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Il lavoro, l'Europa, il programma: tre domande alla sinistra politica

Written by Adolfo Pepe Thursday, 09 October 2008 18:52 Print
Alla pressante domanda di cambiamento prove­niente da un ceto dirigente politico che si è avvita­to da due decenni in un’anomala e pericolosa in­versione di ruoli e in una persistente incapacità di far uscire il paese dalla grave crisi che lo attraversa, il sindacato e il lavoro, forti del ruolo modernizza­tore da essi svolto, ed esercitando il proprio diritto storico a dettare l’agenda politico-economica, ri­spondono ponendo alla sinistra politica tre doman­de programmatiche decisive per il proprio futuro e per quello del paese.

La riflessione sulla lunga storia della CGIL e del movimento sindacale italiano, sviluppata dalla Fondazione Di Vittorio negli ultimi anni, è servita a richiamare il ruolo modernizzatore in chiave nazionale svolto dai lavoratori e dai valori che hanno alimentato le loro lotte, nonché a fissarne il nesso inscindibile con la democrazia politica e la giustizia sociale ed economica.

È apparso evidente come questa componente, spesso da sola e comunque quasi sempre in modo preminente, sia stata decisiva nei passaggi cruciali e difficili della nostra storia unitaria. Senza dubbio, nessun’altra componente della società italiana ha svolto nel lungo periodo un’analoga funzione di raccordo, coesione e stimolo, meno che mai i frastagliati segmenti della classe dirigente politica, economica e culturale del paese. Questa funzione del lavoro è stata tanto più significativa in quanto si è caratterizzata per la propria costante capacità di superare le crisi, le divisioni, le arretratezze e gli errori che la hanno, per così dire, strutturalmente accompagnata.

Ed è per questo codice genetico del lavoro e dell’organizzazione sindacale che, ci sembra, la lettura del grave declino italiano – iniziato da alcuni decenni e che ha ormai assunto i connotati di un’evidente, perdurante anomalia disgregatrice nel quadro dei paesi occidentali – dal punto di vista del lavoro sia forse l’unica che possa contribuire non solo a comprendere i termini reali della crisi dell’ultimo triennio, ma anche ad ipotizzare alcune possibili e credibili vie d’uscita per la stessa sinistra e per il paese. Va tuttavia osservato che anche per il lavoro e il sindacato la comprensione del carattere di tale crisi è reso più arduo dalla peculiare impasse che si è determinata. Infatti, a fronte di una sinistra politi- ca che appare estraniarsi dal tessuto profondo della società sino a perdere capacità di incidere sull’assetto formale del quadro politico-parlamentare, fa riscontro l’affermazione di un conglomerato territorial-populista di destra, estraneo alle principali correnti politiche conservatrici occidentali. Per la prima volta il lavoro e il sindacato si trovano di fronte ad un doppio cortocircuito, quello concernente il rapporto fra rappresentanza politica e identità nazionale, e, insieme, quello concernente lo status e la legittimazione internazionale del paese.

Il primo rinvia alla crisi della tradizionale funzione storica di sutura tra società e istituzioni proprie della sinistra politica, il secondo attiene al venir meno della funzione storica della destra quale raccordo e mediazione con gli establishment economico- finanziari e politico-culturali internazionali.

Ne è derivata un’alterazione, quasi uno scambio di ruoli, con la sinistra divenuta espressione e garante della legittimazione internazionale del paese e la destra impegnata nel radicamento sociale e nell’assunzione della rappresentanza politica di mediazione fra società e istituzioni.

Espresso con altro linguaggio, negli ultimi due decenni la sinistra ha perduto l’orizzonte del riformismo quale base del compromesso nazionale secondo il modello socialdemocratico e la destra ha perduto la vocazione alla rivoluzione conservatrice. Ma al tempo stesso la sinistra non ha potuto far proprie le ragioni e le modalità di attuazione della rivoluzione conservatrice quale base e programma della sua funzione dirigente del paese, e la destra non ha potuto realizzare un autentico programma riformatore neppure in senso liberale della società e delle istituzioni italiane come elemento di convergenza con i movimenti conservatori internazionali.

In presenza di una così innaturale commistione di funzioni e programmi, all’interno della classe dirigente nel suo insieme, il sindacato e il lavoro hanno sicuramente registrato una progressiva difficoltà ad assumere una funzione che costringesse ciascuna forza politica ed economica a scelte programmatiche convergenti nel dipanare questa innaturale inversione di ruoli, così come era accaduto in altre fasi cruciali della storia italiana. Cosicché il punto di partenza è e rimane questo, e non sono valsi ad attenuarne la crudezza dei contorni né l’autoproclamata centralità della politica, né le ricorrenti enfatiche rivendicazioni delle virtù delle imprese e del mercato quali unici demiurghi della crisi italiana. Siamo in presenza di una crisi verticale, evidenziata dalle vicende dell’ultimo triennio, e dal punto di vista del lavoro e del sindacato si registrano insieme l’acuta percezione della gravità della situazione e la consapevolezza che questa volta essi da soli non riusciranno a introdurre un ennesimo circuito virtuoso nella storia di questo paese. È opinione di chi scrive che la crisi attuale della sinistra affondi le sue peculiari radici nel più generale processo cui si è fatto cenno, e tuttavia la discussione politica sulle prospettive deve rimanere ancorata, anche se appare doloroso e molti sono gli sforzi per evitarlo, al colpevole groviglio di scelte e di responsa- bilità che hanno caratterizzato la malaccorta gestione del governo Prodi, il suo affondamento autolesionista e la formazione del Partito Democratico come fattore e insieme espressione di questo duplice processo.

Non è facile, dal punto di vista del lavoro e del sindacato, comprendere le ragioni, proprio in quanto pensate come machiavelliche, che hanno condotto tutti i principali attori a convergere in una così disastrosa operazione dalla quale è scaturito uno scenario la cui gravità non consiste soltanto nella vittoria del conglomerato berlusconiano, nell’espulsione dal Parlamento della sinistra radicale o nell’evanescenza del PD come forza di opposizione, bensì nell’aver determinato una miscela di mielismo (Paolo) e di scalfarismo (Eugenio) quale pendant al berlusconismo per restaurare l’autonomia e la funzione dirigente e decisionale della politica.

L’aver fatto proprie pressoché a freddo le forti pulsioni che derivavano dal cerchiobottismo della “palude” capitalistica e dall’elitismo etico e arrogante della “borghesia amica” ha aiutato ad interpretare la difficoltà riformatrice in senso strutturalmente redistributivo del governo Prodi come un punto fermo dal quale partire per spingere ulteriormente la ricerca dell’autonomia della politica verso una sorta di resa dei conti finale con il mondo del lavoro, piegando i principi liberali e di mercato e il pedagogismo politico nell’unica direzione di evadere la questione cruciale costituita dall’insopportabile sperequazione economica e di reddito tra il lavoro e gli altri fattori della produzione.

Non casualmente l’intera questione della riforma del welfare, l’insostenibile divaricazione del differenziale salariale rispetto a quello europeo, le politiche orientate allo sviluppo si sono capovolte per un verso nella anacronistica assunzione di politiche compassionevoli verso gli ultimi, e per un altro con il ritorno alla annosa questione della centralità della produttività applicata al solo salario e al reddito da lavoro dipendente, ovvero con il neo-protezionismo colbertista e pietistico alla Tremonti.

Naturalmente la Confindustria, che ha ben capito il gioco, ha tradotto questo, sotto la nuova presidenza, nel pressing per la riforma del modello contrattuale, mentre, con minore eleganza, l’ala più scomposta del governo Berlusconi cavalca il consenso elettorale per smantellare le regole del mercato del lavoro, erodere sistematicamente la pur debole impalcatura giuridico-normativa posta a protezione del lavoro dipendente e presentare la questione dei “fannulloni” come via maestra per la razionalizzazione della Pubblica amministrazione.

Per tal via si è individuato nel mondo del lavoro, con una pericolosa reductio ad unum paradossale e unica nel panorama occidentale, la causa prima dei problemi irrisolti del riformismo, del superamento della crisi nazionale, del rilancio del sistema economico e produttivo, della restaurazione dell’ordine e dell’efficienza politica. Al contempo, si è traslato su di esso e solo su di esso e in forma punitiva ed esemplare, il peso e la responsabilità per la soluzione della crisi complessiva. In questa traslazione è possibile leggere un’altra pericolosissima divaricazione che qualifica la crisi della sinistra e dell’Italia: quella con le modalità attraverso le quali i principali paesi occidentali hanno, pur con modulazioni differenziate, affrontato le conseguenze dell’impatto dell’internazionalizzazione economicofinanziaria e del prevalere dei principi della forza e della guerra nella regolazione del sistema internazionale sugli equilibri consolidati delle diverse società nazionali.

In realtà, il percorso italiano che in qualche misura, nella cosiddetta età dell’oro del secondo dopoguerra, utilizzando al massimo la doppia protezione del mercato e della finanza americana e dell’allargamento dell’economia tedesca, era riuscito a tenersi pressoché in linea con alcune caratteristiche di fondo dei modelli politico-sociali occidentali, dalla grave frattura dei primi anni Novanta ha finito per orientarsi verso le secche di una tradizionale restaurazione dei rapporti sociali a capitalismo primitivo e selvaggio, all’interno dell’involucro postmoderno di una finanziarizzazione distruttiva del sistema produttivo e grottesca imitazione dell’analoga trasformazione avvenuta nei regimi anglosassoni.

L’Italia, entrata a fatica e con profonde contraddizioni nella rivoluzione fordista, è riuscita a tenere le contraddizioni economico-sociali in equilibrio con il mantenimento della democrazia solo per la straordinaria maturità del mondo del lavoro e della sua rappresentanza sindacale e, per alcuni versi, politica. È uscita a pezzi dalla dissoluzione del fordismo, con il ceto economico e politico smarrito di fronte all’esigenza di progettare un autentico rinnovamento del ciclo storico del paese con uno sforzo che non si riducesse all’incredibile scorciatoia di identificare questa nuova fase con l’abolizione del lavoro, della sua funzione, dei suoi diritti.

Certo non ignoriamo il duro logoramento che il sistema italiano ha subito durante il ventennio fordista per non aver saputo utilizzare ed elaborare la disponibilità del mondo del lavoro a consolidare la costruzione della democrazia politica con un grande e autentico compromesso socioeconomico basato su una reale ed effettiva redistribuzione e scambio di potere e ricchezza secondo lo schema fondamentale delle democrazie occidentali. Giova forse ricordare oggi che l’unica vera redistribuzione di reddito a favore del lavoro dipendente la si deve registrare in quella fase, non certo nella pur importante contrattazione decentrata dei primi anni Sessanta, quanto nei due grandi cicli contrattuali nazionali del 1969-72. L’afasia dell’economia e la miopia della politica appaiono troppo marcatamente e vistosamente colpevoli per trovare nel logoramento del fordismo una giustificazione politica e intellettuale alla caduta verticale che inizia con gli anni Ottanta e che, dopo la crisi dei primi anni Novanta, fa imboccare al paese e al suo sistema economico e istituzionale una strada che diviene molto più simile, nel suo travaglio di marginalità economica e di crisi sistemica, a quella dei paesi dell’ex impero sovietico che non alle pur difficili transizioni delle democrazie europee e occidentali.

In un quadro simile appare evidentemente difficile considerare possibile discutere del ripensamento del ruolo e delle strategie del sindacato a partire dalla domanda di cambiamento e di adattamento che giunge pressante non tanto da una destra incapace di attuare una rivoluzione conservatrice di tipo thatcheriano che vada allo scontro diretto con il sindacato e che al contempo porti a compimento un’autoriforma di se stessa, ma da una sinistra che pensa di poter svolgere essa stessa quel ruolo e ottenere una trasformazione del sindacato funzionale alla caotica mutazione genetica di se stessa e della sua azione.

Che sia questa sinistra, quale parte di questa classe dirigente, a chiedere al lavoro di risolvere la crisi italiana, è la vera radice della frattura del paese e della sua distonia con l’Europa e l’Occidente, ciò che rende arduo completare la transizione istituzionale giacché si è trasformata in rimessa in discussione costituzionale, introdurre la normalità “dialogica” tra le forze politiche, giacché è di fatto trasformismo indistinto, riformare lo Stato sociale giacché è un semplice togliere, non solo al lavoratore ma ormai anche al cittadino, una drastica contrazione dello spazio pubblico a beneficio di un privatismo senza prospettiva o infine riscrivere le regole liberali dell’economia di mercato giacché si tratta di ricopiare quelle fallimentari del capitalismo manageriale e finanziario che è stato bollato come «capitalismo delle locuste», e ha prodotto il marasma finanziario internazionale dell’ultimo biennio. Il senso dell’analisi svolta, naturalmente, non esclude l’assunzione di responsabilità da parte del mondo del lavoro e della sua rappresentanza sociale che, pur scontando un evidente disorientamento – che è comunque altra cosa rispetto alla sua scomparsa o irrilevanza – non si è affatto sottratta a porsi e a porre all’intera società italiana la sfida principale per tentare di trovare una soluzione virtuosa. Essa consiste nel discutere apertamente e senza infingimenti sul punto dirimente di chi pone le domande e quali debbano essere le risposte degli interrogati. È convinzione di chi scrive che l’agenda della sinistra per il paese debba essere costruita sulla base delle domande del mondo del lavoro, debba cioè prevedere risposte programmatiche chiare intorno a tre priorità. La prima concerne l’abbandono di una concezione volta a considerare il lavoro come sola variabile funzionale all’impresa e a rinunciare a un’astratta equidistanza tra le esigenze del lavoro e le cosiddette priorità delle imprese. Come in tutti i regimi democratici, la rappresentanza politica della sinistra assume a base della sua funzione dirigente complessiva del paese la tutela degli interessi e la salvaguardia dei valori del lavoro dipendente – cioè della stragrande maggioranza dei cittadini – in tutte le sue complesse e variegate articolazioni, e negozia con il sistema economico gli scambi necessari a rendere ottimali le funzioni dei fattori della produzione, il ruolo della politica pubblica, la collocazione internazionale e geopolitica del paese.

Non è accettabile non solo l’assenza programmatica delle tematiche del lavoro, ma anche l’affiorare di una duplice derivata operativa: ritenere normalizzante e funzionale a un partito “a-lavorativo” un processo di unificazione delle strutture confederali volto a creare un baluardo burocratico di controllo e trasmissione del consenso del mondo del lavoro ad un simile programma; trasmettere un messaggio sistematico di appoggio e di sostegno al mondo delle imprese nelle loro scelte strategiche sulle questioni concernenti i rapporti di lavoro.

Il ripristino, dunque, di una forte dialettica e di un’autonomia propositiva e critica nei confronti del sistema economico deve essere considerata parte prioritaria della progettazione di una incisiva politica autonoma di sinistra, credibile per i lavoratori ma utile in questo senso anche per lo stesso management delle imprese. Il capitalismo italiano, se di una cosa non ha bisogno è di perpetuare la storica subalternità della politica ai suoi istintivi impulsi a volare basso e a riprodursi con crescenti malformazioni: non si chiede né dirigismo, né programmazione, né statalismo, più semplicemente l’assunzione da parte della politica di un punto di vista inclusivo ma non coincidente meccanicamente con gli assetti, gli uomini e le strategie del capitalismo italiano. La seconda priorità, strettamente connessa e derivata dalla prima, comporta un taglio netto con ogni confusa e inutile ricerca di uscire dalla crisi con la costruzione artificiale di modelli americani e con la coraggiosa assunzione del Modello sociale europeo come cornice obbligata di riferimento per qualsiasi forza politica che abbia una radice pro-labour, senza lasciarsi ingannare da un’impossibile equiparazione tra quanto sta accadendo nei principali partiti della sinistra europea e l’anomala ed eccentrica dislocazione della rappresentanza politica di sinistra in Italia.

Tutta la sinistra in Europa governa o cede quote di consenso solo con riferimento alla capacità di rappresentare e tutelare i grandi interessi popolari, limitandosi le leadership ad un’importante funzione di declinazione di questa politica in politiche compatibili con la accettazione da parte dell’establishment economico e finanziario dei vincoli posti dal lavoro. La sinistra non cede quote di consenso in Europa se le viene ritirata la delega dell’establishment economico e finanziario, ma solo quando perde il consenso della maggioranza dei lavoratori.

Governa dunque, sempre e comunque, in senso pro-labour; va all’opposizione sempre e comunque perché non pratica e non riesce a praticare tale politica.

Cosicché in Europa le modifiche dei gruppi dirigenti della sinistra, ora in senso radicale, ora in senso moderato, rispondono sempre e comunque al principio fondamentale che è la società del lavoro a fare da barometro, segnalando la linea da seguire e le correzioni da apportare, anche quando la frattura giunge fino al punto di provocare un vero travaso di consenso popolare verso i partiti conservatori, rompendo il patto storico interno di rappresentanza. È del tutto evidente che per la sinistra italiana si tratta di partecipare a questo processo ricostruendone i presupposti.

Infine, la terza priorità deriva da una realistica, prevedibile previsione di stabilità e insieme di inconcludenza dell’attuale conglomerato di governo, che prescindendo da qualsiasi tattica collaborativa o conflittuale, impone alla sinistra la necessità di formulare un vero e proprio “programma di crisi” di ampio respiro e di stampo europeo, che le consenta di tornare ad assumere un effettivo ruolo di direzione politica del paese, senza supplenze, inversioni di ruoli e vuoti funambolismi.

Il lavoro e il sindacato, dal canto loro, nonostante la moderazione del linguaggio e la disponibilità a discutere, trattare e concludere, nonostante lo sforzo di tenere unito il baricentro unitario delle Confederazioni, non rinunciano a rivendicare, su questa base, il diritto prioritario a formulare essi le domande o se si vuole l’agenda della politica e dell’economia italiana. Noi crediamo che se si rilegge con pacatezza, senza apriorismi ideologici, la storia di questo paese, ci si renderà facilmente conto che questo diritto non solo è apparso incomprimibile, ma è risultato indispensabile per uscire da difficoltà altrimenti insuperabili. Ed è questa, in ultima istanza, la lezione di politica ancor oggi attuale di Giuseppe Di Vittorio.

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