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Il contributo «repubblicano» alla nascita del Partito Democratico

Written by Luciana Sbarbati e Fabio Basagni Friday, 01 September 2006 02:00 Print

Che bisogno c’è, oggi in Italia, di un Partito Democratico, di un «Partito della Democrazia» come lo chiamò già venti anni fa Giovanni Spadolini, primo presidente del Consiglio non democristiano dalla nascita della Repubblica? La risposta è chiara. Il nostro quadro politico, cosi frammentato, cosi «tattico», è inadeguato a reggere, e tanto meno a governare, le grandi sfide che abbiamo davanti. E l’affermarsi dell’ Ulivo e dell’Unione, che hanno tracciato una risposta concreta, di governo – ma con un esito elettorale non ottimale – è solo il primo passo verso una migliore gove rnabilità. Senza ulteriori progressi verso la creazione di un motore politico più compatto, le indubbie capacità tattico-strategiche di Romano Prodi e Massimo D’Alema nel tenere assieme la coalizione di governo rischierebbero di logorarsi in mediazioni quotidiane tra soggetti politici diversi.

Che bisogno c’è, oggi in Italia, di un Partito Democratico, di un «Partito della Democrazia» come lo chiamò già venti anni fa Giovanni Spadolini, primo presidente del Consiglio non democristiano dalla nascita della Repubblica?

La risposta è chiara. Il nostro quadro politico, cosi frammentato, cosi «tattico», è inadeguato a reggere, e tanto meno a governare, le grandi sfide che abbiamo davanti. E l’affermarsi dell’ Ulivo e dell’Unione, che hanno tracciato una risposta concreta, di governo – ma con un esito elettorale non ottimale – è solo il primo passo verso una migliore gove rnabilità. Senza ulteriori progressi verso la creazione di un motore politico più compatto, le indubbie capacità tattico-strategiche di Romano Prodi e Massimo D’Alema nel tenere assieme la coalizione di governo rischierebbero di logorarsi in mediazioni quotidiane tra soggetti politici diversi.

Le sfide che si profilano sono ingenti. La fine della contrapposizione Est-Ovest, che con la sua Mutual Assured Destruction (MAD) per oltre quaranta anni aveva «impietrito» e a suo modo stabilizzato le tensioni mondiali (anche quelle vitali di molti paesi emergenti) ha liberato impetuosi processi di dislocazione sociale, amplificati da media ormai globalizzati, con flussi migratori e aspirazioni crescenti e multidirezionali. Molte piattaforme produttive (dal tessile alle scarpe, all’acciaio, all’oreficeria, al software, all’alimentare) si stanno riposizionando (fisicamente e in termini di controllo strategico) in paesi emergenti, lasciando ampi vuoti occupazionali e strategici in varie e attempate economie industriali come l’Italia. I mercati finanziari, dotati di enormi e mobilissimi flussi d’investimento, sono diventati giudici severissimi della competitività delle nostre economie, in particolare di una così sbilanciata come quella italiana. L’aumento dei surplus commerciali e delle risorse finanziarie di molti paesi emergenti li spinge verso una politica estera, militare e nucleare sempre più spregiudicata. Lo sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta sta peggiorando sensibilmente gli equilibri ambientali. Il terrorismo internazionale, che è figlio anche di tutte queste accelerazioni, sta mutando il profilo delle nostre vite e della nostra sicurezza. Perfino la «tranquilla e noiosa» Unione europea, ancora in parte modellata sull’Europa dei sei, si appresta a diventare l’Europa dei trenta, ed è impegnata ad attingere alla carica vitale dei popoli dell’Est europeo, governandola senza subirla.

Di fronte a ciò, il sistema politico sembra passivo, verboso e dispersivo, infarcito di polemiche formali volte a rimandare le difficili scelte da compiere – a sinistra (dove sono ancora presenti alcune tendenze massimaliste e dove imperversa un certo «buonismo» indifferenziato) come a destra (dove, ad essere caritatevoli, il modello prevalente è il capitalismo vetusto dei privilegi, dei notabili e delle corporazioni).

Nello schieramento di centrosinistra urge compiere un poderoso sforzo di sintesi nei prossimi sei-nove mesi, perchè già nel 2007 lo scacchiere mondiale, anche alla luce del nostro intervento in Libano, ci porrà di fronte a scelte intricate e pressanti. Ogni nostra «storia» sarà un contributo importante, ma dov remo andare oltre. Rispondere a tali dilemmi richiede una strumentazione e un quadro ben più ampi delle nostre singole provenienze.

 

Le radici storiche e l’attuale collocazione dei Repubblicani Europei

Quanto ai Repubblicani Europei, una precisazione preliminare. Nell’era del bipolarismo italiano, pur con tutte le sue incompiutezze, la scelta di campo nell’area riformista e di centrosinistra è inequivocabile e in linea con la storia del movimento repubblicano e con la spinta riformatrice (rivolta verso la destra conservatrice come verso la sinistra massimalista) impressa da Ugo La Malfa durante tutta la sua vita.

Del resto, il padre di tutti i repubblicani, Giuseppe Mazzini, quasi due secoli fa nell’Europa della restaurazione post-napoleonica, di fronte ai poteri assoluti che stavano recuperando il loro assetto, propugnò, con sommo pericolo, una delle più grandi idee riformiste della storia europea, l’idea repubblicana, basata sulla centralità del cittadino nel decidere il proprio futuro attraverso libere elezioni. Il Partito d’Azione, da lui fondato, è il primo movimento democratico, basato sulla responsabilità dell’azione di governo di fronte al giudizio dei cittadini, una posizione in quei tempi assolutamente rivoluzionaria. In «Doveri dell’uomo», la cui prima stesura precede di qualche anno il «Manifesto» e di qualche decennio «Il Capitale» di Marx, troviamo molti dei concetti che sono alla base del moderno intendere di uno Stato laico e riformista. Concetti che riflettono il sentire di una sinistra pre-marxista, centrata sull’emancipazione dell’individuo piuttosto che su quella della classe. Un percorso in cui oggi confluiscono anche le componenti più moderne della sinistra di tradizione marxista.

Anthony Giddens, in un articolo del 29 agosto su «la Repubblica» ha inquadrato così il problema del secolo «post-socialista»: il socialismo, nella sua concezione tradizionale e rivoluzionaria, è probabilmente finito nel 1989, ma i valori di sinistra no. Intendendo per sinistra quelle forze politiche orientate verso la costante apertura della società, la sua evoluzione a fini di progresso sociale, verso l’«inclusione» del diverso, la ricerca costante dell’eguaglianza delle opportunità, dell’equità, a prescindere da censo, razza, religione e quant’altro.

È anche utile ricordare che Mazzini, pur essendo credente e polemizzando contro l’uso della «violenza di classe» nella lotta politica, partecipò attivamente, insieme a Marx, Engels e Bakunin, alla nascita della Prima Internazionale nel 1864. Nessuno scandalo quindi se oggi il nascente Partito Democratico, con la sua componente repubblicana, farà parte della sinistra democratica in seno al Parlamento europeo.

La presenza dei Repubblicani Europei nel gruppo liberaldemocratico del Parlamento europeo, ancora attuale in un quadro politico frutto di antiche appartenenze, dovrà evolversi in tal senso se in Italia riusciremo a formare questa grande forza di sintesi delle tendenze riformiste. Ognuno dei fondatori dell’Ulivo ha una storia importante e orgogliosa. Essa non scompare. La portiamo dentro di noi. Il Partito Democratico deve nascere come incontro fra le culture democratiche italiane: il socialismo, il cattolicesimo riformista, il liberalismo, il repubblicanesimo. Sono le culture che hanno fatto dell’Italia un paese moderno e avanzato, un paese di democrazia; sono culture che hanno lottato in clandestinità durante le pagine più cupe della storia del paese. Il mantenimento dell’unita nazionale, il rafforzamento della democrazia e della Repubblica, lo sviluppo, sono compiti che queste culture hanno affrontato sempre insieme. Ora è di nuovo tempo di riconoscersi in un approccio unitario di fronte alle grandi sfide che ci aspettano, tutti insieme con pari dignità politica.

 

La forma «primaria» del Partito Democratico

Più che gli aspetti organizzativi, ribadiamo due temi primari che riguardano la «forma» del Partito Democratico. In primo luogo il profilo fondamentale del rapporto tra PD e cittadino dovrà essere basato sulla laicità dell’operare politico. Questa è la «forma primaria» di una democrazia avanzata: la libertà di pensiero, di coscienza, di ricerca, di azione, all’interno di regole condivise. Una libertà mentale messa al servizio dell’espansione della prosperità, della sicurezza e della giustizia sociale per una base sempre più larga di persone. Consci della forza delle tradizioni storiche, religiose e culturali del popolo italiano (nella sua straordinaria e ricca diversità) dobbiamo essere talmente forti da non ergerle a bastioni contro il divenire della società.

In secondo luogo, il successo delle primarie ha mostrato quanto sia importante colmare il gap di partecipazione politica (soprattutto giovanile e femminile) in Italia. Il deficit democratico si scorge in alcuni fenomeni di malessere devastanti, dalle periferie degradate ai giovani che si ritengono «senza futuro». Il Partito Democratico dovrà s t rutturarsi in modo da dare la possibilità a tutti i cittadini di essere più coinvolti nei processi politici, di essere responsabilizzati e non trattati da meri consumatori. Essere un soggetto politico che ispira fiducia non è solo questione di un’intelligente strategia di comunicazione, di stagioni politiche brevi ed effimere, incapaci di dare risposte alle domande profonde di senso che la società pone alla politica. È il frutto di una vera apertura partecipativa a tutti i livelli, a cui il Pa rtito Democratico deve dare forme organizzative convincenti.

 

I contenuti programmatici

Per chi viene da una storia repubblicana ribadire la centralità dei contenuti rispetto alla tattica di schieramento è quasi banale. Il «laboratorio di contenuti» è stata una caratteristica fondamentale dei Repubblicani negli ultimi cinquanta anni. È importante che il nascente Partito Democratico continui su questa linea. Qui ci preme segnalare alcuni contenuti chiave, tra i molti importanti, che il nuovo partito dovrebbe sviluppare come pilastri della propria azione.

In primo luogo, la priorità assoluta di un progetto riformista è far funzionare e rendere credibile lo Stato, come erogatore di servizi e garante di regole, non come fornitore di sussidi. Se lo Stato funziona e mantiene regole chiare nella società e nel mercato, il sistema economico è capace, se ha in sé i giusti animal spirits, di rispondere alle sfide della competitività internazionale. Ma alla pari del cittadino-consumatore, l’impresa ha diritto ad uno Stato che dia i servizi per i quali le tasse vengono pagate. Far funzionare meglio lo Stato è la più grande sfida dei democratici, ed è la base su cui si fonda ogni speranza di ristabilire un rapporto di fiducia col cittadino, in vari contesti. Sarebbero quindi opportune:

a) una politica fiscale che ponga al centro la lotta sistematica all’evasione, come il governo Prodi ha deciso, e una più equa ripartizione del carico fiscale, ma che dal lato della spesa riqualifichi le sue componenti, aumentando le risorse per quei servizi «strategici» (dalle infrastrutture, alla sanità, all’educazione, alla giustizia e sicurezza) che possono aumentare l’efficacia complessiva del sistema-paese e il grado di soddisfacimento dei cittadini verso questi servizi;

b) una strategia industriale che non si traduca in sostegni diretti alle imprese (nemmeno quelli fiscali sono determinanti ai fini competitivi, come dimostra la straordinaria performance dell’export tedesco e scandinavo) ma che favorisca l’allargamento del mercato e della competizione, meccanismi spiccatamente «democratici» se basati su regole trasparenti e uguali per tutti, dotate anche di una certa severità e non gestite discrezionalmente. Il modello «oligopolistico» implicito nell’azione del precedente governo è l’opposto del mercato come noi lo intendiamo, perchè favorisce comportamenti distorsivi e il mantenimento dei privilegi di vari soggetti economici;

c) una strategia energetica che riporti in prima linea il tema del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili, senza protrarre la nostra dipendenza da fonti esterne non rinnovabili. Questa dipendenza, che ci rend erà sempre più vulnerabili economicamente e politicamente, si affianca alla considerazione che, in ogni caso, lo sfruttamento delle risorse del pianeta è di per sé un processo denso di tensioni ambientali, logistiche e socio-politiche insostenibili nel medio-lungo termine. I paesi scandinavi, invece, hanno un track record interessante su questo fronte. Standard costruttivi già sperimentati in quei paesi permetterebbero di risparmiare una percentuale rilevante del fabbisogno energetico nazionale;

d) il recupero del controllo del territorio, particolarmente in quelle regioni nelle quali gli onesti cittadini e imprenditori non si sentono parte di un trasparente sistema di mercato, ma prigionieri non solo delle mafie organizzate, ma anche dell’inerzia conseguente a decenni di abbandono (o «scaltro» disimpegno) da parte dello Stato;

e) una politica estera e di sicurezza che ponga inequivocabilmente al centro delle proprie iniziative un forte ruolo dell’Europa nel governo del sistema mondiale, nella riduzione delle tensioni e della povertà, accettando i costi e le responsabilità di questa sfida. In questo sforzo è necessario che l’azione italiana sfugga all’ovvietà e a tentazioni retoriche e diventi più creativa e articolata.

Il governo Prodi ha già dato indicazioni importanti su molti di questi versanti. Tuttavia, è nostro compito proporre alla discussione anche temi nuovi, al di fuori di schemi mentali rigidi. Due esempi possono dare un’idea del tipo di approccio che sarebbe utile adottare.

 

La politica di sicurezza europea e la stabilizzazione del Libano

L’intervento europeo e italiano in Libano, che rappresenta la visibile ripresa di una Politica europea di sicurezza e difesa (PESD) dopo il «buco nero» iracheno, è un atto di coraggio e respiro strategico. La proiezione militare è una tappa essenziale nell’assunzione di responsabilità globali. Ma nell’attuale contesto del Medio Oriente e nel quadro del nebuloso mandato dell’ONU l’intervento europeo presenta rischi maggiori dei benefici sperati. Una politica più bilanciata è però ancora possibile e investe la possibilità che l’Europa offra un ruolo strategico alla Turchia.

Il presidente iraniano ha colto l’attuale snodo strategico: la crescente debolezza politica e il sostanziale disimpegno di Bush dai temi mediorientali nell’epilogo della sua presidenza. Israele è ora più solo, e sa di esserlo (di qui le sue mosse sproporzionate). Si è aperto nello scacchiere mediorientale un vuoto che può destabilizzare gli alleati dell’Occidente. Ahmadinejad, che ha una strategia egemonica ampia, ha quindi attivato l’Hezbollah libanese, creando i presupposti di un secondo fronte nel quale fare impantanare l’ Occidente, proprio nel momento in cui il suo programma nucleare è oggetto di profonda attenzione e di possibili sanzioni internazionali. In questo quadro, la presenza in Libano di truppe con una forte componente europea, e quindi cristiana, rischia di essere critica, militarmente e politicamente. Innanzitutto esse sono troppo scarse e diversificate: ci vorrebbero almeno trentamila uomini ben integrati operativamente (cioè «interoperabili»). Inoltre, esse potranno solo reagire ad atti ostili, trovandosi cosi in difetto di iniziativa tattica. Politicamente, la presenza di truppe cristiane può consentire a chi governa il fanatismo di denunciare una nuova crociata contro l’Islam. Come minimo, l’Iran userà il nostro stato di debolezza militare come arma di contrattazione nel corrente negoziato nucleare. Ma in sostanza le nostre forze militari nell’area potrebbero divenire ostaggio di uno schema pilotato da chi ha la capacità di mobilitare milioni di persone in vari continenti. Schema che mira a colpire i governi sinora «pro-occidentali» come Giordania, Egitto e Arabia Saudita. Per questo disegno sarà sufficiente, dopo un opportuno intervallo ricostruttivo (in cui Hezbollah si rafforzerà) riattivare militarmente Hezbollah dopo il dispiegamento delle truppe europee, costringendo loro e Israele a reagire.

Una più efficace azione europea potrebbe invece focalizzarsi su un mandato dell’ONU alla NATO – che è sempre più «europea» e sempre meno «americana» – al fine di normalizzare una zona più vasta del Libano, anche a nord del fiume Litani (dato che la gittata dei razzi sciiti può superare i settanta chilometri). La NATO «europea», dovrebbe utilizzare sul campo in prevalenza truppe turche, che sono ampie e robuste, interoperabili tra loro, islamiche ma secolari. Forze navali e aeree europee darebbero solo appoggio tattico-logistico. La percezione di una «crociata» verrebbe ridotta, e i rischi militari sarebbero minori: una forza unica è ben più efficace di un mosaico di truppe e di sistemi operativi differenti. La storia dell’Impero ottomano è certamente un tema delicato, ma si pone all’interno di una maggiore affinità culturale e religiosa. Potenziare il ruolo strategico della Turchia – nazione islamica ma secolare e appartenente al sistema di sicurezza occidentale – e farne uno degli stabilizzatori della regione, è un’opzione strategica da approfondire, che investe anche il tema di un’accelerazione del negoziato di adesione della Turchia all’Unione europea. Chiedere alla Turchia di schierare tre divisioni in Libano implica una forte contropartita politica ed economica. Ma un’Europa a venticinque membri e oltre, e quindi con una massa critica «cristiana», rafforzata dall’ingresso dei paesi dell’Est, può accogliere la Turchia senza che vengano compromessi i suoi valori culturali fondamentali.

 

Competitività e controllo del territorio

Il dibattito sulla competitività del sistema paese sembra concentrarsi prevalentemente su serie statistiche e non sui drivers sociali che minano il contributo di alcune importanti regioni del Mezzogiorno alla creazione del reddito nazionale, almeno di quello «ufficiale». Questo deficit dipende, in gran parte, dal fatto che in quelle aree lo Stato non ha il controllo totale del territorio e del contesto in cui le attività economiche dovrebbero svolgersi. I condizionamenti malavitosi, che hanno costi enormi e si diramano anche in talune aree del Nord, sono ormai un freno inaccettabile non solo per la libertà degli individui, ma anche per la competitività complessiva del paese.

Una strategia mirata a tale problema dovrebbe partire dall’aumento del grado di controllo sul territorio da parte dello Stato, con misure concrete, non straordinarie ma «ordinarie» e continue.Discutiamo quindi un’idea provocatoria, ma forse utile a ravvivare il dibattito stagnante su questo tema.

Il bilancio dell’Arma dei carabinieri (un’istituzione che ha la stima degli italiani e che altri paesi ci invidiano per professionalità e affidabilità) è di soli quattro miliardi di euro circa, che finanziano tutte le attività dei suoi centoquindicimila uomini e, non dimentichiamo, donne sparsi sul territorio nazionale. Aggiungendo un solo miliardo l’anno (un’inezia rispetto ai trasferimenti al Sud già fatti e da fare) si potrebbe aumentare la forza di circa trentamila unità e concentrarla stabilmente nelle quattro aree «critiche», in tal modo raddoppiando o triplicando la sua presenza in queste aree.

È certamente arduo quantificare a priori gli effetti di questa misura, ma è ragionevole supporre che persino a Locri o a Corleone le ricadute positive sulla libera attività socio-economica sarebbero gradualmente visibili. Progressivamente, si dispiegherebbe un miglioramento del potenziale economico complessivo del Sud e del paese. I cittadini di quelle regioni riceverebbero un potente segnale del fatto che lo Stato è determinato ad assisterli nello sviluppo della loro vita civile, nella loro capacità di lavorare, di intraprendere, di creare valore, di attrarre investimenti. Senza misure di emergenza, ma con una stabile, crescente presenza «ordinaria». Una politica di sicurezza come presupposto e parte integrante di una strategia di sviluppo.

Difficoltà e critiche non mancheranno certo. Non si formano trentamila nuovi carabinieri dal nulla, ci vuole tempo. Ma la «messa in moto» darebbe già una spinta importante alle energie positive locali. Nonostante le complessità sociali che la proposta andrebbe solo a lambire, è tempo di compiere atti nuovi e concreti, perchè l’eterna attesa di cosiddette «risposte globali» rischia di essere effimera. Chi poi temesse un approccio «militarista» e «antidemocratico» ai problemi del Sud, ricordi che i carabinieri sono stati una componente importante del progresso democratico, civile, economico e del quadro di legalità e stabilità del paese.

Chiediamoci: è più «democratico», «riformista» e «di sinistra» proteggere gli onesti cittadini nelle loro varie attività o lasciarli ancora in balia della malavita come spesso succede in aree critiche del paese? In conclusione, la discussione e la gestazione del Partito Democratico devono essere l’occasione per sviluppare senza remore i nuovi parametri del riformismo italiano. Dobbiamo essere consci che risposte miracolose non esistono, ma che se vogliamo tendere a risultati significativi la ricerca di nuovi contenuti non può più essere ingabbiata in schemi ossificati, insostenibili nel mondo globalizzato in cui viviamo.

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