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Una casa per tutti i riformisti europei. Lettera aperta al PSE

Written by Giuliano Amato e Massimo D'Alema Monday, 02 September 2002 02:00 Print

Cari compagni del Partito del socialismo europeo, è trascorso ormai un decennio da quando prese avvio quel processo che, in breve tempo, ci avrebbe portato al governo della grande maggioranza dei paesi europei. All’inizio degli anni Novanta erano in molti, e non solo tra i conservatori, a preconizzare una crisi rapida e definitiva per le forze del socialismo europeo. Dopo la nostra prolungata sofferenza degli anni Ottanta – questo era il nucleo essenziale del ragionamento – il collasso dei regimi autoritari all’Est avrebbe consacrato l’egemonia conservatrice in Europa e sepolto le prospettive di una ripresa di consensi per la sinistra. Ognuno di noi sa bene che non è andata così. E ognuno di noi ricorda che proprio allora la sinistra europea iniziò invece a ritrovarsi, nella specificità delle diverse realtà nazionali, intorno all’urgenza di imprimere una svolta ai propri programmi politici.

Cari compagni del Partito del socialismo europeo,

è trascorso ormai un decennio da quando prese avvio quel processo che, in breve tempo, ci avrebbe portato al governo della grande maggioranza dei paesi europei. All’inizio degli anni Novanta erano in molti, e non solo tra i conservatori, a preconizzare una crisi rapida e definitiva per le forze del socialismo europeo. Dopo la nostra prolungata sofferenza degli anni Ottanta – questo era il nucleo essenziale del ragionamento – il collasso dei regimi autoritari all’Est avrebbe consacrato l’egemonia conservatrice in Europa e sepolto le prospettive di una ripresa di consensi per la sinistra. Ognuno di noi sa bene che non è andata così. E ognuno di noi ricorda che proprio allora la sinistra europea iniziò invece a ritrovarsi, nella specificità delle diverse realtà nazionali, intorno all’urgenza di imprimere una svolta ai propri programmi politici. Una svolta che venisse incontro al duplice bisogno che saliva allora dalle nostre società: garantire la coesione sociale, anche dinanzi al profilarsi di quel nuovo scenario che avremmo poi chiamato «globalizzazione»; predisporre un quadro di stimoli e di compatibilità per favorire l’innovazione dei sistemi economici nazionali.

Coesione e innovazione. È stata questa coppia di imperativi, variamente declinata nei nostri programmi, a portarci al governo nel corso degli anni Novanta. Nessuno di noi ha vinto chiudendosi dentro il proprio tradizionale recinto di valori. Al contrario, è stata proprio la consapevolezza di dover uscire in campo aperto a farci incontrare la richiesta che veniva dalle nostre società nazionali. Ed è stata l’urgenza di innovare i nostri programmi a spingerci in direzione di una profonda modifica della nostra identità. Con quell’operazione di innervamento della cultura liberale sul ceppo della cultura socialdemocratica che, in gradi diversi, ha accompagnato la grande maggioranza della sinistra europea nella conquista di consensi sempre più ampi. E che ha contrassegnato il nostro comune impegno nel salto di qualità impresso all’integrazione europea, con il traguardo della moneta comune e le basi dell’unificazione politica del continente. Scelte coraggiose, dunque, che hanno permesso alla nostra famiglia politica di uscire dall’angolo nel quale si trovava all’inizio dello scorso decennio e di evitare il rischio della condanna all’irrilevanza politica.

Non è questo il luogo per tentare un bilancio delle cose fatte – nel bene o nel male – dai governi europei di centrosinistra nel corso dello scorso decennio. Ma certo è che abbiamo di fronte a noi l’esaurimento di quel ciclo politico. Proprio in Italia, poco più di un anno fa, ha preso avvio quella successione di sconfitte che ha rapidamente portato la destra al governo della maggioranza dei paesi europei. Le ragioni di quanto è accaduto sono molte, in buona parte legate ai singoli contesti nazionali. E tuttavia un filo che le attraversa è rappresentato dalla nostra comune incapacità di rispondere in modo adeguato alle ansie e alle insicurez ze che negli ultimi anni si sono diffuse nelle nostre società nazionali. Dal governo siamo stati capaci di risanare le economie, di modificare i sistemi di protezione sociale (e non sempre in modo adeguato ai nuovi rischi), di guidare il processo di integrazione e molto altro ancora. Ma certo non siamo riusciti a rispondere a quella paura del futuro che si è diffusa sul nostro continente. Una paura legata alle trasformazioni delle identità sociali così come al superamento della centralità dello Stato-nazione, ovvero ai processi che noi stessi abbiamo concorso a sviluppare. Ma certo è che i risultati che quei processi hanno prodotto sul piano delle perc ezioni sociali ci hanno trovato largamente impreparati. E la nostra risposta alle ansie che si sono diffuse nelle nostre società è stata debole, perché debole è stata la nostra capacità di comprendere e interpretare il mutamento che avveniva intorno a noi.

A questi timori la destra europea non ha fornito una vera risposta, ma l’illusione di una medicazione d’urgenza. A differenza degli anni Ottanta, quando il conservatorismo europeo e statunitense seppe sintonizzarsi con l’internazionalizzazione liberistica dei mercati occidentali, la destra che abbiamo oggi di fronte a noi non offre alcun disegno strategico. Le sue ricette sono vecchie (ordine), regressive (rinazionalizzazione delle politiche) e paternalistiche (welfare compassionevole). E tuttavia esse hanno saputo cogliere uno spazio politico reale, catturando un consenso largamente fondato sull’aspettativa di una migliore difesa dalle insidie del cambiamento. Ma nella vittoria europea dei conservatori c’è di più. Essa raccoglie i frutti di una operazione avviata nella seconda metà degli anni Novanta, quando le fortune elettorali della sinistra europea erano giunte al loro punto massimo e quando il futuro dei conservatori non poteva che apparire cupo. Quell’operazione, voluta soprattutto da Helmut Kohl, puntò ad aprire i tradizionali confini ideali e culturali del Partito popolare europeo. Allo scopo di aggregare tutto quanto si opponeva, nei singoli paesi europei, all’egemonia politica della sinistra. Da allora la casa dei conservatori europei non si sarebbe più retta sull’ortodossia della tradizione ideale democratico-cristiana, ma piuttosto sulla capacità di contrastare efficacemente e in ogni paese il consenso di cui godevano le forze del socialismo europeo e le politiche che i nostri governi stavano realizzando. Si trattò di un’operazione spregiudicata ma di grande lungimiranza politica. Da lì nacque, come sappiamo, l’entrata nel PPE di partiti di nessuna tradizione democratico-cristiana (come Forza Italia) ma di forte consenso elettorale. Così come da lì nacque il via libera alle alleanze con le forze apertamente nazionalpopuliste su cui si reggono molti dei nuovi governi conservatori europei. Il senso di quella apertura andò dunque ben oltre l’ingegneria partitica: essa coincise con l’uscita del popolarismo europeo dall’angolo nel quale noi l’avevamo costretto, permettendogli di ritrovare il passo necessario per affermarsi elettoralmente.

Il socialismo europeo si trova oggi di fronte ad una scelta analoga. Non saremo altrettanto spregiudicati, ma dovremo essere altrettanto lungimiranti. Niente ci dice che la nostra condizione di minoranza, nella gran parte dei nostri singoli paesi così come nel Parlamento europeo, non possa protrarsi a lungo nel tempo. L’assai probabile inefficacia delle politiche conservatrici non è di per sé una garanzia che il pendolo del consenso possa tornare ad esserci favorevole. Dipenderà, come è accaduto nel corso degli anni Novanta, dalla nostra capacità di saper tradurre in programmi efficaci il mutamento e i bisogni della società. Ma sarebbe del tutto velleitario pensare che tale capacità possa realizzarsi all’interno dei nostri tradizionali confini ideali. Quei confini ci hanno permesso di realizzare traguardi straordinari, tra cui uno in particolare che ai nostri padri sarebbe apparso inarrivabile: civilizzare il capitalismo. È legittimo affermare che gli ordinamenti sociali nei quali ci troviamo a vivere siano ormai profondamente connotati dalla nostra cultura politica. E possiamo dire di avere concorso in misura fondamentale a disegnare la civiltà europea così come essa appare oggi.

E tuttavia questo non basta più. Non possiamo accontentarci di difendere l’esistente – d’altra parte ciò non è mai bastato a chi si diceva socialista – e per riuscire ad intaccare il consenso di cui gode la destra conservatrice abbiamo di fronte a noi alcuni passaggi ineludibili. Vale la pena accennarne solo due, tra i più rilevanti. È innanzitutto inevitabile declinare in chiave sovranazionale la nuova dimensione del riformismo. Non tanto in nome di un generico cosmopolitismo, ma per l’ormai avvenuto superamento della dimensione nazionale del policy making. I partiti riformisti hanno pagato il prezzo maggiore dell’indebolimento dello Stato-nazione, essendosi qualificati per la capacità di utilizzare quello Stato come potente leva per le politiche di socializzazione. Ma oggi qualsiasi politica riformista non può che avere un orizzonte sovranazionale, lo stesso all’interno del quale vengono prese le decisioni che influiscono sulla vita dei cittadini. Ma c’è di più, perché la nuova dimensione sovranazionale richiede che la politica acquisti una rilevanza ancora maggiore che in passato. E in questo nuovo scenario l’alternativa ad un indebolimento della politica – e dunque del riformismo, che della politica ha assai più bisogno – non potrà che essere la riduzione dei diritti e l’ulteriore aggravarsi di quella crisi di legittimità a cui la globalizzazione ha già condotto i governi nazionali. Allo stesso modo è indispensabile superare la rappresentazione tradizionale del riformismo socialista, come proiezione nella dimensione politica e istituzionale del mondo del lavoro dipendente. Mentre la rappresentanza sindacale conserva la sua forza, è ormai venuta meno quella corrispondenza tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica che ha costituito per lunghi decenni la nostra principale ragion d’essere. Le cause di questa frattura sono molte, ma la principale è forse nella individualizzazione del lavoro e nella conseguente trasformazione delle identità sociali. È indispensabile perciò che il riformismo socialista scelga di rappresentare la nuova fisionomia del mondo del lavoro e che sappia altresì rappresentare le nuove domande che esso esprime, nelle sue stesse componenti tradizionali. E che dunque operi per allargare le tutele così come le possibilità degli individui di realizzare le scelte fondamentali della vita. Un riformismo che sia capace di incidere sulla nuova società degli individui, in sostanza, deve saper trovare una nuova sintesi tra libertà e sicurezza.

Se i compiti che abbiamo di fronte sono di questa portata, dobbiamo essere serenamente consapevoli che un grande passato non è di per sé la garanzia di un futuro luminoso. Come un decennio fa, non abbiamo altra scelta se non quella di uscire in campo aperto. Ma in questo caso la spinta del cambiamento deve essere molto più coraggiosa. Dobbiamo porre esplicitamente all’ordine del giorno la costruzione di una nuova casa dei riformismi europei. Una casa nella quale possano trovare cittadinanza tutte le culture politiche che si oppongono alla nuova destra europea. E che condividono con noi l’obiettivo di governare la società europea all’insegna dell’eguaglianza dei diritti, dei valori della persona, delle libertà dei molti. Serve una allargata famiglia politica sovranazionale che riunisca tutti i riformismi europei. Non un accampamento provvisorio, ma un vero edificio che offra a tutte le culture politiche del riformismo un luogo dove incontrarsi per mettere a punto una proposta programmatica sufficientemente forte e convincente. Dove i socialisti si ritrovino con i cristiano-democratici, la cui permanenza nel PPE è sempre più difficile, così come con le correnti più avvedute del liberalismo europeo e con la cultura ambientalista.

Il nome della n u ova famiglia è davvero poco importante. La forza delle nostre idee di socialisti non è nel richiamo di un nome ma nella nostra capacità di tradurre in realtà gli ideali da cui siamo animati. E il rischio che abbiamo di fronte a noi è che quegli ideali siano ridotti all’impotenza, se non saremo capaci di uscire dall’angolo nel quale ci troviamo.

In questo senso l’identità può rivelarsi una trappola, se ci impedirà di cogliere la forza dei riformismi diversi da quello socialista e la possibilità che la destra venga sconfitta attraverso la nostra coalizione con essi. D’altra parte, come sappiamo bene, nel corso dell’ultimo decennio il Partito del socialismo europeo ha cambiato di fatto la propria fisionomia. La nostra famiglia si è allargata a molti partiti ex comunisti dell’Europa orientale, che si sono mostrati capaci non solo di cambiare sigla ma soprattutto di guidare le proprie società attraverso transizioni tumultuose. Così come sappiamo bene che fuori d’Europa – basti pensare all’esperienza dei Democratici statunitensi – l’efficacia del riformismo si è misurata sulla sua capacità di uscire da confortevoli recinti ideali e identitari.

Ciò che rischia di diventare un freno alla nostra efficacia, se non una minaccia sul nostro futuro, è la volontà di difendere la tradizionale ortodossia socialdemocratica nelle forme e nei contenuti del nostro lavoro comune. Occorre che il PSE apra rapidamente i propri confini ai riformismi non socialisti. Prendendo così l’iniziativa di un processo che dovrà trovare, come certamente troverà, convinti interlocutori nelle altre famiglie politiche europee. È prematuro indicare oggi l’approdo finale di questo processo. Ma certo esso dovrà passare per alcune tappe qualificanti, come la convergenza del nostro lavoro al Parlamento europeo o l’indicazione di un candidato comune per la presidenza della prossima Commissione europea. Sappiamo comunque che questo processo, se ben avviato, potrà condurci fuori dalle secche nelle quali ci troviamo. Restituendoci rilevanza politica ed evitando che il socialismo europeo si ritrovi prigioniero delle proprie conquiste.

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