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Il PD di fronte alla sconfitta elettorale

Written by Italianieuropei intervista Massimo D'Alema Monday, 15 September 2008 20:00 Print

Intervista a Massimo D’Alema 

Italianieuropei Partiamo da alcune considerazioni sul risultato elettorale e sul modo di leggerlo. Da più parti si è sottolineato il forte cambiamento nelle tendenze dell’elettorato, altri hanno ricordato che solo due anni fa la sinistra non era minoritaria.

 

Massimo D’Alema In realtà il risultato elettorale non segna una svolta improvvisa, né rivela un improvviso cambiamento dell’Italia. Si limita ad accentuare tendenze che si sono manifestate costantemente negli ultimi quindici anni, a partire dalle elezioni del 1994. Anche quando vincemmo nel 1996 si trattò di un successo politico nato dal fatto che la Lega Nord e il Polo delle Libertà erano divisi. Ma nel voto popolare, cioè nella società, anche allora la destra era in maggioranza. E, non dimentichiamolo, la Lega superò il 10% dei voti. Dunque, può apparire paradossale, ma le tendenze elettorali che si manifestarono nel momento di maggiore successo del centrosinistra e i dati della dolorosa sconfitta di oggi non sono molto diversi tra loro. Il quadro politico è profondamente cambiato, ma la società è permeata da umori, paure e attese non dissimili. Si discute molto, oggi, dello sfondamento della Lega nella base operaia del Nord, ma questo era già accaduto allora. Non è certamente una scoperta di adesso.

 

Ie Quale tipo di lettura ha provato a dare? E che lettura si diede allora dell’affermazione della Lega?

 

M.D’A. Allora ci furono molte riflessioni. Ricordo la ricerca di ITANES pubblicata da “Il Mulino”, da cui risultava che un terzo del voti leghisti erano voti operai, compresi quelli di lavoratori iscritti alla CGIL. Commentando questa ricerca, dissi allora che la Lega nasceva da «una costola del movimento operaio». Ciò dette luogo a molte polemiche inutili da parte di chi non capì o, forse, non volle capire. Ma al di là della Lega, il problema è che le forze della destra hanno una sintonia profonda con il paese. Una sintonia sul piano dei valori, delle aspettative, dei timori, che neppure i cinque anni del governo Berlusconi, nonostante i risultati molto deludenti, sono riusciti a scalfire. In fondo, alle elezioni del 2006, malgrado – lo ripeto – il disastro del suo governo, Berlusconi è riuscito sostanzialmente a pareggiare con il centrosinistra. C’è quindi un dato profondo che riguarda il rapporto tra la destra e la crisi italiana e che va assolutamente analizzato e compreso. Ci sono molti elementi di carattere politico, sociale e culturale che vanno presi in considerazione.

 

Ie La lettura che si è data del risultato elettorale è che in questi quindici anni, attraverso le televisioni, Berlusconi ha diffuso il suo modo di intendere la società, di seguire i suoi bisogni e i suoi “istinti”, e dopo quindici anni ne ha saputo raccogliere i frutti.

 

M.D’A. Non possiamo ridurre Berlusconi alla televisione. Certamente questo elemento ha avuto un peso e non solo per la forza condizionante che egli ha sull’informazione, il che gli consente di dettare l’agenda politica (basti pensare al differente risalto che viene dato al tema della sicurezza dall’informazione televisiva a seconda che egli sia al governo o all’opposizione). C’è di più: attraverso la televisione egli ha concorso, in oltre trent’anni, a formare il senso comune e i modelli di vita degli italiani. E questo sicuramente ha preparato il terreno a quella sintonia con il paese di cui abbiamo parlato. Ma, al di là della televisione, è difficile intendere la forza del fenomeno berlusconiano se non lo si vede come il portato di una profonda crisi del sistema democratico e dei partiti italiani. La caduta dei partiti, l’indebolimento della democrazia parlamentare, il discredito della politica, dello Stato e delle istituzioni hanno favorito il diffondersi di una concezione plebiscitaria e leaderistica della democrazia, di un’idea del rapporto tra il capo e le masse che definirei di tipo post-parlamentare. Mi è capitato, in passato, di dire che l’antipolitica, di qualsiasi veste ideologica si ricopra, è naturaliter di destra. In effetti, le grandi campagne dell’antipolitica coincidono con i momenti più forti del successo di Berlusconi.

Ci sono, poi, le paure di un paese messo di fronte alle sfide della globalizzazione, al mutamento accelerato dello scenario internazionale e dei rapporti di forza. La fine della guerra fredda ha accentuato il rischio di marginalizzazione dell’Italia e, nello stesso tempo, ha favorito il diffondersi del timore di perdere acquisizioni, conquiste, privilegi che interessano in modo diverso diversi ceti sociali e parti del paese. Emerge un forte bisogno di protezione. È l’Europa, non solo l’Italia, che si sente minacciata e cerca le vie per difendersi. Ma in altri paesi il sistema economico e quello istituzionale sono più forti. Le classi dirigenti sono più forti. Anche se il rischio dell’arroccamento e del populismo non è soltanto italiano. Tuttavia, l’Italia si presenta quasi come l’“anello debole” della catena delle democrazie europee. Una sorta di laboratorio rispetto a quei fenomeni di destra populista che si sono, via via, manifestati anche in altri paesi europei, accentuando una crisi delle socialdemocrazie, comprese quelle più avanzate, evolute e innovative.

 

Ie Tremonti no global. Il colbertismo del prossimo ministro dell’economia è di gran moda e lo dimostra il numero di copie vendute dal suo libro. Non pensa che tale suggestione scatti in Italia anche a causa di debolezze strutturali e organizzative gravissime? Si è parlato in questi tempi del disastro del sistema dei porti italiani, incapaci di accogliere i navigli di ultima generazione e dal volume di traffico sostanzialmente risibile rispetto a esempi europei e mondiali. La mancanza di progetti-sistema porta a situazioni che, imbarazzanti oggi, lo diverranno ancor più, inevitabilmente, domani. Non crede che oggi subiamo e temiamo la modernità perché non possiamo permettercela per le lacune che abbiamo in tanti settori? E non crede che, piuttosto che pensare a proteggerci, dovremo provare a modernizzarci e a convivere con questa realtà?

 

M.D’A. Anche in questo caso direi che il fenomeno non interessa solo l’Italia. Forse in Italia emerge con maggiore forza la fragilità del paese, la debolezza delle classi dirigenti, il peso dei retaggi corporativi, il ritardo nel raccogliere la sfida dell’innovazione sociale e tecnologica. Ma emerge anche la vocazione statalista della destra, la tradizione nazionalista della sua classe dirigente, l’assenza di una élite liberale, i ritardi di tutti – noi compresi – nella trasformazione dell’Italia in un paese moderno. Si tratta di dati storici che non possiamo ricondurre all’esperienza del berlusconismo, ma che appartengono purtroppo alla tradizione italiana.

Il problema vero, dal nostro punto di vista, è come mai – non solo ora – abbiamo avuto tanta difficoltà a fronteggiare questo fenomeno, pur avendolo affrontato politicamente. Abbiamo avuto periodi importanti di governo, avendo costruito un nostro sistema di alleanze in risposta al berlusconismo. Siamo passati dai progressisti al centrosinistra, abbiamo cercato di creare un rapporto con una parte importante della borghesia italiana, in una prospettiva europeista. Eppure questo sistema di alleanze, che abbiamo costruito con difficoltà, non è mai riuscito a realizzare attorno a sé il consenso di una maggioranza chiara e vasta degli italiani.

 

Ie Quale può essere la lettura di questo ritardo, di questa scarsa sintonia con una parte importante della società?

 

M.D’A. Certamente hanno pesato limiti di analisi e di elaborazione programmatica. Non c’è dubbio, però, che la sconfitta elettorale sia figlia anche di ritardi ed errori politici, per i quali mi sento, anche io, per la mia parte, responsabile. Pur avendo compreso che si doveva profondamente rinnovare la nostra proposta politica, facendo perno intorno al progetto del PD non solo come innovazione del sistema partitico, ma anche come occasione per un radicale ripensamento programmatico e culturale, noi abbiamo tardato. E nel 2006 abbiamo sostanzialmente riproposto il vecchio centrosinistra, in una condizione in cui la frammentazione partitica e la sensazione di fragilità erano enormemente accentuate dalla legge elettorale imposta da Berlusconi.

 

Ie La sinistra è apparsa più volta a conservare che a far evolvere il proprio fondamentale patrimonio verso mutati contesti e una diversa presenza. Non crede che la percezione che si è avuta sia stata di una limitata capacità di cogliere le spinte innovative, riferendosi troppo spesso a categorie del secolo scorso e unendole a istanze contemporanee a volte acerbe, da una versione integralista dell’istanza di pace all’opposizione ad alcune necessarie opere pubbliche, fino ai dubbi sulla necessità di un piano di sviluppo delle energie rinnovabili? Non vede il rischio che una identità di sinistra di questo tipo sia riassumibile nella capacità di guardare al passato, ma non di disegnare scenari futuri? È, questa, un’accusa che viene da lontano e che sembra aver influito notevolmente sull’immagine e sulla percezione negativa del governo Prodi.

 

M.D’A. In realtà la nostra proposta era quella già vista e sperimentata nel 1996: un insieme di partiti e partitini, di personale politico già conosciuto. Abbiamo riproposto al paese una riedizione delle forze che, con molti contrasti, problemi, contraddizioni interne, avevano governato tra il 1996 e il 2001.

Un centrosinistra già visto, i partitini, i DS, la sinistra di Rifondazione, i Comunisti Italiani, i socialisti, l’UDEUR ecc. Quell’insieme di forze che con tanta difficoltà aveva governato e si era tante volte lacerato al suo interno. Occorreva invece una sorta di nuovo modello, una proposta da sottoporre al paese e non averli presentati è stato un nostro errore.

Il secondo errore è stato quello di pensare di aver vinto le elezioni. In verità il risultato elettorale era un sostanziale pareggio e ciò richiedeva una diversa iniziativa politica, anziché dare la sensazione di un arroccamento nei confini di una maggioranza risicata e – almeno al Senato – perennemente in bilico, esposta al condizionamento di partiti minimi o persino di singoli parlamentari. Si doveva puntare ad una comune assunzione di responsabilità con la destra, aprendo una fase, secondo una terminologia gramsciana, di «reciproco assedio». Non necessariamente formando un governo insieme – cosa che non parve neppure a me realistica in quel momento – ma individuando le forme di corresponsabilità istituzionale e le possibili convergenze intorno alle grandi riforme di natura istituzionale necessarie per il paese.

È vero che ha pesato una cultura del maggioritario, l’idea che un voto in più potesse bastare per governare. Il che teoricamente è vero, ma in condizioni normali. Viceversa, in un paese che ha problemi grandi come il nostro è difficile immaginare che basti un voto in più. Tanto è vero che non è bastato. Certo, la difficoltà era anche legata al fatto che non si potesse facilmente fare questo discorso con un interlocutore che sosteneva l’illegittimità del voto. Non è facile parlare di comune assunzione di responsabilità con questa destra, ma noi dovevamo provarci. Quella doveva essere la nostra politica e così non è stato. Infine, ha pesato negativamente l’esperienza del governo. Non mi riferisco soltanto alla confusione e alle divisioni della maggioranza, che spesso hanno finito per oscurare i risultati dell’azione di governo. Mi riferisco anche al contrasto che si è manifestato subito e in modo drammatico tra la sofferenza sociale del paese, il voto di quegli italiani che non arrivavano alla fine del mese ed erano tornati a rivolgersi alla sinistra, e la priorità, apparsa quasi tecnocratica, che il governo ha attribuito al tema del riassetto dei conti pubblici. Intendiamoci, il risanamento finanziario era e resta una esigenza reale, ma nell’esperienza del primo governo Prodi fu molto forte il legame tra questo obiettivo e la scelta di non perdere il passo con l’Europa. Fu una grande sfida per evitare un declassamento del paese, che seppe coinvolgere l’opinione pubblica e suscitare una condivisione profonda. Nella prospettiva c’era l’integrazione dell’Italia nell’Europa della moneta unica. Una prospettiva di stabilità, sviluppo, crescita economica e benessere. Nel 2006 la forza trainante dell’ideale europeo era assai indebolita e le scelte sono apparse, appunto, come un’operazione tecnocratica. Al massimo in attesa di un secondo tempo nel quale poter trarre dei benefici. Ma la politica dei due tempi non ha mai funzionato. Figuriamoci, poi, per un governo che la sua maggioranza doveva conquistarsela giorno per giorno e che quindi non era affatto sicuro di poter garantire un secondo tempo.

 

Ie Errori di comunicazione, come ha scritto qualcuno, o errori politici?

 

M.D’A. Errori politici e deficit di innovazione. Naturalmente al fondo c’è quel rapporto di forze nella società di cui abbiamo parlato all’inizio. Ma, certamente, sembra difficile riuscire a scalfire le basi di massa della destra con un riformismo tecnocratico che è apparso lontano dalla realtà sociale del paese e figlio di quel minoritarismo illuministico che ha rappresentato a lungo un limite storico dei riformatori italiani.

 

Ie Un ritardo che può essere attribuito anche all’incapacità della sinistra di elaborare i cambiamenti del paese, di intercettare lo spirito del tempo che viviamo? Abbiamo ad esempio assistito a una campagna elettorale impostata sulle categorie di contrapposizione nuovo-vecchio, del liberalismo opposto alla difesa dei valori nazionali. E così ci si è ritrovati il problema dell’italianità dell’Alitalia e il PD è apparso ancora una volta in ritardo, lontano dal modo di vivere i problemi del paese.

 

M.D’A. Tutto questo è vero e rimanda al discorso sul PD, sui caratteri, sulla cultura, sui contenuti della campagna elettorale, sul tipo di messaggio che abbiamo lanciato al paese. Intendiamoci, la novità del PD, la forza delle primarie e la leadership di Veltroni, insieme alla decisione di andare da soli o quasi da soli alle elezioni, hanno consentito di limitare la portata della sconfitta. E, soprattutto, da qui si può ripartire. Se ci fossimo presentati come nel 2006, adesso non vi sarebbero che macerie. Tuttavia, si deve cercare di capire perché, anche rispetto alle aspettative e alle percezioni della campagna elettorale, il risultato è stato inferiore alle attese. Al di là delle piazze gremite ed euforiche che abbiamo incontrato, c’era una maggioranza silenziosa che non siamo riusciti a vedere e interpretare. In realtà, quest’Italia profonda chiedeva e chiede rassicurazione e protezione. Chiede una guida forte, mentre noi abbiamo messo l’accento in modo prevalente sul richiamo generazionale, sui volti nuovi della società civile, sull’idea di un partito e di una politica leggeri. Questo ha funzionato nel ceto medio urbano, nell’opinione pubblica che legge i giornali, ma è un messaggio apparso fragile ad una società

intimorita e preoccupata per il suo futuro.

 

Ie Il Partito Democratico sembra aver fallito in quello che viene definito richiamo identitario. Forse non c’era tempo per riempire mura anche solide, ma tuttora vuote, con contenuti che facessero vivere questo “luogo” come proprio e vivo. Ma al di là di questo, non vede una complessiva difficoltà a tenere unite costruzione identitaria e capacità di lettura dei bisogni? La destra in questo tipo d’appello ha dimostrato grande capacità, mentre la sinistra, nel ricercare quel collegamento, è sembrata solo rispondere ad una logica efficientista, affidata a grandi tecnici, lontani dal rapporto diretto con la società civile.

 

M.D’A. Prima di parlare dell’identità del PD vorrei attirare l’attenzione sul risultato raggiunto alle elezioni, che mi sembra rilevante e da non sottovalutare. Non solo perché dodici milioni di voti sono molti e non rappresentano soltanto una élite, ma anche per il fatto che questa forza è distribuita in gran parte del paese e si concentra in modo particolare nelle aree urbane. Sinceramente, su questo punto non sono d’accordo con l’analisi fatta recentemente da Ilvo Diamanti, che sostanzialmente analizza il voto al PD come una sorta di prosecuzione dello storico radicamento della sinistra e del PCI. Se penso al Mezzogiorno, il radicamento del PCI, in particolare negli anni Ottanta, era concentrato nei centri medi delle province, dove più forte era stata la tradizione bracciantile o di lotte contadine. Era invece del tutto marginale nelle aree urbane e più dinamiche. Oggi è il contrario. In Puglia, ad esempio, la crescita più rilevante è avvenuta nella città di Bari. E questo riguarda un po’ l’insieme del paese. Insomma, il PD non appare una forza residuale, bensì una forza, forse immatura – ma è naturale – e però insediata nelle aree dinamiche del paese. Tutto ciò mi sembra interessante se guardiamo al futuro.

Naturalmente non mi sfuggono due problemi cruciali. Il primo riguarda il netto dislivello tra la nostra forza nei ceti medi cosiddetti intellettuali e quella, assai meno significativa, nel ceto medio produttivo (il cosiddetto popolo della partita IVA). Il secondo problema riguarda proprio il tema della comunicazione, del rapporto con un’Italia più profonda, in particolare con quella parte della popolazione che vive nei centri medi o minori e che partecipa alla vita collettiva del paese quasi soltanto attraverso la televisione. Qui, davvero, Berlusconi appare quasi invincibile. Il problema è che non ci sono più i partiti e con essi si sono enormemente indebolite altre forme di associazione e di organizzazione dei cittadini. La società si è frantumata e la «distanza tra intellettuali e semplici» – come la definiva Gramsci – è diventata quasi incolmabile.

 

Ie Si è detto prima, a proposito del Partito Democratico, di una casa che ha oggi le mura e deve procedere a costruire il resto. Non crede che la priorità debba essere quella di avviare una serie di confronti per definire quale sia l’Italia che il PD vuole costruire? Stabilire quale sia il modello di Stato, il ruolo del pubblico e via dicendo?

 

M.D’A. Adesso abbiamo davanti una grande sfida: quella di costruire il PD. Svanita l’illusione del partito leggero, senza strutture e senza iscritti, c’è il problema di costruire un partito moderno in grado di mettere radici nella società contemporanea, per tanti versi profondamente differente da quella di trent’anni fa. Anche per questo abbiamo bisogno di stabilità e non di uno scontro interno confuso e liquidatorio. E abbiamo bisogno di un gruppo dirigente aperto, che sappia impegnarsi nel dibattito e nella ricerca senza imprigionarli dentro una falsa dialettica vecchio-nuovo. È evidente, infatti, che abbiamo bisogno di un partito vero, senza per questo dover riproporre modelli del passato. Piuttosto, guardando all’esperienza di grandi partiti del centrosinistra in Europa o al PD americano. In secondo luogo, abbiamo il dovere di affrontare con serietà il tema delle grandi organizzazioni sociali. Nessuno vuole mettere in discussione l’autonomia del sindacato, dell’associazionismo, della cooperazione. Ma il PD non può non porsi il problema del rapporto fra queste grandi forze associate e il paese. C’è il rischio di un indebolimento o di una corporativizzazione di un tessuto democratico di rappresentanza degli interessi che ha rappresentato un elemento di vitalità della società italiana. È un problema che riguarda anche noi. Infine, un grande partito ha il compito di formare e selezionare una classe dirigente la cui qualità non consista esclusivamente nel fatto di essere nuova. Classe dirigente in quanto capace di rappresentare interessi diffusi e bisogni concreti presenti nella società. Insomma, se dovessi dirlo con uno slogan, abbiamo bisogno di innovazione robusta, in grado di farci uscire da una dialettica paralizzante tra “un nuovo” troppo fragile per affermarsi e “un vecchio” troppo pesante per farsi da parte.

 

Ie Molto si dibatte sulla sicurezza o, meglio, sulla percezione sociale di scarsa sicurezza. Un tema che non può essere archiviato citando dati statistici che mostrano come la rappresentazione del problema sia più ampia del problema stesso. Su un punto però non ci si è soffermati con attenzione: il rapporto tra sicurezza ed esercizio della giustizia. Non pensa che il non aver affrontato con decisione, e da tempo, l’irragionevole durata dei processi in Italia, che pur ha portato spesso a richiami in ambito internazionale, abbia finito col retroagire in una diffusa sensazione di scarsa efficienza della macchina giudiziaria e, quindi, di uno scarso affidamento ad essa per ricostruire uno scenario che dia sicurezza e al contempo sia rigorosamente garantista?

 

M.D’A. Certamente il tema del funzionamento della macchina giudiziaria, della rapidità dei processi e della certezza della pena è un tema reale. Ma forse dobbiamo affrontare un po’ più ampiamente il tema della sicurezza. Non mi nascondo che vi è una esigenza di fermezza e di efficacia dell’azione repressiva rispetto alla quale la nostra azione è stata non di rado impacciata da remore di carattere ideologico. Non illudiamoci, però, di recuperare il consenso dando l’impressione di inseguire la destra sul piano repressivo. Alla fine, nel dire «inaspriamo le pene e cacciamo gli immigrati» saranno sempre più credibili loro. Il problema vero è un altro: inasprire le pene non basta. Cacciare gli immigrati non è possibile. Neppure cacciare tutti i clandestini, se pensiamo che una non piccola parte del milione di badanti su cui si regge l’equilibrio di tante famiglie italiane è entrata nel nostro paese illegalmente. Si tratta, allora, di lavorare su un modello di sicurezza “nostro”, che contenga la fermezza contro il crimine, la “tolleranza zero” a tutti i livelli, insieme ad un progetto di integrazione, di recupero sociale, di lotta all’emarginazione. In prospettiva c’è un problema cruciale di coesione della società sulla base di una inevitabile – a mio giudizio – eguaglianza di diritti e di doveri. È insostenibile una società nella quale il nuovo proletariato immigrato che ben presto rappresenterà il 10% della popolazione resti escluso dai diritti politici e dalla rappresentanza. Una società così sarà sempre insicura e nessuna politica di repressione potrà risolvere questo problema.

 

Ie A questo proposito, chiunque abbia avuto a che fare con la pubblica amministrazione ha potuto constatare come di norma essa sia inefficiente, come vi siano poca collaborazione e scarso dialogo tra le sue varie parti e come, soprattutto, essa riversi sempre il peso delle proprie inefficienze sui cittadini. Il problema non riguarda solo le norme, ma è anche culturale e coinvolge quotidianamente centinaia di migliaia di persone, la cui pazienza è messa a volte esageratamente alla prova. Non crede che questa sia una emergenza e che richieda la capacità di ridisegnare lo Stato, di renderlo efficiente? Anche perché esso rappresenta oggi una delle forme di concreta tutela dei più deboli.

 

M.D’A. La necessità di uno Stato moderno ed efficiente deve essere una delle grandi idee guida del PD. Uno Stato efficiente, più snello e meno costoso, non lo si ottiene senza scontrarsi con resistenze corporative di ogni genere. Tornando alla sicurezza, per esempio, c’è un problema essenziale di efficienza, di rapidità della giustizia e anche di politica giudiziaria, dato che il principio della obbligatorietà dell’azione penale lascia sostanzialmente alla giustizia inquirente il potere di decidere quali reati debbano essere prioritariamente perseguiti. Io non credo che si possa scambiare la sacrosanta difesa del principio costituzionale dell’indipendenza del potere giudiziario con una visione corporativa e insindacabile del potere dei giudici. Capisco che in presenza dell’attacco della destra e della campagna spesso interessata di Berlusconi non è facile affrontare serenamente questi problemi. Spesso siamo stati costretti sulla difensiva. Ma abbiamo pagato un prezzo, perché siamo apparsi conservatori di uno status quo che genera insoddisfazione e insicurezza. La destra va sfidata su questo terreno. Va sfidata a mantenere le promesse per le quali è parsa credibile ai cittadini. Si direbbe: iuxta sua propria principia. Perché la destra, che cavalca il malcontento nei confronti della struttura pubblica, quando governa ne moltiplica le inefficienze e i costi. Perché la destra che promette sicurezza, in realtà, con leggi come la Bossi-Fini, ha moltiplicato il numero dei clandestini, e con l’attacco alla magistratura non ha certamente rafforzato il rispetto delle leggi e il principio di legalità.

 

Ie Veniamo alla questione della riforma dello Stato. Non basta parlare di amministrazione. Bisogna anche rimettere mano alla Costituzione.

 

M.D’A. Anche per impulso della Lega Nord, il tema della riforma dello Stato e del federalismo avrà un peso notevole in una legislatura che già i neoeletti presidenti delle due Camere hanno auspicato che possa essere costituente. Sono dell’idea che dobbiamo affrontare senza timori la sfida anche su questo terreno. Il paese ha bisogno di uno Stato moderno e di una politica che funzioni, che sia cioè in grado di produrre decisioni e azioni coerenti. Non c’è dubbio che uno dei problemi più gravi della nostra pubblica amministrazione sta proprio nella paralisi delle decisioni, nella lentezza intollerabile dei procedimenti amministrativi, nella confusione, spesso, delle responsabilità. Io ero convinto, prima delle elezioni, che sarebbe stato saggio formare un governo di responsabilità nazionale proprio per realizzare queste grandi riforme della Costituzione, della legge elettorale, dell’amministrazione pubblica, con il concorso delle maggiori forze politiche. Berlusconi non ha voluto. Tuttavia, sia pure dall’opposizione e malgrado la difficoltà a dialogare con una destra che ha dimostrato, nel passato, di avere una concezione padronale delle istituzioni, credo che dobbiamo continuare a impegnarci nella stessa direzione. Naturalmente, avendo il coraggio di affrontare questioni che saranno delicate anche per noi. Ho dubbi sul fatto che la parola chiave dell’efficienza dello Stato sia federalismo, anche se noi stessi abbiamo cavalcato quest’idea, l’abbiamo discussa, subita. Non vorrei che anche qui fossimo in ritardo rispetto alle tendenze reali del paese. E dico questo senza pregiudiziali di alcuna sorta, ma perché ho l’impressione che il grado di popolarità delle amministrazioni regionali sia basso. E che ci sia, semmai, bisogno di rafforzare e rendere efficace lo Stato, il governo del paese e che la chiave vera di una riforma possibile sia proprio questa. Ciò può comportare un processo di snellimento, di alleggerimento, di semplificazione, di rafforzamento delle responsabilità amministrative, delle istituzioni locali, ma l’idea di un’ulteriore disarticolazione è a mio giudizio molto rischiosa per il destino dell’Italia.

Non c’è nessuna grande questione, dalle politiche ambientali alle politiche industriali, che possa essere lasciata alle responsabilità preminenti delle Regioni. Men che meno in un paese come il nostro, dai mille contrasti interni, dai conflitti territoriali. A me sembra una visione molto avventata. Ci dovremo misurare con le spinte che vengono dalla Lega con lealtà e spirito costruttivo, ma, a mio giudizio, è questo il tema vero della discussione su cui non ripetere parole che ormai risuonano da molti anni, che rinviano a concetti che vanno affrontati con grande serietà e senso delle istituzioni. Guardo con preoccupazione, ad esempio, a un’idea di federalismo fiscale che introduca sperequazioni territoriali, assai pesanti nella distribuzione delle risorse tra Nord e Sud. Penso che il PD debba difendere l’eguaglianza dei cittadini per quanto attiene al godimento dei diritti essenziali, come il diritto alla salute. Altrimenti l’Italia diventerà il paese delle leghe, non solo al Nord, ma presto anche al Sud.

 

Ie Dunque su un versante l’opposizione del PD dovrebbe essere imperniata sull’esigenza di una sfida sui temi della sicurezza, del rinnovamento dello Stato e sul piano sociale?

 

M.D’A. Sono convinto che il riferimento al lavoro debba rappresentare un tratto non solo programmatico ma identitario del PD. Ormai è universalmente riconosciuta la valorizzazione del lavoro che si è determinata nel corso degli ultimi anni. E non solo dal punto di vista della distribuzione del reddito, dove pure lo spostamento di ricchezza dai salari e dagli stipendi verso il profitto e la rendita è stato impressionante. Ma anche sul piano della sicurezza, della stabilità e dello status del lavoratore. Il PD dovrebbe essere il portatore di un nuovo compromesso sociale tra l’esigenza di elevare la produttività e la qualità del lavoro – fondamentale per la competitività nazionale – e quella di valorizzarlo. E di migliorare i redditi delle persone che lavorano. Penso che ci si dovrebbe interrogare senza timori e senza tabù su una struttura contrattuale molto centralizzata che è stata certamente fondamentale nella lotta contro l’inflazione, ma si è rivelata scarsamente efficace nella tutela dei salari reali. Ponemmo questo problema diversi anni fa e ci fu una risposta molto chiusa da parte della CGIL. Spero che se ne possa tornare a discutere con serenità.

 

Ie Tornando al sistema politico, indubbiamente un dato positivo è la diminuzione della frammentazione. Si parla ora di estendere la logica delle soglie alle elezioni europee. In quale direzione è opportuno andare?

 

M.D’A. La riduzione della frammentazione è certamente un fatto positivo e ora bisogna trarne tutte le conseguenze anche sul piano dei regolamenti parlamentari. Vi sono, però, altri aspetti da considerare con attenzione. Sarei molto cauto ad assecondare l’idea di una brutale riduzione del pluralismo in senso bipartitico. Lo stesso risultato elettorale non va nel senso del bipartitismo. Colpisce il fatto che, sia per Berlusconi sia per il PD, la sfida bipolare e la tendenza al voto utile abbiano avvantaggiato molto di più l’alleato minore (Lega e IDV) rispetto al partito maggiore. Insomma, come avviene prevalentemente in Europa, il bipolarismo può essere imperniato su due grandi forze politiche fondamentali, senza per questo essere necessariamente bipartitico. In secondo luogo, non credo che si debba assecondare una tendenza leaderistica e plebiscitaria. Si sente dire che si vorrebbero eliminare le preferenze anche dal voto europeo. È evidente che a Berlusconi piace un sistema elettorale nel quale il capo sceglie direttamente i parlamentari e le persone scompaiono, lasciando in campo soltanto i due candidati a governare. Noi non abbiamo nessun interesse verso un sistema di questo tipo, che restringe le opportunità di scelta, riduce i poteri reali del cittadino, impoverisce la vita democratica.

 

Ie Lo scenario che abbiamo di fronte sembra dar ragione a chi ha spinto verso un “bipolarismo imperfetto”, capace di semplificare il sistema di rappresentatività parlamentare. Crede ancora che sarebbe importante discutere di una riforma del sistema elettorale in chiave proporzionale?

 

M.D’A. Il bipartitismo imperfetto di cui scriveva Giorgio Galli era quello di un’Italia dominata da due partiti, dei quali uno – la DC – stava sempre al governo e l’altro – il PCI – stava sempre all’opposizione. Non conviene all’Italia, oltre che a noi, tornare a questo genere di imperfezioni. Il PD, infatti, ha una vocazione maggioritaria, come si dice. Punta, cioè, al governo del paese. Io, però, vorrei sottolineare il fatto che vocazione maggioritaria e pretesa di autosufficienza non sono la stessa cosa. E questo secondo atteggiamento sarebbe sbagliato e pericoloso, tanto più in un sistema come il nostro, dove si vota con diverse leggi elettorali. Mi sembra, sinceramente, che una discussione come quella che si vorrebbe mettere in scena tra una nuova politica di un PD solitario e la vecchia politica di chi propone le alleanze sarebbe esiziale per il nostro partito e non ci farebbe fare alcun passo avanti.

 

Ie Anche a Roma non ha giovato non invogliare ad andare a votare una parte dell’elettorato che era necessaria per arrivare al 51%, mentre si poteva quasi avere l’impressione che se ne festeggiasse l’esclusione dal Parlamento?

 

M.D’A. I leader della Sinistra Arcobaleno sono i responsabili della loro sconfitta elettorale, non certo la “cattiveria” del PD. Ma non si può fare l’errore di pensare che se quelle forze non sono rappresentate in Parlamento, esse non esistono più nella società italiana. Ci sono e bisogna tenerne conto. Il che non vuol dire che noi dobbiamo farci condizionare snaturando la nostra impronta riformista, ma il più grande partito dell’opposizione deve avere la forza di rappresentare quella maggioranza di cittadini che non ha votato per la destra e non solo quel 33% che ha votato per noi. In questa mia posizione non c’è contrasto tra l’idea di allargare i confini del PD e la ricerca di una politica di alleanze. Così pure penso che il risultato ottenuto dall’UDC in una posizione di autonomia dalla destra non possa essere sottovalutato, né, evidentemente, noi possiamo avere interesse a sospingere l’UDC, di nuovo, sotto l’egemonia di Berlusconi.

In ogni caso, faccio notare che all’origine del PD c’è la consapevolezza che senza un rapporto con la tradizione popolare e cattolico-democratica non sarebbe stato possibile creare in Italia una forza riformista adeguata. Se avessimo teorizzato allora l’autosufficienza dei progressisti non avremmo fatto nessun passo in avanti. Dunque, all’origine del PD c’è stata una scelta di politica di alleanze. In questo senso, se i processi vengono visti nel loro sviluppo storico, non ha significato la contrapposizione schematica tra vocazione maggioritaria e alleanze.

 

Ie Quali sono, in definitiva, le priorità del PD?

 

M.D’A. Discuteremo nei prossimi giorni del programma di lavoro del PD. Un programma impegnativo, in cui analisi della società, elaborazione, sfida di un’opposizione che deve avere una visione riformatrice e di governo del paese debbono andare di pari passo. Questa deve essere la priorità: riempire di contenuti il lavoro dell’opposizione, trovare il modo di collaborare a fare le riforme necessarie e non rinviabili per l’Italia. Non trovo utile il dibattito sugli aggettivi da dare all’opposizione o sul grado di disponibilità al dialogo con la maggioranza. L’opposizione si misura sulle scelte concrete. Innanzitutto su quelle del governo. E per quanto riguarda il dialogo con la destra, nessuno più di me lo ha cercato per fare insieme le riforme costituzionali necessarie. Nello stesso tempo, ho potuto sperimentare che non è facile. Ma questo, naturalmente, non cambia la necessità di provarci. Nel contempo, abbiamo un problema di costruzione del partito, del suo radicamento. Serve uno sforzo di invenzione organizzativa.

Tutto questo sfida le forze migliori del PD, non in uno scontro sulla leadership, di cui nessuno avverte il bisogno, ma in una ricerca comune, in un confronto di idee e proposte. Credo che nessuno possa in questo momento ragionevolmente mettere in discussione il ruolo di Veltroni come segretario del partito. L’unica cosa che si chiede è una discussione aperta e meno difensiva, a partire da un’analisi vera, che sappia vedere anche i limiti e le insufficienze del progetto così come si è dispiegato fino ad oggi. Penso che in un partito moderno istituti come la Fondazione Italianieuropei possano svolgere un ruolo importante. Non come organo di partito, ma come strumento di ricerca, di dialogo con la società e la cultura, di formazione della classe dirigente. Se penso ai democratici americani o ai momenti migliori del Partito socialista francese, penso – appunto – ad una pluralità di club, fondazioni, centri di ricerca e di riflessione. Il problema è mettere in rete queste esperienze, evitare che le diverse realtà diventino monadi o partiti paralleli. Il problema è la fluidità e la libertà di accesso e di discussione.

Ma le fondazioni non sono il partito. Voglio essere chiaro. Ci vuole un partito con i circoli, gli iscritti, i gruppi dirigenti, le persone che si riuniscono, che discutono. Un partito radicato che costruisce la sua battaglia quotidiana nel rapporto con i cittadini. Questa è la condizione affinché abbiano un senso i centri di ricerca. Ciò che nel passato apparteneva al partito con la “p” maiuscola oggi sarà una rete di istituzioni e di organismi che si formeranno in modo più libero e autonomo, e che dovremo cercare di legare ad un’agenda comune, ad uno spirito di collaborazione e non di contrapposizione. Tutto ciò che cresce sotto l’ombrello del PD deve essere visto come un’opportunità, non come un pericolo, e bisogna fare in modo che tutte queste esperienze non siano tra di loro conflittuali, contraddittorie.

 

Ie Viviamo in un’epoca che qualcuno ha definito delle “passioni tristi”. Non crede che un altro sforzo che il PD dovrebbe compiere è quello di ricreare una passione verso la politica da parte dei cittadini, da parte dei tanti giovani che preferiscono restarne lontani?

 

M.D’A. Si è scritto delle “passioni tristi” dei giovani d’oggi parlando di società come le nostre, dominate dalla paura anziché dalla speranza. La passione politica segnò il tempo delle speranze, comprese quelle che poi si rivelarono illusorie. Oggi il mondo più sviluppato e ricco appare piuttosto dominato dal timore di perdere i suoi privilegi, mentre la speranza vive altrove, come ha scritto Dominique Moïsi. Forse non è un caso che mentre la sinistra in Occidente vive momenti difficili i grandi paesi, le grandi democrazie emergenti (dall’India al Brasile, al Sudafrica) siano governate da forze progressiste e riformiste. Ma questo non significa che ci si debba arrendere, nella vecchia Europa, a una politica priva di passione. C’è moltissimo da cambiare, compresi i riferimenti simbolici e ideali. Con il PD abbiamo cominciato a farlo. Bisogna, forse, guardare al nostro patrimonio non tanto come a un insieme di privilegi da difendere, quanto piuttosto di valori e diritti da affermare. Insomma, un’Europa più orgogliosa e meno impaurita di fronte al mondo globale potrebbe riscoprire la passione politica. E restituire una missione a una sinistra moderna.

 

 

a cura di Massimo Bray

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