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Il voto nel Mezzogiorno

Written by Enzo Amendola Thursday, 09 October 2008 18:53 Print
Parte del successo elettorale del PdL è dovuto ai vo­ti del Sud. Un risultato che sarebbe inspiegabile al­la luce del programma e del linguaggio politico della coalizione di centrodestra, ma che trova il suo fondamento da una parte nel tradizionale voto clientelare e dall’altra nell’incapacità del centrosini­stra di trovare risposte alla questione meridionale.

Le elezioni di aprile hanno prodotto un governo, ma non ancora una classe dirigente con una visione d’insieme del futuro dell’Italia che non sia la mera sommatoria dei mille problemi locali. La prova, ancora una volta, sono le politiche per il Mezzogiorno e la rappresentazione che di esso se ne fa nella narrazione dei fenomeni che riguardano il Sud. Non ci si riferisce soltanto alle rituali battute della propaganda in chiave padana, sebbene esse siano sintomi – per quanto rozzi e grossolani – di un paese ancora segnato da forti fratture e soprattutto da rimozioni, come dimostra la lenta ma inesorabile emarginazione del Mezzogiorno dall’agenda politica nazionale.

Ne è dimostrazione ultima la campagna elettorale della scorsa primavera, in cui il tema è stato rimosso nella sua interezza. Le poche eccezioni, quando il riferimento a un generico Sud non era doveroso ma retorico, non avevano mai sullo sfondo una visione generale di modernizzazione dell’Italia da Bolzano a Siracusa. L’annosa questione meridionale nel migliore dei casi si è ridotta al racconto del Mezzogiorno come mera collezione di emergenze (rifiuti, mafie, emigrazione ecc). Con una miope e furbesca reductio, il Sud, da problema nazionale legato a deficienze e ritardi dello sviluppo italiano, è stato ridotto ad argomento polemico da brandire contro gli avversari citando in maniera allarmata singoli casi e specifiche emergenze. Sarebbe ingenuo sottovalutare emergenze e scandali, ma la loro semplice elencazione non è mai stata accompagnata né da alcuna visione globale di progresso né da un programma di riforme capaci di sviluppare un’idea moderna di Italia e di Sud e di risolvere (anche, ma non solo) i singoli episodi così ansiosamente additati. Nella campagna elettorale dunque il termine “emergenza” non è mai stato utilizzato per denunciare le condizioni complessive del Sud, bensì solo per alludere a singoli episodi sempre considerati in maniera avulsa dalle dinamiche delle società meridionali.

Con la dovuta distanza dalle elezioni e con l’apertura del dibattito sul federalismo, una disamina più approfondita di tali problemi è indispensabile. È dall’inizio degli anni Novanta che la tensione politica e culturale sulla questione meridionale ha perso peso. Si è arrivati a derubricarla come indecifrabile “problema aperto”, salvo ripescarla in coincidenza di gravi emergenze. Il terreno per questa rimozione era arato da qualche tempo grazie soprattutto al processo di sfilacciamento dell’unità nazionale. E, infatti, non hanno tardato ad emergere la questione di come recuperare il divario tra Nord e Sud e soprattutto il dubbio se tale recupero fosse o meno necessario.

La repentina apertura dei mercati e la dimensione globale della competitività sono state una formidabile occasione per una parte della classe dirigente del Nord (e non solo), per volgere lo sguardo altrove, con la malcelata illusione di poter aggirare la questione meridionale, divenuta apparentemente secondaria, se non addirittura dissolta dal nuovo assetto dell’economia mondiale. Nell’Italia settentrionale sono in molti a credere ancora che – nel “si salvi chi può” generalizzato – alcune regioni possano cavarsela indipendentemente dalle sorti delle altre e del sistema paese (tutto sommato è questo il distillato del pensiero leghista). Un cinismo verso il futuro dell’Italia contravvenuto solo per fini di mero opportunismo (un esempio: la connivenza tra imprese del Nord ed ecomafie). Un disinteresse cui nessuno è riuscito a contrapporre nuovi modelli, nuove idee, e una cornice entro cui dar loro senso pensando alla missione di un’intera nazione.

L’emergenza rifiuti in Campania (tema disgiunto da ogni altra considerazione sul Mezzogiorno) è stata uno dei principali terreni di conflitto elettorale, com’è evidente dall’ossessività con cui l’argomento è stato riproposto. Berlusconi e l’alleanza PdL-Lega, sondaggi alla mano, hanno usato lo spazio di aggressione e critica che il tema generosamente concedeva loro come moltiplicatore di consensi e occasione di critica all’incapacità amministrativa del centrosinistra e del suo maggior partito, protagonista nel governo della Campania. Una campagna ripetitiva che si è fermata solo dopo che Berlusconi ha chiuso la questione (tutto sommato portando a compimento il piano del precedente governo), vantando risolutezza nell’aver risollevato le sorti della città, fino all’iperbolico slogan di aver “riconsegnato Napoli all’Occidente”.

L’utilizzo propagandistico dell’emergenza rifiuti è stato per Berlusconi un utile strumento per mettere in discussione l’affidabilità delle forze del centrosinistra coinvolte a livello locale e nazionale. Le responsabilità locali sono indubbie, ma esse non assolvono nemmeno Berlusconi che, premier dal 2001 al 2006, aveva condiviso la gestione del commissariato di governo sui rifiuti. Quanto questa strategia abbia funzionato lo dimostrano i risultati.

L’analisi del voto offre indicazioni utili per quanto si intende qui sottolineare. Non basta concentrarsi sullo straordinario risultato della Lega Nord (8,3% a livello nazionale). Da una lettura più approfondita, s’intuisce che oltre alla vittoria nel Nord insieme alla Lega, il PdL deve gran parte della sua fortuna elettorale proprio al Sud, assumendo sempre più i connotati di un partito molto meridionalizzato, con la sua roccaforte in Sicilia. Inequivocabili i dati. Il PdL nel Sud passa dal 40,7% al 45,5% alla Camera e dal 41% al 45,6% al Senato; e stacca il PD di 15 punti con scarti in certe regioni impietosi. Si aggiunga una vittoria netta al Senato in tutte le regioni meridionali (Basilicata esclusa).

Si consideri per cominciare l’astensionismo. I non votanti rispetto alle precedenti consultazioni sono aumentati del 3,1%, in maniera abbastanza omogenea su tutto il territorio nazionale. Per il PdL il saldo è rimasto positivo, e per due ragioni: la perdita di un milione di voti che mancano dalla somma di FI e AN rispetto ai dati del 2006 è stata compensata dai risultati di Lega e MpA (2,2% di voti alla Camera nel Sud). All’opposto (e soprattutto nel Sud) il PD ha recuperato meno elettori in fuga dall’ex Unione e dalla Sinistra Arcobaleno ed è stato bocciato dal partito dell’astensionismo “intermittente” che è sceso in campo, diversamente dal 2006 (15% i ritornati al voto), a stragrande sostegno di Berlusconi. La mobilità degli elettori comprova anche in questo caso la meridionalizzazione del PdL. Si calcola che circa due milioni di elettori abbiano cambiato bandiera, ma la grande maggioranza l’ha fatto all’interno dello stesso schieramento. Difatti il PdL ha registrato i maggiori cali proprio al Nord (esemplare Verona con -13% e in generale tutto il Nord-Est) a beneficio della Lega (“sindacato del territorio”) che quindi ha fatto suoi i voti in uscita da FI e AN. Il PdL però ha intercettato al Sud, insieme all’UDC, i voti in uscita dal precedente centrosinistra e più specificatamente dal suo centro.

Il PD dal canto suo ha pagato la scelta di correre libero. La distanza con il PdL è rimasta inalterata, ma il distacco si è allargato se si prendono in considerazione le alleanze. Nel Sud il Partito Democratico può mantenere un certo grado di ottimismo per la sostanziale tenuta, se non limitata crescita, rispetto al 2006. La somma dei voti validi del 2008 al Sud è cresciuta in assoluto dell’1,34%, più che al Nord (0,89%) e meno che al Centro (3,54%). Risultato che tiene conto anche della caduta del PD in Molise (-11,8%) a favore dell’IdV e nella circoscrizione Sicilia 2 (-1,22%). Tutte le altre regioni meridionali fanno registrare segni positivi, rispetto al 2006, con la Calabria in cima alla classifica davanti al Lazio, e con la Campania che, visto il caos rifiuti, sotto la guida di Massimo D’Alema sorprendentemente cresce contro ogni pronostico.

Sono stati davvero pochi i commentatori (eccezioni per qualità e prontezza: Alfredo Reichlin e Michele Salvati) che hanno saputo da subito interrogarsi sulla strana composizione geografica del voto del centrodestra. Tanto più la meridionalizzazione del PdL apparirebbe inspiegabile, visto che le basi programmatiche, il lessico e la visione del paese dell’alleanza PdL-Lega comunicano un baricentro politico molto ancorato al Nord. Basta citare la proposta elettorale di federalismo fiscale, nata nel Consiglio regionale lombardo, e che manterrebbe il residuo fiscale positivo delle regioni del Nord fuori dell’orbita perequativa dello Stato, condannando alla semplice bancarotta le regioni meridionali. Se si esclude la posizione sull’emergenza rifiuti, o altre ipotesi suggestive come il ponte sullo Stretto o il richiamo alla fiscalità di vantaggio (MpA), l’alleanza di Berlusconi ha presentato nei suoi capisaldi programmatici un’idea dello sviluppo del paese in cui il Nord è il motore del sistema, e le sue paure e richieste le pietre angolari alle quali commisurare ogni scelta.

Un’alleanza elettorale che parla il linguaggio del Nord e che per il Mezzogiorno ha messo in campo solo promesse mirabolanti, si è vista premiare da un elettorato al quale non è stata offerta alternativa all’idea che i problemi del Sud siano ancillari rispetto alle fortune del Nord. Anziché prevalere il principio che l’Italia si salva se si salva il Mezzogiorno, si è lasciato credere l’esatto contrario e cioè che il Sud possa riscattarsi solo al traino del Nord, al quale bisogna arrecare il minor disturbo possibile. Un’idea dell’Italia a esclusiva trazione settentrionale, quella del centrodestra, non solo nelle ovvie variabili strettamente economiche, ma nella sua visione culturale e civile complessiva, come infelicemente sintetizzato da Tremonti: “Napoli: da capitale a prefettura”.

Perché dunque quest’apparente irrazionalità? Quali le ragioni per cui un’alleanza dal profilo chiaramente orientato a difesa d’interessi settentrionali ha grande consenso al Sud? Una prima, seppur ancora periferica, ragione sta nel riemergere del voto clientelare. Annotazione verosimile ma non esauriente, perché varrebbe anche per il centrosinistra che governa la maggioranza degli enti locali nel Sud. Si tratta in ogni caso di un fenomeno radicato nella realtà italiana, come indica un’indagine del Censis, secondo cui per «circa un quarto degli elettori nella quotidianità della loro esistenza il rapporto con la politica ha un carattere patologico, è scambio di favori, richiesta di soluzione di problemi personali».1 Il voto “micro personale” non va sopravvalutato, come l’inclinazione, già vista al Sud, a parteggiare per il possibile vincitore, sperando di condizionarne il successo.

La schizofrenia del “partito del Nord ma molto votato al Sud” non può essere giustificata nemmeno come premio per il buon governo della destra, che sul piano locale e nazionale non ha mai lasciato ricordi indelebili. La spiegazione principale di questa irrazionalità ha ragioni più profonde.

Il punto è che si è spezzata la fiducia nella capacità di un centrosinistra conflittuale di aggredire i problemi legando le diverse anime della coalizione, come visto in Campania nella lucida previsione di Mauro Calise a poche settimane dalla caduta di Prodi (messo alle corde proprio su questioni riguardanti due ministri campani, l’indagine su Mastella e il ruolo di Pecoraro Scanio nella crisi rifiuti): «Entrambi i fronti politici che scottano portano direttamente a Roma, e non per vie traverse. Il primo è quello delle alleanze a sinistra, la scelta di tenere insieme – non dieci mesi ma dieci anni di fila – l’anima riformista e pragmatica con quella fondamentalista e ideologica. Due anime che sono il sale dell’Unione, ma che fan- no quasi sempre a cazzotti. E in Campania lo scontro c’è stato, non nelle stanze ovattate di un ministero ma fisico, nelle piazze e nei cortei, mese dopo mese, anno dopo anno, cercando un punto d’incontro».2 In definitiva è dal Mezzogiorno che al centrosinistra arrivano i primi segnali d’inizio della parabola irrimediabilmente discendente di un’esperienza.

Gli ingredienti costitutivi della seconda Repubblica sembrano degenerare prima al Sud che al Nord: l’intreccio di personalismo e coalizioni unite più dal guadagno di parte che dal discrimine programmatico, un consenso alimentato dalla continua intermediazione tra diritti e gestione della spesa pubblica, un rapporto con l’opinione pubblica fondato sulla mediatizzazione degli annunci. Il PdL ne ha approfittato. Senza dover nemmeno nascondere una linea ideologica targata Tremonti-Bossi, e nonostante l’assenza di una leadership meridionale riconoscibile, ha sfondato al Sud passeggiando sulle macerie dell’avversario. Rimane in piedi solo il PD, colto nel momento della sua nascita, senza un vero radicamento territoriale e troppo ansioso di accreditarsi al Nord per raccogliere la bandiera meridionalista scevro da sensi di colpa. Neanche i discreti risultati del breve governo Prodi hanno resistito di fronte a questo terremoto politico. Paradossalmente, proprio sulle politiche per il Mezzogiorno, l’Unione ha realizzato una concertazione continua con regioni e parti sociali basata sul documento approvato al CNEL, con un metodo di governo privo delle rituali risse autolesionistiche. Ma questo prodotto non assolve i governi dell’Ulivo e dell’Unione, tanto a livello nazionale quanto locale, se confrontiamo le politiche di crescita e coesione sociale con i risultati conseguiti. Le macerie elettorali discendono perpendicolarmente dalla pratica di governo, locale e nazionale, che poco ha intaccato le condizioni strutturali di arretratezza del Mezzogiorno. Si pensi ad esempio ad alcuni ambiti su cui la capacità di intervento è stata limitata: il pieno monopolio della legalità, un mercato libero da intermediazione politica e privilegi e una spesa pubblica priva di progetti strategici e mero strumento di consenso sociale. Poco si è investito su talenti e competenze, per favorire una rivoluzione meritocratica capace di spezzare il giogo del corporativismo, del familismo e della delega all’uomo forte del momento. Insomma, se il centrodestra e il PdL hanno riconquistato il Mezzogiorno, è grazie al fatto che la classe dirigente di centrosinistra ha accompagnato, senza impedirlo, l’allargarsi di nuove fratture sociali ed economiche. Tutto ciò ha deluso tante attese, i “frustati degli incentivi e della spesa pubblica” hanno investito su altri protagonisti che hanno trovato la strada spianata e senza avversari. La partita però non è chiusa. E non solo perché alla fine il radicamento territoriale al Sud del PdL comincerà a non collimare con l’opposto radicamento al Nord della Lega. Il PD e la nuova alleanza dei riformisti pos- sono crescere riuscendo a interpretare il problema del Sud nella prospettiva del futuro dell’Italia. La batosta elettorale è stata netta, ma c’è lo spazio per una forza di stampo europeo che sia in grado di comprendere in un’unica visione aree geografiche asimmetriche e talvolta inconciliabili. I presupposti ci sono: si tratta di disegnare un progetto di sviluppo complessivo che valorizzi le vocazioni geografiche, tanto più che dal punto di vista geopolitico l’Europa guarderà sempre più a Sud (si consideri, ad esempio, Sarkozy, intento a rilanciare la politica euromediterranea e a chiudere accordi commerciali ed energetici nell’area). È necessario far capire alle macroregioni come la reciproca convenienza consista nel superare il dualismo italiano, accantonando l’approccio emergenziale e riannodando i fili di un pensiero nazionale.

Abbiamo bisogno, però, di liberarci di un equivoco che si consuma da qualche anno. Evocare i problemi e le ansie del Nord riassumendoli alla voce “questione settentrionale” induce (per similitudine con “questione meridionale”) a considerare i due temi come analoghi. Essi invece, pur essendo le due facce di una stessa medaglia, la questione italiana, rinviano a problematiche differenti. Dalle infrastrutture ai servizi pubblici, dalla macchina amministrativa al welfare, è l’incapacità ad affrontare il “caso italiano” che amplia le distanze tra Nord e Sud.

Come sostengono molti studiosi, la questione settentrionale riguarda l’inettitudine della politica di rappresentare esigenze e bisogni di una società complessa e su livelli di sviluppo sempre più competitivi. È fuorviante di conseguenza assimilare le due “questioni”. Non si tratta di rispolverare uno stantio rivendicazionismo meridionale, ma è paradossale dimenticare il persistere di divari obiettivi tra le due aree del paese (non è necessario presentare qui un elenco dei dati statistici, è sufficiente una consultazione a caso per ottenere risultati sempre univoci).

Non ci sono scorciatoie per i riformisti. L’incapacità di accorciare il divario tra Nord e Sud rischia di far saltare il fragile compromesso nazionale. L’assistenzialismo degli anni Ottanta, la totale assenza di un modello di sviluppo alternativo, fino all’uso nient’affatto strategico dei fondi strutturali dell’Unione europea, hanno alimentato la rassegnata conclusione sull’irrecuperabilità del divario. E l’opinione comune non cambierebbe nemmeno scoprendo che negli ultimi venti anni, i finanziamenti della politica straordinaria e la spesa in conto capitale aggiuntiva (europea e nazionale) sono stati utilizzati in gran parte per compensare una spesa ordinaria decrescente. In conclusione, per rilanciare un compromesso nel paese, una nuova classe dirigente deve dare alla questione italiana una nuova prospettiva, che abbia la determinazione e la lungimiranza viste in altri paesi, dalla Germania alla Spagna, e che eviti il suicidio federalista del Belgio. Qui emerge l’ambizione del PD, il profilo di una forza riformista che avoca a sé la questione meridionale e la reinterpreta in un passaggio della storia repubblicana segnato da incertezze e fallimenti.

Per questo è necessario avere una propria agenda per la riforma dello Stato e della spesa pubblica. L’attuazione del titolo V della Costituzione, il riordino dell’autonomia finanziaria dello Stato e delle regioni è nelle mani di una maggioranza parlamentare che da un lato vuole bloccare i trasferimenti impliciti tra le regioni e dall’altro centralizza nel prossimo triennio le risorse per il Mezzogiorno. Tocca ai riformisti svelare i limiti di una visione federalista animata da antimeridionalismo, che si vuole introdurre non per via costituzionale e che implica una ripartizione delle risorse senza un’indicazione chiara dei benefici sulla spesa e della pressione fiscale. Si badi bene, il meridionalismo storico ha dentro di sé una venatura autonomistica tale da non temere un assetto federalista. Tutto sta nel distinguere l’anima innovatrice del dibattito sulle riforme da uno spirito di puro egoismo localistico (presente nella Lega quanto nel MpA), accettando di esaminare anche le contraddizioni presenti ad altri livelli, per esempio, nello stesso Nord tra regioni a statuto ordinario e a statuto speciale.

L’agenda dei riformisti dovrebbe altresì far leva sulle vocazioni territoriali e investire su settori dai quali il Nord e l’intero paese trarrebbero beneficio: si pensi al modo di intercettare le nuove rotte commerciali o alla nascita di una piattaforma energetica nel Sud che possa lenire la sete di approvvigionamento di Italia ed Europa. I tempi della concorrenza globale sono stringenti e l’Italia deve trovare meccanismi per competere come paese nella sua interezza, cancellando quegli aspetti perversi del dualismo che ancora persistono. Un esempio limite è costituito dal ruolo delle mafie nell’economia italiana; nel film “Gomorra”, Toni Servillo interpreta un colletto bianco della camorra che media tra industrie e malavita per eliminare i rifiuti a prezzi fuori mercato: «Lo sai quanti operai si sono salvati perché non faccio spendere niente alle loro aziende?» chiede arrabbiato al proprio assistente, che gli risponde amaro: «Salvi un operaio a Mestre per uccidere una famiglia a Mondragone». Uno spaccato dell’Italia che sopravvive nell’illegalità e grazie all’illegalità e che ha avuto campo libero con il venir meno degli assi portanti dello sviluppo nel Mezzogiorno: la qualità della formazione e la forza della moderna produzione industriale. Ed è proprio da questi due investimenti, ricorrenti nel pensiero di diversi meridionalisti, che non si può prescindere per recuperare un respiro strategico e una vocazione che faccia ritrovare, senza inutili espedienti, i destini del Mezzogiorno con l’Italia e con l’Europa.

[1] Censis, Motivazioni e contenuti delle scelte di voto nelle elezioni politiche 2008, Roma, 29 aprile 2008, disponibile su www.censis.it/files/Ricerche/2008/politiche_finale.pdf.

[2] M. Calise, La crisi allo specchio, in “Il Mattino”, 20 gennaio 2008.

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