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Governanti e governati: appunti per una discussione

Written by Michele Ciliberto Monday, 22 December 2008 19:44 Print

Nell’analisi dei principali aspetti del rapporto fra governanti e governati, devono essere considerati la “politicizzazione di massa” tipica del Novecento (e la crisi in cui essa è entrata negli ultimi anni) e la nuova centralità assunta, nello stesso periodo, dall’individuo e dall’individualismo. Un punto di svolta è rappresentato in questo contesto dal Sessantotto, che ha aperto una cesura via via più netta fra governanti e governati, fino al punto di riaprire il problema stesso delle “fonti” della sovranità nel nostro paese.

Il proposito di questo contributo è quello di delineare alcuni aspetti del rapporto (o meglio del non rapporto) che in Italia, a sinistra come a destra, c’è fra governanti e governati, presentando alcuni concetti di ordine generale che necessitano di specifici approfondimenti e di puntualizzazioni. Al centro dell’analisi si è voluta porre, da un lato, la “politicizzazione di massa” tipica del Novecento e la crisi in cui essa è entrata negli ultimi decenni del secolo passato e, dall’altro, la nuova centralità assunta, nello stesso periodo, dall’individuo e dall’individualismo, con tutti i problemi che questo comporta sul piano sia teorico che politico. Si tratta però, va sottolineato, di osservazioni presentate, volutamente, in stile cursorio, in vista di una discussione che è diventata ormai indispensabile.

La politicizzazione di massa è un carattere specifico del Novecento: già Thomas Mann nelle “Considerazioni di un impolitico” ne aveva percepito l’avvento con chiarezza, e anche con preoccupazione e disgusto, criticando in pagine memorabili il dilagare della politica – cioè, ai suoi occhi, della democrazia – su tutti i piani e rimpiangendo per contrasto l’ordine e l’equilibrio del XIX secolo. A differenza di Benedetto Croce che, consapevole della novità e della complessità dei processi in atto, ne aveva però sottolineato – proprio in discussione con l’amico Mann – la ineluttabilità e, di conseguenza, la necessità di farci positivamente i conti. Croce, che pure votò la fiducia al governo Mussolini dopo l’assassinio di Matteotti, non avrebbe però mai potuto immaginare la pervasività della politicizzazione di massa e i connotati schiettamente reazionari che essa avrebbe assunto in Europa, prima con l’imporsi del fascismo in Italia, poi del nazismo in Germania. Né il fenomeno sarebbe rimasto circoscritto all’ambito dei regimi reazionari e di destra; allo stesso mondo la politicizzazione di massa si sarebbe imposta, in forme originali, anche nell’Unione Sovietica, configurandosi come predicato costitutivo della “nuova” politica affermatasi con il “secolo” dischiuso dalla prima guerra mondiale. In sede storica contano le differenze: occorre dunque, anche in questo caso, distinguere tra le modalità che il processo assume nel periodo compreso tra le due guerre e quelle che saranno proprie del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, dopo la fine dei fascismo e con l’avvento della democrazia. Nei regimi reazionari di massa il rapporto tra governanti e governati, ad esempio, si costituisce in forme di dominio autoritario dall’alto, di partecipazione coatta, addirittura di tipo militare, con una forte valorizzazione della funzione del “capo”, delle adunanze di massa, dei riti politici attraverso un forte intreccio di religione, da un lato, di politica, dall’altro (come ha spiegato in testi fondamentali George Mosse). Con la Resistenza e l’avvento della democrazia, il quadro muta radicalmente, con una potente trasformazione delle forme della partecipazione proiettata, ora, in un orizzonte limpidamente democratico, attraverso una nuova e originale ricostituzione (come avviene ad esempio in Italia) del nesso tra masse e democrazia. In modi schematici e sommari: al movimento che va dall’alto verso il basso, secondo un impulso di tipo nettamente autoritario, si affianca – e si intreccia – un movimento che dal basso va verso l’alto, in coerenza con il modello organico delineato da Gramsci nei “Quaderni”, imperniato sul nesso tra “sentire” e “comprendere”.

Si tratta di differenze essenziali, da ribadire con precisione. La dimensione di massa resta, però, il predicato costitutivo della politica novecentesca: su questo terreno avviene una vera e propria trasformazione morfologica, espressa in modo esemplare anche dal nuovo, fortissimo ruolo assunto dalla propaganda, che servendosi di ogni mezzo, anche i più moderni (come la radio o anche il cine-ma), incide in tutte le fasi della vita degli individui, dalla culla alla tomba.

È in questo quadro, di natura essenzialmente morfologica, che si situano (e si spiegano) gli elementi di continuità che esistono, nonostante le differenze radicali, tra i movimenti e i partiti che hanno fatto la storia del Novecento, e che non vanno occultati se si vuol capire la profondità e la complessità della politicizzazione di massa che ha connotato il XX secolo: dalla funzione del capo, sopra richiamata (descritta in pagine di eccezionale vigore da Gadda in “Eros e Priapo”), alla netta subordinazione della vita individuale alla dimensione collettiva, sia essa rappresentata dal partito, dalla classe oppure dalla razza. È un punto che conviene ribadire: qualunque sia il punto di vista assunto, il dissolvimento dell’individuo è un aspetto essenziale della politica di massa del Novecento; così come ne è tratto decisivo la riduzione alla sfera politica della pluralità delle sfere e dei campi di esperienze in cui si articola, e si sviluppa, la vita dell’individuo. Naturalmente, anche in questo caso occorre distinguere fasi e momenti, e anche il sovrapporsi di nuovi elementi, anche di carattere ideologico, che provengono da tradizioni diverse o addirittura opposte. Alla politicizzazione di massa, si è già detto, appartiene una forte personalizzazione in chiave carismatica del ruolo del capo, che ha assunto talvolta forme addirittura sacrali; ma nel rafforzamento di questo “tipo” ha certamente inciso anche l’ideologia americana che si è venuta sviluppando nel nostro paese a partire dagli anni Cinquanta, fino ad imporsi ad opera sia di forze politiche che di istituzioni editoriali e culturali (ad esempio, una casa editrice come Il Mulino). Allo stesso modo, al dissolvimento dell’individuo cui sopra si faceva riferimento ha contributo anche la specifica tradizione neoidealistica italiana che, concordemente su questo punto, ha dissolto l’individuo “empirico” o nello spirito o nell’atto.

Se si tiene conto di questo lungo processo e della situazione in cui oggi ci troviamo, non c’è dubbio che il Sessantotto, con tutte le sue complesse conseguenze, abbia rappresentato un vero punto di svolta. Per quanto possa apparire, almeno a prima vista, paradossale, è proprio allora che la politicizzazione di massa tipica del Novecento, anche attraverso lo sviluppo di processi contraddittori, comincia ad entrare in crisi. Se da un lato ci so-no forze politiche – in genere minoritarie – che recuperano, e perfino potenziano, le forme più chiuse e settarie della politica novecentesca, al Sessantotto risalgono esigenze e movimenti di emancipazione e liberazione individuale che si potenziano e si affermano, anche congiungendosi a motivi caratteristici della cultura radicale. La storia, come è noto, è sorprendente: proprio quando il Partito Comunista realizza i più consistenti successi elettorali (1975-76) inizia la crisi della sua strategia politica, mentre sul piano teorico inizia la dissoluzione di quel patrimonio marxista che ne era stato, fin dall’inizio, una componente indispensabile, sulla base di una precisa concezione del rapporto tra “praxis” e “teoria”. Sul piano teorico, si spezza, progressivamente, il nesso fra socialismo e marxismo, si ripescano le opere di Proudhon contrapponendole a Marx, come se la “Sacra famiglia” non fosse mai stata scritta. E comincia a diventare di moda Heidegger. Sul piano politico, si apre una cesura via via più netta fra governanti e governati, fino al punto di riaprire il problema stesso delle “fonti” della sovranità nel nostro paese, simmetrico al coevo processo di crisi delle basi antifasciste – e di massa – della democrazia italiana.

È un processo complesso e anche, per molti aspetti, drammatico, come accade quando un “corpo misto” arriva alla fine del suo ciclo, senza che sia più possibile riformarlo “ritirandolo ai principi”. Né è facile identificarne le cause – vicine e lontane – che sono varie. Si può però, in prima approssimazione, delineare un punto di vista specifico da cui guardarlo e analizzarlo, sforzandosi di individuare il punto in cui i partiti figli della politicizzazione novecentesca cominciano a entrare in una crisi irreversibile.

La partita si è poi giocata (vinta e perduta, a seconda dei punti di vista) negli anni Settanta; per intendersi, nel periodo delle battaglie per il referendum sul divorzio e sull’aborto, nelle quali sono confluite, potenziandosi reciprocamente, da un lato l’eredità migliore del Sessantotto, dall’altro della cultura laica e radicale. A quelle battaglie il Partito Comunista Italiano, che pure diede un contributo determinante alla vittoria, arrivò actus piuttosto che agens, senza riuscire a identificarsi pienamente in un processo nel quale si esprimevano però, in modo incontenibile, esigenze ormai irrinunciabili della società italiana, maturate – anche ad operadelle forze sindacali – nelle lotte degli anni Sessanta. Non era casuale, questa relativa freddezza: alla cultura del maggior partito della sinistra italiana era sostanzialmente estranea una attenzione specifica per i problemi dell’individuo in quanto individuo, considerato essenzialmente come momento di un movimento complessivo, come parte di un “intero” piuttosto che nella sua specifica individualità, la quale era, semmai, considerata con sospetto, anzi con pregiudizi di tipo moralistico.

Né, in effetti, questo sorprende: come si è già detto, l’attenzione all’individuo come tale è estranea alla politicizzazione di massa tipica del XX secolo, anche nel versante di sinistra. Lo stesso Gramsci, nei “Quaderni” si esprime in termini nettamente critici nei confronti di quello che chiama «individualismo». In breve, alla base di quegli atteggiamenti non c’era una buona o una cattiva volontà; più profondamente, e gravemente, si manifestava un limite obiettivo, storico – propriamente morfologico – caratteristico di una lunga tradizione: e proprio per questo, come i fatti si incaricarono di dimostrare, insuperabile.

Se si vuol dunque mettere una data alla crisi della politicizzazione di massa, indicandone l’inizio – certo complesso e contraddittorio di una nuova fase della politica italiana – è a quel periodo che bisogna risalire: paradossalmente, è proprio negli anni di maggior successo elettorale che il Partito Comunista inizia a separarsi da quella società italiana della quale – secondo l’insegnamento di Togliatti – era riuscito a diventare una parte organica, una vera e propria “funzione”. E questa separazione avviene proprio sul terreno della concezione dell’individuo, e del suo significato sia sul piano politico che su quello sociale, con tutto ciò che ne consegue: è qui che s’incrina, e progressivamente si spezza, il nesso tra governanti e governati che in Italia era stato realizzato, attraverso lo strumento del “partito nuovo”, con la politica della “democrazia progressiva”. E con questa crisi si apre, sia pure in modi e tempi diversi, il problema delle “fonti” della sovranità nel nostro paese, al quale il Partito Socialista di Bettino Craxi – intuendo la novità dei problemi che stavano insorgendo nella società italiana – si era sforzato di dare una risposta che, per quanto appaia oggi insufficiente, esprimeva comunque la consapevolezza di una situazione difficile. Questa osservazione andrebbe ben altrimenti approfondita. In questo contributo si vuole sottolineare che in quel periodo il Partito Comunista non riesce a immettere le nuove tematiche dell’individuo e dell’individualità nel proprio codice genetico, nonostante gli sforzi prodotti in questa direzione, anzitutto sul piano culturale. In altre parole, il PCI non riesce a collocarsi oltre l’orizzonte della politicizzazione di massa, ma resta legato a un’idea novecentesca della politica, mentre i militanti – che iniziano a scoprirsi come individui – cominciano a ritrarsi, a cercare altri luoghi nei quali esprimere nuove sensibilità e nuovi modi di concepire sia la propria vita che il rapporto con la società e con la politica, anche sotto l’impulso – in quegli anni davvero tumultuoso – dei movimenti femministi. È allora che comincia ad aprirsi una forbice, che non si è poi più richiusa: da un lato, partiti che tendono a sclerotizzarsi negli apparati, senza rapporto con la complessità delle sfere della vita; dall’altro, individui che, non riuscendo a individuare nuovi luoghi di aggregazione – coerenti con le nuove forme di vita che hanno cominciato ad elaborare – tendono a declinare nel privato, separandosi dalla politica organizzata, con conseguenze assai gravi – e di lungo periodo – sulla generale vita democratica del paese.

Ad accentuare questi fenomeni che avvengono anzitutto sul piano antropologico e perfino esistenziale, intervengono processi che incidono a fondo sul piano politico e istituzionale in quanto tale, e che portano alla crisi della (cosiddetta) prima Repubblica ad opera, anzitutto, da una parte della Lega, dall’altra della magistratura. Salta, allora, l’impianto che aveva retto la vita della Repubblica per quasi cinquant’anni; ma se l’esplosione è drammatica, e addirittura sanguinosa, la crisi viene da molto lontano, ed è direttamente connessa al declino e alla progressiva disgregazione dei partiti di massa che erano stati uno dei pilastri essenziali della vita della Repubblica. Declino e disgregazione tanto più gravi e drammatici, perché si intrecciano a fenomeni di tipo internazionale – a cominciare dal crollo del Muro di Berlino nel 1989 – i quali incidono a loro volta con eccezionale potenza nella crisi e nella fine sia del Partito Comunista che della Democrazia Cristiana, dissolvendo, in via definitiva, il sistema nel quale essi avevano avuto il predominio, il primo dall’opposizione, il secondo dal gover-no. L’esito di questi processi, che ebbero tratti drammatici, è consegnato ormai agli atti: la Democrazia Cristiana ha chiuso definitivamente i battenti, mentre il Partito Comunista – come una sorta di straordinario camaleonte – è venuto assumendo vari e indefiniti colori, senza riuscire a trovare una fisionomia in cui trovare pace e consistenza. E non l’ha trovata perché, nonostante le varie metamorfosi, non è stato capace di misurarsi con la crisi della politicizzazione di massa e con ciò che essa comportava, collocandosi in un orizzonte di tipo nuovo.

Anzi, si è cimentato in un’operazione che, a considerarla oggi, appare del tutto insensata: ha liquidato, senza una specifica riflessione, il deposito ideale che ne aveva sorretto la lotta politica per lunghi decenni, rinunciando addirittura ad ogni “battaglia delle idee”, confondendo idee e ideologie, dimenticando che la politica ha bisogno, sempre, di simboli e di bandiere. Con la conseguenza di acuire lo smarrimento, e la crisi, di militanti – anzi, di individui – costretti a una sorta di estenuante, e inesauribile, viaggio nel deserto, senza prospettiva né di carattere politico, né di carattere ideale. Ne è scaturita una disgregazione sociale, politica e culturale, che ha spinto gli individui a chiudersi, senza speranza, nel loro “particulare”, secondo un’antica consuetudine italiana.

È su questo terreno che è nato ed è cresciuto il berlusconismo, arrivando a conquistare il consenso della maggioranza dei cittadini del nostro paese. Neppure di questo c’è da stupirsi: l’individualismo – come Stuart Mill ci ha spiegato in pagine memorabili – è un valore senza dubbio positivo, specialmente in società di massa come le nostre, ma se non è governato in direzione dell’emancipazione declina in senso conservatore, come dimostra eloquentemente la recente storia italiana. Né si tratta solo dell’Italia nella quale il fenomeno ha assunto aspetti particolarmente acuti: processi omogenei si possono individuare in forme differenti anche a livello europeo.

Qui occorre però fare una precisazione preliminare: è sbagliato interpretare il berlusconismo come il ritorno di un fenomeno tipico della storia d’Italia, come un fatto di carattere essenzialmente retrospettivo. C’è, certo, anche questo, ma il berlusconismo – strettamente congiunto alla figura del suo fondatore, perfino nel nome, e anche questo è un fenomeno da notare – rappresenta qualcosa dinuovo nella nostra storia. Esso viene incontro a esigenze di modernizzazione che vengono dal fondo del paese e che, non trovando credibili approdi a sinistra, si spostano a destra. Dà voce e legittimità alle nuove sensibilità e alle nuove richieste di vita di individui che, ponendosi al di là di vecchi confini, vogliono una vita più ricca, più soddisfacente, più consona alle loro aspettative di vita. Corrisponde insomma ad una nuova richiesta di protagonismo che viene dalla società civile (per usare un termine classico, ma inadeguato), e lo fa in termini chiaramente conservatori e addirittura reazionari. Ma ha successo in quanto corrisponde a fenomeni che si muovono nel profondo della vita della nazione, situandosi oltre i confini della politicizzazione di massa che ha connotato il Novecento. Il berlusconismo, infatti – ed è un altro elemento costitutivo della sua modernità – non parla alle classi, alle razze, ai movimenti collettivi, ma si rivolge – e qui sta il suo elemento di forza – a individui: a individui pronti, nella crisi, a dislocarsi a destra se non trovano convincenti riposte nella sinistra. Insieme alla politica di massa, oggi sono infatti venuti meno anche i blocchi storici e di classe fissi e consolidati: tutto è diventato dinamico (o liquido, come oggi è di moda dire) e ciascun individuo è disposto a cambiare parte, e voto, se questo corrisponde ai propri interessi.

È una situazione nuova e grave che è merito della Chiesa, e in particolare di Wojtyla, aver individuato per tempo, già con la “Centesimus Annus”, sottoponendo a una critica le nuove forme di consumismo. Mentre le forze che si richiamano alla sinistra, incapaci di svolgere un’analisi critica della nuova situazione e delle nuove ideologie, si rinchiudono in un tatticismo senza luce, rifugiandosi, se necessario, all’ombra delle parole del pontefice. Quali siano gli effetti del berlusconismo sul piano politico è ben noto: si impongono nuove forme di autoritarismo di massa – anzi, di un nuovo dispotismo – imperniate su un consenso popolare molto vasto, reso possibile da una vera e propria egemonia culturale attraverso un uso massiccio e spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa; si consolida, anzi si potenzia, a tutti i livelli, il modello leaderistico, con un sintomatico spostamento, però, dalla tradizionale dimensione politica in senso stretto, ormai consunta, al piano sociale, civile, addirittura antropologico. Con il suostile di vita, il leader interpreta, al massimo livello (anche di volgarità, consapevole o inconsapevole che essa sia), un modello coerente con i nuovi bisogni e le nuove aspettative affermatisi con il nuovo individualismo di massa. Contemporaneamente, entra in crisi il principio del “pubblico” come valore comune, condiviso, quale principio di democrazia e di eguaglianza tra i cittadini (come appare con chiarezza addirittura esemplare dalle politiche del berlusconismo nei confronti della scuola e dell’università). Si affermano nuove forme di razzismo, mentre muta in profondità la composizione demografica della nazione, ponendo all’ordine del giorno problemi nuovi e inediti, ai quali si risponde solo in termini di chiusura e di esclusione. Ma non si tratta solo degli immigrati o degli strati più deboli della società: da un punto di vista generale, lo scarto tra governati e governanti assume modi e spessore mai avuti, in questa forma, nella recente storia italiana. Né è accidentale, ovviamente, questo fenomeno: si tratta di un effetto diretto della crisi e della fine della politicizzazione di massa che nel dopoguerra si era incarnata anzitutto nel Partito Comunista Italiano e nella Democrazia Cristiana. Mentre il berlusconismo inaugura in Italia l’epoca della “post-politicizzazione di massa”: sta qui l’origine sia della sua modernità che della sua fortuna.

In questa situazione le responsabilità della sinistra sono assai gravi: non ha saputo confrontarsi, fin dagli anni Settanta, con le trasformazioni profonde della società italiana; è rimasta chiusa nei confini della politicizzazione di massa novecentesca, senza comprendere per tempo che stavano affiorando e si stavano imponendo nuovi modelli di vita, nuovi comportamenti umani e civili e, in primo luogo, una nuova concezione dell’individuo e della sfera individuale irriducibile ai canoni del vecchio, glorioso partito di massa, delineato da Togliatti in discorsi di straordinaria lucidità fin dal 1945; non è stata capace di pensare in termini nuovi il rapporto tra politica e cultura, permettendo all’avversario di stabilire una nuova, durissima, egemonia culturale, perno costitutivo della stabilità e della omogeneità del proprio, dinamico blocco sociale. Soprattutto è mancata una nuova analisi della società italiana. La sinistra, in conclusione, è rimasta in mezzo al guado (per riprendere una espressione una volta di moda), oscillando tra valori astratti e concretismo, senza trovare un effettivo “punto dell’unione” tra gli uni e l’altro, lanciandosi in operazioni essenzialmente trasformistiche, senza fare i conti con le dure repliche della realtà. Per quanto possa apparire paradossale, è stato perfino costruito un nuovo partito che dovrebbe aprirsi a nuovi orizzonti, sommando due partiti che sono figli di una vecchia storia, arrivata, ormai, alla fine, al suo compimento (una storia, sia detto per inciso, che si è configurata secondo modalità diverse, anche sul piano del rapporto con le proprie basi popolari). Con tutte le conseguenze che si possono immaginare: ristabilire un canale di comunicazione tra governanti e governati significa, anzitutto, radicarsi sul territorio, abbandonando ogni logica tradizionale di tipo centralistico e proiettandosi con rigore e anche audacia in una prospettiva di carattere federalistico sia per motivi di carattere istituzionale che per valutazioni politiche ed etico-politiche di tipo generale. Ma l’idea di articolare il nuovo Partito Democratico secondo aree pluriregionali è stata subito guardata con sospetto, e di fatto respinta, senza cogliere la complessità di motivazioni che in quella scelta si coagulano e che è fondamentale per un nuovo partito della sinistra accogliere e sviluppare in modo organico.

Ma non si tratta solo di fare fino in fondo i conti con il federalismo, punto per molti aspetti cruciale. Bisogna con forza porsi nell’orizzonte della post-politicizzazione su tutti i livelli ripensando, in radice, forme e modalità oggi di una politica “di massa”. Un punto, infatti, è chiaro: senza partiti organizzati non esiste partecipazione e, di conseguenza, non esiste democrazia. Non si tratta dunque di cancellare i partiti, ma di articolarli in modo diverso, sia al loro interno che sul territorio. E soprattutto si tratta di inserirli in un quadro complessivo in grado di ristabilire il nesso tra governanti e governati che si è infranto nella società italiana e che non è possibile ricostituire pensando a vecchie modalità sia partitiche che organizzative. Al fondo, si tratta di ricostituire un linguaggio comune, creando un nuovo dizionario politico. E questo dizionario non può non avere al suo centro, come lemma costitutivo, l’individuo: l’individuo in quanto tale, non come parte di un movimento, di un partito, di una classe, di un “intero”; l’individuo come risorsa, non come limite da superare e risolvere in sintesi più alte. Da questo punto di vista, il problema che la sinistra ha oggi di fronte a sé in Italia è strettamente di cultura politica; anzi, è un problema di ordine strettamente teorico: si tratta infatti di riarticolare il dizionario politico della sinistra, muovendo dalla centralità dell’individuo e facendo propri, in questo quadro, i frutti migliori della tradizione laica e radicale (ripensata, ovviamente, in modi nuovi).

Ci sono le condizioni per procedere con successo in questa direzione, come appare in modo luminoso da un’esperienza tanto decisiva quanto trascurata, oppure citata strumentalmente per ribadire assetti attuali di partito, rovesciandone, in questo modo, il significato effettivo: ci si riferisce, naturalmente, all’esperienza delle primarie. Ma anche qui è bene essere chiari. Non si tratta di contrapporre in modo rozzo e sterile “alto” e “basso”, “società” e “politica”. È vero l’opposto: si tratta, piuttosto, di far forza su questa esperienza per ricostituire il rapporto tra “alto” e “basso”, tra “governanti” e “governati”, secondo un ritmo fluido, continuo, non statico, cominciando a muoversi in un altro orizzonte. Questo è possibile perché nelle primarie si è espressa una esigenza di partecipazione e anche di condivisione da parte di milioni di cittadini che sono e si sentono, in primo luogo, individui chiamati a esprimersi sul terreno della propria, individuale responsabilità. È bene evitare, sempre, affermazioni retoriche ed eccessive: ma nelle primarie può esserci il germe di un nuovo, e moderno, partito di massa, capace di muoversi con forza e audacia sul terreno della “post-politicizzazione”, ristabilendo un linguaggio comune tra governanti e governati, fra singoli individui e vita politica e sociale. Si tratta, come si è detto, solo di un germe da non enfatizzare: la situazione resta difficile da ogni punto di vista; ma lasciare deperire un’esperienza come questa e l’esigenza di democrazia e di partecipazione che in essa si è espressa in modo eccezionale, è grave, anzi è il più grave degli errori. È, al tempo stesso, un errore teorico e un errore politico.

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