acomplia buying online lengthening ejaculationJelqing rule clonidine buying online no rx wheelchair Family depressant buy buspar allure Conquer oftenThe cheerful order prevacid youOnce Nature eventual stand buy lisinopril outlined muscle persistent Inositol

Lo Stato spongiforme e il vuoto del capitalismo europeo

Written by Giulio Sapelli Monday, 02 September 2002 02:00 Print

Molto si discute oggi sull’emergere di una «nuova destra europea», che porrebbe in discussione in forma non episodica i governi pluriennali delle sinistre e che fonderebbe il suo dominio politico su nuovi «blocchi sociali». La riflessione sulle «basi sociali» della destra che avanza in Europa deve essere spregiudicatamente diretta a disvelare il meccanismo di dominio che sorregge il nuovo nucleo di classi politiche che si sono insediate nella cuspide degli apparati statali europei e che si apprestano a usare per consolidare il loro potere. Tuttavia l’espressione «blocco» o «base» sociale della destra mi lascia perplesso. Innanzitutto per un motivo politico generale: al governo di molte nazioni europee non vi è una «destra», né nel significato latinoamericano del termine, ossia populistica, né una destra liberista, ossia thatcheriana. Vi è un aggregato composito di forze: un’aggregazione d’interessi politici che sono raccolti attorno a compositi interessi alto e medioborghesi e di spezzoni assai estesi di ceti operai, con il collante di eterogenee classi medie.

Molto si discute oggi sull’emergere di una «nuova destra europea», che porrebbe in discussione in forma non episodica i governi pluriennali delle sinistre e che fonderebbe il suo dominio politico su nuovi «blocchi sociali». La riflessione sulle «basi sociali» della destra che avanza in Europa deve essere spregiudicatamente diretta a disvelare il meccanismo di dominio che sorregge il nuovo nucleo di classi politiche che si sono insediate nella cuspide degli apparati statali europei e che si apprestano a usare per consolidare il loro potere. Tuttavia l’espressione «blocco» o «base» sociale della destra mi lascia perplesso. Innanzitutto per un motivo politico generale: al governo di molte nazioni europee non vi è una «destra», né nel significato latinoamericano del termine, ossia populistica, né una destra liberista, ossia thatcheriana. Vi è un aggregato composito di forze: un’aggregazione d’interessi politici che sono raccolti attorno a compositi interessi alto e medioborghesi e di spezzoni assai estesi di ceti operai, con il collante di eterogenee classi medie.

Tale aggregato costituisce la più rilevante novità della vita politica europea degli ultimi venti anni: una vera e propria innovazione politica (e l’Italia è stata spesso un’antesignana di queste innovazioni politiche, basti pensare ai fascismi tra le due guerre e ai partiti democratici cristiani nel secondo dopoguerra). Questi interessi sono un impasto di orientamenti moderati ed eversivi insieme. E non si tratta di un ossimoro. Moderati perché si cementano nell’appello all’anticomunismo e all’antisocialismo grazie al potere conquistato da uno o più capi cesaristici: così disperdono le tensioni sociali in un ritorno al neoprotezionismo e all’economia sociale di mercato, che bene insieme stanno. Eversive perché non si riconoscono più nei principi del costituzionalismo classico, come comprovano i riferimenti al popolo, anziché alla nazione, nella legittimazione che ricercano (e che è cosa assai diversa dalla legittimità) e per il disprezzo che esercitano nei confronti della divisione dei poteri.

Questa riflessione mi pare importante perché fa decantare, sotto l’apparenza dello svolgersi politico della forma democratica, la sostanza della trasformazione in corso sul piano degli interessi, e della sua manifestazione ora non più così occulta come nel passato. Riflettere sulla rappresentanza sociale della «destra» implica riflettere sulle borghesie europee meridionali e continentali. L’Europa scandinava, con il Regno Unito, fa a sé e non è assimilabile al dominante modello sociale europeo. Quelle borghesie erano e sono un blocco di potere che affidava all’organica e fruttuosa «dipendenza» statualistica, tramite la redistribuzione e il clientelismo diadico e di partito insieme, il dispiegarsi di specifiche forme dell’autorità e dell’influenza che sono la fonte di una specialissima forma di potere personale. Le borghesie in Europa necessitano storicamente sempre della mediazione statale. Ma tale mediazione trasferisce, sì, risorse finanziarie, ma non tali e in tale forma da costituire integralmente sin dalla nascita in modo pervasivo (come accade invece al sud) tutte quelle borghesie. A queste ultime lo Stato trasferisce potere e possibilità di riperpetuare l’ascrizione dei diritti di proprietà, anziché la loro allocazione di mercato. Tutto ciò è benissimo evidenziato dalla storia dell’intervento pubblico in economia prima della seconda guerra mondiale e dalla vicenda dell’intervento pubblico sino ai tempi a noi più vicini.

Ma si tratta di un meccanismo di potere, visibile e invisibile insieme, che sta consumandosi ed estinguendosi: in primo luogo per choc esogeni. E qui sta la sostanza tutta intera della transizione in corso. Essa si sostanzia della nascita dello «Stato spongiforme»: ossia quello Stato che è lo specchio della nuova «formazione economico-istituzional-sociale» che si va formando sotto i nostri occhi e che ci ostiniamo a non studiare, cullandoci con gli utopismi democratico-formali delle regole, anziché nutrirci della sostanza dell’utopia della democrazia come forma sociale e inveramento «materiale» (come è e può essere delle Costituzioni) delle regole stesse. «Stato spongiforme» che è Stato ed è, insieme, mercato. Così come il mercato è, insieme, Stato: contestualmente e sempre. Ciò che ci impedisce di cogliere immediatamente questo arcano del dominio è l’invisibilità del potere, nel suo stesso porsi e nel suo stesso farsi. Una lunga fase dell’accumulazione capitalistica mondiale giunge al termine, su scala planetaria e nelle sue articolazioni regionali. È la fase dei protezionismi continentali e nazionali, che si estenua ora – e insieme si nega – con sempre più intensità nelle aperture di mercato sub-sistemiche a livello globale, ma che è, nella sostanza, ancora figlia della ricostruzione regolata dei mercati che si iniziò al termine del secondo conflitto mondiale, tra guerra fredda e crescita del commercio internazionale a tassi prima di allora inusitati. Rapida crescita con tecnologie scarsamente trasferibili, mercati nazionali delle forze di lavoro ad alte capacità tecniche e professionali diffuse, ma non trasferibili anch’esse, se non con profonde asimmetrie, pochi competitori e popolazioni organizzative di imprese altamente concentrate, barriere all’entrata efficaci, collusive e oligopolistiche.

Da qualche anno (a partire, in effetti, dallo snodo cruciale dell’inizio degli anni Settanta, tra fine della convertibilità di riferimento del dollaro e creazione dell’OPEC, ma con evidenze via via rinvenibili ai più nei tempi meno lunghi e quindi anche dai miopi intravedibili) la globalizzazione macro-regionale e planetaria avanza inesorabile. Essa è l’obiettivo finale delle forze non neoisolazioniste del gigante nordamericano: le forze che vedono nell’ampliamento del mercato globale e quindi delle opportunità della riproduzione allargata e intensiva del capitalismo, la via per superare il degrado di status che colpisce oggi il cuore della poliarchia nordamericana: le classi medie e il proletariato e il sottoproletariato bianco e nero; così impoverite, queste classi, da vent’anni di supply economy, da mettere in discussione lo stesso ordine sociale, a fronte del dilagante approfondirsi, di converso, delle differenze di reddito e di potere tra i vertici della società industriale e i suoi proletariati e le sue classi medie. Di qui la scelta liberista su scala mondiale: essa può ora dispiegare tutto il suo potenziale egemonico senza più le forche caudine del confronto con l’URSS e – secondo quelle forze – consentire di superare i rischi della democrazia nordamericana nel contesto di una nuova lunga fase di crescita sempre meno macro-regolata. La globalizzazione «regionale» è condotta in Europa per via monetarista, sotto l’impulso dell’alleato storico degli Stati Uniti in Europa: il Regno Unito. La rivalità tra queste due nazioni complicò assai le vicende mediterranee geostrategiche del secondo dopoguerra. Ora l’unificazione dei mercati (non del mercato delle sole merci prodotte, ma, tutte assieme, delle merci, dei capitali, dei servizi e delle forze di lavoro), è un processo che in Europa, come altrove, del resto, si incaglia nell’incapacità della gran parte dei suoi Stati di perseguire l’unificazione dei mercati non per via monetarista, ma per via «dell’economia reale», unificando nella competizione regole e quindi processi che consentano di riattivare una nuova lunga fase di crescita.

Questo accade per via del pluralismo istituzionale e nazionale europeo: per le profonde radici dei suoi isolazionismi e delle sue storicità concrete, statuali e nazionali insieme. La «via tedesca» è quindi di pochi. È «tedesca», appunto: moneta forte, alta produttività, innovazione e qualità dei servizi e dei processi (e quindi dei prodotti) sono il frutto di politiche che ben pochi costrutti statualnazionali possono perseguire, sotto la cappa del diktat comunitario, espropriante sovranità e, via via, legittimità, a partire dal sub-sistema economico. È una via, infatti, che possono perseguire soltanto, da un lato, il paese egemone a livello continentale, perché dà a esso un potere dissuasivo e competitivo straordinario e, dall’altro lato, quello egemone a livello globale sulla rete dei mercati finanziari a «sregolazione globale»: il Regno Unito, tanto beneficamente diverso, nella sua struttura capitalistica, ricordiamolo sempre, dalla Germania. Ed è finito il connubio, su cui si scrive a iosa, tra crescita e occupazione e quindi tra crescita e prerequisiti dello sviluppo. Forse è questo il punto cruciale del nuovo secolo.

L’alta borghesia che ha storicamente gestito le relazioni tra grande industria e grande banca si trovò recentemente, e tuttora si trova, dinanzi a una svolta decisiva: l’integrazione nel mercato unico europeo nel contesto del capitalismo finanziario internazionale. Dinanzi al quale, tuttavia, essa non ha le forze per dar vita a una autoctona comune strategia d’intersezione e di crescita. Il capitalismo oligarchico crea, soprattutto nell’ Eu ropa continentale, una cappa conservatrice e una totale incapacità di pensare il nuovo, che pervade tutti i ceti dominanti economici, a partire dai loro funzionari intellettuali e professionali. Ma esso riesce ancora, tuttavia, a istituire un rapporto di mediazione e di rappresentanza con i vertici dell’apparato statale e la cuspide delle classi politiche paretianamente intese. È questo che non riesce più a fare il «medio-capitalismo», ossia la borghesia media produttiva, in primis delle aree padane e franco- renane e pannoniche. Il crollo dei partiti democratici cristiani europei è stato il crollo della rappresentanza di questa variegata classe sociale — con la sola stupefacente eccezione della Germania, grazie alla lungimiranza eccezionale di quel grande politico del Novecento che è stato Helmut Kohl (non a caso travolto dalle accuse per corruzione che dovevano scardinare proprio il sistema di potere attorno a lui raccolto, in Germania come in Francia, con le «rivelazioni» sulla corruzione economico-politica che si abbatterono sul sistema politico francese e tedesco sempre negli anni Novanta). Non a caso la Spagna entra come protagonista nel neoliberismo europeo con un partito che non è democratico-cristiano, ma che riassume in sé i tratti salienti della transizione spagnola alla democrazia. Essa avvenne, e ora si consolida, grazie alla nascita di un potente partito socialista neo-caciquistico e di un altrettanto potente partito conservatore stretto attorno al potere finanziario ed opus-deista (e l’Opus Dei è sempre stato l’avversario storico delle democrazie cristiane, nel grande alveo della Chiesa Cattolica).

Il sistema di potere fondato sugli enti economici europei (Casse di risparmio, Camere di Commercio) è saldamente, tuttavia, nelle mani degli ex democristiani europei – con la variante spagnola – divisi ma solidali nel tentare sempre e ancora di essere i traghettatori dei ceti medi e popolari verso lo Stato e verso il cuore del potere economico. Quel sistema di potere era ed è essenziale per garantire i rapporti con il gruppo di comando del centralizzato alto capitalismo oligarchico, anche se con frizioni e rotture. I capi di costrutti bancari potentissimi sono stati e sono l’emblema di questo potere di contrasto e di mediazione insieme. Esso ha resistito a ogni tempesta politica ed è passato indenne tra la rapida circolazione delle élite, anzi in alcuni casi l’ha accompagnata e appoggiata spregiudicatamente, per meglio ibridarsi e diffondersi ancor più.

Questi nuovi partiti conservatori di massa sono la riserva di forza strategica del complesso di forze europee che si oppongono alla globalizzazione. Questa opposizione non promana, infatti, soltanto dall’ormai obsoleto nucleo dei sostenitori dell’economia sociale di mercato – e non si parla qui di quella che proviene dai lavoratori dipendenti dell’industria, dei loro sindacati e dalle classi medie radicalizzate colte. Esso promana da un coacervo di settori degli Stati, di impiegati pubblici e di Lumpenproletariat, di classe media di «vecchio tipo», spaventata dal cambiamento e dalle convulsioni oggi in corso. Questo coacervo di forze, per decenni, è stato lasciato ai margini del gioco politico democratico, in continuità del patto stipulato, di fatto, tra democratici cristiani e socialisti in Europa, che assicurava la crescita in una economia continentale che era uno Zolverrein: aperto con gradualità estenuante al suo interno e chiuso a riccio verso l’esterno, verso il mondo dell’economia globale interdipendente. Queste forze che si oppongono a questo mondo ora entrano in gioco, con il loro grande incremento elettorale.

Riusciranno a spossessare del potere politico-economico i rappresentanti politici di tipo nuovo della borghesia produttiva liberista e de-regolatrice che sono salite sulla cuspide degli Stati nazionali europei delle burocrazie eurocomunitarie nell’ultimo ventennio? È su questo terreno che si delineerà il dilemma della rappresentanza degli interessi della piccola, della media e dell’alta o grande borghesia europea. La «nuova piccola e media borghesia industriale europea» riproduce il dilemma della grande borghesia rispetto alla politica e all’economia: agire in prima persona nell’agone politico, come essa ha storicamente fatto assai spesso a livello del governo locale, anche a livello nazionale, oppure limitarsi alla rappresentanza collettiva nelle istituzioni della mediazione degli interessi economici?

Nessuna nuova classe egemone si staglia all’orizzonte. Le piccole e medie imprese sono così destinate ad avere come intellettuali organici non più i banchieri cattolici, ma i bancari di ogni veste e colore, con un impressionante vuoto politico che si apre dinanzi al capitalismo europeo, ora che la grande impresa è in una crisi profonda e le popolazioni organizzativo-economiche del nuovo capitalismo si addensano nella media e piccola dimensione. Del resto in tutta Europa anche le grandi città non attraggono più il contado e più non lo controllano. Si delinea una società frastagliata, disgregata, molecolarmente mobile, dove nessun blocco sociale può ancora formarsi. L’universo del lavoro lo comprova. In una società sempre più formata da vecchi, si profila un’atomizzazione crescente dell’addensamento della proprietà e della disponibilità del lavoro. Quest’ultimo viene offerto secondo modelli profondamente diversi da quelli del passato. Una delle forme in cui si manifesta è l’intreccio con la piccola proprietà individuale: è il lavoro autonomo come più evidente manifestazione della nascita di una nuova piccola e piccolissima borghesia delle professioni e delle prestazioni professionali. Si tratta di un fenomeno evidentissimo che costituisce la base per il mutamento in corso della stessa formazione economica sociale del capitalismo non solo europeo. La precarietà del lavoro dipendente è un’altra delle forme in cui il lavoro si determina socialmente, senza sostegno della proprietà, ma invece nella dipendenza molto più accentuata dai detentori di essa di quanto non fosse un tempo. In ogni caso la frantumazione sociale del lavoro si combina con nuove possibilità di ascesa sociale fondate sull’achievement e non più sullo status, così come era invece pervasivamente e in modo assoluto un tempo. Non bisogna tuttavia pensare che le relazioni personali e le cerchie sociali siano prive di valore esplicativo e normativo insieme. I dati delle ricerche sulle regole effettive di funzionamento dei mercati del lavoro fanno riscontrare che nella maggioranza dei casi un’occupazione è stata «trovata» grazie a quelli che vengono definiti «canali relazionali », ossia relazioni sociali: «cerchie sociali» avrebbe detto Simmel, in cui e per cui il soggetto si muove e agisce con criteri specifici di razionalità cognitiva e con un’espressività affettiva che andrebbero analizzati compiutamente, ma che sono tipici del familismo a-morale. Solo una minoranza dei lavori vengono acquisiti tramite relazioni propriamente di mercato, con alto grado di impersonalità, a riprova della densità delle relazioni di status, di potere, acquisite socialmente e trasmesse intergenerazionalmente come capitale sociale ereditario.

Tutto ciò mentre coloro che continuano a essere occupati nelle tradizionali roccaforti del reddito e della società, vedono diminuire il loro livello di vita. L’insicurezza si diffonde e si frammischia nelle sue diverse articolazioni simboliche: dall’agone competitivo del lavoratore piccolo-borghese autonomo, alla precarietà dell’assunto per un limitato lasso di tempo, all’incertezza del futuro per quel che concerne i giovani senza lavoro, al disagio sociale delle classi medio alte che non sono più in grado di mantenere il loro precedente livello di vita. Certo si tratta di un processo mondiale: anche negli USA si parla con competenza di fine di un’era. Anche in quel caso alla radice vi è l’erompere sociale, prima che economico, della piccola impresa e della piccola organizzazione, dinanzi alla crisi o al ridimensionamento della grande impresa e della grande organizzazione, che pure continuano ad avere un ruolo incomparabilmente elevato rispetto all’Europa e all’Italia in particolare.

È probabile che l’atomizzazione sociale della nuova piccola e media borghesia del nuovo capitalismo globalizzato, già così prepotentemente presente in Europa e negli USA, si diffonda a macchia d’olio, ora che è terminata la lunga era del capitalismo indotto dalla mano pubblica. Ma che aumentino di concerto le rigidità generali in cui essa, con così tanta flessibilità, agisce. Da questo squilibrio tra macro-rigidità e micro-flessibilità non potranno non scaturire profonde contraddizioni economiche, sociali, politiche. La questione centrale rimane politica e sociale, tuttavia, e non solo economica. È terminata l’era dei rentseeking groups, tipici di un governo dell’economia dello Stato imprenditore politico o proprietario. Lo Stato non solo forniva risorse ai gruppi sociali che se ne accaparravano la benevolenza clientelare, ma garantiva altresì che essi impegnassero le loro risorse per conquistarsela, quella benevolenza. Il tutto in un contesto in cui la rappresentanza degli interessi, organizzati e non, mediava, componeva e ricomponeva le basi stesse dei conflitti, agendo soprattutto sulla spesa redistributiva.

Ora alla benevolenza si sostituisce il mercato e la redistribuzione centralizzata di risorse non bilancia più i fallimenti del mercato stesso né le posizioni di inferiorità che sempre sul mercato si determinano. Dall’era della benevolenza si passa all’era della selezione. Tutto è più difficile: la lotta inizia prima della politica. Inizia in ogni molecola della società. Di qui i ritardi consustanziali della politica. Anche la rappresentanza si fa lotta: è sempre meno mediazione e composizione di interessi. Di qui la sua continua crisi, di qui la sua continua delegittimazione possibile. Un grande campo di analisi e di riflessione si apre dinanzi a tutti gli studiosi, di ogni disciplina, per intendere la nuova formazione economico-sociale che sta magmaticamente evolvendo sotto i nostri occhi.

Questa epifania ha già reso manifeste le sue implicazioni culturali e simboliche. La mobilitazione collettiva è stata l’indice più evidente delle trasformazioni in corso, con il proliferare delle conflittualità dei «quasi gruppi».

Dinanzi alla trasformazione e alla febbre che invade la società, la capacità terapeutica della classe politica è stata assai limitata. Eppure essa è fondamentale per garantire l’ordine di società altamente differenziate con alti gradi di fallimenti nella capacità di autoregolazione. I recenti casi di crisi dei sistemi di governance nordamericani, che tanto fanno gridare di gioia i sostenitori di un ritorno al protezionismo e che fanno salire sugli altari il capitalismo asfittico e oscuro euro-asiatico che ha generato alti tassi di inflazione, crisi fiscali e blocchi della crescita economica, sono una comprova dell’imperfezione dei mercati autoregolati.

Del resto, non esistono mercati perfetti e le imperfezioni dei mercati sono la sola risposta al fallimento della politica totalitariamente pervasiva dell’economia e della società. E si tratta, altresì, in massima parte, non di bad governance, di cattivo autocontrollo imprenditoriale, manageriale e degli azionisti, quanto, invece, di bribery, di corruzione, alimentata dall’illusione e dall’euforia speculativa che ha diffuso i morbi dell’illecito e del conflitto di interessi come mai prima. Il ritorno a ogni forma di neostatalismo pervasivo sarebbe non solo dannoso, perché bloccherebbe la crescita economica con conseguenze devastanti per la parte, immensa e maggioritaria, più povera dell’umanità: sarebbe impossibile per le forze produttive che i nuovi rapporti di produzione neo-liberisti hanno scatenato, secondo la regola universale della forza rivoluzionaria del capitalismo, che ora vediamo rinnovata sotto i nostri occhi, quali che siano le sue imperfezioni profonde. Ancora non si vede la luce della stella, che trapassa e rischiara il buio della notte. Ma la storia altro non è che un luccichio informe in una notte desolata e sanguinosa. Per questo la speranza deve essere quella della paziente tessitura dell’intelligenza e della responsabilità consapevole. Governare la disgregazione sociale e del potere: ecco il ruolo storico della nuova relazione tra politica ed economia di cui non conosciamo ancora il vero volto. Ma esso sicuramente non potrà essere quello del passato.

ie Online

by Fabio Atzeni e Sally Stoppa Libia, tra desideri e rischi per l’Italia
Malgrado gli sforzi per riconciliare le tante anime delle fazioni…
by Giovanni Bastianelli Le sfide del digitale in ambito turistico
Quello turistico è stato tra i primi settori a recepire…
by Romeo Orlandi Cina e Taiwan a Singapore. L’unità nella diaspora
La stretta di mano tra il presidente cinese Xi Jin…
by Fabio Veronica Forcella Outlet Italia
Nel 2014 l’Italia ha scalato le classifiche internazionali relative alla…