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Politica, cultura e industria culturale nella seconda Repubblica

Written by Giancarlo Schirru Friday, 01 September 2006 02:00 Print

Il rapporto tra politica e cultura, tra partiti e intellettuali, ha subito mutamenti profondissimi negli ultimi quindici anni. Tutte le avvisaglie dei fenomeni esplosi dai primi anni Novanta erano presenti da almeno un decennio. Ma, come spesso avviene in queste cose, i fatti nuovi si sono sedimentati senza attirare l’attenzione degli osservatori, e poi, quando hanno raggiunto la massa critica, d’improvviso hanno «fatto epoca». In tutti i drammi che si rispettino i personaggi, anche quelli principali, sono sempre più di uno o di due. In quello che qui raccontiamo se ne possono individuare almeno tre: la cultura nazionale, la sfera del dibattito pubblico (giornali, televisione e industria culturale nel suo complesso) e il sistema dei partiti politici. È bene spendere qualche frase su ognuno di loro.

Uno scenario post-atomico

Il rapporto tra politica e cultura, tra partiti e intellettuali, ha subito mutamenti profondissimi negli ultimi quindici anni. Tutte le avvisaglie dei fenomeni esplosi dai primi anni Novanta erano presenti da almeno un decennio. Ma, come spesso avviene in queste cose, i fatti nuovi si sono sedimentati senza attirare l’attenzione degli osservatori, e poi, quando hanno raggiunto la massa critica, d’improvviso hanno «fatto epoca».

In tutti i drammi che si rispettino i personaggi, anche quelli principali, sono sempre più di uno o di due. In quello che qui raccontiamo se ne possono individuare almeno tre: la cultura nazionale, la sfera del dibattito pubblico (giornali, televisione e industria culturale nel suo complesso) e il sistema dei partiti politici. È bene spendere qualche frase su ognuno di loro.

La scienza italiana ha sofferto dei più generali mali del paese: con il progressivo formarsi di reti transnazionali delle singole discipline si è scoperta troppo fragile per diventare uno dei maggiori poli internazionali di aggregazione scientifica, ma ha scoperto al contempo di essere troppo «grande» per rinunciare alla propria tradizione e adeguarsi supinamente ai protocolli e ai modelli dominanti nella letteratura mondiale (come si è scelto di fare, per esempio, nei Paesi Bassi o in Giappone). Così il divario tra «intellettuali e popolo», che faticosamente si era ridotto nel corso dei primi decenni di vita repubblicana, ha ricominciato a crescere già dalla fine degli anni Settanta. La cultura italiana si è dovuta nuovamente rinchiudere nelle accademie dove rappresenta tutt’oggi una concentrazione di eccezionale qualità. Nelle grandi nazioni industriali la ricerca scientifica (in tutte le discipline) viene praticata in una pluralità di istituzioni: le imprese, le biblioteche, le case editrici, l’amministrazione pubblica, le fondazioni culturali, i centri pubblici e privati di ricerca, e – perché no? – la scuola; in questo ambiente le università nuotano – per così dire – come pesci nell’acqua. In Italia al contrario tutta la scienza è concentrata nell’università: non ne può uscire perché, al di fuori di essa (eccettuati i pochi centri di ricerca pubblici, ormai ridotti al lumicino), non viene compresa e non ha basi di legittimazione. Le restanti istituzioni culturali mantengono un divario di quantità (se non di qualità) della produzione scientifica incolmabile rispetto ai corrispettivi statunitensi, inglesi, tedeschi o francesi. Così, e questa è la seconda particolarità della nostra cultura, gli universitari sono gli unici esperti disponibili nel paese: l’accademia costituisce la sola fonte di selezione e certificazione delle competenze. Pertanto solo in Italia rimane vitale un’istituzione di natura ottocentesca, ovvero il notabilato degli accademici, che sono quasi gli unici in grado di scrivere saggi e libri di reale valore scientifico, a poter accedere come esperti, ad esempio, alle commissioni pubbliche, o a poter fornire consulenza scientifica alle imprese e alla pubblica amministrazione. Anche in un banale corso di formazione professionale la docenza è suddivisa in fasce sulla base dei gradi accademici. Ma gli universitari sono inevitabilmente troppo pochi e troppo isolati per poter contemporaneamente animare tutta la ricerca e l’alta formazione nazionale e – ce lo ricordiamo ogni tanto? – far funzionare il sistema universitario, ulteriormente aggravato e delegittimato dai massicci reclutamenti senza concorso avvenuti nei primi anni Ottanta.

Veniamo al secondo protagonista: l’industria culturale. Qui il big bang ha una data precisa: è il 1975 quando la Corte Costituzionale, pressata dal timore di una vittoria delle sinistre alle imminenti elezioni politiche e quindi di un loro controllo della RAI, promulgò una sentenza di liberalizzazione delle frequenze radio-televisive grazie alla quale potesse crescere un polo privato in competizione con le emissioni pubbliche. Questo fatto, che ha origine nei vincoli della guerra fredda e nella ragion di Stato, ha finito con il provocare un riorientamento profondissimo di tutta l’industria editoriale italiana in direzione della televisione commerciale (tale è diventata infatti da quel momento in avanti sia quella pubblica sia quella privata). Non solo ha determinato la morte di interi segmenti produttivi, come il cinema e la discografia, ma ha contribuito dal basso a staccare «il popolo dagli intellettuali», mettendo in secondo piano qualsiasi intenzione pedagogica, e proponendo un modello più facilmente fruibile (e quindi competitivo nella lotta concorrenziale di un mercato duopolistico) in cui la cultura, se ha un posto, è degradata a intrattenimento. L’esplosione del mercato pubblicitario ha costretto le imprese a gravarsi di costi inediti di marketing; i giornali stampati hanno smesso di incrementare le loro vendite (fermandosi dalla fine degli anni Settanta ai cinque milioni di copie vendute, ovvero circa un decimo della popolazione nazionale contro le percentuali incredibilmente più alte degli altri paesi industriali ed europei) diventando imprese commercialmente non produttive, intere generazioni sono state cresciute in un modello di vita disfuzionale per il futuro della nazione: così, ad esempio, esplodono negli atenei gli iscritti ai corsi di Scienze della comunicazione o di Discipline dello spettacolo (nella speranza – assolutamente illusoria – di un accesso al dorato mondo dell’industria dell’audiovisivo) esattamente nel momento in cui non esiste più in Italia né una vera industria del cinema né un’industria discografica, e in cui l’ingresso nella corporazione dei giornalisti sembra avere come unico titolo veramente spendibile la parentela con qualche giornalista. Al contempo sono crollate le immatricolazioni ai corsi di laurea di Fisica o a Matematica (o in altre facoltà di indirizzo scientifico o tecnologico), di cui il paese avrebbe un disperato bisogno.

Veniamo infine al terzo protagonista: il sistema dei partiti. Questo personaggio ha semplicemente cessato di esistere dal biennio 1991-1993. La politica italiana dopo questa data non ha più avuto partiti politici, con un’unica eccezione, il principale partito erede del PCI, su cui torneremo più in basso. In una stagione si è consumato un mutamento che ha ovviamente radici lontane. Si può datare grosso modo all’assassinio di Aldo Moro (che mise fine alla stagione della collaborazione tra DC e PCI, ovvero all’ultimo estremo tentativo di dare una nuova funzione nazionale alle maggiori formazioni repubblicane) la fine «politica» del sistema dei partiti italiani. Da quel momento i partiti si sono limitati a sopravvivere, fino a quando la fine della guerra fredda e l’urgenza dell’europeizzazione non ne hanno messo in luce la decadenza, e si è messo mano alla loro liquidazione. Ciò non vuol dire che il paese non abbia più avuto una classe dirigente politica (cosa che sarebbe impossibile): semplicemente questa non è stata più espressa da un sistema di partiti. Si sono attivate altre agenzie: i patrimoni individuali, le reti editoriali, i gruppi di relazioni personali, la pubblica amministrazione, le imprese, o altro. I dirigenti cresciuti nel terreno più tradizionale della politica sono stati costretti a organizzarsi con strutture provvisorie, adatte a sopravvivere in una lunga fase di transizione. Per così dire: se si deve migrare continuamente è meglio farlo per piccoli gruppi in grado di levare il campo in una notte. Così, anche la politica democratica, che è cresciuta rafforzandosi del rapporto tra classi dirigenti e masse popolari attraverso l’istituzione dei partiti, rinunciando a questi ultimi ha tagliato un ennesimo legame vitale tra governanti e governati. E l’istituzione parlamentare ha approfondito la sua crisi prendendo sempre più i caratteri di una reggia di Versailles in cui, alle classi dirigenti del paese di tutti i settori, viene offerta una vita dorata in cambio di una sostanziale marginalità politica.

 

Le metamorfosi della sinistra

Dicevamo che i gruppi dirigenti formatisi nel PCI sono gli unici tuttora organizzati, almeno per una loro parte, in un’istituzione avente i caratteri del partito politico. Ma l’apparenza non deve ingannare: il PDS prima, e i DS poi, hanno una natura ambigua. Da un lato, organizzano ancora una forte partecipazione di massa con centinaia di migliaia di iscritti (seconda in Europa solo all’SPD tedesco); dall’altro, però, partecipano della natura provvisoria di tutte le formazioni italiane: nessun partito è autarchico, ma vive in osmosi con il resto del sistema. Così, se le formazioni più piccole assomigliano a quelle bande che, nella crisi dell’Impero d’Occidente, vagavano qua e là per le antiche province romane cercando fortuna, i partiti patrimoniali ricordano le tribù nomadi mosse da capi avidi e ambiziosi che si lanciavano nella razzia dei palazzi del potere. I DS, da parte loro, possono essere paragonati agli abitanti di una grande città tardo-antica, a cui la difesa e l’ambiente vitale per la conservazione del diritto sono assicurati dalla presenza di costruzioni e monumenti gloriosi, usati come contrafforti, ma sempre più incomprensibili e indecifrabili per le nuove generazioni di cittadini.

Non c’è dubbio, quindi, che nei DS non si possa trovare un pieno circuito tra cultura politica, gruppi sociali di riferimento, circolazione interna delle élite, selezione dei quadri, formazione dei militanti, parole d’ordine politiche e progetti di governo del paese. Se così fosse, si sarebbe non solo compiuta definitivamente la costruzione di un moderno partito della sinistra europea – cosa che renderebbe inutili le tante discussioni attuali sulla necessità di un nuovo partito – ma soprattutto si sarebbe compiuta la transizione della politica italiana verso un nuovo sistema di partiti, dal momento che per effetto di una tale impresa sarebbero costrette a organizzarsi in uguale modo tutte le altre forze.

Insomma: i limiti non sono solo soggettivi, e forse non è nemmeno utile impostare la ricerca delle soluzioni nell’analisi dei comportamenti soggettivi di un gruppo dirigente, o di singole personalità. I limiti sono oggettivi, nell’intero ambiente in cui i DS si trovano a operare: nel sistema politico e nella più generale situazione nazionale che abbiamo cercato di descrivere nei suoi elementi salienti. 

 

Che fare?

Se però si vuole prendere in esame ciò che soggettivamente può essere fatto, occorrerebbe distribuire i compiti tra intellettuali, operatori dell’informazione e politici, nella consapevolezza che occorre invertire un ciclo trentennale. Se non si avesse coscienza del carattere predicatorio di una simile invocazione, verrebbe da dire che ognuna di queste categorie andrebbe richiamata alle proprie «virtù».

La realtà del paese va insomma guardata in faccia, ed è inutile il ricorrente affollamento attorno alla questione del comando politico della nazione. Non si può buttare tutto in politica.

Il problema di chi si dedica alla scienza – categoria di cui si sente parte anche chi scrive queste note – è forse il più complicato, soprattutto nella costante delegittimazione del sistema universitario che non viene solo dall’informazione, ma è stato insistente anche da parte dei poteri pubblici. L’università italiana ha conservato standard di qualità molto alti, funzionando al di sopra delle risorse con cui è stata ed è finanziata. È particolarmente deprimente, per chi ci lavora, assistere al quotidiano quadretto confezionato ad uso dell’opinione pubblica di un luogo in cui si consumano solo nefandezze concorsuali. Questo non vuol dire nasconderne i problemi, ma richiamare l’attenzione sul fatto che, se crollasse il sistema universitario, la cultura italiana subirebbe un colpo probabilmente definitivo. E certamente la cura non consiste nel sostituire gli scienziati con una docenza reclutata tra editorialisti e professionisti, secondo quanto ha predicato il passato governo: a quel punto si potrebbe dire finita la stagione della nostra ricerca scientifica nazionale.

Ma certo balza agli occhi uno scetticismo troppo ostentato di molte donne e uomini di cultura innanzi tutto sull’importanza del loro lavoro: è come se tanti giuristi, letterati, filosofi (termino qui per brevità un elenco che sarebbe lunghissimo) non credessero più nei propri mezzi, per cui la propria ricerca nel diritto, nella letteratura, nella filosofia o nelle tante discipline del sapere moderno, non ha più ai loro occhi alcun valore. Li abbiamo quindi visti, nel recente passato, ricercare un rapporto con un pubblico vasto dando voce, anche loro, alle percezioni più elementari e popolarmente diffuse sui mali dell’Italia. In una crisi che si manifesta soprattutto nella difficoltà della nazione a comprendere se stessa, da loro ci si aspetterebbe un aiuto a vedere e illustrare quelle verità che restano celate agli occhi di un politico o di un giornalista; obiettivo a cui possono giungere innanzi tutto praticando le discipline in cui sono maestri, e svolgendo la loro attività nella comunità scientifica.

Quanto all’industria editoriale, è probabilmente inutile richiamarsi alla buona volontà degli operatori, vista la bulimia che questi continuamente dimostrano. Non c’è giornalista di peso in Italia che non ambisca a indirizzare la politica di questo o quel gruppo, a scrivere libri di grande successo, a insegnare in atenei prestigiosi, a presenziare ai dibattiti televisivi, a presiedere premi letterari, a recitare in un film, e tanto altro ancora. Ma forse, dovrebbe maturare nella coscienza della nazione che questo sistema radio-televisivo e l’industria editoriale a questo legata da mille vincoli (attraverso il mercato pubblicitario, innanzi tutto), così come sono, non sono utili all’Italia.

Infine, qualche parola sui politici, e in particolare sui quadri dei DS. Cercare di risolvere la questione del partito politico in Italia, e quindi del rapporto tra direzione politica, intellettuali, cultura, partecipazione volontaria e cittadinanza, equivale oggi a costruire il nuovo Partito Democratico. Non c’è alcun modo per sopravvalutare l’importanza per il paese di un simile processo: dar vita al Partito Democratico vuol dire per l’Italia costruire un nuovo sistema di partiti, con ricadute importantissime sulla vita del paese. La lunga transizione ha bloccato la crescita dell’Italia, ne ha aumentato le ingiustizie interne, ha amplificato i suoi divari, ha ridotto complessivamente le opportunità e le libertà dei cittadini, ha approfondito il disorientamento di tutte le classi dirigenti (politiche, economiche, ma anche scientifiche). Non è un caso quindi se proprio i maggiori dirigenti dei DS – che più di altri sentono la gravità di tali fenomeni – sono oggi tutti in prima linea nel processo di costruzione del nuovo partito.

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