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Du Déjà-vu in Libano

Written by Carlo Pinzani Friday, 01 September 2006 02:00 Print

È incredibile quanto le esigenze della comunicazione di massa deformino la percezione della realtà attraverso l’eliminazione della prospettiva temporale: tutto è appiattito sul presente, ogni evento è valutato in sé, senza tener conto del processo in cui si inserisce. Questo si è puntualmente verificato anche per il raid compiuto dai miliziani sciiti libanesi contro l’esercito israeliano nel luglio scorso e per la conseguente, durissima reazione israeliana: a quel punto interessava soltanto stabilire le responsabilità (peraltro chiarissime) e valutare le reazioni.

Il quadro di riferimento

È incredibile quanto le esigenze della comunicazione di massa deformino la percezione della realtà attraverso l’eliminazione della prospettiva temporale: tutto è appiattito sul presente, ogni evento è valutato in sé, senza tener conto del processo in cui si inserisce. Questo si è puntualmente verificato anche per il raid compiuto dai miliziani sciiti libanesi contro l’esercito israeliano nel luglio scorso e per la conseguente, durissima reazione israeliana: a quel punto interessava soltanto stabilire le responsabilità (peraltro chiarissime) e valutare le reazioni.

Si capisce dunque come il pragmatico «The Economist» abbia disquisito sulla distinzione tra jus ad bellum e jus in bello, e come in Italia si sia polemizzato con il «partito del tuttavia» (riferendosi a quanti argomentavano a giustificazione di Hezbollah) o si siano richieste adeguate proporzionalità tra l’offesa e la risposta. È però arrivato il momento che venga fondato e appoggiato, a livello italiano e internazionale, il «partito del perché».

Purtroppo, i «perché» di questi eventi hanno radici che affondano fin quasi alle origini delle civiltà mediterranee. Inoltre, visto che la vicenda si svolge in Medio Oriente, l’onesta ricerca dei «perché» deve fare i conti con una realtà non solo particolarmente intricata, ma anche sfuggente, alimentata com’è da mentalità e culture profondamente differenziate, per cui quasi nulla è veramente quello che sembra. Infine, c’è da tener conto della molteplicità dei piani a cui le vicende si svolgono: si va dalla dimensione puramente locale e, in alcune questioni di particolare valenza simbolica, addirittura da disputa condominiale, alla dimensione regionale, e attraverso questa, agli equilibri strategici globali.

La guerra di questa estate non è stata un diversivo mediatico rispetto alle altre crisi mediorientali in corso, dallo stallo iracheno ai progetti nucleari iraniani, ma ha riportato alla ribalta, per interposto Libano, la componente più drammatica dello scacchiere: il conflitto israelo-palestinese. Lungi dall’essere un’area omogenea nella quale perseguire obiettivi più o meno apertamente ideologizzanti e, comunque, indifferenziati, il Medio Oriente è caratterizzato da una serie di situazioni assai diversificate, collegate anche, e forse soprattutto, all’incapacità occidentale di trovare, nel lungo periodo, soluzioni in grado di colmare il vuoto creato dal disfacimento dell’Impero ottomano.

Con queste avvertenze, si può cercare di contribuire alla comprensione della situazione attuale, nella speranza che sia possibile invertire il corso degli eventi che, in Palestina, in Libano, in Iraq e nell’intero Medio Oriente, sono andati negli ultimi tempi di male in peggio.

 

La componente israelo-palestinese

In Palestina due sono i fatti dai quali prendere le mosse per delimitare la risalita nella quasi infinita catena dei «perché»: la decisione del governo Sharon di rinunciare all’occupazione della Striscia di Gaza e, gradualmente, a quella di gran parte dei territori occupati dopo il 1967, e la successiva vittoria di Hamas alle elezioni parlamentari. L’evacuazione di Gaza, con il conseguente smantellamento degli insediamenti, segnava una svolta realmente storica nella politica di una componente decisiva dei gruppi dirigenti israeliani: appariva la rinuncia al disegno di far coincidere il territorio d’Israele con quello dello Stato ebraico dei tempi biblici, obiettivo sempre perseguito dal movimento sionista, anche se mai ufficialmente proclamato. Che inizialmente non si trattasse di una decisione strumentale era confermato dalle resistenze dei gruppi più oltranzisti, che continuavano ad opporsi al principio dello scambio tra il territorio e la pace, già sancito dagli accordi di Oslo del 1993 e logorato nella serie di eventi culminata nella seconda intifada. Questa fu innescata, fra l’altro, dalla famosa passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee: un episodio, appunto, dalle dimensioni di disputa condominiale, se lo si considera al di fuori del mondo dei simboli. Quelle resistenze dovevano spingersi fino al punto di provocare una scissione nel Likud e nel Partito laburista, nonché nella creazione di Kadima, un nuovo partito fondato da Sharon con lo scopo esclusivo di giungere alla pace negoziando da posizioni di forza e arrivare alla definizione di confini sicuri per lo Stato ebraico.

Questo disegno era caratterizzato dall’unilateralismo: doveva cioè essere portato avanti anche in assenza di una trattativa con i palestinesi, e aveva come corollario la costruzione già avanzata del muro di sicurezza. Il piano era reso plausibile soprattutto dalle condizioni di estrema debolezza in cui le durezze israeliane, il discredito e la morte di Arafat, e le profondissime lacerazioni interne avevano ridotto lo schieramento palestinese. In questo modo, Sharon e i dirigenti israeliani si ponevano nelle condizioni di una moderna Penelope, costretti com’erano a disfare la tela, ormai forse non più districabile, degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, da loro tessuta nei decenni dell’occupazione.

Il prezzo pagato per le durezze israeliane nel quinquennio 2000-2005 doveva essere proprio la vittoria di Hamas nelle elezioni parlamentari del gennaio 2006: tutto era stato messo in pratica perché l’OLP uscisse sconfitta dalla prova elettorale, senza considerare il decisivo contributo di arroganza e di corruzione fornito dai dirigenti della stessa organizzazione. La conquista del proscenio da parte di Hamas reintroduceva massicciamente quegli elementi di complessa ambiguità che rendono così intricate e sfuggenti tutte le vicende mediorientali.

Dal 1987 Hamas era anche formalmente tra gli attori della politica palestinese, rappresentandovi la componente confessionale e conservatrice diffusa in tutto il mondo arabo e facente capo alla radice egiziana dei Fratelli musulmani. Questa componente tendeva a contrapporsi in tutti i paesi arabi alle forze modernizzatici e socialisteggianti che, ovunque, tendevano alla creazione di regimi decisamente anticolonialisti ma apertamente dittatoriali, sulla scia dell’esempio fornito dall’Egitto di Nasser. In questa contrapposizione, i movimenti confessionali finivano spesso per affiancarsi agli Stati conservatori e feudali, ricevendo anche il sostegno degli Stati Uniti, che intendevano evitare ogni influenza sovietica in Medio Oriente e tutelare i loro interessi petroliferi. Nel caso della Palestina, nessun elemento fa pensare che nella nascita e nell’ascesa di Hamas vi sia stato un qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti. È invece appurato che Israele e la Giordania hanno favorito l’attecchimento e la diffusione del movimento nei Territori occupati, anche dopo che, nel biennio 1979-1981, la rivoluzione iraniana, la rivolta islamista in Arabia Saudita e l’assassinio di Sadat ad opera di un’organizzazione legata alla Fratellanza, avevano chiaramente mostrato la pericolosità politica dell’estremismo fondamentalista.

Non è difficile individuare le motivazioni israeliane e giordane nel favorire la diffusione dell’integralismo religioso nei Territori occupati: si trattava di ridurre con qualunque mezzo il peso politico dell’OLP, obiettivo perseguito con particolare intensità ed efficacia dai governi del Likud.1 D’altro canto, risulta difficilmente comprensibile come, senza la complicità politica delle autorità di occupazione, l’integralismo religioso abbia potuto così rapidamente affermarsi in una popolazione relativamente laicizzata e istruita come quella palestinese, che si riconosceva soprattutto nel nazionalismo dell’OLP.2

L’evoluzione di Hamas verso il terrorismo fu abbastanza precoce nel corso della prima intifada, ma si accentuò notevolmente dopo l’avvio del processo di pace, quando si sviluppò un meccanismo infernale in base al quale Arafat e l’OLP venivano ritenuti dai governi israeliani politicamente e militarmente responsabili anche delle azioni terroristiche patrocinate da Hamas. Questa veniva così, in qualche modo, posta nelle condizioni di influenzare il processo di pace.

Anche in queste condizioni, tuttavia, non è giusto considerare il movimento islamista palestinese come semplice organizzazione terroristica. Come tutte le altre organizzazioni collegabili con i Fratelli musulmani, Hamas svolge un’intensa attività religiosa, promuove iniziative sociali e culturali, gestisce le ingenti risorse che provengono dal suo inserimento nella rete della finanza islamica a quanto sembra con molto maggior rigore di quanto abbia fatto l’OLP con le proprie (ed è anche su questo terreno che si è deciso l’esito delle elezioni parlamentari). Non è certo la prima volta che un’organizzazione politica che ricorre a pratiche terroristiche viene coinvolta in processi che richiedono un riconoscimento internazionale: anche senza risalire al riconoscimento dello Stato d’Israele nel 1948, quando le imprese dell’Irgun o della «banda Stern» erano ancora fresche nella memoria, basti pensare al faticosissimo processo di pace nell’Ulster. Hamas è prevalsa nella competizione elettorale in forme che nessuno ha contestato, pur nel clima della guerra globale al terrorismo che ha bloccato ogni possibilità di dialogo con Hamas senza il preventivo e perpetuo riconoscimento dello Stato d’Israele. Questo, fra l’altro, era stato annunciato da Yassin fin dal 1995, seppure nel quadro di una lunga tregua e alla condizione della rinuncia israeliana ai Territori occupati.

La vittoria elettorale di Hamas non è stata riconosciuta dalla comunità internazionale, nonostante il tragico precedente algerino, ove il mancato riconoscimento della vittoria elettorale degli integralisti ha dato luogo ad una lunga, crudele e ignorata guerra civile. L’atteggiamento israeliano e della comunità internazionale è stato di straordinaria e quasi unanime durezza, nell’intento di strangolare economicamente quel che restava dell’Autorità palestinese, nonostante le sofferenze gravissime inflitte alla popolazione.

In una prima fase, la durezza della comunità internazionale ha approfondito i contrasti tra Hamas e l’OLP, con il presidente Abu Mazen che si contrapponeva alla nuova maggioranza parlamentare e al governo. In questo contesto, il processo di pace era definitivamente compromesso e il percorso successivo di esso, la famosa Road map, era di fatto abbandonato. Gli estremisti islamici, sempre perseguiti con estrema durezza dagli apparati militari israeliani, invece di promuovere una rinnovata ondata di attentati terroristici nei confronti dei civili, si concentravano su azioni militari, come il rapimento del soldato israeliano al di fuori della Striscia di Gaza e nei sempre più frequenti lanci di razzi Qassam sui territori occupati da Israele.

Questa reazione di Hamas aveva anche un fondamento politico: la rinuncia agli attentati suicidi (non smentita dal solo episodio verificatosi dopo le elezioni) è certamente riconducibile alla pesantezza delle ritorsioni israeliane, ma anche alla consapevolezza delle ripercussioni negative che questa forma estrema di terrorismo genera nell’opinione israeliana e internazionale. Il lancio dei razzi, di scarsa efficacia militare e di minor impatto terroristico, aveva una funzione deterrente: tendeva a dimostrare che la delimitazione unilaterale dei confini – e anche la costruzione del muro – non giova alla sicurezza di Israele di fronte a questo tipo di minacce. Ma quel che sembra essere stato decisivo nello scatenare le ostilità sul confine israelo-libanese è l’accordo che si veniva profilando tra Abu Mazen e Hamas: il primo, convinto a ragione che il popolo palestinese fosse ancora legato alla prospettiva del processo di pace, aveva minacciato di ricorrere in proposito ad un referendum. Ciò è bastato a rendere possibile un accordo, per ora fragilissimo, tra le formazioni palestinesi, sulla base del cosiddetto «documento dei detenuti», elaborato da prigionieri delle carceri israeliane appartenenti alle due organizzazioni e orientato a favore della ripresa del processo di pace sulla base del sostanziale rispetto dei confini anteriori alla guerra del 1967. 

 

La componente libanese

Come in altre occasioni, anche questa volta interveniva puntualmente l’altro grande fattore di destabilizzazione della situazione palestinese, vale a dire la strumentalizzazione del conflitto da parte di singoli paesi arabi a propri fini politici: una solida ripresa del processo di pace tra Kadima e le due fazioni palestinesi, oltre a scontentare gli estremisti dei due schieramenti, avrebbe anche rischiato di escludere durevolmente dal gioco la Siria. Si comprende così come la milizia sciita libanese filosiriana, l’Hezbollah, abbia rilanciato l’azione di disturbo costantemente esercitata contro Israele a partire dalla prima invasione del Libano del 1982, e proseguita anche dopo il completo e unilaterale ritiro israeliano dal «paese dei cedri» avvenuto nel 2000.3 Evidentemente, per Israele, la gestione dei propri confini settentrionali era ed è un problema insolubile.

Formalmente conclusasi nel 1985, la prima guerra d’Israele in Libano, condotta contro i palestinesi dell’OLP,4 aveva definitivamente sconvolto i fragili equilibri politici tra le comunità libanesi e sanzionato la durevole, ancorché implicita, delega da parte d’Israele e della comunità internazionale alla Siria per contenere i contrasti intracomunitari, destinati a ricomporsi formalmente soltanto dopo quattordici anni con gli accordi di Taef. Questi, a loro volta, furono applicati in misura assai parziale: così il previsto ritiro siriano era accompagnato da possibili proroghe; così la comunità sciita venne coinvolta negli accordi solo successivamente e quella drusa ha mantenuto la sua opposizione politica; così le modifiche costituzionali che dovevano dar luogo alla cosiddetta seconda Repubblica libanese sono state applicate a intermittenza, con proroghe di mandati e adattamenti vari.

Gli accordi, tuttavia, consentirono, negli anni a cavallo del secolo, un periodo di relativa calma che permise l’ascesa di Rafic Hariri, uomo d’affari sunnita, legato alla casa regnante saudita, amico di Chirac e, al tempo stesso, bene introdotto negli ambienti di governo siriano e gradito a Israele. Primo ministro dal 1992 al 1998 e poi dal 2000 al 2004, Hariri riuscì a convivere con il presidente cristiano Lahoud, decisamente filosiriano, fino alla svolta del 2004, quando il regime di Damasco mutò la propria posizione di fronte alla ripresa del conflitto israelo-palestinese. Costretto dalla politica siriana a lasciare il governo, Hariri si preparava ad essere eletto presidente della Repubblica nel 2005, quando, nel febbraio, fu ucciso in un attentato, in cui sono emerse pesanti responsabilità del governo siriano. Questo, utilizzate tutte le possibili proroghe previste dagli accordi di Taef, era costretto dal malcontento popolare libanese e, soprattutto, dalla pressione internazionale, a porre fine, sempre nel 2005, alla quasi trentennale occupazione del Libano.

In tutte queste vicende, la comunità sciita veniva progressivamente inglobata nell’accordo generale, mantenendo la propria linea politica filosiriana e vedendo altresì crescere il proprio peso politico grazie al «Partito di Dio», l’Hezbollah, proprio per il ruolo svolto nel Libano del Sud. Per il «Partito di Dio», votato alla guerra santa contro i sionisti, con la particolare enfatizzazione del martirio propria della tradizione sciita, valgono in buona sostanza le considerazioni svolte per Hamas. Anche in questo caso non sembra giusto ridurre il movimento ad una semplice formazione terroristica, tanto più che Hezbollah persegue due obiettivi rigorosamente politici: aumentare il peso degli sciiti, tradizionalmente sottovalutati negli assetti istituzionali libanesi nonostante il loro prevalente peso demografico; opporsi con ogni mezzo a Israele, fino alla sua eliminazione.5

Si può così comprendere come la rinnovata durezza dimostrata dagli israeliani tanto a Gaza quanto nei Territori occupati dopo la vittoria elettorale di Hamas abbia indotto i dirigenti del movimento sciita a intensificare la pressione nei confronti d’Israele, tanto più che, come l’andamento delle operazioni militari doveva dimostrare, il loro livello di preparazione e di armamento era da considerarsi adeguato. L’occasione è stata probabilmente considerata ghiotta anche dalla Siria per rientrare in qualche modo sulla scena libanese e dall’Iran, impegnato a fronteggiare una dura pressione internazionale, e in particolare americana, a proposito della politica nucleare.

A rendere più complicato questo groviglio e ad accrescere il rilievo politico di Hezbollah ha contribuito potentemente anche la politica dell’Amministrazione Bush in Iraq, con la pretesa di trasporre con un intervento armato il principio della democrazia rappresentativa – «un uomo, un voto» – in un contesto in cui la politica è anche, e soprattutto, equilibrio tra le comunità. L’appoggio americano alla comunità sciita ne ha potenzialmente aumentato il potere, e ciò è stato percepito come reale minaccia dai sunniti iracheni, tanto più che dietro la forza sciita in Iraq è evidente l’influenza iraniana. Ma questo schema è estendibile a tutti i paesi mediorientali ove variamente coesistono comunità delle due affiliazioni e le conseguenze sull’intera situazione dello scacchiere potrebbero essere assai gravi.6

Il Libano, da questo punto di vista, è probabilmente l’anello più debole della catena. Sino ad ora, a quel che è dato conoscere, il governo e l’opinione pubblica hanno mostrato apprezzamento per il ruolo anti-israeliano svolto da Hezbollah. Ma la fragilità degli equilibri comunitari in Libano è molto alta e non si vede quale interesse a una loro rottura possano avere Israele, gli Stati Uniti e la comunità internazionale nel suo complesso. Per questo motivo, bene hanno fatto i governi dei paesi europei che si sono assunti l’onere della forza d’interposizione nel Libano meridionale ad insistere perché il disarmo degli Hezbollah venisse considerato una questione interna libanese, pur se ciò non basta ad escludere la ripresa di forme violente di contrapposizione tra le comunità. Il rinnovato ricorso all’interposizione di una forza internazionale, decisamente rafforzata rispetto alla precedente, ha avuto il grandissimo risultato di consentire una tregua, sia pur ritardata in funzione delle esigenze belliche israeliane. Inoltre, il dispiegamento della forza internazionale dovrebbe, in linea teorica, contribuire a risolvere il problema del confine settentrionale d’Israele.

Tuttavia, questo risultato non è di per sé garanzia della sicurezza del confine d’Israele e delle città e paesi della Galilea, se ad esso non faranno seguito incisivi mutamenti nei rapporti israelo-palestinesi e nella politica mediorientale degli Stati Uniti.

 

Il contesto regionale

Parzialmente chiariti alcuni «perché» della situazione attuale, si può cercare di delineare percorsi che consentano di uscire da una situazione che sembra condurre soltanto all’inasprimento e alla diffusione della violenza, prospettive che non sembrano certo favorevoli, nel lungo periodo, allo Stato d’Israele.

Purtroppo, non sembra che la tregua instauratasi ai confini settentrionali abbia modificato sensibilmente la situazione in Palestina. Da alcuni episodi, sembra che non sia cambiata la strategia israeliana di esercitare la massima pressione sulla popolazione palestinese perché induca i dirigenti a fermare le azioni terroristiche. D’altra parte, la lezione degli ultimi mesi circa la non praticabilità di soluzioni unilaterali nella definizione dei confini d’Israele è risultata troppo chiara perché sia possibile continuare a ignorarla. Tuttavia, la sola decisione presa in questo contesto sembra essere stata quella di sospendere lo smantellamento degli insediamenti israeliani nei Territori occupati. Decisione ambigua, dal momento che può significare sia la rinuncia all’unilateralismo, sia il ritorno alle posizioni di rifiuto di cedere terra occupata da ebrei. Malauguratamente, la recentissima ripresa dell’attività edilizia per aumentare la popolazione nell’insediamento di Maale Adumin (oltre che in un altro minore) sembra sciogliere l’ambiguità a favore della soluzione più intransigente.

Si sta però diffondendo la convinzione che il metodo unilaterale dei ritiri rischia di portare soltanto alla cessione di terra in cambio di niente, dal momento che la controparte, non sentendosi riconosciuta e non potendo avanzare richieste, non è disposta a rinunciare alla violenza. È quindi auspicabile che il dibattito apertosi in Israele sulla condotta delle recenti operazioni militari finisca per affrontare anche questo problema essenziale.

Sul fronte palestinese, la rinnovata disponibilità dei responsabili istituzionali dell’OLP e di Hamas di giungere alla formazione di un governo di unità nazionale in condizioni di grande difficoltà è da considerarsi positiva, in quanto eliminerebbe per gli israeliani la difficoltà divenuta ora oggettiva di non disporre di interlocutori affidabili per una trattativa che, con la gradualità necessaria, porti verso un assetto stabile, quale era, sostanzialmente, quello delineato negli accordi di Taba dell’inizio del 2001.

È però evidente che anche un’eventuale evoluzione in questo senso della componente israelo-palestinese del conflitto sarebbe soltanto una condizione necessaria, ma non sufficiente, per una drastica riduzione dell’instabilità mediorientale. È evidente che la guerra d’agosto ha aumentato il peso della componente libano-siriana del conflitto. Qui, le responsabilità militari che l’Europa si è assunta guidando la forza d’interposizione nel Libano meridionale potranno essere assolte senza gravi ripercussioni politiche soltanto se la diplomazia riuscirà ad affiancare lo sforzo militare, adoprandosi in ogni modo per stabilizzare l’equilibrio tra le comunità libanesi e ricercando il più possibile le vie per far comprendere al regime siriano che il recupero del Golan potrà avvenire più facilmente con la trattativa che con la pressione militare, diretta o indiretta, su Israele.

Ma, per questa via, si arriva al nocciolo della questione: la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente. Nonostante alcuni rilevanti segni di una maggiore flessibilità (soprattutto l’impegno del Segretario di Stato Rice per giungere ad una tregua), l’Amministrazione Bush non sembra in grado di portare a termine la riconversione necessaria, neppure sotto la pressione dell’imminente scadenza delle elezioni congressuali di midterm che, per il momento, non si annunciano favorevoli per la Casa Bianca. Né si allude qui soltanto alla determinazione con la quale Bush difende la sua politica in Iraq, rovinosa non soltanto per quel paese ma per la stessa finalità della guerra al terrorismo, continuamente riaffermata. La totale insensibilità per i rapporti intracomunitari nei paesi mediorientali, la perdurante e pressoché esclusiva fiducia nello strumento militare, il rifiuto aprioristico di riconoscere movimenti islamici integralisti (ma non monarchie petrolifere non meno integraliste) non possono che far aumentare la virulenza dell’islamismo, tanto nella componente sunnita quanto in quella sciita. D’altro canto, se gli stessi Stati Uniti intendessero praticare la politica del divide et impera le conseguenze sarebbero ancora più gravi: il principale terreno di concorrenza tra le due comunità più diffuse dell’Islam sarebbe sicuramente l’antiamericanismo.

A riprova di questo assunto non c’è soltanto la provocazione di Hezbollah contro Israele, ma anche il ruolo crescente assunto dall’Iran sulla scena internazionale negli ultimi tempi, anche per effetto della politica americana, che ha favorito la ripresa delle componenti più radicali della teocrazia iraniana. Nessun dubbio sulla pericolosità dei possibili sviluppi di un armamento atomico iraniano, né sull’opportunità che la comunità internazionale faccia il possibile per impedirlo. Ma vi è da chiedersi se la via scelta della contrapposizione frontale e delle minacce sia la più adatta, viste le possibilità di ritorsione iraniane sul piano degli approvvigionamenti petroliferi nei confronti di paesi membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e degli stessi Stati Uniti. Una volta che si fosse imboccata la via della durezza occorrerebbe essere in grado di percorrerla fino in fondo, con conseguenze che nessun presidente americano potrebbe affrontare nella fase conclusiva del suo secondo mandato. A parte tutte le considerazioni giuridiche che si possono fare sul rispetto delle norme vigenti in tema di sviluppo del nucleare civile, potrebbe essere utile ricordare che l’Iran è in qualche modo circondato da potenze nucleari e che sarebbe certamente opportuno riconsiderare complessivamente la politica di non proliferazione. In queste condizioni, anche l’indiscussa – e indiscutibile – alleanza strategica tra Israele e Stati Uniti dovrebbe essere riesaminata da entrambe le parti.

Washington dovrebbe riconsiderare la compatibilità del proprio sostegno incondizionato alla causa israeliana, soprattutto nell’interpretazione fornitane dalla destra, con le esigenze della propria politica mediorientale che, comunque la si voglia considerare, ha il suo fondamento principale nella tutela degli interessi petroliferi e, quindi, nel mantenimento di buone alleanze nel mondo arabo. Un risultato difficilmente conseguibile se la situazione in Palestina non cambierà radicalmente e in tempi abbastanza limitati.

Il discorso vale specularmente anche per Israele: se la finalità del sionismo era quella di istituire uno Stato ebraico in Palestina, essa non può dipendere soltanto da fattori estranei al contesto immediato, qual è certamente la politica mediorientale degli Stati Uniti che, negli ultimi tempi, ha fatto correre rischi non trascurabili agli israeliani. Una delle ragioni dell’avversione islamica nei confronti d’Israele è data dal fatto che questo fa coincidere la comunità ebraica con uno Stato impiantato su un territorio definito, secondo un modello tipicamente eurocentrico che il neoconservatorismo americano ha rilanciato con forza e proprio a proposito del Medio Oriente.7 Qui il problema principale è quello della convivenza e dell’equilibrio tra le diverse comunità: e in Palestina occorre arrivare rapidamente ad una partizione definita, altrimenti la realtà dello sviluppo demografico, nel lungo periodo, finirà per fare degli ebrei soltanto una comunità all’interno di un’unica formazione statale composita. L’alternativa potrebbe essere soltanto quella di uno Stato ebraico apertamente razzista o, addirittura, quella di una qualche forma di pulizia etnica. Soluzioni, entrambe, che sarebbero la piena negazione degli ideali sionisti.

In realtà, la sinergia del legame tra Stati Uniti e Israele vale soltanto se viene seguita una politica di moderazione, che ricerchi la sicurezza del secondo attraverso la trattativa e nella quale gli Stati Uniti si impegnino in ogni modo per favorire i settori dialoganti tanto tra gli israeliani quanto tra i palestinesi. Le vicende degli ultimi cinque anni dimostrano che anche il benign neglect degli Stati Uniti nella questione palestinese è nocivo alla sicurezza d’Israele e alla stabilità del Medio Oriente.

Si torna così a riaffermare, per altra via, la validità della strada indicata dalla comunità internazionale fino dal 1947 e abbandonata unilateralmente dai governi israeliani dopo il 1967: la terra in cambio della pace. Ricordando peraltro, con Shimon Peres, che Arafat, nelle trattative di Oslo, aveva «accettato il più importante compromesso storicamente mai preso in considerazione dai palestinesi, consentendo che la dimensione dello Stato palestinese si fondasse sulle frontiere del giugno 1967 e non su quelle del piano di spartizione del 1947, cioè non più sul 45% della Palestina, bensì sul 22%».8

Le possibilità di realizzazione di questo scenario dipendono in larga misura dall’esaurimento della lunga ondata conservatrice negli Stati Uniti. Evento che, in certa misura, prescinde dal risultato delle elezioni di midterm e anche da quello della corsa alla Casa Bianca del 2008. Quel che conta è il superamento della concezione degli Stati Uniti come unica potenza mondiale e, quindi, la sconfitta dei neoconservatori, che di quella visione sono i principali sostenitori. Questo esito, che segnerebbe realmente la fine dell’unilateralismo, è, per il momento, tutt’altro che scontato. Per questo motivo è fondamentale l’impegno dei principali protagonisti del sistema delle relazioni internazionali per il superamento delle tensioni mediorientali, a cominciare dall’Iraq e dalla Palestina.

Non v’è dubbio che la tregua ottenuta dalla comunità internazionale nella guerra tra Israele e Hezbollah indichi una certa ripresa del multilateralismo e una rivalutazione del ruolo delle Nazioni Unite. Tuttavia, sembra troppo presto per dare come acquisito questo risultato e la cautela è d’obbligo. Specialmente per l’Europa, che rischia di finire per essere una grande mosca cocchiera: per quanto chiaro sia il mandato dell’UNIFIL 2, per quanto maggiore sia la potenza militare schierata sul terreno, per quanto serio l’impegno politico dei paesi coinvolti, non si riesce a evitare una spiacevole sensazione di déjà-vu nel Libano meridionale.

 

 

Bibiografia

1 Nel 1973 Ahmed Yassin fu autorizzato dall’Amministrazione israeliana dei Territori occupati a costituire un centro islamico e, nel 1978, il governo Begin consentì formalmente la nascita di Hamas. Nel 1997, Yassin, detenuto dagli israeliani, venne liberato dal governo Nethanyau su pressioni giordane e nel quadro di una complessa operazione di scambio di ostaggi patrocinata da Sharon. Il trionfale ritorno a Gaza dello sceicco fu un momento importante per il consolidamento di Hamas. Cfr. C. Enderlin, Storia del fallimento della pace tra Israele e Palestina, Newton Compton, Roma 2003, p. 71.

2 Su questi sviluppi e in generale sui rapporti tra Stati Uniti e movimenti integralisti si veda: R. Dreyfuss, Devil’s Game. How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam, Metropolitan Books, New York 2005, pp. 191-198.

3 Con la sola eccezione della zona detta delle «fattorie di Cheeba», un territorio 25 km2 rimasto in mani siriane dopo la guerra arabo-israeliana del 1948-49, poi conquistato dagli israeliani nel 1967 e solo formalmente retrocesso al Libano con gli accordi di Taef del 1989. La questione – per quanto anch’essa sembri rientrare nel novero delle dispute da condominio – non è del tutto irrilevante, dal momento che continua ancora oggi a fornire a Hezbollah un pretesto per continuare a operare nel nome della completa liberazione del Libano.

4 «La guerra, che era stata iniziata nel chiaro intento di difendere gli insediamenti in Galilea, si concluse con l’esercito israeliano impegnato con tutte le proprie forze a difendere se stesso; il promesso attacco rapido e chirurgico sulle concentrazioni terroristiche si era mutato in una lunga occupazione e una brutale guerriglia contro le forze di occupazione». Così scrivono due autori israeliani in quella che rimane la migliore ricostruzione della prima guerra del Libano. Cfr. Z. Schiff, E. Ya’ari, Israel Lebanon War, Unwin Paperbacks, Londra 1986, p. 309.

5 Sul «Partito di Dio» si veda, in generale: A. Saad-Gorayeb, Hizbu’llah. Politics and Religion, Pluto Books, Londra 2002.

6 Su questo aspetto della situazione mediorientale si veda: V. Nasr, When the Shiite Rise, in «Foreign Affairs», 3/2006.

7 Le difficoltà del doppio e pur necessario riesame evocato nel testo sono enormi, data anche la profondità e la ricchezza dei legami tra gli intellettuali ebrei americani e il neoconservatorismo. Si veda in proposito l’approfondito, ancorché eccessivamente apologetico, lavoro di M. Friedman, The Neoconservative Revolution. Jewish Intellectuals And the Shaping of Public Policy, Cambridge University Press, New York 2005.

8 L’affermazione di Peres è stata fatta in un libro-intervista nel quale si è confrontato con l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite Boutros-Ghali. Cfr. Boutros Boutros Ghali-Shimon Peres, 60 ans de conflit israelo-arabe. Témoignages pour l’Histoire. Entretiens croisés avec André Versailles, Editions Complexe, Bruxelles 2006, p. 372.

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