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Povertà e rappresentanza

Written by Savino Pezzotta Thursday, 09 October 2008 18:12 Print
Se in passato le lotte sociali hanno rappresentato anche i bisogni dei più deboli, strappando milioni di persone dal­la povertà, da molti anni questo non accade più. Ciò è do­vuto a molteplici fattori e pone numerosi problemi. La stessa povertà è oggi un fenomeno molto frammentato ed eterogeneo e quindi difficile da rappresentare. Il con­trasto alla povertà richiede il crescere e il riformarsi di una cultura della solidarietà concreta e la politica deve avere un ruolo centrale in questo processo.

È utile riflettere sulla povertà? Lo dobbiamo fare? Perché? Sono gli interrogativi che hanno guidato questa incompleta riflessione. Per chi, come chi scrive, ha una lunga esperienza di impegno sociale, scrivere e parlare di povertà è difficile e fonte di turbamento: prendere atto che la povertà morde ancora milioni di persone nel nostro paese – nonostante anni di battaglie sociali e democratiche – obbliga ad ammettere l’incompiutezza dell’azione sociale e politica. In parte è questo il motivo per cui il problema viene rimosso, dà fastidio e non se ne vorrebbe affatto discutere.

Forse un tempo era più facile affrontare l’argomento povertà: i poveri rappresentavano larga parte della popolazione e il contrasto tra chi possedeva beni e denaro e chi non aveva altro che le proprie braccia e figli da sfamare era grande, evidente e intollerabile, tanto da generare o rafforzare tutte le forme della rappresentanza sociale, tese a determinare processi di emancipazione, di uguaglianza e di libertà dal bisogno.

Le lotte sociali e sindacali per lungo tempo hanno rappresentato sia i bisogni dei propri associati o aderenti, sia le esigenze degli strati sociali disagiati, dei deboli e dei poveri, generando un clima di solidarietà che ha strappato milioni di persone dalla miseria e dalla povertà. Questa mobilitazione e rappresentanza generale ha così innescato processi politici, prodotto riforme sociali strutturali, condizionato la vita economica, introducendo la dimensione della solidarietà, dei diritti e delle tutele nella dimensione istituzionale dello Stato moderno.

Lo scenario è cambiato

Oggi lo scenario è profondamente cambiato e la questione sociale – non solo per effetto della interdipendenza globale delle economie – si è trasformata e presenta molti problemi nuovi che si incardinano nella nuova divisione internazionale del lavoro e nei mutati processi di accumulazione e distribuzione.

Le rappresentanze sindacali, sociali e politiche che per lungo tempo, anche se in modo generico e forse semplicistico, determinavano la loro mission come processo per l’emancipazione di classi e ceti popolari, hanno ora altri riferimenti e il termine uguaglianza è sostituito con termini diversi. Questo processo di cambiamento di vision non è certo dovuto a una cattiva volontà, ma deriva dal fatto che una parte importante degli obiettivi sociali ed economici sono stati per lo più realizzati. La crescita economica, l’estensione dei consumi, l’affermazione dei diritti sociali e del lavoro, ma soprattutto l’avvento dei sistemi di welfare, hanno permesso il raggiungimento di un benessere impensabile per la popolazione in passato. Di questo occorre sempre tenere conto, senza tuttavia sottovalutare l’offensiva neoliberista che, a partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, si è sviluppata in tutto l’Occidente e ha compresso l’insieme dei risultati richiamati, costringendo le rappresentanze sociali in una posizione di difesa. Il sindacato, ad esempio, non ha – almeno negli ultimi trent’anni – rappresentato i poveri. Avere un lavoro era già una condizione positiva che ha prodotto un avanzamento economico, sociale, l’estensione dei diritti di tutela e di promozione del lavoratore, aperto spazi o, comunque, provocato un effetto di trascinamento di cui indirettamente ha potuto godere anche la popolazione più povera. Potremmo dire che c’è stato un effetto di rappresentanza indiretta. Ancora oggi il sindacato è costretto ad agire in difesa, a tutelare i propri iscritti e il mondo del lavoro in cui è inserito e pertanto fatica ad agire su un più ampio spettro di iniziativa.

Il clima culturale

L’insieme di questi processi ha inciso profondamente e modificato il clima culturale delle nostre società. Sono mutati i riferimenti di valore, in particolare quello del lavoro, e l’idea di benessere è diventata una misura quantitativa più che qualitativa, al punto tale che il consumatore ha finito per occupare quella posizione centrale che, fino a poco tempo fa, avevano il lavoratore e il cittadino. L’individualismo competitivo e la mercificazione sembrano aver occupato gli spazi che un tempo appartenevano alla solidarietà. Il successo personale viene sempre più misurato sulla quantità di ricchezza, di soldi che si riesce a realizzare.

Siamo stati gettati in un ritmo sociale in cui sempre più i valori umani hanno dovuto cedere il posto a quelli economici: in economia è la quantità di quel che si ha, si possiede, si consuma e cosa si consuma, a generare status, potere e visibilità. Non è un caso che la ricchezza sia ostentata e che del lusso si faccia l’apoteosi.

In queste pagine non si intende però piegarsi a visioni pauperistiche, perché è certamente meglio consumare che avere fame, star bene, avere una vita tranquilla e godere degli agi. Anche perché questo, lo si voglia riconoscere o meno, è il frutto di buone battaglie sociali, sindacali e democratiche. Ma si vuole qui far osservare che si sta correndo il rischio di vedere scomparire la figura del cittadino, del cittadino che agisce associandosi e, tramite le forme della rappresentanza sociale (sindacato) e politica (partito), diventa animatore dell’opinione pubblica e costruttore di relazioni. Un problema che Franco Cassano, nel suo libro “Homo Civicus”, ha sottolineato con molta chiarezza: «Le associazioni sono quel prodotto delle società democratiche che permette di combattere le loro stesse patologie, la dispersione individualistica e il dispotismo che deriva dal potere sociale di quelle minoranze che prendono decisioni più rilevanti per la comunità. Ma in una società nella quale l’individualismo è forte e radicato, il lavoro dell’associarsi spesso è duro e irto di ostacoli, specialmente se si mira a mettere insieme i più deboli, coloro che senza un legame comune rimarrebbero schiacciati dalla disuguaglianza della condizione».1

In questo clima culturale segnato dalla propensione all’individualismo, dal corporativismo ca- tegoriale e dalla fuga nella dimensione localista, anche solo vedere la povertà è difficile. È difficile soprattutto percepirla come frutto di ingiustizie palesi o occulte, poiché si tende a considerarla una colpa soggettiva. E i poveri vengono sempre più marginalizzati e non rappresentati.

Affidare tutto al mercato – di cui nessuno disconosce le possibilità – quasi sempre significa emarginare i più deboli, quelli che per tante ragioni soggettive, sociali, culturali non sono in grado di competere. La teoria dello “sgocciolamento” non ha mai funzionato e comunque non ha mai risolto i problemi delle ingiustizie.

I poveri di oggi

Eppure oggi sono molte le persone povere che si ritrovano più povere di ieri, che si sentono povere. Nel corso di quest’ultimo anno è forse cresciuta la consapevolezza che qualche cosa sta cambiando. Si scrive molto sull’aumento dei prezzi al consumo, sulle difficoltà delle famiglie a far quadrare i loro bilanci mensili, sulla precarietà di molti lavori e sulla riduzione del potere d’acquisto dei salari. Siamo entrati in una situazione in cui anche i ceti sociali che si sentivano rassicurati rischiano processi di impoverimento.

Una recente indagine della Banca d’Italia ha evidenziato un altro elemento della povertà nel nostro paese: la quota di individui poveri per reddito decresce sistematicamente rispetto all’età. In altre parole il rischio di povertà è superiore per i giovani rispetto agli anziani. Nel 2006 il 19,3% dei minorenni era povero, contro l’8,6% degli ultrasessantacinquenni. La povertà è sicuramente presente tra gli anziani e soprattutto tra coloro che sono al minimo pensionistico, ma questo dato sui giovani ci obbliga ad affrontare il fenomeno della povertà in modo più complesso.

Il nostro paese da una decina d’anni registra una crescita attorno allo zero. Se oggi i livelli di vita dei ceti popolari e di una parte dei medi vengono messi a rischio dalla diminuzione del potere d’acquisto, dalla riduzione costrittiva dei consumi, dall’inflazione e dalla crescita di competitività sociale, è chiaro che questo processo non fa altro che stabilizzare e nel tempo contribuire ad accrescere le aree della povertà assoluta. L’indebolimento economico dei ceti popolari e dei ceti medi a redditi più bassi e la conseguente riduzione del tenore di vita, ha sicuramente influito negativamente sui processi di mobilità sociale e pertanto ha contribuito a stabilizzare e ampliare le aree dell’esclusione.

Riflettere sul paese a partire dalla povertà

Riflettere attorno alla povertà e alla sua complessità non ha nulla di compassionevole o di buonista. È un modo per riflettere con attenzione e da un punto di vista umano sui temi della crescita, dello sviluppo, della competitività del nostro sistema paese. Sicuramente è utile mantenere una distinzione tra la crescita della vulnerabilità economicosociale e la condizione di povertà relativa o assoluta, ma non bisogna dimenticare che tra le due aree esistono delle correlazioni che non debbono essere sottovalutate, soprattutto se si collega il problema alla rappresentanza.

Partendo da queste considerazioni diventa necessario porsi delle domande: come è percepito nel nostro paese il tema della povertà? Come si intende affrontarlo?

A volte – ci si riferisce a tutto quello che si è detto sui Rom e su altre fasce di popolazione socialmente ai margini – si ha l’impressione che la povertà venga analizzata soltanto dal punto di vista dell’ordine pubblico. La sicurezza dei cittadini è un problema che nessuna società democratica può sottovalutare: i furti, le aggressioni, gli scippi, la microcriminalità devono essere combattuti come tutte le forme di illegalità. Ma resta da spiegare cosa c’entri tutto questo con chi fruga nei cassonetti, con gli accattoni, con chi vive ai margini. I poveri e gli emarginati a volte contrastano con l’arredo urbano, ma esistono e la loro esistenza è comunque per tutti noi una domanda, un interrogativo pressante. Non si può parlare qui di sicurezza. La sicurezza non è data solo dal funzionamento dell’ordine pubblico, ma anche dalla giustizia sociale che si costruisce attraverso una visione solidale del vivere comune.

I poveri sono sempre e comunque una domanda per una società democratica, perché di fat- to mettono in discussione la dimensione stessa della cittadinanza. Per questo occorre un impegno civile per far crescere la consapevolezza che, fin tanto che esistono i poveri e la povertà non diminuisce e tende a colpire le famiglie numerose (con cinque o più componenti), i minori, gli anziani, le donne sole con figli, le aree di popolazione marginale e dell’immigrazione, ad essere incrinata insieme alla dimensione umana è la stessa democrazia. È, questo, un impegno importante da perseguire, anche perché oggi i poveri non riescono oggettivamente, data la loro marginalità, a dotarsi di forme autonome di rappresentanza.

Vista la frammentazione e l’articolazione che oggi la povertà ha assunto, si fa fatica a immaginare “il sindacato dei poveri”. Andrebbe allora definito un nuovo approccio al tema tenendo presenti alcuni elementi su cui agire, brevemente presentati qui di seguito.

Le differenze regionali delle politiche sociali

Negli ultimi decenni si è verificato un progressivo passaggio di competenze, dal Comune alla Regione, soprattutto per quanto riguarda i servizi alla persona. Alla Regione ora spettano dunque compiti di definizione degli ambiti territoriali e dei livelli essenziali, di ripartizione delle finanze, di affidamento dei servizi ai privati e al privato sociale. In questo processo di modifica dell’assetto istituzionale del welfare italiano emerge il ruolo della sussidiarietà orizzontale. Occorrerà ora vedere quali effetti possa produrre l’annunciato avvio del federalismo fiscale che il ministro Calderoli sta portando avanti. Andrà comunque valutato nella nuova situazione che viene a profilarsi il ruolo che si vorrà assegnare al privato sociale e al volontariato. Nella rimodulazione dei poteri e nella revisione dello Stato sociale, nell’ambito della garanzia dei livelli essenziali, il privato sociale e il volontariato possono assumere un ruolo di soggetto attivo. In una situazione che dovrebbe puntare a una crescente valorizzazione del territorio e ad una maggiore autonomia locale, il tema della povertà deve trovare una sua collocazione ben precisa soprattutto a livello comunale. Questo è il livello dove si possono realmente e concretamente mettere in campo politiche di vera e propria promozione umana e di riscatto dall’emarginazione, perché è qui che si incontrano le antiche povertà: barboni, mendicanti, anziani e quanti non dispongono di un minimo vitale, e le nuove povertà: tossicodipendenti, minori abbandonati, anziani soli, malati di AIDS e famiglie a rischio (senza casa o sfrattate, monoreddito, donne sole con figli, disoccupati).

La povertà degli immigrati Sul problema della povertà per gli immigrati dobbiamo ricordare che essa non è legata solo al fenomeno della clandestinità, ma anche alla qualità del lavoro che un immigrato è chiamato a svolgere, alla consistenza del nucleo familiare e a quanti lavorano in famiglia. Inoltre va tenuto presente che la maggior parte degli immigrati arriva in Italia con pochi spiccioli in tasca e che la maggior parte dei loro risparmi sono stati spesi per il viaggio. Se è vero che le condizioni di salute all’arrivo sono generalmente buone, una buona parte di loro non sfugge alle malattie provocate da povertà e indigenza.

Il peso economico dei figli Ci si deve porre con molta attenzione il problema delle famiglie con più bambini e quindi della differenza che si determina sul livello di benessere economico tra una famiglia composta da due adulti e un certo numero di figli rispetto ad una famiglia senza bambini. Molti studi e la stessa evidenza empirica dimostrano con chiarezza il determinarsi di una soglia di iniquità basata sui costi di mantenimento dei bambini tra famiglie povere e ricche, o tra quelle del Nord, del Centro e del Sud Italia. La povertà legata al numero dei figli non andrebbe misurata solo in termini economici, ma anche relazionali e di inserimento sociale.

Le ragioni della persistenza della povertà

La persistenza delle persone in condizione di povertà è ormai un dato assodato statisticamente così come il fatto che tenda a stabilizzarsi quanto più le condizioni economiche generali mortificano le possibilità di mobilità sociale di tipo verticale. Nelle condizioni di povertà si registrano anche forme di turnover che andrebbero tenute sotto osservazione e che richiederebbero forme nuove e innovative di sostegno per coloro che, pur emergendone, rischiano di ricadervi. Un lavoro importante potrebbe essere svolto dagli istituti bancari e dalle fondazioni di comunità attraverso forme di prestito. È inoltre importante analizzare alcuni aspetti demografici del processo che porta all’emarginazione e all’esclusione sociale e individuare quelle aree del disagio responsabili delle situazioni di esclusione (disoccupazione, mancanza di istruzione, cattive condizioni di salute e/o abitative).

Multidimensionalità della povertà Sarebbe poi utile cercare di andare oltre il semplice approccio statistico e cercare di cogliere la natura multidimensionale della povertà, integrando le misurazioni statistiche del reddito con la carenza di capitale sociale a livello personale, sociale e territoriale: condizioni di vita, di istruzione, di cultura, di informazione e di relazioni, di disponibilità o meno di servizi sociali.

I mutamenti del mercato del lavoro In questi anni, sull’onda del liberismo economico che considera la povertà un risvolto della ricchezza che solo il mercato è incaricato di risolvere, il lavoro – emblema del riscatto dalla povertà – ha perso molto della sua centralità etica per essere misurato solo in termini economici. Questo ha introdotto nella vita lavorativa un senso di incertezza e di insicurezza, dato il crescere della flessibilità e della precarietà. Inoltre sta riemergendo la figura del lavoratore povero, cioè di chi ha un lavoro che gli consente a malapena di sopravvivere. Tra le forme di povertà occorre inserire l’assenza di una biografia lavorativa, la disoccupazione anziana, la precarietà di molti lavori.

Per una nuova cultura della solidarietà

Una politica di contrasto alla povertà richiede il crescere e il riformarsi di una cultura della solidarietà concreta, il che implica: il buon funzionamento delle istituzioni e dei servizi sociali e la buona amministrazione della cosa pubblica; un rapporto positivo con i tributi e le tasse; lo sviluppo di una rete relazionale carica di senso e di significato e che abbia cura delle persone che incontra; l’impegno nel volontariato e nell’associazionismo sociale; una cultura della sobrietà alternativa allo spreco; chiedere agli eletti negli organismi rappresentativi ad ogni livello (consiglio comunale, provinciale, regionale e Parlamento) che mantengano le promesse di solidarietà fatte in campagna elettorale.

Piano di lotta alla povertà Il compito di dare una risposta alla povertà tocca oggi alla politica e al riguardo sarebbe opportuno cogliere la sollecitazione che è stata avanzata dalla Fondazione “E. Zancan” e dalla Caritas per un piano di lotta alla povertà che si basi innanzitutto su tre punti: passaggio da trasferimenti monetari a servizi; passaggio da gestione centrale a gestione decentrata; definizione di piani di regionali e locali di lotta alla povertà.

Il Libro verde Poco prima delle vacanze estive il ministro Sacconi ha presentato un Libro verde sul futuro del modello sociale italiano. Su questa proposta si dovrà sviluppare una analisi per verificare con attenzione se le proposte contenute nel testo presentato rispondano alle questioni che la povertà pone a tutto il paese. È importante che questo documento affermi la centralità della persona, la difesa della vita e della famiglia, ma desta qualche preoccupazione il fatto che si individuino come generatori di tutti i mali il sistema previdenziale e quello sanitario. Inoltre, puntare solo sull’autosufficienza della persona e sulla società attiva appare limitativo, perché sappiamo che ci sono persone che non ce la fanno, non per scarsa volontà, ma perché inibite dalle condizioni fisiche, sociali e culturali in cui si ritrovano. Non si può parlare di responsabilità personale se non si creano le condizioni oggettive perché questa possa essere esercitata. Il contrasto alla povertà non può essere limitato alla povertà assoluta, ma deve operare interventi graduali.

Fatte queste prime osservazioni, tuttavia, il Libro verde può costituire un’importante occasione di discussione sul terreno del contrasto alla povertà, della regolazione del lavoro, di politiche familiari audaci. Ma lo sarà solo se sarà in grado di coinvolgere tutti e se non si affiderà agli espedienti parlamentari con cui si è affrontata e decisa la manovra economica estiva.

L’Italia non ha bisogno di destrutturare il sistema sociale, ma piuttosto di rimodularlo in modo che sia generatore di nuove solidarietà. Necessita di una spesa pubblica capace di conciliare i bisogni delle persone, a partire dai più deboli, e le esigenze di una società in profonda trasformazione. Il problema di fondo resta: come fare in modo che il tema della povertà diventi una tema di rilevanza politica e sociale.

[1] F. Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, edizioni Dedalo, Bari 2004.

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