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Il riformismo all'opposizione

Written by Nicola Rossi Monday, 02 September 2002 02:00 Print

Da qualche tempo un nuovo luogo comune si è impadronito della sinistra: l’idea che negli anni più recenti essa si sia occupata troppo di economia e poco, troppo poco, della società. Troppo di Maastricht, dell’ e u ro, del risanamento delle finanze pubbliche, del funzionamento dei mercati e poco, troppo poco, dell’immigrazione o delle condizioni di lavo ro. È un’analisi superficiale e sbagliata e, almeno per quanto riguarda la sinistra italiana autoconsolatoria. Se solo si fosse voluto – questa è l’idea – si sarebbe potuto correggere il tiro; e comunque è bene farlo ora, subito, prima che sia troppo tardi. Purtroppo non è così semplice. Non si tratta, infatti, di passare da un tema all’altro: abbiamo di fronte, piuttosto, due questioni apparentemente distanti se non contraddittorie, ma nella realtà strettamente connesse.

 

* Questo testo apparirà nelle prossime settimane nel volume Il lavoro delle riforme, edito da Baldini e Castoldi, insieme a scritti di Tito Boeri, Franco Debenedetti, Pietro Ichino, Giancarlo Lombardi, Bruno Manghi, Paolo Onofri, Umberto Ranieri, Michele Salvati e Tiziano Treu.

 

Da qualche tempo un nuovo luogo comune si è impadronito della sinistra: l’idea che negli anni più recenti essa si sia occupata troppo di economia e poco, troppo poco, della società. Troppo di Maastricht, dell’ e u ro, del risanamento delle finanze pubbliche, del funzionamento dei mercati e poco, troppo poco, dell’immigrazione o delle condizioni di lavo ro. È un’analisi superficiale e sbagliata e, almeno per quanto riguarda la sinistra italiana autoconsolatoria. Se solo si fosse voluto – questa è l’idea – si sarebbe potuto correggere il tiro; e comunque è bene farlo ora, subito, prima che sia troppo tardi. Purtroppo non è così semplice. Non si tratta, infatti, di passare da un tema all’altro: abbiamo di fronte, piuttosto, due questioni apparentemente distanti se non contraddittorie, ma nella realtà strettamente connesse.

Da un lato la parte più forte della società, quella più ricca – non solo e non tanto in termini monetari quanto, per esempio, in termini di capitale umano acquisito o potenzialmente acquisibile – chiede di essere messa in condizione di sfruttare, qui ed ora, le straordinarie opportunità di movimento e di crescita che il mondo globalizzato sa offrire. Questa parte della società, che sarebbe sbagliato immaginare come marginale, chiede di poter affermare la propria identità «globale», di esprimere il proprio dinamismo economico e sociale e considera semplicemente incomprensibile che si metta in discussione una realtà in cui spesso e volentieri essa già vive ed opera. Dall’altro lato, la parte più debole della società – non solo in termini monetari ma anche in termini di saperi e di conoscenze non conseguite o ormai non più conseguibili – chiede invece di essere rassicurata e protetta rispetto a mutamenti economici e sociali di cui non intravede altro che i contorni e spesso subisce le conseguenze. Questo segmento sociale, che sarebbe sbagliato identificare con tutta la società, vede svanire le certezze di sempre e non sa con cosa e come sostituirle. Essa, come l’Olanda ci ha insegnato, non necessariamente teme l’altro ma teme piuttosto per sé (e si tratta di due cose piuttosto diverse). E chiede di poter difendere una identità costruita spesso faticosamente e fatta non solo di posizioni di rendita ma anche di conquiste di civiltà, non solo di più o meno comode consuetudini ma di un vero e proprio modo di vita.

Naturalmente, non è la prima volta che questioni di questo tipo, che sanno molto di efficienza – la prima – e di equità – la seconda – ma che non coincidono con quei concetti, si pongono. Ma la novità è che alla politica si chiede oggi di rispondere convincentemente e soprattutto simultaneamente ad ambedue le questioni. Ed è proprio qui la difficoltà: nella natura spesso contraddittoria delle risposte che a prima vista vengono date alle due questioni e quindi nella apparente difficoltà di dar loro una risposta coerente. Come peraltro la sinistra europea ha imparato a sua spese, quelle che certamente non servono sono comunque le risposte parziali e i tentativi esitanti. Né basta affrontare con successo una sola delle due questioni: porre, ad esempio, le premesse del «nuovo miracolo italiano» o trasformare il «malessere olandese» nel «miracolo olandese». Certamente non è bastato alla sinistra italiana come a quella portoghese, alla sinistra francese come a quella olandese. E l’elenco potrebbe essere incompleto. E potrebbe non bastare, è bene dirlo subito, anche alla destra europea cui pure va riconosciuto di aver chiaramente inteso quanto l’Europa va dicendo da qualche tempo. Ma, se si può giudicare dal primo anno di governo di Silvio Berlusconi, non basta affatto intendere per rispondere. E tanto meno basta promettere di rispondere per poi rispondere davvero.

In uno scenario come questo, caratterizzato da un ambiente istituzionale, economico e sociale in rapido mutamento e dominato quindi dagli interrogativi posti dal mutamento stesso, il riformismo – qualunque cosa si intenda, per il momento, con questo termine – dovrebbe trovarsi come un pesce nell’acqua. Nel suo elemento naturale. Ed infatti, fateci caso, da queste parti non si erano mai visti tanti riformisti tutti insieme! Spuntano ormai come funghi, e dappertutto: a destra come a sinistra, nella politica come nel sindacato, nel mondo dell’impresa come in quello delle professioni o del lavoro. Non c’è congresso, non c’è convegno, non c’è intervista che non si concluda, invariabilmente, con la stessa inesorabile, ineluttabile, affermazione: «i veri riformisti siamo noi!». Attenzione: non ci si limita ad affermare il proprio essere riformisti ma – come sempre accade quando le identità sono appannate e non rimane altro argomento se non la loro affermazione – si rivendica il fatto di essere «i veri riformisti»! E allora forse è il caso di cominciare con il ricostruire queste identità. Ed è forse questa la prima domanda da porsi: nel tentativo di rispondere alle richieste della società europea e di guidare il cammino dell’Europa, destra e sinistra sono sullo stesso piano?

Il riformismo non è un metodo, una maniera di fare le cose, un modo di essere di qualunque politica. Buono per valori anche diversi. Confondere, come è stato fatto anche da personaggi di spicco della sinistra italiana, il riformismo con il «gradualismo» è non solo errato ma politicamente assai pericoloso. Facendolo, si ammette che la partita politica possa essere interamente o quasi giocata sul terreno comune del metodo. Su quel terreno si stemperano le identità e si confondono i ruoli. Se tutti possiamo essere riformisti, diventa allora inevitabile, come è accaduto ad illustri esponenti tanto della destra quanto della sinistra, trovare l’unico riparo nel fatto di essere i «veri riformisti».

Ma il riformismo non è reperibile ovunque. Non a destra, in particolare, perché la cultura della destra gli è geneticamente estranea. Per dirla come Marcello Veneziani, che di destra se ne intende, la cultura della sinistra «intende correggere la realtà, cambiare gli assetti storici, politici e sociali, accettando l’idea militante di appartenere a un’intellettualità collettiva che agisce incarnando lo spirito del tempo». A destra, invece, «c’è una cultura che intende conoscere e descrivere la realtà, approfondirla, magari aggirarla, nobilitarla e superarla, ma non si pone il problema di trasformarla».

Non c’è riformismo dove manca la volontà e la determinazione ad impegnarsi per un mondo almeno un po’ diverso da come lo si è ereditato e possibilmente più giusto. Chi, dunque, riduce il riformismo ad un «metodo universale» consegna alla destra una bandiera non sua e costringe la sinistra a giocare una partita interamente difensiva. Che cosa rimane della sinistra, di tanta parte della sinistra, nel momento in cui si accetta l’idea che destra e sinistra possano competere sul terreno del riformismo? Al contrario, alla destra andrebbe quotidianamente ricordato che essa è strutturalmente incapace di giocare la partita del riformismo e per farlo essa andrebbe quotidianamente incalzata su quel terreno, nella legittima presunzione che per accettare in pieno la sfida essa dovrebbe perdere una parte importante della propria identità culturale.

Il riformismo è, dunque, una possibile linea culturale e una strategia politica all’interno del campo di forze non conservatore. Il che implica, fra l’altro, una disponibilità alla assunzione di responsabilità propria di coloro che si candidano a governare. Esso è, in altre parole, una categoria esclusivamente applicabile alla sfera della politica. E non già, ad esempio, alla rappresentanza di interessi. A qualunque rappresentanza di interessi. Diversamente dai movimenti politici (che mirano ad affermare alcune idealità nella società), le organizzazioni di rappresentanza di interessi trovano il proprio oggetto sociale nella difesa degli interessi dei propri iscritti. Il che, naturalmente, non significa che non possano perseguire interessi di carattere generale e che la loro azione non possa avere carattere riformista. Ma questo non segue necessariamente alla loro natura. Può dunque capitare, e gli esempi non mancano, di trovare le rappresentanza di interessi di volta in volta collocate su posizioni più o meno o per nulla riformiste. Ma sarebbe errato applaudirle o biasimarle per questo. Altro è, infatti, il metro di giudizio a loro riferibile.

Movimenti politici ed organizzazioni di rappresentanza di interessi hanno, in altre parole, compiti ed obbiettivi diversi e solo a partire dal riconoscimento di questa diversità si può costruire un rapporto corretto, ad esempio, fra partiti e sindacati o fra partiti ed associazioni imprenditoriali o professionali. Del resto un rapporto siffatto, capace di evitare i rischi della sovrapposizione ma anche capace di preservare le rispettive sfere di autonomia, è reso necessario proprio dalla natura dei problemi che la politica deve affrontare. Essi, come abbiamo visto, non sono riconducibili ad un segmento specifico della società ma investono, con istanze profondamente diverse, pezzi distinti e spesso distanti della società e richiedono risposte mutualmente compatibili. In altre parole è vita - le che la politica, e in particolare la sinistra, riesca a parlare all’intera società e per farlo deve non già prescindere dalle rappresentanze di interesse a lei più vicine ma andare oltre quelle rappresentanze per rivolgersi anche a quelle parti della società che non se ne sentono rappresentate.

Queste questioni sono state poste con straordinaria vividezza dall’esperienza italiana degli ultimi mesi. Da un lato, nell’affrontare il tema delle regole del mercato del lavoro, il governo Berlusconi ha mostrato – se mai ce ne fosse stato bisogno – la propria (siderale) distanza culturale da una scelta riformista. Dall’altro, la riluttanza – in particolare a sinistra – ad impostare su basi corrette il rapporto fra politica e sindacato, ha trasformato le difficoltà del governo Berlusconi in insperati punti di forza (mentre, per converso, il rapporto sbagliato fra politica e associazioni imprenditoriali, prima, e fra politica e sindacati, dopo, è stato e sarà in futuro la palla al piede del governo Berlusconi nel corso della stessa vicenda). Una scelta riformista sarebbe infatti partita dalla ovvia constatazione – non a caso già presente nel rapporto Onofri – della coerenza del sistema di istituzioni sociali ed avrebbe quindi messo mano al completamento della riforma della previdenza (cui per troppo tempo si è chiesto di svolgere il ruolo delle politiche passive del lavoro), per poi passare alla riforma degli ammortizzatori sociali, delle politiche attive del lavoro e del fisco per poter infine ridiscutere le regole del mercato del lavoro. Trattandosi di un lavoro in larghissima parte già istruito non sarebbe stato poi così difficile o complicato. Ma, com’era ovvio, nel governo la cultura del centrodestra ha avuto il sopravvento trasformando un problema di adattamento delle istituzioni sociali del paese alle mutate condizioni economiche e sociali in una ridiscussione dei rapporti di forza interni al sistema produttivo.

Ferma restando la piena legittimità della dura risposta delle rappresentanze dei lavoratori alle scelte governative (che indiscutibilmente incidono sugli interessi degli iscritti a quelle rappresentanze), la sinistra avrebbe potuto e dovuto in questa occasione marcare la propria identità riformista. Ha scelto, invece, di modellare i propri comportamenti su quelli delle organizzazioni sindacali con il brillante risultato che, quando questi ultimi si sono divaricati, la destra ha potuto cogliere due piccioni con una fava costringendo anche l’opposizione politica, oltre all’opposizione sociale, alla spaccatura. Lo stesso Statuto dei lavori ha talmente ricalcato nei tempi e nei contenuti le posizioni sindacali da scomparire, immeritatamente, dalla scena vanificando il lavoro paziente dell’intera opposizione parlamentare.

Eppure non sarebbe stato poi così difficile mantenere una posizione ferma sulla inadeguatezza della strategia governativa e, nel contempo, cogliere gli spunti positivi presenti in alcune posizioni imprenditoriali. Ad esempio, perché mai lo Stato dovrebbe addossare alle imprese gli oneri derivanti dalla propria inefficienza così come accade nel momento in cui si lega il risarcimento conseguente alla reintegra alla distanza che intercorre fra licenziamento e sentenza? Perché mai non dovrebbe l’imprenditore pagare rispetto ad una durata standard dei processi e lo Stato il resto? E perché mai non dovrebbe il lavoratore ingiustamente licenziato far valere i propri diritti entro un anno dal licenziamento e non già entro dieci, come accade oggi? Insomma, sarebbe stato perfettamente possibile combinare la difesa dei diritti dei lavoratori con la certezza dei tempi e dei costi per le imprese, rispondendo così tanto alle richieste di equità quanto a quelle di efficienza. Non spettava al sindacato farlo. Questo è ovvio. Ma certamente spettava alla politica. Ed in particolare alla sinistra, la quale ha invece scelto di non esserci. In alcuni casi sfiorando anche il ridicolo: votando, ad esempio, in parlamento contro lo stralcio (formale) delle norme relative all’articolo 18. In altri prendendo posizioni innaturali: non rivendicando il capovolgimento di ottica evidente nella accettazione, da parte del governo, di una contestuale discussione dei diversi temi sul tappeto (dal fisco agli ammortizzatori sociali, dalle politiche alle regole del lavo ro). Senza rendersi conto che sostenere oggi l’idea di una «partecipazione selettiva» alla discussione significa aver già deciso di non discutere nulla: se le regole del lavo ro devono rimanere immutate è sensato immaginare che debbano rimanerlo anche quelle dello Stato sociale e del fisco. Esse sono state disegnate, non a caso, in termini mutualmente compatibili e si giustificano reciprocamente.

E se, come abbiamo detto, l’azione sindacale è legata alla coerenza con cui vengono difesi gli interessi degli iscritti, altrettanto non può e non deve dirsi per l’azione politica che non può facilmente contraddire se stessa. Non si può, ad esempio, affermare che il governo mira a «tranquillizzare gli adulti per colpire i giovani» perché esattamente questo altre maggioranze ed altri governi hanno fatto – con l’appoggio sindacale – quando all’ordine del giorno c’era la riforma delle pensioni. Non si può criticare, oggi, il «sindacato parastatale» quando, dai banchi del governo e con l’appoggio sindacale, in più occasioni molto si è fatto esattamente in quella direzione, varando i CAAF o disciplinando la previdenza complementare. Si dirà che non era possibile altrimenti. Che occorreva impedire, come è stato detto, che un solo forellino si producesse nella grande diga dei diritti. Ma a molti rimane l’impressione che dietro quella diga non vi sia molto e che l’acqua che quella diga doveva trattenere passi ormai per altre valli.

Quel che in ogni caso non è più proponibile è un riformismo su scala nazionale. Le due questioni poste dalla società europea chiedono, pretendono, soluzioni europee. Non generici riferimenti ad iniziative di portata continentale (come ad esempio quel piano Delors che fu peraltro immaginato per una Europa lontana mille miglia da quella attuale) ma indirizzi politici elaborati e definiti in una prospettiva europea. Il livello europeo è il solo al quale è possibile oggi riproporre – a distanza di cinquant’anni da un compromesso socialdemocratico nato a livello nazionale ed estesosi all’intera Europa solo in tempi successivi – un nuovo compromesso sociale in grado di rispondere in positivo alle richieste di settori diversi della società. Un compromesso che, come mezzo secolo fa, i singoli non sarebbero mai in grado di stendere da soli in quanto non sarebbero credibili le loro reciproche promesse ma che invece i singoli potrebbero definire e fare proprio se a garantirne l’applicazione fosse l’intera collettività europea e per essa gli organi dell’Unione.

Un compromesso di cui non è impossibile cominciare a definire gli ingredienti essenziali. La nostra idea della globalizzazione e il nostro rapporto con gran parte del resto del mondo passa in primo luogo per la riforma della politica agricola comune. Il riformismo europeo dovrebbe far propria una ipotesi di liberalizzazione degli scambi di prodotti agricoli e, simultaneamente, andare avanti nella sostituzione graduale ma definitiva del sostegno ai produttori con quello ai consumatori in tutti i casi in cui i primi non producano, oltre ai prodotti agricoli, anche beni e servizi collettivi (dalla difesa dell’ambiente alla tutela del paesaggio rurale). La nostra risposta alla sfida della competitività globale passa per una politica della ricerca (ed in buona parte anche dell’istruzione superiore) che non può non avere respiro europeo. Il riformismo europeo dovrebbe dare al mondo dell’istruzione superiore, della ricerca, dell’innovazione tecnologica quella centralità che altri settori hanno avuto (ed hanno tuttora) nel bilancio dell’Unione, in primis l’agricoltura, spostando ad un livello sopranazionale parti importanti della politica della ricerca (ed in particolare della ricerca di base). La nostra capacità di rassicurare molti europei passa per una definizione del complesso di diritti e doveri propri di ogni cittadino europeo. Anche qui, il riformismo europeo dovrebbe riconoscere la natura sovranazionale di questioni come l’immigrazione o l’invecchiamento della popolazione e spostare, da un lato, verso l’alto decisioni le cui conseguenze investono l’intero continente e, dall’altro, promuovere concretamente la progressiva convergenza di componenti importanti del sistema di sicurezza sociale.

Ecco quindi, il punto di partenza del riformismo odierno. Del riformismo, almeno in Italia, all’opposizione. Associare al processo, oggi così contrastato, della cessione di sovranità un processo di diversa natura e direzione. Quello della definitiva acquisizione della cittadinanza europea. E definire, per questa via, i termini di un nuovo compromesso sociale capace di tenere insieme le ragioni della competitività con quelle del modello sociale europeo. Sotto questi profili, per il riformismo italiano la definizione di una identità programmatica passa innanzitutto per l’appuntamento elettorale europeo del 2004. Un programma comune per l’Europa è il viatico migliore che le forze riformiste italiane possano darsi per le politiche del 2006.

L’analisi distaccata della realtà rimane comunque un elemento costitutivo di ogni strategia riformista e senza di essa l’attitudine riformista alla ricerca di soluzioni concrete ed innovative rimane appesa per aria, poggia sul niente. Ed ha ragione chi sottolinea come il centrosinistra non rappresenta il paese perché non vi si riconosce o meglio perché non lo conosce più.

Ecco allora il secondo punto di appoggio del riformismo all’opposizione: liberare il campo. Liberarsi dai pesi del proprio passato per tornare a riflettere liberamente sull’evolversi della società italiana ed europea. La sinistra italiana confonde la realtà che oggi la circonda con l’immagine della realtà prevalente mentre si dipanava la sua azione di governo. E di quest’ultima è ancora schiava. Questo è un handicap colossale, soprattutto di fronte ad una maggioranza capace di assumere, senza difficoltà, posizioni fra loro contraddittorie. Ed è un limite gigantesco perché all’opposizione si chiede di essere agile, pronta a colpire lì dove l’avversario si scopre. E non già immobile, legata alla propria storia, per quanto nobile. Condannata a recitare il ruolo di maggioranza anche quando i numeri la relegano all’opposizione. Si ripercorra, per crederci, il ruolo del dibattito parlamentare sull’immigrazione che ha visto il centrosinistra offrire al centrodestra la possibilità di usare il disegno di legge Bossi-Fini come strumento per fare «opposizione» alla legge Turco-Napolitano! Sono molti i meriti dei governi di centrosinistra ma essi appartengono ormai alla storia.

E la necessità di liberare il campo è particolarmente impellente oggi, in quanto fra il governo Berlusconi e quelli che lo hanno preceduto emergono alcuni evidenti elementi di continuità che possono costituire per questa maggioranza – come hanno fatto per la precedente – il principale ostacolo nel tentativo di dare risposte adeguate alle domande della società italiana ed europea. Liberare il campo diventa così anche la modalità più semplice per abbandonare strade infruttuosamente percorse in passato.

Le politiche di bilancio, ad esempio. Ricorrere allo stato patrimoniale per affrontare i problemi del conto economico non è mai stata una strategia lungimirante e vincente. Già nella passata legislatura non mancò chi, nel centrosinistra, si illuse di poter guardare allo stato patrimoniale – ed in particolare, ai flussi connessi con il suo passivo – per risanare le finanze pubbliche. Fu una scommessa che facendo leva sulle aspettative non mancò, nel breve periodo, di produrre risultati. Anche importanti. Ma che non poteva risolvere le questioni strutturali nascoste nelle tendenze e nella composizione di entrate ed uscite correnti. In questo senso era, appunto, un’illusione. Il centrodestra replica oggi quel tentativo sul versante opposto: quello dell’attivo dello stato patrimoniale. Continua a rimanere un’illusione. Il risanamento delle finanze pubbliche e con esso il recupero di competitività e di equità del paese non sarà completato fino a quando non si porrà mano non tanto all’entità quanto alla composizione delle voci di spesa primaria: composizione che molti provvedimenti assunti negli ultimi mesi non hanno contribuito a migliorare. È anche in quelle voci, infatti, che trovano alimento le inefficienze della nostra pubblica amministrazione, i ritardi del nostro mercato del lavoro, l’assenza dell’Italia dalle frontiere della ricerca e dell’innovazione. È anche in quelle voci che possono trovare risposta, almeno per quanto riguarda l’Italia, le questioni che un po’ sbrigativamente definiamo di equità e di efficienza poste dai cittadini italiani ed europei.

La lettura dell’evoluzione del sistema produttivo, per fare un secondo esempio, e quindi alcune grandi scelte in tema di competitività del paese e del suo sistema produttivo. Mentre la scena è occupata prevalentemente dalle tendenze macroeconomiche e dalle questioni sociali e del lavoro, il governo Berlusconi – quando riesce a distogliere lo sguardo dal mondo della giustizia penale – sta ponendo mano con determinazione al tema del riassetto della grande impresa privata guidato da una strategia tanto chiara quando, nel medio-lungo periodo, esiziale per gli interessi del paese: consentire al grande capitale privato italiano, che ha conosciuto al di fuori dei confini nazionali solo sconfitte, di diversificare i propri interessi ritagliandosi a costi minimi pingui spazi di mercato in mercati nazionali e regolati. E farlo ricreando un modello caro al presidente del Consiglio: il duopolio collusivo pubblico-privato già collaudato nel settore televisivo da cui chi trae i maggiori vantaggi è sempre il privato. È accaduto così che – con operazioni accuratamente condotte al di fuori del mercato – al declino dell’industria automobilistica nazionale facesse da contrappeso l’ingresso del principale operatore automobilistico in un settore energetico ripartito ormai fra Italenergia e Enel. Ed è accaduto che, sempre al di fuori del mercato, un altro comparto manifatturiero tradizionale potesse espandersi nel settore delle telecomunicazioni, facendo di Telecom il contraltare privato di Wind. E non a caso, il grande capitale privato si è ben guardato dall’essere un fattore di competizione nei mercati regolati quando ne ha avuto l’occasione: basta ricordare, per tutte, le vicende di La7. È straordinario come un governo eletto in larghissima misura sulla spinta del mondo delle piccole e medie imprese abbia rapidamente dimenticato la sua base di riferimento (cui sono stati concessi fino ad ora solo bruscolini) ed abbia concentrato pesantemente la sua azione solo ed esclusivamente sul settore della grande impresa privata ricreando il meccanismo di scambio centrato sulla protezione, da un lato, e sul sostegno politico, dall’altro, che ha caratterizzato tanta parte dell’Italia postbellica. In questo, purtroppo, il governo Berlusconi ha seguito, peraltro, la strada già tracciata nel corso della passata legislatura, caratterizzata da un eccesso di attenzione al mondo del grande capitale privato e da una lettura parziale e distorta del sistema produttivo italiano, centrata sulla retorica del «capitalismo straccione» e sulla rappresentazione caricaturale di un sistema imprenditoriale di piccole e medie imprese esclusivamente interessato ad abbattere i costi e a fare dell’Italia una nuova Romania. Non è così. Se c’è qualcosa che molte piccole e medie imprese chiedono è esattamente il contrario: che la distanza fra l’Italia e la Romania si veda. Nelle infrastrutture, nelle regole della concorrenza, nella pubblica amministrazione, per fare qualche esempio, o nei livelli di corruzione.

E, per fare un terzo esempio, il Mezzogiorno. Il centrodestra ha fatto oggi propri tutti quegli strumenti – di patti e contratti, per esempio, si parla con chiarezza nel Patto per l’Italia – messi in campo dal centrosinistra nella passata legislatura. Con la sola eccezione di quegli strumenti, in primis i crediti d’imposta, capaci di aggirare l’intermediazione politica e culturale e «liberare» le imprese. Del resto, è noto: il centrodestra ha del Mezzogiorno una immagine di «bacino di consenso» spesso e volentieri clientelare e nei rapporti con le imprese fa proprio lo slogan che i sindacati hanno messo in campo a proposito dell’articolo 18: «Tu sì, tu no». Forse è il caso di cominciare a vedere questa realtà e di riflettere con mente aperta su quanto fatto in passato. Anche perché la realtà prima o poi finisce per vendicarsi imponendo che per il quarto anno di seguito nel Documento di programmazione economico-finanziaria 2003-2006 si scriva che dal prossimo anno per il Mezzogiorno le cose cambieranno e si avvierà una stagione di crescita economica e sociale senza precedenti. Una previsione smentita con regolarità ogni anno da quattro anni. Senza che nessuno ne abbia tratto le conseguenze. Che non le tragga l’attuale ministro dell’Economia è comprensibile: sono tante le cose serie di cui occuparsi di questi tempi oltre al Mezzogiorno: innanzitutto, la lotta al traffico di stupefacenti. Ma forse non dovrebbero esitare a trarle le forze riformiste.

Di queste cose è fatto, fra l’altro, il terreno del riformismo (come del resto insegna la storia migliore della sinistra italiana). Di analisi, di studio, di rigore logico, di lavoro concreto, di assunzione di responsabilità ma anche di creatività, di capacità di cambiare punti di vista. Non già della ricerca della pietra filosofale: dell’idea capace, da sola, di fissare una identità, aggregare le forze amiche, scompaginare quelle avversarie. A molti sembrava di aver trovato questa idea-forza nella cosiddetta «strategia dei diritti» ma le parole, molto più degli uomini, si vendicano non appena possono. E diventa oggi visibilmente imbarazzante negare l’estensione di alcuni «diritti» (si pensi all’articolo 18) a chi, per accidenti o per scelta, lavora ad esempio in una realtà produttiva più piccola. E non basta spiegare che le piccole imprese hanno natura ed esigenze diverse: il riformismo non si consuma à la carte. E, d’altro canto, se in alcuni casi di diritti si tratta, allora non è ovvio e naturale immaginare che, come succede in Germania, debba spettare al giudice stabilire se, quando e come si tratta di diritti violati (a prescindere dalla dimensione dell’impresa)?

Ad altri sembra invece di poter trovare identità e progetto nell’idea di uno «sviluppo di qualità», nella convinzione che debbano essere i saperi e le conoscenze il fondamento primo dello sviluppo economico e sociale dell’Europa. Un’idea affascinante ed una strategia naturale per chi rifiuta la prospettiva – peraltro votata alla sconfitta – di un sistema produttivo condannato a competere verso il basso. Ma un’idea e una strategia da cui i riformisti per primi devono trarre, anche con durezza se necessario, tutte le conseguenze, se non vogliono ritrovare fra breve lo «sviluppo di qualità» accanto al «nuovo modello di sviluppo» negli scaffali impolverati delle parole d’ordine vuote e dimenticate. E trarne tutte le conseguenze significa, ad esempio, pensare ad una riforma profonda del sistema universitario e della ricerca. Ricorda qualcuno come e perché si arenò nella passata legislatura un primo timido accenno di revisione dello stato giuridico dei docenti universitari?

Checché se ne dica, non c’è mai stata, qui o altrove nel mondo, una «sinistra liberista» (e se si usa questa espressione si ha qualche difficoltà con il termine «liberismo»!). C’è stata, invece, in Italia fin dai tempi di Carlo Rosselli ed è tuttora viva e vegeta, una sinistra liberale. Ad essa si devono alcuni tentativi importanti di invertire la rotta del paese: negli anni Sessanta prima e poi ancora vent’anni più tardi, anche se nascosti in un panorama di tutt’altra natura. Ad essa si deve la prima compiuta esperienza di governo della sinistra italiana. Ad essa si devono, in buona misura, gli straordinari risultati raggiunti dal paese in questi ultimi anni: dall’ingresso nell’euro al risanamento delle finanze pubbliche, dall’avvio della riforma dello Stato sociale alle nuove regole di funzionamento dei mercati, dalla definizione di regole nuove per il capitalismo italiano ai primi segni di universalismo nelle politiche sociali.

Oggi, l’Europa deve confrontarsi con un tentativo evidente quanto miope di trovare risposte nazionali a problemi sopranazionali. E in Italia dobbiamo, invece, confrontarci con una esperienza di governo visibilmente irrispettosa delle regole: tanto quelle della convivenza civile quanto quelle del mercato. Con un ritorno di dirigismo e con una rinnovata invadenza della politica. Con una compagine governativa in cui l’assenza, per fare solo un esempio, di Paolo Cirino Pomicino appare come un intollerabile caso di discriminazione personale. In un quadro come questo, che piaccia o meno, di quella sinistra liberale tanto l’Europa quanto l’Italia hanno assoluto bisogno. Come e più di ieri.

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