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Il valore sociale della famiglia

Written by Antonio Sciortino Thursday, 09 October 2008 18:13 Print
In un paese che registra tassi di natalità sempre più bas­si e un progressivo e drammatico invecchiamento della popolazione, la famiglia viene sempre più considerata, dalla politica come dagli individui, un peso invece che una risorsa. Le politiche per la famiglia adottate finora hanno condiviso un approccio ispiratore prevalentemen­te individualistico, che mancava di riconoscere l’apporto positivo che la famiglia può dare all’organizzazione del lavoro e della società. Il superamento di questo approc­cio, e quindi l’elaborazione e l’adozione di un “welfare comunitario” consentirebbe finalmente di riconoscere il valore sociale aggiunto che la famiglia può offrire.

L’impresa è sempre più difficile e non solo per via degli indicatori economici, i quali spiegano che la famiglia arranca in un’Italia sempre più vecchia. La questione vera è quella del riconoscimento della famiglia nel vasto panorama degli arrangiamenti degli stili di vita quotidiani. Così è difficile tenere una rotta giuridica e anche economica, cioè capire cosa debba fare il welfare nel paese dove le controversie sulla famiglia si sono infiammate negli ultimi anni. Il settimanale “Famiglia Cristiana” e il Centro studi internazionali sulla famiglia (CISF), istituto di analisi della Società San Paolo, l’editore dei periodici paolini, da anni dedicano il proprio sforzo culturale all’attenzione del fenomeno “famiglia” e ad una lettura della realtà proprio a partire dalla situazione delle famiglie italiane.

I Rapporti del CISF e gli articoli di “Famiglia Cristiana” sono lì a dimostrare che ormai siamo di fronte ad un problema su cui si decide il destino della civiltà, non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale. Cos’è la famiglia? Esiste ancora la famiglia? Come la politica deve porsi di fronte ad essa? E l’economia? C’è chi vede il problema e ritiene che la soluzione stia nell’abbandono dell’idea che esista ancora la famiglia. Altri invece ritengono urgente riconsiderare il problema del riconoscimento della famiglia in senso proprio, quella chegli studiosi chiamano “normo-costituita”, cioè un uomo e una donna con i figli, se ci sono. Noi abbiamo sempre sostenuto che ha ancora senso parlare di famiglia come specifica istituzione sociale con una vocazione pubblica sui generis e che invece sia sbagliato parlare solo di “famiglie di scelta”, families of choice, come si dice nel mondo anglosassone, un archetipo culturale e politico per cui ognuno può fare famiglia come più gli aggrada, secondo desiderio, e invocare quindi un riconoscimento pubblico.

Su questo tema in Italia il dibattito si è fatto molto serrato, provocando uno scontro ideologico, che non fa assolutamente bene al paese, e una rappresentazione diffusa della situazione della famiglia fortemente falsata. Al di là di ogni polemica, infatti, la maggioranza della popolazione vive in una famiglia “normo-costituita”, che si aspetta per sé provvedimenti precisi ed efficaci circa i propri doveri e diritti. Invece accade spesso che le istituzioni politiche, quelle economiche, ma anche il racconto della famiglia che fanno i media, non riconoscono più questa famiglia maggioritaria, oppure si danno da fare per neutralizzarla. Insomma, manca chiarezza. Ciò accade anche per via dei numeri di un paese sempre più vecchio e più povero e sempre meno incline a riconoscere valore sociale alle coppie di giovani che disperatamente, tra lavoro precario e mutui salati, mancanza di sostegno e protezione sociale, cercano di “mettere su famiglia”. In Italia le famiglie con figli sono spesso considerate (e purtroppo molte volte si considerano loro stesse) un’emergenza.

Ma è la situazione generale del nostro paese a definire il problema. Siamo il paese più vecchio del mondo e il primo nella storia dell’umanità nel quale il numero delle persone con più di 65 anni ha superato quelle con meno di 14 anni. Il sorpasso storico è avvenuto nel 1993 e da allora le cose non sono che peggiorate. C’è una preoccupazione forte degli studiosi delle dinamiche sociali sul futuro di un paese relegato all’ultimissimo posto nella classifica dei ventisette che fanno parte dell’Europa per quanto riguarda la popolazione più giovane. Negli ultimi anni i dati sull’aumento delle nascite sono migliorati solo per la presenza di cittadini extracomunitari.

Ciò che invece ancora non accade è l’inversione di tendenza, cioè il ritorno al segno positivo, deitassi di fecondità. Il modello degli uomini e delle donne italiani resta quello classico di due figli per coppia. Ma è solo un desiderio. La realtà è diversa. L’anno scorso il Rapporto del Centro studi dello “Spedale degli Innocenti” di Firenze commentava così la situazione: «Bisogna onestamente ammettere che le più giovani generazioni di donne sono piuttosto lontane dal dar seguito alle proprie aspettative di fecondità». La causa è il sempre minor ricorso al matrimonio e il suo procrastinamento verso età via via più mature, poiché la fecondità delle donne nel nostro paese si sperimenta ancora oggi in larghissima misura all’interno del matrimonio. Dunque non è vero che nelle unioni di fatto, nelle coppie che non si sposano, nascono figli in misura così rilevante. È vero che le convivenze stanno crescendo, ma si decide per un figlio quasi solo se ci si sposa. L’età media del matrimonio in Italia è arrivata a 32 anni per gli uomini e a 29 per le donne, un dato che incide fortemente sull’età media del primo parto, che nel nostro paese ha ormai raggiunto i 31 anni. Non è una variabile da poco, perché incide sul numero medio dei figli per donna, perché se cresce l’età media del parto si accorcia il periodo riproduttivo residuo della donna. E l’Italia soffre.

Il tasso di vecchiaia, cioè il numero di anziani ogni 100 ragazzi tra 0 e 14 anni, è di 137,8. Siamo tra i dieci paesi più vecchi, insieme, tra gli altri, a Germania, Grecia, Bulgaria e Spagna. Altri diciassette paesi hanno un tasso inferiore a 100, segno che il numero dei ragazzini supera quello dei vecchi. Solo in Campania il tasso è inferiore a cento. La punta estrema dello squilibro generazionale si tocca in Liguria (242) e in Toscana (191). La Campania è anche la regione che ha il maggior numero di minori rispetto alla popolazione residente (21,7%). Quella che ne ha di meno è il Piemonte, con appena il 14,5%. Combinando insieme tasso di vecchiaia e numero di minori residenti, che è un dato più facile da interpretare, si può misurare la fatica che farà il nostro paese in futuro. Considerando pari a 100 le famiglie italiane, quelle con figli sono solo 40.

Cosa deve fare il mercato? Investire sulle famiglie con figli o occuparsi, più proficuamente, di quelle che i figli non li hanno e spesso dispongono di molte più risorse? In Italia si è fatta una rivoluzione al contrario, poiché la famiglia con figli, quel-la più normale, è diventata una tipologia minoritaria. Prima si è imposto il modello del figlio unico, poi si è scivolati drammaticamente verso il modello delle coppie senza figli. La situazione più inquietante, dove le cose vanno peggio, si registra nel Nord- Est, ex marca bianca, la terra del contrappunto di campanili, dove si registra la più alta quota di single e di famiglie senza figli. Al Sud invece c’è il numero più basso di persone che vivono sole e quello massimo, oltre il 50%, delle coppie con figli. Tutto si ripercuote sui bambini, cioè sul futuro del paese. Sono bambini soli, che si confrontano meno con i fratelli; sono bambini, dicono gli studiosi, sicuramente più tristi, avendo a che fare quasi esclusivamente con degli adulti. In Italia solo il 20% dei ragazzi di 14 anni ha un fratello. Ma c’è un altro dato che fa riflettere: i figli unici tendono a frequentare altri figli unici. Insomma la famiglia comincia a far paura fin da piccoli. Non ci si abitua alla famiglia e il futuro rischia di tendere dal grigio al nero. Non si tratta solo di soldi che mancano, ma anche di mentalità culturali da correggere. I figli costano. Le protezioni sociali e lavorative per le mamme fanno ridere. Il rischio di povertà schizza in alto all’arrivo di un secondo figlio. Così sui figli si litiga tra coniugi. Il 26% delle discussioni più accese in una famiglia avviene sull’ipotesi di mettere al mondo i figli e oltre la metà su come spendere i soldi, questione, quest’ultima, che è evidentemente legata alla prima. E in molte famiglie le discussioni finiscono male. Si spacca un matrimonio su tre. E oltre sessantaduemila bambini vengono coinvolti nelle separazioni e soffrono.

Così è chiaro che le protezioni sociali servono a volte anche a tenere in piedi i matrimoni. Ma occorrono soldi pubblici. La questione degli asili nido è assai interessante, perché apre alcune prospettive sulle politiche familiari, se la si osserva in una prospettiva più lunga. Quelli pubblici sono cresciuti in sette anni del 20%, quelli privati di oltre il 200%. La domanda quindi esiste, anche perché è ormai chiaro che per sostenere una famiglia non bastano gli assegni familiari, ma ci vogliono due redditi. Gli attuali posti negli asili nido coprono a stento il 10% della domanda potenziale. C’è poi l’ampio capitolo della labilità delle reti di protezione per la famiglia che finisce per marcare molti aspetti educativi nel rapporto con la realtà. Le famiglie lasciano di più i figli in giro e per stra-da c’è il branco, lo spinello, il motorino da usare con poca responsabilità. Il numero dei quattordicenni che muoiono per incidenti stradali è salito del 34%. Eppure l’intero sistema politico di spesa, oltre che quello educativo, lascia in Italia i minori in fondo alla fila.

Insomma, non viene più riconosciuto, spiega il Decimo Rapporto sulla famiglia del CISF, presentato quest’anno, il valore aggiunto che ha la famiglia per i singoli e per l’intera società. E la politica è miope perché non sa riconoscere l’effetto emergente di cura che la famiglia produce rispetto ad altre forme di convivenza, cioè rispetto all’ampio panorama di quelli che sopra si definivano gli “arrangiamenti” degli stili di convivenza. In Italia manca da sempre un approccio giuridico che riconosca la famiglia proprio per il suo valore sociale aggiunto. Quelle che vengono normalmente chiamate politiche per la famiglia, sia dal governo centrale, sia dai governi locali, nonché dagli imprenditori, dai sindacati, dai partiti, dalle associazioni di categoria, restano “buone pratiche” per far arrivare la gente alla fine del mese, che è opera meritoria, ove messa in pratica, ma ciò che manca è precisamente il riconoscimento operativo e legislativo della responsabilità della famiglia nella costruzione di una società migliore e del bene comune.

Ci sono molti esempi che possono essere proposti. Uno dei più evidenti è quello della conciliazione tra lavoro e famiglia. Tutte le disposizioni e le proposte partono con un handicap: si occupano cioè solo degli individui all’interno della famiglia. La questione della conciliazione non riguarda mai, nella concezione del legislatore e dell’imprenditore, in egual misura, uomini e donne e neppure il lavoro considerato come organizzazione, ma viene sempre trattata come un problema legato ai bassi tassi di partecipazione femminile al mercato del lavoro. L’orientamento delle politiche è individualistico. Cioè si occupa di sostenere la libertà e la responsabilità degli individui (quasi sempre la donna), più che il bene “relazione” della famiglia nei confronti del lavoro e della sua organizzazione. Ciò significa che alla base di ogni analisi la famiglia è concepita come un vincolo e non come una risorsa. Invece la politica dovrebbe puntare a un “welfare comunitario” per migliorare la relazione tra famiglia e lavoro. Infatti, investendo secondo questa linea innovativa nella conciliazione tra famiglia e la-voro non ci si ferma solo al miglioramento dell’efficienza e della competitività delle aziende, ma si sostiene la natalità, la pari opportunità tra uomo e donna e si evita l’eccessiva rigidità e precarietà del lavoro. Eppure ciò può avvenire solo se si considera la famiglia come soggetto unitario di produzione di bene comune, e non invece come oggetto al quale si destinano risorse consegnate tuttavia ai singoli individui.

Ma in Italia vedere la famiglia in quanto tale è esercizio assai difficile in ogni campo, a partire da quello fiscale. Così si assiste ad interventi settoriali e sconnessi (il bonus bebè, il sostegno agli incapienti), senza la capacità di valutare il cosiddetto “impatto familiare”, cioè una valutazione organica dei provvedimenti, anche in settori diversi da quello sociale, per esempio lo sviluppo urbanistico e, appunto, le regole del mercato del lavoro. Il Rapporto del CISF rileva, a questo proposito, che quando si discute di Finanziaria sarebbe opportuno che si affrontasse prima la famiglia, come motore di sviluppo sociale ed economico del sistema Italia, invece di lasciarla come ultima a contendersi le briciole con altri. Ciò a cui bisogna arrivare è una reale cittadinanza della famiglia, aumentando la forza e la funzione sociale delle relazioni familiari. Tuttavia la relazione tra famiglia e politica sociale potrà essere radicalmente modificata a favore delle famiglie solo quando anche queste ultime avranno acquisito una chiara consapevolezza del proprio ruolo sociale.

Qui possono fare molto le associazioni familiari, ma anche i centri di studio e di ricerca, i media, come “Famiglia Cristiana”, che educano le famiglie ad una maggiore responsabilità pubblica, ad una propria soggettività autonoma di fronte all’azione di altri sottosistemi sociali, quello politico, amministrativo ed economico. Occorre insomma maggior pratica dell’agire sociale della famiglia. È un movimento dal basso quello che può portare la politica a riconoscere cittadinanza sociale alle famiglie, secondo un principio reale di sussidiarietà. È la nuova frontiera con la quale il paese dovrà misurarsi per uscire da logiche assistenziali e per evitare, contemporaneamente, i rischi di una privatizzazione soltanto mercantile, che lasci le famiglie sole di fronte al contesto sociale.

Del resto la storia recente del volontariato e del cosiddetto terzo settore in Italia insegna e con-ferma che l’emergere di un soggetto terzo rispetto alla vecchia contrapposizione tra Stato e mercato ha favorito il compito difficile e non ancora concluso di coniugare autonomia e solidarietà, efficienza e attenzione ai più deboli, sviluppo economico e azioni a favore di chi, da tale sviluppo, rimane escluso ed emarginato, come rischia di accadere alle famiglie del nostro paese.

Ma tutto si gioca attorno alla concezione di famiglia e passa attraverso la smentita di un’opinione, purtroppo sempre più diffusa, che la famiglia non sia “capitale sociale” per la società, per via del suo carattere privatistico, particolaristico e tendenzialmente chiuso verso gli altri. Invece la famiglia è esattamente il contrario: tessuto di relazioni aperte caratterizzate da fiducia e collaborazione. Esse vanno in crisi, anche con violenza, quando manca il loro riconoscimento pubblico, quando non si opera per metterle in gioco nel sistema di cooperazione tra singoli e corpi riconosciuti in una comunità.

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