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Un patto per l'università

Written by Marta Rapallini Tuesday, 26 February 2008 14:54 Print
La prima finanziaria del governo Prodi è stata una doccia fredda per chi confidava che questo governo potesse imprimere da subito una svolta positiva ai finanziamenti in alta formazione e ricerca. Allora lo scarso investimento venne giustificato con il difficile contesto economico che il governo si trovava a dover affrontare: il bilancio andava risanato. Inevitabilmente sono cresciute le aspettative sulla finanziaria seguente.

La prima finanziaria del governo Prodi è stata una doccia fredda per chi confidava che questo governo potesse imprimere da subito una svolta positiva ai finanziamenti in alta formazione e ricerca. Allora lo scarso investimento venne giustificato con il difficile contesto economico che il governo si trovava a dover affrontare: il bilancio andava risanato. Inevitabilmente sono cresciute le aspettative sulla finanziaria seguente. Durante l’anno passato si sono aggiunte altre delusioni perché parte degli investimenti prospettati non si sono concretizzati nel 2007, o almeno non con le modalità innovative che erano state pensate. Si pensi, ad esempio, ai fondi per il reclutamento dei ricercatori, che sarebbe dovuto avvenire sulla base di nuove modalità di espletamento dei concorsi che assicurassero procedure celeri, trasparenti e allineate agli standard internazionali; questo nuovo strumento, però, è ancora oggi all’attenzione del Consiglio di Stato e questi fondi sono stati resi disponibili per il reclutamento secondo le vecchie regole. Basti pensare ai 300 milioni di euro attribuiti al first, nato con l’ambizione di coordinare tutti i capitoli di finanziamento pubblico della ricerca (la ricerca libera, quella di base, quella industriale ecc.) che, a causa della perdurante assenza di un regolamento di funzionamento, non è stato ancora istituito.

Aspettative deluse, quindi, per gli scarsi finanziamenti ma anche per la scarsa innovazione nello stanziamento. Sullo sfondo di questa dura realtà, fatta di pochi stanziamenti e senza le sostanziali innovazioni ormai necessarie al sistema, si colloca anche un atteggiamento di netta sfiducia verso il sistema nazionale dell’alta formazione e della ricerca, palesato in molteplici occasioni da autorevoli esponenti del governo. La penuria di finanziamenti sembrava quindi trarre origine non solo dalla contingente situazione economica che l’Italia si trovava ad affrontare, ma anche dalla convinzione, basata ― ahimé ― su fatti incontestabili, che l’investimento in alta formazione e ricerca non riuscisse ad essere davvero un investimento per lo sviluppo del paese. Tuttavia, questa amara consapevolezza non può tradursi nella passiva accettazione dell’attuale stato di cose; la risposta a questa sfiducia deve tradursi in azioni volte a rendere il sistema più affidabile ed efficiente, perché è urgente finanziarlo in modo mirato e coerente con gli obiettivi del governo.

In questo quadro si colloca la finanziaria 2008. Essa dedica all’università e alla ricerca una “missione”, la n. 23, e all’art. 52 sancisce che l’incremento delle risorse destinate al fondo di finanziamento ordinario delle università siano subordinate all’adozione di un piano programmatico (entro il gennaio 2008) approvato dal ministero dell’università e della ricerca di concerto con il ministero dell’economia e delle finanze sentita la Conferenza dei rettori delle università italiane (crui). Tale piano è volto, sulla base di un efficace sistema di valutazione, a favorire il miglioramento della qualità e dell’efficienza del sistema delle università, individuando tra gli obiettivi il contenimento delle spese di personale, il riequilibrio finanziario tra gli atenei e la ridefinizione del vincolo di indebitamento. L’erogazione delle maggiori risorse ai singoli atenei resta comunque subordinata all’adesione da parte degli stessi degli obiettivi del piano.

Questo articolo della finanziaria non è stato accolto da tutti con lo stesso favore, perché alcuni hanno visto in queste disposizioni una sorta di “commissariamento” del miur all’interno del governo, oppure un attacco alle autonomie universitarie. Riteniamo invece che queste disposizioni, se bene utilizzate, possano costituire proprio l’avvio del nuovo rapporto che deve instaurarsi tra governo, paese e università, reso necessario nella situazione attuale, basato su trasparenza, fiducia e valorizzazione del sistema dell’alta formazione e della ricerca. Si tratta di un passaggio cruciale della vita del sistema di alta formazione e ricerca e, perché abbia gli esiti sperati, è necessario che si avvii una nuova stagione in cui tra l’università e il governo si riattivi un dialogo istituzionale sistematico, e non solo rapporti sporadici di pochi autorevoli esponenti dell’uno o dell’altro mondo; un dialogo finalizzato alla crescita e allo sviluppo del sistema universitario nazionale, considerato elemento strategico dello sviluppo del paese. Può sembrare una osservazione banale, ma non è né semplice né scontata.

Il sistema delle università autonome, che vige in Italia dal 1989, ha dato evidenti segnali di difficoltà. È vero che sono mancati da parte del legislatore atti che portassero a compimento il processo di autonomizzazione delle università, ma è anche vero che gli atenei si sono spesso dimostrati impreparati a cogliere le opportunità che la nuova autonomia offriva loro. Spesso, dietro questa reticenza a sfruttare le opportunità offerte dall’autonomia, c’è stato un rifiuto ad introdurre competizione nel sistema, interpretando erroneamente le potenzialità di sviluppo autonomo di ciascuna sede come un potenziale eccesso di liberismo incompatibile con le caratteristiche che il sistema dell’alta formazione deve avere. La tesi è che non possono essere le regole del mercato a governare il sistema delle università. Si tratta di una tesi condivisibile, perché il fine della dialettica tra università autonome non è e non deve essere la selezione “naturale” del sistema, con l’isolamento e l’annientamento delle università che non si dimostrano all’altezza del “mercato”. La dialettica deve portare invece allo sviluppo delle singole sedi, spingendole a raggiungere un modello di perfezione non assoluto — che probabilmente non esiste nemmeno — ma relativo alle proprie dimensioni, alle proprie potenzialità, ai propri talenti, al proprio territorio. Gli obiettivi che si pone il Politecnico di Milano, per esempio, difficilmente possono essere comparati con quelli che si pone l’Università di Camerino, non per un divario qualitativo — sia chiaro — ma per le diversissime realtà accademiche che questi atenei offrono. Molto grande, molto specialistica, con sede nel nord del paese, in stretto contatto con le espressioni più avanzate del sistema industriale italiano la prima, di medie dimensioni, generalista, con sede in un bellissimo sito del centro Italia difficilmente raggiungibile dai consueti mezzi di trasporto la seconda. Due atenei diversi che non possono e non devono essere comparati direttamente. Esistono però alcuni aspetti della valutazione che si potrebbero definire trasversali rispetto al sistema: uno, ad esempio, è la qualità del reclutamento. Nessuna particolare caratteristica dimensionale, ordinamentale, disciplinare può giustificare un ateneo che nei concorsi di reclutamento avalli scelte nepotistiche, clientelari e non finalizzate a valorizzare il merito. Questa non è l’autonomia che il sistema deve pretendere.

L’evidenza della varietà del nostro sistema universitario, anziché portare ad una differenziazione di modelli e di risultati, ha portato spesso ad una fittizia omogeneità del sistema, indotta anche da una serie infinita di griglie e di parametri dettati a priori dal governo, che hanno avuto e continuano ad avere il nefasto effetto collaterale di livellare verso il basso il sistema.

L’articolo citato della finanziaria offre al sistema universitario una diversa opportunità. Ogni ateneo scelga i suoi obbiettivi, ovviamente entro una cornice che rispetti il cogente bisogno di razionalizzare la spesa pubblica, cui nemmeno le università possono sottrarsi, li persegua e si faccia valutare nei suoi risultati. Questa è la traduzione di autonomia responsabile.

Bisogna stare però in guardia da una possibile diversa interpretazione di questo articolo, ovvero che esso implichi di necessità il ritorno ad una gestione centralistica del sistema: non è questa la risposta scontata, non indulgiamo in modelli ripescati da un passato troppo spesso idealizzato, ma facciamo nascere le nuove politiche a partire dal contesto attuale e guardando al futuro. Non è detto che esista un deus ex machina che potrà modificare le sorti del sistema, ma solo la partecipazione attiva di chi vi opera in un quadro di autonomia più trasparente e più responsabile.

Sarebbe auspicabile che il Partito Democratico in questa fase si sentisse chiamato ad un compito: mettere a punto un contributo nella definizione del patto di gennaio può essere una prima occasione in cui esso potrà svolgere la sua funzione di promotore di un dialogo serio tra il governo, l’università e la società.

Il pd in questo campo avrà quindi l’occasione per espletare da subito, come era nelle aspettative di chi lo ha voluto con determinazione e coraggio, il ruolo di promotore dell’azione riformatrice del governo. Chi scrive ha condiviso l’idea che nel centrosinistra dovesse nascere un partito grande, capace di mantenere l’azione del governo orientata verso le riforme, spazzando via i conservatorismi e i corporativismi di destra, ma anche di sinistra, che a volte offuscano l’impronta riformatrice che tutti vogliamo. È quindi necessario che il pd, anche in questa fase costituente in cui una parte delle sue energie sono inevitabilmente volte alla determinazione del suo statuto e delle sue regole, ricrei attorno a sé dei centri di elaborazione e di diffusione di politiche. Questi “centri” dovranno rispecchiare il carattere del nuovo partito, prendendo le mosse dalle solide e fertili esperienze dei due principali partiti fondatori, ma essendo anche capaci di fare da catalizzatori per quelle forze vive della società, indispensabili alla nuova politica che il pd vuole mettere in campo. A questo proposito è condivisibile la proposta dei forum tematici che il neo segretario Walter Veltroni ha fatto a Milano. Essi possono essere davvero il modo giusto di ripartire, e in questo contesto è auspicabile che l’università e la ricerca, abbiano il loro spazio: è necessario che la comunità scientifica e la politica riprendano a parlarsi con fiducia e sincerità.

Oggetto di confronto dovrà senz’altro essere il nuovo ruolo che il sistema dell’università e della ricerca, nodo strategico della società della conoscenza, dovrebbe ricoprire nella società. Si tratterà di valutare quali siano i nuovi assetti organizzativi e di governance che questo nuovo ruolo impone, sia agli atenei sia al sistema nazionale di governo, quali siano i parametri chiave su cui agire per portare il sistema nazionale fuori dalla palude in cui si trova.

In questo momento il sistema ha però urgenza di veder risolti alcuni nodi cruciali che non possono aspettare oltre: il reclutamento dei professori, ad esempio. È indispensabile distinguere, in questo caso, tra la soluzione da trovare con urgenza, che offra una risposta immediata anche se temporanea, pena la perdita definitiva dei nostri migliori ricercatori e professori, e le proposte normative necessarie ad innovare nel suo complesso il sistema di reclutamento, in coerenza con il modello di università che si intenderà perseguire. Dobbiamo trovare risposte ad entrambe queste istanze, e le risposte possono essere anche sostanzialmente diverse perché hanno diverse priorità.

Per quanto riguarda la seconda istanza, si posso in questa sede proporre alcune riflessioni. Si può condividere una linea di fondo della legge 210/98, ovvero che un ateneo debba poter scegliere il proprio personale in base a criteri tarati anche sulle sue specifiche esigenze didattiche e di ricerca, ma in nessun modo questo deve significare che gli atenei possano reclutare nei ruoli accademici ricercatori o professori non sufficientemente “titolati”. Purtroppo questo è ciò che si è verificato spesso. Il nuovo patto tra le università e il paese dovrà eliminare questo abuso ingiustificato e dannoso per l’ateneo, per gli studenti, per i professori e i ricercatori, per il sistema nel suo insieme. Credo però che l’atto di reclutamento, che deve necessariamente essere serio, trasparente e scientificamente valido, non possa essere l’unico atto con cui un ateneo autonomo valuta i docenti e i ricercatori che operano presso di sé. Per superare la crescita incontrollata di figure precarie che affollano le università e gli enti di ricerca, è necessario che il reclutamento avvenga in età giovane, deve quindi necessariamente essere rivolto anche a personalità scientifiche ancora non completamente realizzate. È evidente allora che ad esso debbano seguire, a cadenza diversa, valutazioni scientifiche serie dei professori e ricercatori che abbiano un esito nella valutazione dell’ateneo. Il come e il quando devono essere oggetto di dibattito nel mondo scientifico, ma non il se. È garanzia del sistema, degli atenei e dei singoli professori e ricercatori che queste valutazioni periodiche vengano effettuate sotto la responsabilità di un ente terzo dall’ateneo e dal ministero.

La scorsa finanziaria ha istituito anche l’anvur, compiendo un passo decisivo verso la creazione, anche in Italia, di un organismo terzo, indipendente di valutazione del sistema universitario e della ricerca.

Questo atto è stato accolto sostanzialmente in due modi: alcuni lo hanno salutato come la panacea del sistema, affidandogli in prospettiva un ruolo ben superiore alla sua realtà, altri invece lo hanno da subito considerato un nemico dell’autonomia o meglio dell’anarchia autoreferenziale che spesso ha sostituito la sana autonomia responsabile. L’anvur è solo uno degli strumenti indispensabili al sistema, la sua istituzione ha colmato un vuoto che ormai solo l’Italia in Europa aveva. La sua terzietà, definita nel suo regolamento che ha terminato ormai l’iter amministrativo e legislativo, consente all’anvur di esprimere giudizi valutativi indipendenti indispensabili sia per gli atenei nella loro azione di gestione, sia per il ministero nel suo ruolo di guida e di verificatore del sistema.

Cosa dovrà valutare l’anvur lo stabilisce il suo regolamento istitutivo, come lo farà sarà invece oggetto del suo regolamento attuativo. La contrapposizione strumentale che viene proposta tra valutazione delle strutture del sistema nazionale e valutazione dei professori e ricercatori che operano nel sistema è fuorviante. Come fa l’anvur a valutare istituzioni, sedi e strutture se non anche attraverso la valutazione del lavoro dei suoi professori e ricercatori? Perché una università autonoma non dovrebbe voler conoscere quali siano i gruppi di ricerca o i ricercatori che contribuiscono maggiormente alla sua crescita? Perché la stessa università autonoma non dovrebbe, nelle sedi opportune, incentivare l’operato di questi suoi dipendenti? Non si dovrebbe temere l’anvur preoccupandosi ora di limitarne l’operato in nome dell’“autonomia”, o in nome del timore senz’altro prematuro, di un suo sovraccarico di lavoro. Dovrebbe piuttosto nascere un dibattito, alimentato anche e soprattutto dalla comunità scientifica e accademica, oltre la stretta cerchia degli addetti ai lavori, che cominci a riempire di contenuti, e non solo di divieti, il sistema nazionale di valutazione. Il sistema di valutazione dovrebbe essere curato dall’interno, ma anche dai politici che lo hanno voluto e che hanno contribuito a farlo nascere, come una preziosa piantina, che deve crescere forte e rigogliosa e non, mantenendo la metafora botanica, inibito cerchiandone le radici per farlo crescere bonsai.

La nascita dell’anvur dovrebbe produrre un netto cambio di tendenza, trasformando un sistema basato su regole certosine dettate a priori in un sistema autonomo valutato a posteriori nell’esito delle sue scelte. La valutazione ex post dovrà diventare la leva per agire sul sistema e l’anvur diventerà quindi uno strumento indispensabile sia per gli atenei che per il ministero.

Autonomia e valutazione ex post, da qui dobbiamo ripartire per scrivere il patto tra paese e università, da qui dobbiamo ripartire a confrontarci, pd, comunità scientifica e società, perché solo con l’indispensabile contributo del mondo dell’università e della ricerca e di tutti coloro che credono che in un paese moderno gli obbiettivi di Lisbona debbano essere al primo posto, il sistema dell’alta formazione e della ricerca italiano diventerà finalmente la leva per lo sviluppo del paese.

 

Titoletti:

  1. Sullo sfondo di una dura realtà, fatta di pochi stanziamenti e senza innovazioni al sistema si colloca un atteggiamento di sfiducia verso il sistema nazionale dell’alta formazione e della ricerca
  2. Il sistema delle università autonome, che vige in Italia dal 1989, ha dato evidenti segnali di difficoltà
  3. Il fine della dialettica tra università autonome non è e non deve essere la selezione “naturale” del sistema, con l’isolamento e l’annientamento delle università che non si dimostrano all’altezza del “mercato”
  4. Nessuna particolare caratteristica dimensionale, ordinamentale, disciplinare può giustificare un ateneo che nei concorsi di reclutamento avalli scelte nepotistiche
  5. In questo momento il sistema ha urgenza di veder risolti alcuni nodi cruciali che non possono aspettare oltre
  6. L’ istituzione dell’anvur ha colmato un vuoto che ormai solo l’Italia aveva in Europa
  7. La valutazione ex post dovrà diventare la leva per agire sul sistema e l’anvur diventerà quindi uno strumento indispensabile sia per gli atenei che per il ministero

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