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La crisi finanziaria internazionale e le sfide per la sinistra riformista

Written by Vincenzo Visco Monday, 22 December 2008 19:42 Print

Il processo di innovazione tecnologica che è stato alla base della globalizzazione ha profondamente modificato sia i processi produttivi, sia le tipologie di prodotto, provocando così la crisi del modello di impresa fordista e lo stravolgimento degli assetti economici globali. Proprio per aiutare questo processo di cambiamento sono stati elaborati il paradigma economico del liberismo e numerose altre innovazioni successivamente codificate in nuove normative in materia finanziaria. È ora necessario che la sinistra politica, finora fattivo sostenitore delle modifiche necessarie alla creazione di un modello di mercato, non persista nel sottovalutare i rischi insiti nell’economia globale ma si impegni a contrastare il rischio di una deriva conservatrice neostatalista e di chiusure corporative e nazionalistiche.

L’argomento all’attenzione di tutti, oggi, è la crisi finanziaria in corso: su di essa sono concentrate la nostra attenzione e la paura di tutti. Prima di soffermarci sulla crisi finanziaria sarebbe però necessario non cadere nell’errore di dimenticare la situazione economica, che può essere sinteticamente descritta dal fatto che la crescita del reddito sarà quest’anno uguale a zero in Italia, all’1,3% in Europa e superiore al 3% nel mondo. Il nostro paese continua a perdere terreno, e continua l’impoverimento relativo dell’Italia e degli italiani. Se – come è molto probabile – dovremo affrontare una lunga recessione, andremo incontro a gravi problemi sia per quanto riguarda il bilancio, sia per quanto concerne l’occupazione e il tenore di vita degli italiani.

Il governo ha cercato e cerca di concentrare l’attenzione sui fattori esterni, sui problemi internazionali, sulla speculazione – la «peste del XXI secolo » – per non parlare di quelli di casa nostra. Si tratta di una tattica nota, la stessa che seguì il governo italiano degli anni Trenta, gli anni della grande depressione, quando si evidenziava che la disoccu- pazione in Italia era più bassa che negli Stati Uniti o in Germania, cercando così di attuare un tentativo di depistaggio evidente. Ma i problemi italiani rimangono, e la crisi può solo aggravarli.

La crisi finanziaria è molto seria. Il contagio si sta estendendo, come è inevitabile in un’economia globale. Adesso è l’Europa nell’occhio del ciclone. C’è un crollo di fiducia e una chiara inadeguatezza dei poteri decisionali. Anche negli Stati Uniti la tempesta non può considerarsi passata, nonostante il piano Paulson. La storia sembra ripetersi, anche se, rispetto al 1929, chi governa è più consapevole e sa meglio come intervenire. In ogni caso, in termini di perdite realizzate, la crisi attuale sembra più grave di quella del 1929: allora le perdite furono pari al 5% del PIL americano; oggi siamo già ad una cifra più alta se ai 700 miliardi di dollari stanziati dal governo americano (il 5% del PIL) si aggiungono i 300-400 già maturati precedentemente. Il FMI prevede perdite complessive di 1.400 miliardi di dollari (il 10% del PIL americano). E le cause, i meccanismi, sono sempre gli stessi. Anche nei primi decenni del secolo scorso si verificò un imponente fenomeno di integrazione finanziaria, di dimensioni anche superiori a quelle attuali, una imponente crescita dei commerci e delle economie reali. Anche allora, come oggi, all’origine del processo ci fu un’ondata impressionante di scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche (il motore a scoppio e l’auto, l’aereo, l’elettricità al posto del carbone, il telefono, la radio, gli elettrodomestici ecc.) in grado di cambiare radicalmente i processi produttivi e la struttura dei consumi. Anche allora l’economia visse una fase di liberismo accentuato, anche allora i costi di trasporto crollarono, le protezioni doganali si abbassarono, enormi masse migratorie si spostarono da un continente all’altro, le borse salivano senza sosta, la speculazione dominava; tutto sembrava possibile, tutti si arricchivano, spendevano, si divertivano, tutto sembrava andare per il verso giusto. Eppure l’intero sistema collassò improvvisamente, vittima dei propri eccessi, e gli errori compiuti nella gestione della crisi precipitarono il mondo nella grande depressione. Nulla fu come prima per molti lustri. E la depressione a sua volta portò i nazisti al potere in Germania, i franchisti in Spagna, rafforzò il fascismo in Italia, e portò alla seconda guerra mondiale. Le economie si richiusero su se stesse, i na- zionalismi prevalsero e la prima globalizzazione fu ingoiata nel buco nero della crisi.

Dopo la guerra la riorganizzazione dell’economia mondiale avvenne nel contesto degli accordi di Bretton Woods, che in sostanza prevedevano una gestione multilaterale dell’economia internazionale (da parte delle potenze vincitrici), la riapertura del commercio internazionale, una integrazione delle funzioni del mercato con quelle degli Stati, un sistema di cambi fissi, la convertibilità delle valute in oro, il controllo dei movimenti dei capitali, la segmentazione del sistema bancario e l’erogazione del credito per grandi flussi, la regolamentazione di pressoché tutti i mercati (credito, assicurazione, trasporti aerei e terrestri, porti e aeroporti, telefoni, poste e telecomunicazioni, radio e televisione ecc.), l’intervento attivo degli Stati e dei bilanci pubblici, le imprese pubbliche, il coinvolgimento sistematico delle organizzazioni sindacali, una estrema attenzione ad un’equa distribuzione del reddito. Il modello funzionò molto bene per circa trenta anni, assicurando crescita sostenuta e piena occupazione (almeno in Occidente): l’entità della crescita del periodo non è infatti inferiore a quella realizzata negli ultimi venti-venticinque anni, il periodo del nuovo liberismo e della nuova globalizzazione.

La nuova fase è iniziata negli anni Settanta del secolo scorso e ha subito successivamente un’accelerazione. Anche questa volta alla base del processo c’è un’ondata di innovazioni tecnologiche che hanno creato nuovi prodotti e cambiato i modi di produzione (le nuove tecnologie informatiche e telematiche, i telefoni cellulari, internet, le macchine fotografiche e le cineprese digitali, i nuovi farmaci e tecnologie mediche, le nanotecnologie, le grandi navi e aerei da trasporto). La grande impresa fordista è entrata in crisi, le grandi imprese si sono organizzate sostituendo le economie di scala con il just in time e l’acquisto di componenti in tutto il mondo, decentrando e delocalizzando la produzione, in un contesto di concorrenza feroce per conquistare i mercati dei nuovi prodotti, minimizzare i costi e aumentare costantemente i profitti (e quindi il valore delle azioni). La regolamentazione è stata superata molto velocemente in tutti i settori, provocando la nascita di nuove imprese e il fallimento o il ridimensionamento di altre un tempo fortissime (si pensi al mercato dell’auto americano). Gli assetti economici tradizionali sono stati travolti da una febbre di fusioni, acquisizioni, smembramenti di conglomerati e imprese, leveraged buy outs, apertura di fabbriche all’estero dove il costo del lavoro è irrisorio (cosa che contribuisce a determinare l’aspetto più positivo della nuova globalizzazione: la fuoriuscita dalla estrema indigenza di centinaia di milioni di persone). Proprio per aiutare (“servire”) questo formidabile processo di cambiamento sono nati nuovi paradigmi economici (il liberismo, fiducioso nella capacità dei mercati di autoregolarsi) ed è nata la nuova finanza. Non è vero – come pure molti dicono – che l’economia reale non c’entra con la crisi finanziaria attuale; infatti sono proprio le esigenze della nuova economia che hanno prodotto la nuova finanza che progressivamente ha poi iniziato a vivere di vita propria fino a diventare incontenibile, incontentabile, incontrollabile (o – che è lo stesso – autocontrollata), come sempre avviene quando non si riesce, o non si è capaci, o non si vuole tenere sotto controllo processi per loro natura pericolosi e caratterizzati da rischi estremi di instabilità.

Non sarà facile smontare e ricostruire il meccanismo attuale, che al suo interno è assolutamente coerente. L’obiettivo di fondo, il nuovo imperativo etico, è quello di aumentare l’efficienza e i profitti aziendali a creare valore per gli azionisti. A ciò si dedicano (dedicavano?) a tempo pieno società di consulenza che spiegano ai governi e alle imprese come ridurre i costi e costruire piani industriali profittevoli, banche d’affari che organizzano quotazioni di nuove imprese, privatizzazioni, scalate (ostili o amichevoli), fusioni, scissioni, aumenti di capitale, emissione di obbligazioni e carta commerciale, cartolarizzazioni, swaps, costruzioni di derivati e asset backed securities, che offrono assicurazioni contro i rischi diffondendoli in verità ovunque ecc.; società di revisione o di rating che fungono da garanti (con scarso successo, a quanto pare), professionisti pagati a percentuale sul valore del contratto, enormi fondi che comprano e vendono imprese, o che scambiando titoli sulle borse di tutto il mondo segnano la sorte delle imprese e degli amministratori delegati: se i profitti non crescono sono guai; stock options e buonuscite milionarie per incentivare i manager a massimizzare i profitti a breve riducendo i costi di fornitura, l’occupazione e i redditi dei dipendenti, private banking per assicurare ai nuovi (e vecchi) ricchi rendimenti adeguati per i loro capitali; sistemi contabili che impietosamente evidenziano ogni debolezza, e, dal lato del settore pubblico, riduzione delle tasse e della spesa ad ogni costo, privatizzazione del welfare (i fondi pensione sono un elemento essenziale per sostenere i livelli delle borse). Contemporaneamente i migliori cervelli si concentrano a Wall Street o nella City, grandi matematici diventano gestori di hedge funds ottenendo di gran lunga i risultati migliori (con guadagni individuali annui che hanno raggiunto in alcuni casi la cifra incredibile di 1,5 miliardi di dollari).

Tutte queste innovazioni sono state codificate in nuovi standard legislativi contenuti in nuove normative in materia di finanza, funzionamento delle imprese, crisi aziendali ecc., creando una sostanziale convergenza in tutti i paesi verso un modello di mercato (essenzialmente quello anglosassone). Queste modifiche, peraltro ineludibili, hanno spesso avuto l’appoggio fattivo e talvolta entusiasta dei partiti di sinistra, spesso del tutto inconsapevoli di stare in realtà adempiendo alle prescrizioni del “pensiero unico”.

Tra i risultati del nuovo paradigma liberista il più notevole è l’assenza di inflazione e la riduzione dei prezzi di molti beni e servizi, in virtù sia della concorrenza accentuata che della delocalizzazione produttiva in paesi a basso costo del lavoro. Ciò non è stato però in grado di compensare il fatto che il salario reale netto dei lavoratori americani (e non solo) è rimasto pressoché costante negli ultimi trenta anni. In sostanza, il lavoro non ha partecipato alla distribuzione della nuova ricchezza: alla centralità dei lavoratori si è sostituita quella dei consumatori. Si tratta di una evidente illusione.

Questa complessa costruzione è crollata, collassata, nelle settimane passate, ed è certo che nulla sarà più come prima. Una intera fase della storia del capitalismo si è conclusa, e bisognerà riorganizzare l’intero sistema finanziario internazionale, il sistema monetario, la governance dell’economia mondiale. Non si tratta di tornare a Bretton Woods, bensì di creare una organizzazione nuova e in gran parte inedita, basata su una nuova gestione multilaterale del sistema in assenza di una leadership certa. Il predominio economico e finanziario degli Stati Uniti e del dollaro esce fortemente scosso dalla crisi: non si è mai vista nella storia una potenza egemone carica di debiti, salvo nelle fasi di declino. La forza militare non basta da sola. Ad un nuovo equilibrio si arriverà gradualmente, ma la mancanza dell’Europa come soggetto politico si fa sentire e peserà. In verità in Europa dovremmo porci il problema di una accelerazione del processo di integrazione anche immaginando nuovi trattati tra i soli paesi disponibili: la difficoltà di coordinare ventisette paesi in una situazione di crisi come l’attuale è evidente.

L’incapacità di trovare un accordo cooperativo è deprimente e avvilente, e può essere foriero di regressioni nell’assetto dell’Europa. Non basta dare la colpa agli Stati Uniti. In questo momento sarebbe necessaria una Banca centrale in grado di muoversi come la Fed americana e non impedita o paralizzata da una visione scolastica del suo compito; sarebbe necessario un bilancio federale europeo, o per lo meno una politica fiscale espansiva coordinata, processi decisionali capaci di consentire velocità di intervento in caso di emergenze. La decisione tedesca di procedere da soli a livello di singolo paese sottovaluta la gravità della crisi e la circostanza che la Germania si troverà presto in recessione e non sarà in grado di esercitare una influenza adeguata nel riassetto della nuova finanza. La proposta di Sarkozy di dettare in sede di Consiglio europeo i criteri del nuovo sistema monetario internazionale è corretta come ispirazione di fondo ma politicamente infantile. Il nazionalismo e il provincialismo sembrano insuperabili per la cultura europea attuale.

Molto dipenderà dall’entità degli effetti della crisi finanziaria sull’economia reale. Effetti reali ci saranno sicuramente. Si tratta di vedere quanto saranno gravi. I consumi negli Stati Uniti stanno diminuendo e caleranno ancora a causa della crisi dei mutui e della progressiva difficoltà delle famiglie a fare fronte ai propri debiti. A ciò si aggiungeranno gli effetti del credit crunch sul sistema delle imprese e quindi un rallentamento della produzione e un aumento della disoccupazione che daranno un nuovo impulso alla recessione. Anche la Cina potrà essere coinvolta in un rallentamento produttivo. Anche imprese industriali indebitate potranno fallire, o diventare facili prede per acquisizioni da parte di fondi sovrani una volta che la discesa dei prezzi azionari sarà terminata. È improbabile una nuova grande depressione, ma senza coordinamento delle politiche monetarie e fiscali in tutto il mondo sarà difficile contenere la portata della crisi. In ogni caso, i mercati finanziari del futuro, nel nuovo equilibrio che prima o poi emergerà, saranno di dimensioni molto più limitate, i tassi di interesse saranno più alti, i prezzi più elevati: in sintesi, un nuovo mondo.

In questo contesto esistono evidenti rischi di regressione che – soprattutto in Europa – possono portare a un neostatalismo deteriore, a chiusure corporative e nazionalistiche, facendo leva sul rilancio in grande stile del pensiero reazionario europeo e sulla pretesa di esercitare il ruolo della politica come abuso di potere e imposizioni autoritarie. Dall’altro lato, lo sconcerto dei neoliberisti per quanto sta accadendo può portare a posizioni di difesa dell’esistente orientate a cambiare il meno possibile gli assetti attuali. In ogni caso deve essere chiaro che il futuro dell’Italia non potrà che essere quello di un paese integrato nell’economia internazionale che a sua volta non potrà funzionare per il futuro come negli ultimi due decenni.

La sinistra ha probabilmente sottovalutato i rischi e la natura dell’economia globale e di quanto stava accadendo. In alcuni casi per prudenza, o per necessità di “espiare” lo statalismo passato, ma anche per un’attrazione fatale verso ciò che appariva, e in certa misura era, nuovo e moderno. Oggi serve invece la massima lucidità e consapevolezza.1

[1] Il testo è tratto dall’intevento alla Conferenza economica del Partito Democratico, Roma, 6 ottobre 2008.

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