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Un nuovo soggetto politico per la sinistra riformista

Written by Andrea Orlando Friday, 01 September 2006 02:00 Print

L’estate ha sviluppato un diffuso esercizio critico sul progetto del Partito Democratico. Non solo chi vi si oppone, ma anche molti che sostengono di condividerne la prospettiva hanno posto in evidenza i suoi rischi e i suoi nodi critici. Sembra che in questo esercizio sia rimasta in ombra una domanda invece non trascurabile: a cosa si va incontro se non accade nulla nell’attuale assetto del centrosinistra? Possiamo declinare questa domanda in due ulteriori domande. La prima la pone la cronaca di questi giorni ed è la seguente: a fronte della dialettica che si è aperta nel centrodestra a seguito della sconfitta di aprile, è irrilevante il grado di successo del processo unitario nel centrosinistra? Difficilmente si può rispondere con un’alzata di spalle, poiché oggettivamente non costituisce una variabile trascurabile il modo in cui le forze riformiste si relazioneranno con quanto avviene nel campo avverso. Una variabile che incide sulla possibile evoluzione (o involuzione) del bipolarismo italiano.

L’estate ha sviluppato un diffuso esercizio critico sul progetto del Partito Democratico. Non solo chi vi si oppone, ma anche molti che sostengono di condividerne la prospettiva hanno posto in evidenza i suoi rischi e i suoi nodi critici. Sembra che in questo esercizio sia rimasta in ombra una domanda invece non trascurabile: a cosa si va incontro se non accade nulla nell’attuale assetto del centrosinistra?

Possiamo declinare questa domanda in due ulteriori domande. La prima la pone la cronaca di questi giorni ed è la seguente: a fronte della dialettica che si è aperta nel centrodestra a seguito della sconfitta di aprile, è irrilevante il grado di successo del processo unitario nel centrosinistra? Difficilmente si può rispondere con un’alzata di spalle, poiché oggettivamente non costituisce una variabile trascurabile il modo in cui le forze riformiste si relazioneranno con quanto avviene nel campo avverso. Una variabile che incide sulla possibile evoluzione (o involuzione) del bipolarismo italiano.

L’altra domanda è: come si affronta il tema della debolezza della politica in questo paese? Un dato, quello della debolezza, che nessuno sembra voler negare. Uno dei presupposti, o forse il presupposto alla proposta del Partito Democratico è appunto questo: la debolezza della politica a fronte della crisi del paese e dello scompaginamento prodotto dalla mondializzazione dei processi di trasformazione.

Chi diffida dallo scommettere sul processo unitario trascura o rimuove i rischi conseguenti dallo stallo attuale del sistema politico italiano. Nessuno si avventura ad indicare come funzionale l’assetto attuale del centrosinistra, né, a esclusione di Diliberto, indica un’alternativa al percorso unitario dei riformisti. Del resto, non pochi argomenti utilizzabili su questo tema si sono spuntati nel corso di questi anni. Non sono pochi quelli, tra coloro che oggi evidenziano e talvolta enfatizzano i nodi critici del processo unitario, che in questo quindicennio di transizione ci hanno messo in guardia dal cosiddetto «riduzionismo istituzionale» e, a ragione, ci hannoricordato come fosse necessario con le regole mutare anche i soggetti politici.

Del resto, non discutiamo di una funzionalità in astratto, di schemi politologici da applicare sotto una campana di vetro. Il tema degli strumenti (e quindi dei soggetti politici), come ricorda Alfredo Reichlin, è strettamente legato alla sfida che sta di fronte alla sinistra. Forse una politica debole e frammentata poteva non costituire un dramma in altre fasi dell’evoluzione storica italiana. Oggi, mentre si assiste allo strutturale sopravanzare dell’economia sulla politica, rassegnarsi ai fragili strumenti di cui disponiamo significa prendere atto dell’impotenza della politica a fronte delle grandi trasformazioni di cui siamo testimoni; in una parola, ad un progressivo svuotamento della democrazia, ridotta a presa d’atto delle scelte della finanza.

Chi oggi denuncia il rischio di uno smarrimento di valori dovrebbe anche interrogarsi sulla possibilità che, senza gli adeguati strumenti politici, i valori restino nell’agire quotidiano patrimonio meramente individuale a fronte della crescente frustrazione dell’agire collettivo, cioè della politica. Non è un tema irrilevante per la sinistra, per quella riformista in particolare.

Se l’Ulivo mette a rischio – ed è un problema reale – l’adesione al socialismo europeo e internazionale, l’assenza di uno strumento politico adeguato non mette a rischio tout court la possibilità di portare avanti le politiche proprie dei socialisti? Non è possibile, senza un soggetto forte e radicato, nazionale e popolare, costru i re una società aperta, inclusiva e solidale.

Non è possibile farlo senza un riferimento politico forte e per di più con un’inevitabile dinamica di competizione nel campo riformista. Del resto, la parabola del fallimento del riformismo del PSI non si consuma su questo? Sull’incapacità di costru i re un soggetto adeguato in grado di supportare politiche innova t i ve senza cadere nella subalternità all’esistente?

La polemica contro il Partito Democratico genera altri paradossi. Può così accadere che chi ha mosso giuste critiche al cosiddetto riformismo dall’alto, giunga ad indicare con convinzione nel governo, e solo nel governo, il riferimento del processo di trasformazione – quando non si arriva ad indicare nella leadership di Prodi tale riferimento, magari dopo anni di polemica contro la deriva personalistica della politica.

Il soggetto unitario può diventare insomma una delle possibili vie per tentare una rilegittimazione della politica e un suo conseguente rafforzamento. È difficile pensare ad un grande progetto di modernizzazione del paese che sconfigga rendite corporative e interessi particolari in assenza di un soggetto che, strutturalmente, sia in grado di non subirne i costanti condizionamenti. Un grande soggetto politico nazionale e popolare, con una trasparente e vivace democrazia interna, è la condizione per una politica che si interroghi costantemente su come corrispondere all’interesse generale.

Pensare ad un soggetto che rappresenti un terzo degli italiani non significa soltanto ricercare un punto di stabilizzazione per il bipolarismo. La quantità può generare qualità; nel senso che un soggetto con un insediamento ampio ed eterogeneo, riferimento di un campo di forze articolato e plurale, è per sua natura costretto a misurarsi con il bisogno di ricercare una sintesi che parli a tutta la società italiana.

Nessuno può seriamente sostenere che il centro s inistra dei tredici partiti e delle liste personali sia il soggetto di per sé in grado di incidere, come è necessario, in profondità nella società italiana e nelle sue contraddizioni. E qui sta, per la sinistra, un’altra questione ineludibile: senza un progetto politico che metta in discussione l’assetto relazionale del capitalismo italiano e rimetta in moto una dinamica di crescita che generi ricchezza, è impossibile pensare a forme nuove di inclusione sociale, ad un nuovo welfare e a nuove forme di distribuzione della ricchezza, a nuovi percorsi di accesso al sapere.

L’Ulivo, ha ricordato recentemente Fassino, è un punto di riferimento da oltre dieci anni. L’elettorato ha mostrato di apprezzarne la portata politica. La risposta più semplice a questo fenomeno richiama il bisogno di semplificazione della politica, o meglio l’insofferenza per la frammentazione a fronte, in particolar modo, dell’esigenza di unità stimolata dall’emergenza Berlusconi.

Ma questo punto di vista spiega solo una parte del fenomeno. Non spiega invece perché il processo si è potuto realizzare. Altri tentativi di semplificazione sono stati portati avanti nel corso della vita democratica del dopoguerra con assai minor successo. Ha sicuramente inciso l’esigenza, ampiamente avvertita dalla società italiana, di rafforzare un modello bipolare. Ma questo dato si limita a prendere atto del risultato e non ne indica le cause.

Se guardiamo dentro al processo unitario che si è realizzato dal basso in via spontanea e che non ha come manifestazione soltanto i buoni risultati elettorali dell’Ulivo, ma anche le performance elettorali positive di DS, Margherita o liste dei presidenti e dei sindaci quando hanno accentuato la loro funzione coalizionale, capiamo che questo è il frutto di una consapevolezza diffusa del venire meno di alcuni degli elementi strutturali che delimitavano le famiglie del progressismo italiano. Non c’è soltanto la fine della guerra fredda e il mutamento dello scenario internazionale che spesso si richiama. La crisi degli Stati nazionali non può non comportare anche la crisi delle culture dello Stato che si sono ridefinite nel secolo scorso. A dividere i progressisti nel secolo scorso non ci fu solo la vicenda internazionale. Non è per questo sorprendente che i nostri elettori, non percependo più come chiare e distinte le divisioni, non solo non abbiano remore nel votare un candidato dell’area dell’Ulivo a prescindere dalla sua provenienza, ma anzi, si trovino talvolta in imbarazzo nel dover scegliere tra i diversi simboli che lo promuovono.

Quando si chiede agli elettori di dire a quale partito appartiene il sindaco della propria città, sempre più spesso ci si sente rispondere «dell’Ulivo» senza ottenere ulteriori specificazioni. Non si tratta però solo di un fenomeno da tratteggiare in negativo: il venir meno di vecchie distinzioni. È necessario riconoscere gli elementi costitutivi di questo senso comune che si è formato libero da impalcature ideologiche: la pace, l’aspirazione alla giustizia sociale, il rafforzamento della democrazia. È un processo che riconosciamo con difficoltà, perché la visione che spesso caratterizza la sinistra parte dal presupposto che i processi di trasformazione della cultura politica possano essere promossi solo dai gruppi dirigenti e mediante l’esercizio di una funzione pedagogica.

A sua volta questo humus non va assunto come dato statico, ma costituisce un passo in avanti per lo sviluppo di una nuova cultura politica in grado di disporre di paradigmi utili per affrontare compiutamente la trasformazione indotta dalla globalizzazione, paradigmi di cui non dispone neppure l’insieme delle culture pro g ressiste del secolo scorso. Il tema centrale di questa fase riguarda la necessità di moltiplicare le occasioni per fare irrompere questo «senso comune» nel dibattito delle forze politiche che partecipano al progetto dell’Ulivo, attraverso forme di p a rtecipazione diretta degli iscritti e degli iscritti potenziali che prefigurino l’assetto del Partito dell’Ulivo, un partito in grado di avere momenti ricorrenti di relazione con i propri elettori, che impedisca strutturalmente dinamiche autoreferenziali, ricercando costantemente percorsi di radicamento e legittimazione.

Questo può avvenire ponendosi alcuni obiettivi: a) costruire un sistema di garanzie per il cittadino/iscritto, un sistema che includa il diritto all’informazione, alla formazione politica, alla partecipazione alle decisioni fondamentali assunte dal soggetto politico; b) realizzare una rete tra soggetto politico, forze sociali, associazioni e rappresentanze di interessi, che per ragione sociale hanno interesse, in forme diverse, ad interloquire con il suo progetto politico; c) assumere, come caratterizzante per il nuovo soggetto politico, la dimensione del territorio, riconoscendo la complessità e le differenze che denotano il nostro paese e valorizzando l’esperienza del governo locale. È necessario immaginare uno schema flessibile di assetto del progetto unitario che tenga conto del differente livello di integrazione tra culture ed esperienze politiche diverse che è stato raggiunto nelle diverse realtà del paese.

Alle ultime elezioni politiche hanno votato i ragazzi nati nel 1988. Avevano un anno quando cadde il Muro di Berlino, poco più al momento della fine delle forze politiche storiche. Per loro Berlusconi, che a molti di noi appare ancora il fatto nuovo della politica italiana, è una delle espressioni della vecchia politica. A loro è sempre più complesso spiegare ciò che divide gli ex. È più facile conquistare la loro attenzione e magari il loro impegno parlando del futuro. Non sono arrivati all’Ulivo battendo le strade del moderatismo (per altro sempre più difficili da definire). Le loro esperienze politiche o pre-politiche sono state le manifestazioni contro la Moratti, quelle contro la guerra in Iraq o la critica alla precarietà del lavoro e alle rigidità nell’accesso alla società italiana come adulti. Nulla ha impedito loro di vedere nell’Ulivo uno strumento in grado di rispondere alle loro domande, anche a quelle che con qualche schematismo di troppo definiamo radicali.

Di fronte al rischio di irrilevanza dell’individuo che producono le grandi trasformazioni globali, per chi decide di partecipare ad un progetto politico conta sempre meno il volume della voce con la quale si invoca il cambiamento e diventa invece sempre più importante il rapporto tra le cose che si dicono e quelle che si riescono a fare concretamente.

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