerca non si avvale di un campione statistico. Cerca di raggiungere un ventaglio di attori differenti per collocazione sociale, esperienze lavorative, scolarizzazione, età e genere. Agli intervistati è somministrato un questionario semistrutturato, che l’intervistatore adatta secondo l’andamento dell’intervista, lasciando che ciascuno risponda per quant’è possibile liberamente agli stimoli che riceve. I risultati non danno l’idea di come si distribuisce la popolazione intervistata tra una varietà predefinita di opzioni, ma offrono l’opportunità di ricostruire dei tipi ideali, cui gli intervistati si approssimano. L’analisi complessiva delle interviste è in corso, ma qualche riflessione e ipotesi preliminare è possibile avanzarla (del resto corroborata da una ben più solida esperienza di ricerca condotta in Francia sui medesimi temi).2

Punto di partenza dell’indagine è la scarsa affezione per la politica che i sondaggi certificano. Non è un problema solo italiano.3 La figura del “cittadino critico” è ovunque divenuta così diffusa che per qualche osservatore non conviene nemmeno farci caso più di tanto.4

Viziato dalla democrazia, il cittadino medio sarebbe diventato schizzinoso e ipercritico. Naturalmente non tutti concordano con una simile lettura banalizzante, ma in compenso c’è chi si rassicura considerando che, stando ai sondaggi, la democrazia, se non altro, gode di ampio consenso. Il personale politico e i partiti sono sì poco amati, ma se l’interesse per la politica non è elevato, i cittadini in compenso apprezzano le forme di partecipazione politica non convenzionali.5 La nostra indagine, nel suo piccolo, non smentisce questi risultati. Ma indica che il cittadino di fine millennio non è affatto congenitamente critico e lo è invece pour cause. Il suo atteggiamento verso la politica è ben più articolato di quanto non risulti dai sondaggi. Diffidenza, sfiducia, scetticismo non sono sentimenti generici, ma sono variamente espressi, ragionati e motivati. Grosso modo, stando alla nostra indagine, i sentimenti dei cittadini verso la politica sono riconducibili a tre idealtipi principali: gli “estranei”, i “distaccati”, i “coinvolti”. Con ciò seguiamo un criterio di centralità, la quale non necessariamente coincide con la collocazione sociale e col reddito.

Tre idealtipi

L’idealtipo dell’“estraneo” corrisponde a quanti hanno conoscenze molto vaghe sulle cose politiche; che con la politica e gli uomini politici non hanno opportunità di contatti; che faticano a distinguere la destra dalla sinistra; che rifiutano finanche di formulare giudizi – «io non ho studiato e non ci capisco nulla»; che facilmente si astengono dal voto, o votano per compiacere parenti, amici, conoscenti o qualche intermediario politico. Concentrati nelle fasce d’età estreme (anziani fuori dal mercato del lavoro, giovani in attesa di entrarvi), debolmente scolarizzati, più provinciali che urbani, non necessariamente gli “estranei” vivono una condizione di marginalità o di basso reddito. Eppure hanno una visione della politica sfocata, distante, semplificata, tratta dalle immagini televisive (più da quelle delle trasmissioni d’intrattenimento che dai salotti di Vespa e Santoro, tantomeno dai telegiornali), concentrata su qualche personaggio reso visibile dai media (e dai suoi gesti vistosi) o su qualche evento di particolare risonanza. Non che la loro incompetenza renda casuali o immotivate le scelte di voto, ma di sicuro non consente di motivare con argomenti elaborati il loro sentire, che oscilla tra indifferenza e scetticismo, diffidenza e rassegnazione.

Il secondo idealtipo, quello dei “distaccati”, corrisponde a una fascia di cittadini che seguono abbastanza le vicende politiche; che con una certa frequenza leggono i giornali e seguono le trasmissioni televisive di informazione; che hanno opportunità per entrare in contatto con la politica e le politiche, in qualità di utenti dei servizi, o perché coinvolti dalle iniziative del Comune o del quartiere o da qualche altra forma di partecipazione; che sono in grado di elaborare giudizi, sia pure generici e stereotipati, spesso corroborati dalla propria esperienza diretta. Richiamati a precisare dall’intervistatore una valutazione negativa emessa di primo acchito sull’andamento dei servizi pubblici, possono tramutarla in una positiva alla luce della loro esperienza personale. Pertanto, sulla politica e le sue prestazioni, i loro giudizi spesso si articolano: questo servizio funziona, questo no; questo partito è più prossimo ai miei interessi di quest’altro; questa politica è più attenta di un’altra ai bisogni di giovani, lavoratori, donne ecc. Anche perché talvolta i “distaccati” hanno avuto occasione d’incontrare specifiche personalità politiche e hanno potuto riconoscerne i meriti – o constatarne l’impotenza – il loro giudizio su di esse si fa meno sbrigativo. Un politico locale può godere di un apprezzamen- to negato ai politici nazionali, ma, riguardo a questi ultimi, i “distaccati” sono in grado di elaborare una scala di credibilità già in funzione delle loro apparizioni televisive. Mediamente scolarizzati, ma anche laureati, i “distaccati” hanno spesso di meglio da fare che occuparsi di politica. La politica influisce poco sulla loro esistenza e sul loro lavoro, non li cerca e loro non la cercano. Pertanto ne parlano solo occasionalmente, ma ciò non impedisce loro di distinguere tra l’operato di un governo e dell’altro, di nutrire attese diverse da questo o da quello schieramento politico. Seppur con qualche irregolarità, si recano alle urne, anche con un discreto grado di consapevolezza, ovvero motivando la loro scelta anche con giudizi di valore.

L’idealtipo dei “coinvolti” rinvia infine ai cittadini informati, che seguono le vicende politiche, che leggono i giornali e guardano le trasmissioni politicamente rilevanti, che partecipano con regolarità alle elezioni, che non disdegnano qualche forma di attivismo (oramai specialmente civile), o che comunque si dichiarano disponibili a mobilitarsi o ad essere mobilitati, che parlano frequentemente di politica con amici e colleghi di lavoro, che sono in grado di argomentare i loro atteggiamenti e di esprimere elaborati giudizi di valore. La loro dimestichezza con le cose politiche è funzione spesso del livello di istruzione. Ma un eccellente surrogato, che trasforma potenziali “estranei” e “distaccati” in “coinvolti”, è la militanza politica e sindacale, anche solo passata. Non tutti sulla politica la pensano allo stesso modo: vi sono gli scontenti di come la politica funziona e che l’accusano di scarsa moralità; vi sono i nostalgici di stagioni più felici; i rassegnati («la politica è una cosa difficile, i mezzi di cui dispone di questi tempi sono scarsi») e gli speranzosi. Non solo, ma la loro insofferenza non è generica. Sono insofferenti per talune ragioni, ma talora soddisfatti per altre. Distinguono chiaramente tra destra e sinistra, salvo discutere criticamente della convergenza di condotta e offerta politica tra l’una e l’altra. Ma c’è pure chi, al di là delle convergenze, considera la distinzione tuttora saliente. I “coinvolti” formulano giudizi su chi governa, ma anche sulle opposizioni. Talora le accusano di essere remissive, talaltra seguitano a riporre in esse le proprie attese. Distinguono tra istituzioni del governo locale e istituzioni nazionali.

Quando non votano, giustificano l’astensione con qualche motivazione politica. Dicono di astenersi per protesta, per testimoniare il proprio malessere o il loro sentimento di impotenza. La condotta del personale politico, la sua indifferenza ai problemi del paese o della gente comune, è aperto motivo di disagio, così come la corruzione diffusa, l’impunità di cui i politici godono, l’incapacità di rispettare i principi cui proclamano d’ispirarsi o anche solo le promesse elettorali.

L’oscuro oggetto del malcontento

Tutti e tre gli idealtipi sono compatibili, con varianti non secondarie, con attori collocati a destra, al centro, a sinistra. Ma sono diversi tra loro. Implicano diversa familiarità con la politica e differenti capacità di giudizio e reazione. È invece costante in tutti e tre i tipi la postura critica nei confronti della politica. Ogni idealtipo esprime critiche diverse e le motiva diversamente. Sebbene i luoghi comuni imperversino, si accompagnano a giudizi anch’essi diversamente argomentati. Né i luoghi comuni prevalgono sempre. In media, e anche questo è un punto condiviso tra i tre tipi, il giudizio sui servizi pubblici – scuola e sanità in primo luogo – è altamente positivo. Infine, tutti e tre gli idealtipi concordano sulle dimensioni fondamentali su cui si appunta l’insofferenza verso la politica: i politici e le politiche.

Cominciamo dalle politiche. I giudizi non sono univoci, anche se si può cogliere una significativa linea di divisione. Interrogati al riguardo, quasi tutti gli intervistati sostengono che un regime democratico funzionante prevede l’offerta di alcuni servizi sociali fondamentali e la lealtà fiscale dei cittadini. Ma il giudizio sul sistema fiscale è tutt’altro che unanime, cosicché si delinea un’opposizione di fondo – molto sensibile alla discriminante destra/sinistra – tra chi è a favore del welfare ed è disposto a sostenerne i costi tramite la fiscalità (magari perché si tratta di lavoratori dipendenti che non hanno possibilità di evasione), e chi reclama la riduzione delle imposte, pur restando affezionatissimo ai servizi di welfare. Chi di tali servizi ritiene di poter fare a meno è solo una ristretta minoranza che le nostre interviste intravedono soltanto.

Che le politiche suscitino malcontento, seppur selettivo, stupisce poco. Che i tassisti e i professionisti non abbiano gradito il rigore fiscale del go- verno Prodi è tanto comprensibile quanto lo è il malumore suscitato tra gli insegnanti dai tagli inflitti alla scuola dal ministro Gelmini. Almeno chi crede ancora nell’interesse generale potrebbe discutere se le ragioni dei primi siano più legittime di quelle del secondi, o viceversa, ma in ambedue i casi il governo non avrebbe mai potuto ottenere l’unanimità. Ci si può invero dolere dello stile con cui simili misure vengono adottate di questi tempi, che è forse parte del problema che qui ci interessa. Un po’ più d’argomentazione e spiegazione delle politiche che si adottano, un po’ più di discussione pubblica in Parlamento e fuori contribuirebbe non solo ad affinare certe misure, ma a renderle meno indigeste. Il decisionismo, divenuto da tempo un attributo di cui la politica si fregia, ha spesso l’accento di una rivalsa, anzi di una vendetta, che sbrigativamente dimentica come i destinatari delle politiche costituiscano un universo intricato e ambivalente. La stratificazione sociale odierna non è più quella di un tempo e all’interno del medesimo nucleo familiare coesistono collocazioni sociali diverse, col rischio che i figli o i mariti traggano vantaggi da politiche che penalizzano i genitori o le mogli. L’effetto è di indurre tutti a solidarizzare contro la politica.

L’altro grande tema che suscita insofferenza è la condotta dei politici. Vi sono condanne in blocco e inappellabili e giudizi complessi. Si può assolvere la parte politica cui ci si sente più prossimi e condannare quella più lontana, si possono condannare entrambe e votare turandosi il naso, si possono comprendere le ragioni degli uni e degli altri. In compenso, un’accusa affiora costantemente: i politici sono estranei e privilegiati, curano i propri interessi più di quelli degli elettori. Non manca chi ammette che la politica è un lavoro impegnativo e faticoso, che le responsabilità sono elevate, che esistono politici attenti ai bisogni della gente comune. Ma l’immagine dell’estraneità e del privilegio è quella prevalente. È un’immagine inevitabile o si potrebbe quanto meno attenuarla?

Una qualche distanza tra governanti e governati è intrinseca alla divisione del lavoro tra gli uni e gli altri. La politica, come Bourdieu ci ha insegnato, è un campo separato.6 Lo è come tanti altri campi della vita associata. Ha logiche, regole, codici, conflitti suoi propri: generalmente astrusi per chi l’osserva dal di fuori. Vi sono gesti, eventi, parole ardui da decifrare se non si tiene conto della sfera particolare in cui si manifestano. La politica democratica doveva contribuire a ridurre tale opacità, ma non vi è riuscita. Anzi, implica un’aggravante: l’idea della politica che in democrazia ha il cittadino comune è normativamente rigorosa. Anche chi è più pronto a chiedere un favore ai politici che conosce la ritiene un servizio collettivo. Non può essere altro. La politica democratica ha del resto costruito così la sua legittimità. Paradossalmente, il cittadino comune è più pronto ad accettare il coinvolgimento in politica di chi è ricco di suo («è ricco e pertanto non ruba») non prestando particolare attenzione a eventuali conflitti di interesse, che non l’idea che i politici traggano dal loro impegno vantaggi retributivi o impunità. Sta di fatto che i politici odierni godono realmente di privilegi siffatti; quelli italiani in special modo.

Qualcuno semina zizzania?

Basta tuttavia il malcontento verso i politici e la politica a giustificare un malcontento diversamente articolato ma comunque diffuso? E perché, se la politica è impopolare non solo in Italia ma da ogni parte, in Italia lo è più che altrove? Soffermiamoci su questo interrogativo. Evitando la propensione nazionale a drammatizzare, che spesso inquina sia l’interrogativo sia la risposta, c’è un dato che andrebbe seriamente assunto e che i sondaggi non offrono, perché non possono offrirlo, ed è che in pochi paesi al mondo parlar male della politica è consueto come in Italia. È un antico sport nazionale, iniziato prima che l’Italia divenisse nazione e da allora costantemente praticato, con cicliche accentuazioni. «Piove, governo ladro» è un’espressione intraducibile. Nel nostro linguaggio – in quello dei ceti colti non meno che in quello dei ceti popolari – politica equivale a corruzione, trasformismo (convertendo in marchio d’infamia una vicenda politica nient’affatto priva di pregi), inefficienza. Ci si può stupire se gli italiani sono afflitti da una predisposizione critica pressoché unica, tale da ipotecare qualsiasi sondaggio e far loro vincere qualsiasi confronto?

Non solo, ma in Italia si fa politica denigrando la politica e vagheggiando sue rigenerazioni dirompenti e radicali. Purtroppo, il passato si dimentica. Negli anni Ottanta nessuno più ricordava i terribili effetti sortiti dalla polemica antiparlamentare di un secolo innanzi. Cosicché nel 1992-94 la cosiddetta prima Repubblica cadde tanto fragorosamente – e disordinatamente – più che per i suoi incontestabili, ma correggibili vizi, per la furibonda campagna denigratoria di cui fu fatta oggetto. Tre lustri più tardi, i due maggiori pretendenti alla guida del paese seguitano a confrontarsi evocando i conflitti (indubbi) d’interesse dell’uno e la protervia comunista dell’altro. Che entrambi abbiano una qualche idea intorno all’avvenire del paese è probabile. Ma quale sia, con franchezza, a parte gli iniziati, per la maggioranza è difficile intenderlo. O comunque, i contendenti si rifiutano di metterlo in chiaro; piuttosto puntando a sottolineare i rispettivi vizi. Il che, a conti fatti, è per loro un buon risparmio di argomenti più seri e impegnativi.

Che tale malattia specificamente italiana non rassicuri gli spettatori dello scontro è fuor di dubbio. Che idea possono farsi i cittadini della politica quando essa stessa si rappresenta in questi termini? Il divario con gli altri paesi, accertato dai sondaggi, trova qui una sua spiegazione. Per fortuna, gli altri paesi si sono mobilitati da tempo per rimontare il ritardo. Anche fuori dall’Italia la politica ama da tempo mettere in scena gesti, discorsi, eventi antipolitici. Il politico che si traveste da uomo della strada, che denigra la politica, che, com’è ultimamente capitato alle presidenziali francesi, promette, in caso di successo, d’istituire delle commissioni di cittadini pronte a sorvegliare l’operato dei parlamentari (chissà perché inaffidabili), non rende un buon servigio alla reputazione sua e dei suoi colleghi e tanto meno della politica. Solo che a questo punto è d’obbligo tirare in ballo l’azione dei media e in special modo della TV.

La televisione ha le sue regole e sono piuttosto vincolanti. Una di quelle fondamentali è il vincolo, interiorizzato dalla tv – ma anche dai giornali, costretti a inseguirla – ad incrementare l’audience. Dall’audience, come ben si sa, dipende la raccolta pubblicitaria, che decide della permanenza delle imprese televisive sul mercato, ed è ancora l’audience che sollecita la consacrazione divistica delle personalità politiche, la spettacolarizzazione, lo scandalismo, l’esplorazione e l’esibizione della vita privata dei governanti attuali e aspiranti. Denigrare la politica fa inoltre spettacolo, tanto quanto le eccentricità di tanti politici che si travestono di quando in quando da gente comune. Se non bastasse, anche il disagio dei cittadini nei confronti della politica fa purtroppo spettacolo e quindi i media si adoperano a metterlo in scena, esaltando per contro i pregi della non politica, o di un’apparente non politica, qual è la società civile.

La media logic è una temibilissima sfida per la politica.7 Ma del pari i media sono per la politica una risorsa non da poco per comunicare coi cittadini. Quale uomo politico, o quale partito, può rinunciare ad avvalersene, concedendo ai concorrenti un formidabile vantaggio competitivo? Il problema sta nel fatto che la logica della politica televisiva è stata (ovunque) accettata senza riserve. I partiti pesanti erano già in difficoltà per le trasformazioni sociologiche del loro elettorato, erano logori in quanto apparati. Ebbene, abbacinati dai media, hanno esternalizzato fondamentali attività quali il marketing elettorale e hanno frettolosamente disperso militanti, attivisti e iscritti. Secondo due noti studiosi dei partiti, il party-in-office (nelle istituzioni rappresentative e negli esecutivi nazionali e locali) ha oscurato il party-on-the-ground.8 Solo oggi qualcuno dà segni di ripensamento. La Lega si è dotata di una fitta trama di sedi locali molto attive, e Forza Italia ha recuperato la vecchia trama di relazioni sul territorio di DC e alleati, seppur combinandoli con un impianto bonapartista. In ogni caso, il danno prodotto dallo smantellamento affrettato dei partiti è duplice: per i cittadini, la politica che meglio conoscono è quella effimera e fatua delle esibizioni televisive, che è verosimilmente quella che più suscita la loro sensazione di abbandono e i loro atteggiamenti critici; per i politici la comunicazione dall’alto verso il basso è fortemente condizionata e distorta dalla media logic e poco efficace. O è efficace solo a breve.

Pensiamoci

Fermiamoci. L’insofferenza verso la politica non sembra finora avere eccessive ricadute sugli esiti elettorali. Checché qualcuno ami raccontare, l’elettore quando vota non premia chi ha governato bene, o promette di governar bene, e non punisce chi ha governato male, o minaccia di governar male. Se così fosse, Obama avrebbe già vinto da un pezzo. Possiamo discutere su cosa determini le scelte di voto, ma il voto inerziale resta prevalente. L’elettore medio, certo più volubile di un tempo, si sposta solo all’interno del suo schieramento, che ha scelto da tempo in base alla sua biografia politica personale e agli ambienti sociali, culturali, lavorativi in cui si trova inserito. Gli effetti dell’informazione non vanno sopravvalutati immaginando un elettore che si informa, ragiona, soppesa e decide. L’elettore scontento al massimo si astiene. E sono gli astenuti a decidere il risultato finale. Anche alle ultime elezioni politiche non si sono registrate trasmigrazioni di rilievo da uno schieramento all’altro, ma solo aggiustamenti marginali. A parte le scelte coalizionali, che sono state decisive, lo schieramento vincitore ha mobilitato il suo elettorato più di quanto non abbiano fatto i suoi concorrenti. E l’astensionismo aggiuntivo che s’è registrato rispetto alla tornata precedente proveniva dal centrosinistra: nulla aveva a che vedere con un qualche malcontento generalizzato nei riguardi della politica.

Ciò non vuol dire che il malcontento generalizzato non faccia danni, quantunque c’è chi sostenga il contrario in virtù della sua ubiquità, che lo renderebbe banale. Per quanto generalizzato, il malcontento, stando alla nostra indagine, non è una moda e nemmeno un capriccio. È un sentimento condiviso, che ha contenuti e ragioni. Se la democrazia va presa sul serio, vanno presi sul serio anche i cittadini e c’è anche qualche buon motivo per ritenere che il malessere verso la politica intossichi. Come non temere cioè che la sfiducia nella politica produca, oltre che effetti di delegittimazione, sempre difficili da apprezzare e che hanno ricadute remote, anche qualche danno grave alla vita collettiva? Se l’uomo della strada diffida dei politici, spesso li disprezza, pur se magari salva quelli per cui vota, come non pensare che l’azione di governo ne sia intimamente screditata? E come evitare la tentazione del fai-da-te? Che dire, ad esempio, quando la mobilitazione della società civile si risolve nella protesta estrema dei movimenti NIMBY? Qualcosa di sicuro non funziona. Per non parlare dei rischi di imbarbarimento: come nel caso del fai-date razzista che sta fiorendo in tutt’Italia. Se il cittadino ritiene che il personale politico si cura solo dei suoi problemi e che da esso nulla di buono può venirgli, o si ripiega su se stesso, oppure prova a darsi da fare da solo, magari sollecitato da quegli im- prenditori politici che nel suo malessere sguazzano. Stiamo attenti. Si prepara ben altro delle piazze riempite da Grillo di folle che, nella forma politica che è loro offerta, testimoniano solo il proprio disagio. Alcune brevi conclusioni. Il malessere va preso sul serio, ma di grandi idee in giro per curarlo non ce n’è. Se il malcontento verso la politica è un problema condiviso da tutte le democrazie avanzate, non ce n’è nessuna da cui imparare qualcosa. Nulla impedisce di provare a cavarcela da soli. Anche se una cosa possiamo impararla: la riduzione dei costi della politica, che costa in Italia più che altrove. Ridurne i costi alla media europea sarebbe un’idea popolare.9

Per il resto, se c’è chi ritiene che un ulteriore scrollone (riformatore) alle istituzioni serva a rendere la politica più gradita, si sbaglia. Non sarà il presidenzialismo a lenire il malessere, e neanche il federalismo. Magari quest’ultimo gratificherà qualche parte politica, ma non sarà l’insegnamento delle lingue regionali a migliorare i rapporti con i cittadini. Non facciamoci illusioni: i problemi si trasferiranno dal centro alla periferia e inizierà un frenetico scaricabarile tra l’uno e l’altra. Quanto al presidenzialismo, al premierato e quant’altro, ovvero a tutti quei rimedi prescritti da chi ritiene che di democrazia ce ne sia fin troppa e che per il bene dei cittadini conviene riesumare il venerando istituto della monarchia, al momento per fortuna solo su basi elettive, in tanti stanno oggi amaramente scoprendo cosa accade quando si consegna troppo potere a un uomo solo. Inoltre, soluzioni siffatte suscitano una spinta ulteriore alla personalizzazione della politica, producendo ulteriori effetti di deistituzionalizzazione. All’astrattezza delle istituzioni la personalizzazione oppone l’apparente concretezza di parole e gesti dei leader, che però dissipano autorevolezza e credibilità delle istituzioni medesime, sottomettendole alle fluttuazioni della propria popolarità.

Non serviranno a molto neppure le primarie, che solo rivelano come la gente comune in definitiva sia pronta a dar fiducia alla politica; e neppure qualche trovata deliberativa, che può essere utile sì per consultare i cittadini su questioni specifiche e circoscritte, ma non a ravvivare la democrazia. E non basta coltivare un po’ di spirito civico a livello locale incoraggiando le associazioni, come suggerisce il celebratissimo Robert D. Putnam.10 Bisogna piuttosto ritessere legami a vasto raggio, come consiglia uno tra i suoi più autorevoli critici.11 Ovvero, se fosse possibile, sarebbe auspicabile qualche passo indietro. La trasformazione dei partiti occorsa nell’ultimo ventennio ha cancellato una cruciale agenzia di manutenzione della cittadinanza democratica, ha privato il personale politico di un decisivo legame coi cittadini, ma anche di un legame tra sfera nazionale e sfere locali, e perfino di un legame orizzontale tra le sfere locali. Quel fascio di legami, quest’è vero, si era gravemente usurato e tutto lascia pensare che la società per com’è diventata non consente di resuscitarlo, pur avendone al contempo bisogno. Eppure, tra il partito personalmediatico e il partito di massa d’antan qualche punto di mediazione è forse possibile trovarlo. Per scoprirlo bisogna provarci.

[1] P. Bourdieu, L’opinion publique n’existe pas, ora in Questions de sociologie, Les Editions de Minuit, Parigi 1984, pp. 222-35.

[2] Si tratta delle ricerche che da anni conduce D. Gaxie. Cfr. ad esempio Les critiques profanes de la politique. Enchantements, désenchantements, ré-enchantement, in J. L. Briquet, P. Garraud (a cura di), Juger la politique: entreprises et entrepreneurs critiques de la politique, Presses Universitaires de Rennes, Rennes 2002.

[3] Cfr. ad esempio C. Hay, Why We Hate Politics, Polity, Cambridge 2007. Tra i contributi italiani a questa letteratura sterminata I. Diamanti, La Democrazia degli interstizi. Società e partiti in Europa dopo la caduta del Muro, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, 3/2007, pp. 387-411.

[4] Cfr. P. Norris (a cura di), Critical Citizens. Global Support for Democratic Governance, Oxford University Press, Oxford 1999.

[5] Cfr. G. Grunberg, N. Mayer, P. M. Sniderman (a cura di), La démocratie à l’épreuve: une nouvelle approche de l’opinion des Français, Presses de Sciences Po, Parigi 2002.

[6] Cfr. P. Bourdieu, Propos sur le champ politique, Presses Universitaires de Lyon, Lione 2000.

[7] Cfr. da ultimo F. Roncarolo, Leader e media. Campagna permanente e trasformazioni della politica in Italia, Guerini, Milano 2008.

[8] Cfr. R. Katz, P. Mair, The Ascendancy of the Party in Public Office: Party Organisational Change in XXth Century Democracies, in R. Gunther, J. R. Montero, J. Linz (a cura di), Political Parties: Old Concepts and New Challenges, Oxford University Press, Oxford 2002, pp. 113-35.

[9] Pur guardandoci bene dal riprendere argomentazioni populiste e ispirate da sentimenti antipolitici, vogliamo qui segnalare che ultimamente qualcuno ha avanzato la proposta di portare il costo medio dei parlamentari italiani (1.531.000 euro) allo stesso livello di quello dei parlamentari spagnoli (257.000 euro) e di dimezzare il numero di ministri e sottosegretari come si è fatto in Francia, pagandoli quanto Sarkozy: circa 6.000 euro al mese. I risparmi realizzati ammonterebbero a 1 miliardo e 60 milioni di euro, quanto basta a cancellare gran parte degli indiscriminati tagli imposti dall’attuale governo a scuola e università e a ragionare con calma su più appropriate misure di risparmio e di razionalizzazione. Cfr. www.sbilanciamoci.org/forum 2008/fin2009_centopunti.pdf.

[10] R. D. Putnam, Bowling Alone. America’s Declining Social Capital, Simon and Schuster, New York 2000.

[11] T. Skocpol, Diminished Democracy: From Membership to Management in American Civic Life, University of Oklahoma Press, Norman 2003.

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