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La sinistra postcomunista e gli intellettuali

Written by Salvatore Biasco Friday, 01 September 2006 02:00 Print

Il tema del ruolo degli intellettuali nell’organizzazione politica è stato un tema topico nella sinistra; tema non solo dibattuto, ma che ha avuto anche una sua sperimentazione organica. Basti pensare al PCI. Oggi tale dibattito è di fatto scomparso e il riferimento stesso a quel tema suona leggermente demodé. Che così suoni, lo si capisce alla luce delle considerazioni che svolgerò qui di seguito. Che così debba essere non è invece scontato, visto che la questione del rinnovamento della politica, con cui è strettamente intrecciato, avrebbe semmai dovuto rinvigorirlo. Ovviamente esistono rapporti tra gli intellettuali e la politica in generale, e in particolare con la maggiore formazione politica della sinistra (che qui prendo come riferimento per una analisi della metamorfosi che ha subito il tema), ma ciò avviene come connessione spontanea e episodica, che manca di finalizzazione, di domande esplicite, di organizzazione, di canali effettivamente aperti nelle due direzioni e di interconnessioni di ruoli. Non vi è più riflessione sull’argomento in sede politica.

 

Il tema del ruolo degli intellettuali nell’organizzazione politica è stato un tema topico nella sinistra; tema non solo dibattuto, ma che ha avuto anche una sua sperimentazione organica. Basti pensare al PCI. Oggi tale dibattito è di fatto scomparso e il riferimento stesso a quel tema suona leggermente demodé. Che così suoni, lo si capisce alla luce delle considerazioni che svolgerò qui di seguito. Che così debba essere non è invece scontato, visto che la questione del rinnovamento della politica, con cui è strettamente intrecciato, avrebbe semmai dovuto rinvigorirlo.

Ovviamente esistono rapporti tra gli intellettuali e la politica in generale, e in particolare con la maggiore formazione politica della sinistra (che qui prendo come riferimento per una analisi della metamorfosi che ha subito il tema), ma ciò avviene come connessione spontanea e episodica, che manca di finalizzazione, di domande esplicite, di organizzazione, di canali effettivamente aperti nelle due direzioni e di interconnessioni di ruoli. Non vi è più riflessione sull’argomento in sede politica.

 

Era nell’ordine delle cose che con la laicizzazione del maggior partito della sinistra dovesse dissolversi quella rappresentazione gramsciana dell’intellettuale quale interprete di una costruzione culturale integrata e totalizzante. Forse né la pratica né la teorizzazione era così estremizzata nel Partito comunista, ma certamente esso aveva elaborato una propria cultura e pedagogia affidata agli intellettuali «organici», spendibile tanto a livello popolare quanto d’elite. Non solo il PCI aveva una propria interpretazione della storia, della società, delle fasi dell’economia e della politica mondiali e della sovrastruttura culturale, ma prendeva posizione, come partito, in dispute filosofiche, storiche, letterarie, artistiche e perfino antropologiche e di teoria economica. Faceva del rapporto con gli intellettuali un suo punto di orgoglio. Nella prassi si era poi prodotta una sorta di spartizione dei ruoli tra l’intellettuale di partito, che ne giustificava la linea politica, e l’intellettuale «tradizionale», al quale veniva conferita una funzione di rappresentanza accademica e di garante della dignità culturale del partito di classe.

Tutto ciò non era per ovvie ragioni riproducibile nel partito che ne ha preso l’eredità, ieri il PDS, oggi i DS.1

Il contesto poneva oggettivamente all’ordine del giorno una domanda di nuova identità, che prescindesse da ideologia, interpretazioni organiche e visioni escatologiche, e poggiasse sul sostrato culturale di una comune lettura della società, nonché su una comune interpretazione della funzione strategica della nuova formazione nella società italiana, su una rinnovata cultura politica e sulla definizione di idiomi e universi simbolici. Quella domanda chiedeva di per sé un mutamento di ruolo e di ottica a quella figura di intellettuale tout court (che per comodità chiamo «classico», dotato cioè di cultura umanistica e filosofica), che aveva adempiuto nel PCI le funzioni culturali e ideologiche prima sommariamente indicate. In più, l’emergere della questione del governo imponeva anche che una cultura specifica fosse parte integrante dell’indentità comune, ponendo quindi alla ribalta anche il tema del rapporto con l’altro prototipo di intellettuale (che per comodità chiamo «specialista», dotato delle competenze utili alla funzione di governo nel campo delle scienze sociali e economiche e o in campi di conoscenza tecnica, amministrativa, giuridica ecc), che il PCI aveva pressoché completamente trascurato.2

 

Partito progettuale e intellettuali specialisti

Brevi considerazioni sul PCI lasciano intendere come, dopo la sua scomparsa, il percorso della ricostruzione su basi diverse di un rapporto con gli intellettuali (e di un vero e proprio «pensiero» adeguato alla fase) si presentasse tutt’altro che come sviluppo lineare di quanto già sperimentato.

Contrariamente a quanto è stato successivamente accreditato, il partito comunista non è mai stato un partito permeato da cultura socialdemocratica intesa come cultura specifica, se non in alcune regioni (rosse) che non a caso non hanno mai pesato nella conduzione del partito centrale.

Per cultura socialdemocratica mi riferisco qui a quelle componenti collettive di mentalità, di prassi, di modo di affrontare i problemi largamente identificabili nelle socialdemocrazie germaniche, nordiche e nel laburismo britannico. Mi riferisco alla ideologia del fare, all’identificazione contabile dei settori sociali su cui cadono costi e benefici dell’azione pubblica (quasi un’ossessione), all’abbinamento dell’obbiettivo agli strumenti con cui raggiungerlo, alla identificazione degli interessi in campo e degli schieramenti in contrapposizione rispetto all’obiettivo (talvolta, per la verità, dicotomica); il tutto partendo da mete raggiungibili nell’ambito dell’organizzazione economica e produttiva esistente, con un fuoco sull’organizzazione sociale e il benessere delle comunità, e non sulla «politica». Questi ingredienti sono il prodotto di una cultura positivistica in senso lato (che è quanto di più lontano vi fosse dai geni del vecchio PCI) e di un agire pragmatico presenti, sì, in alcune esperienze amministrative regionali, ma non nella cultura e formazione del gruppo dirigente, che si è sempre formato per cooptazione attraverso affinità culturali, prima ancora che politiche (in pratica, una formazione idealistica, informata di storicismo e di finalismo).

 

Se le competenze necessarie a sorreggere un orientamento più operativo e una visione più positivistica erano fuori dal PCI non è perché mancasse una volontà di accoglierle, ma perchè l’attrazione che un partito esercita verso gli intellettuali-specialisti dipende dall’impostazione politica in cui essi possono riconoscere esaltata o trascurata la loro professionalità peculiare. Un ruolo politico per lo specialismo intellettuale non può configurarsi fuori da una impostazione nella quale il programma da realizzare (e l’ispirazione ideale che lo sorregge) sia parte decisiva del profilo politico del partito. Ma non poteva esser così per gli elementi costitutivi della cultura del PCI (rimasta, altresì, sino alle soglie del suo scioglimento sostanzialmente anticapitalistica), che relegavano l’elaborazione programmatica a parte di una attività agitatoria, nella quale le indicazioni su ciò che era auspicabile avvenisse facevano premio su progetti e progettualità concreta. In pratica, un circolo vizioso che sbilanciava il partito culturalmente.

Esso aveva di fatto accettato un ruolo di opposizione di lunghissimo periodo e di non legittimità a governare, nel quale si era, però, ritagliato (e gli era riconosciuto) una sorta di diritto di intervento sulle principali decisioni riguardanti il governo del paese. In casi estremi, poteva trasformarsi in potere di veto da esercitare in ultima istanza sulle piazze, ma in generale il diritto di intervento si esplicava come attività di emendamento in sede politico-parlamentare, da cui scaturiva una contrattazione sul varo definitivo delle proposte governative. Quindi il PCI si era predisposto per una elaborazione di rimessa, che, per quanto efficace, aveva tuttavia finito per fargli perdere una capacità di proposta autonoma e l’indirizzo complessivo della sua azione legislativa.

 

La sinistra indipendente non fu, in generale, uno strumento per colmare il vuoto di elaborazione programmatica e di contatto con le culture specialistiche. Pur con le notevoli eccezioni che farebbero affermare il contrario, essa ha rappresentato un reclutamento prevalentemente orientato al mondo della cultura, del giornalismo, dei movimenti, e al recupero di personalità politiche di primo piano esterne al partito: un gruppo in primo luogo garante verso settori di opinione e settori della società civile. Pur se da un punto di vista culturale ha svolto (o, forse, avrebbe potuto svolgere) un ruolo che non poteva essere affidato agli intellettuali organici («classici») – quello di rinnovare i linguaggi, portare il partito a contatto con una cultura più moderna, aggiungere nuove categorie analitiche, laicizzare – i suoi difetti e l’elitismo ne limitarono l’incidenza, mentre l’integrazione non fu mai piena con il gruppo parlamentare comunista e con il partito in genere.

La stessa funzione nel reclutamento di personalità fu svolta dai centri di ricerca, i quali, tuttavia, facendo fatica a inventarsi una committenza che non c’era finirono per peccare di accademismo e per essere più attrezzati per l’agitazione culturale, gli scenari interpretativi e la rappresentanza accademica che come luoghi di preparazione preliminare di materiali e studi utili all’elaborazione di un progetto sostanziato da azioni di governo.

 

L’organizzazione degli intellettuali e la funzione intellettuale del PCI si espresse nell’ambito di quella cultura profonda che lo permeava di fiducia piena nel «primato della politica». Mi riferisco al convincimento, che accomunava quadri e dirigenza, che il partito, come intelligenza collettiva (il moderno Principe), potesse offrire – per il suo senso della storia e collocazione di classe, per la sua visione di fondo («veniamo da lontano e andiamo lontano») e per la sua capacità di valutare i momenti e le opportunità – una garanzia tutta politica per i suoi orientamenti, alleanze, scelte e azione quotidiana. Ciò al di fuori dei contenuti. Quella assolutizzazione del «primato della politica» relegava su un piano secondario o a un ruolo strumentale i programmi concreti e in ultima analisi la progettualità. Non portava, però, a orientamenti puramente empirici e occasionali, perché aveva una sua nobiltà, in quanto si giustificava e veniva tenuto dentro una lettura pensata (che, tuttavia, si consumava progressivamente nella sua utilità) della società italiana, della sua storia e della sua dinamica: la lettura che potremmo chiamare «il filone Gramsci-Togliatti-Sereni».

 

Venti anni dopo: l’identità culturale riformista

Facciamo un salto di 20-25 anni (o forse di più) e arriviamo all’oggi. In mezzo vi sono varie vicende e tappe diverse (incluso il crollo del comunismo mondiale), ma per quello che qui interessa c’è per il partito erede del PCI la competizione per il governo e la concreta responsabilità del governo, sia con appoggi esterni che con la partecipazione diretta, in funzione di partito preminente nella coalizione. Siamo quindi in un quadro nuovo e in una vicenda inedita per la sinistra e la sua maggiore organizzazione politica. La questione degli intellettuali risulta rimossa, più che ridefinita, nell’agenda di tale organizzazione. Né il tema del rinnovamento della politica lambisce tale questione.

Troviamo, tuttavia, qualcosa di insolito: un’autorganizzazione degli intellettuali e un formicolare di reti e connections che esplode: grazie all’informatica, nell’unico momento in cui può esplodere: la costruzione del programma dell’Unione per le elezioni del 2006. Esplode con quelle caratteristiche di spontaneità, voglia di partecipazione in prima persona, desiderio di testimonianza e voglia di oltrepassare le demarcazioni interne della coalizione, che su altra scala e finalità caratterizzano la partecipazione del popolo dell’Unione alle primarie per la scelta del premier.

Ci si può chiedere se questo basta in sé a giustificare la fuoriuscita dall’agenda politica della questione degli intellettuali, in quanto definita per altra via. Ma se indaghiamo sui motivi che hanno portato all’eclisse del tema in sede politica vediamo che la risposta non è affermativa. Di motivi ne individuo quattro, di cui il primo è trattato in questo stesso paragrafo e gli altri tre saranno esaminati e discussi nei successivi.

 

In primo luogo, sicuramente si è determinata la rinuncia a costruire una identità e un sostrato culturale comuni al partito nato dal PCI. Certo, tale sostrato non sarebbe più potuto essere di stampo integralista, ma, dopo il bastone storto da una parte, i DS hanno finito per storcerlo dall’altra, abbandonando il terreno culturale e limitandosi a far leva su una qualche omogeneità circa i valori di fondo. L’irrompere di tante storie dentro la sinistra «ufficiale», la caduta del Muro, le oggettive necessità di affrontare passaggi di ammodernamento dello Stato che altri paesi europei avevano compiuto da almeno un decennio, la pressione al cambiamento che veniva dall’Europa e la crisi fiscale dello Stato sono tutti motivi che hanno contribuito ad allontanare il problema del «chi siamo». La conseguenza è stata che la vecchia cultura comunista non è scomparsa, anche se si è collocata nel «profondo», ma è stata affiancata dalle più svariate suggestioni e idiomi: cultura dei movimenti, dell’ambientalismo, del femminismo, del pacifismo, del volontariato, dei diritti civili ecc. Accanto a queste, una cultura populista e una di derivazione liberaldemocratica. Ciascuno di questi filoni, inoltre, tranne forse l’ultimo, sono poi attraversati anche da venature interne (minoritarie) da cultura di opposizione. Da qui a un fondamento comune di proposizioni, mondo simbolico, idee sulla società, idee sulla politica, relazioni di causa-effetto il passo è lunghissimo, e impossibile senza che sia voluto e perseguito dall’alto.3

Vari test ci confermano questa rinuncia. Se oggi noi provassimo a individuare quale siano le dieci letture fondanti che accomunano la classe dirigente, il personale politico, i simpatizzanti e ne producano la base di omogeneità, non saremmo in grado di elencarle. Nessuna delle riviste della sinistra, poi – alcune pregevoli per analisi politica – affronta il tema degli ingredienti culturali, se escludiamo un’unica testata, «Reset», che viaggia tuttavia per conto suo ed è comunque molto sbilanciata verso la «terza via» e, a volte, verso proposizioni culturali à la page. Ugualmente, sarebbe difficile capire se la lettura della società rimanga conflittualista o se, in mancanza di questa, i DS inclinino verso una cultura più organicistica o liberale. Ancora: non esiste una battaglia culturale/scientifica nelle università con fili diretti di emanazione e ritorno verso il mondo politico. A volte tali battaglie risentono di un clima, di domande e tensioni culturali che appartengono alla sfera politica. Comunque, se tali dispute esistessero sarebbero estranee a quella sfera e procederebbero per proprio conto, con scarsa possibilità di essere captate o essere alimentate dalla politica. Può sembrare stravagante questa focalizzazione sull’accademia, ma non bisogna dimenticare che, per fare un esempio, il keynesismo negli anni Quaranta e il monetarismo negli anni Settanta e poi il liberismo del nostro tempo hanno prima vinto nelle università, come sistemi concettuali e analitici compiuti, e poi sono diventati senso comune, rimbalzando quindi nell’apparato concettuale delle culture politiche e costituendo criteri di identificazione delle opzioni culturali. Ma entrambi avevano gestazione in sostrati culturali e tensioni politiche. Oggi si può identificare in sede politica un certo disagio verso il pensiero economico dominante, ma è affidato ai mugugni ed è contraddetto subito dalla selezione degli studiosi che hanno citazione e ascolto in contesti specifici.

 

Se la rinuncia del partito a definire le sue coordinate sul piano del pensiero filosofico, sociale, storico ed economico può aver fatto deperire il ruolo degli intellettuali «classici», si potrebbe pensare che abbia alternativamente dato spazio o trovato compensazione nel rapporto con altri intellettuali più legati alle scienze sociali, alle conoscenze tecniche e alla scienza dell’amministrazione. In un partito con una identità politico-programmatica tutta l’attività politica in quanto tale produce cultura.

Ma una identità politico-programmatica ha stentato vistosamente a formarsi. Come ho già detto parlando del PCI, il richiamo verso gli intellettuali è legato al modo in cui essi percepiscono se stessi nella pratica quotidiana che un partito persegue. La formazione del gruppo dirigente, i retaggi della storia dei DS e l’essenza subculturale radicata nel partito hanno reso troppo forte il mantenimento del suo asse identitario nella confluenza delle varie culture verso principi e aspirazioni. Principi e aspirazioni che solo approssimativamente poi (se va bene) risultano coniugati (e coniugabili) sul terreno degli obiettivi di governo o sviluppano idee specifiche sulla dinamica della società. Qui c’è un imprinting che non si è cancellato. La confluenza su un’asse identitario di tipo progettuale e programmatico, culturalmente fondato, non solo ha stentato a emergere, ma è stato sopraffatto e in parte sostituito dalla prevalenza di un elemento identitario declinato in termini etico-valoriali («identità valoriale»), che è stato talmente assorbente da riempire quasi tutto lo spazio e il «senso» della ragion d’essere dei DS.

Troppo, inoltre, è stato speso anche nell’offerta di una «identità di posizionamento» che si forma nella contesa politica e nella schermaglia che gli eventi accendono quotidianamente con alleati e avversari (tutto ciò che oggi è inteso comunemente come «politica»). In questo caleidoscopio il «primato della politica», si è ripresentato, ma con tutt’altri connotati: come gioco di schieramenti, di d’anticipo o di rimessa, presenza sui media, sottintesi, precisazioni e controprecisazioni, polemiche a bersaglio, genericismo e inseguimento dei movimenti che propongono il tema del giorno. Con l’inconveniente che non è stato mai chiaro, come ancoraggio dell’azione, quale visione della società italiana e della sua dinamica i DS abbiano sostituito al filone Gramsci-Togliatti-Sereni, che a suo tempo costituiva un ancoraggio per rendere tale primato della politica una impostazione di respiro. Se l’attività politica produce cultura, da qui deriva la cultura che i DS hanno diffuso nel loro corpo e nella società.

Questa prevalenza del richiamo dell’identità «valoriale» e «di posizionamento» su quella culturale e progettuale non è solo causa ma anche effetto della rimozione della questione degli intellettuali.

 

Questo non vuol dire che non vi sia stata da parte del partito una marcia verso la definizione di una proposta per la società. Ma si è sviluppata nel modo in cui la formazione culturale del suo gruppo dirigente, il retaggio della storia di agitazione tematica e il ventaglio delle culture acquisite consentivano che avvenisse. È passata per congressi diretti al reclutamento di immagine di ceto politico riformista (1998) o svoltisi all’insegna dell’«I care» e del terzomondismo (2000) o per assise «programmatiche» indette nel nome di: «Pace, diritti, persona» (2003), risoltesi, poi, nell’ennesima vicenda mediatica e di passerella, che finiva per celebrare un documento redatto in anticipo e interpretabile in tutte le direzioni (e, ovviamente, poi accantonato). Né successivamente ha avuto una qualche profondità la discussione interna (e interna al centrosinistra) sulle prospettive europee, pur in presenza delle tante svolte che hanno investito quelle istituzioni e di una tornata elettorale specifica (2004).

Sarebbe comunque ingeneroso sostenere che non vi sia stato un approdo riformista, solo che è stato raggiunto attraverso una «volontà» di guadagnarlo; una proiezione emotiva e razionale che ha proceduto più velocemente della maturazione piena di una vera e propria cultura riformista, sodale con quella volontà. Non una forzatura, tuttavia. Come non convenire che all’ultimo Congresso dei DS, quello di Roma (2005), sia arrivata una forza politica che mostrava di puntare con consapevolezza al governo del paese, orientata da sano pragmatismo e alla ricerca di una concretezza operativa; una forza certamente diversa da quella che aveva caratterizzato la stessa assise appena tre anni prima?4 Ma proprio guardando alle pieghe di questa sanzione congressuale dell’approdo riformista e dell’abbandono di velleitarismi, idealismi, aspirazioni confuse di rigenerazione sociale – che penserei irreversibile – si possono cogliere esemplarmente i vuoti ancora non colmati verso un partito proiettato in ambito programmatico e progettuale e verso un partito culturalmente definito, vivace e partecipato.

Quasi nessuna delle formule alle quali viene attribuito potere di detonazione politica («siamo per più Stato e più mercato», «rifiutiamo parti uguali tra diseguali») significa qualcosa di preciso e dà qualche criterio di governo (e forse potrebbe essere sottoscritta anche dalla destra). Il welfare (autodefinito) «dello sviluppo» (che si ripaga da sé) dà la chiave magica per proporre qualsiasi spesa. L’obiettivo del 3% nella spesa per la ricerca è una formula magica per rispondere a una richiesta di modernizzazione ed efficienza, ma è buttato lì, come se ricerca, innovazione e competitività coincidessero tra loro senza la scelta (che pur non garantisce l’esito) di un modello complesso di intreccio tra istituzioni, organizzazioni di ricerca, imprese, centri di brokeraggio e perfino un modello di rapporto Stato-regioni. Sulla concretezza delle posizioni (non) espresse sul Mezzogiorno meglio stendere un velo. Le opzioni sono a favore del welfare, per la piena affermazione dei diritti dei cittadini, per il giusto equilibrio tra Stato e mercato (no al mercato non corretto e controllato), per la cittadinanza civile, per i diritti dei lavoratori, per l’equilibrio dei poteri e il rispetto della Costituzione e per (altra parola magica) la «modernizzazione». Il punto è che il DNA rischia sempre di rendere spontanea la riduzione di una impostazione programmatica in una impostazione rimessa al piano dei valori (o degli intenti). Difficile è superare l’inclinazione declamatoria sulle buone intenzioni, e dare in qualche punto un senso dei bivi di scelta che una missione di governo comporta quando deve tradurre in provvedimenti effettivi (e in scelte) impostazioni che aleggiano a molti metri dal suolo. Rimane l’impressione che non si sia progredito dalla convinzione che l’enunciazione di un principio, di una intenzione, di una denuncia basta a definire una politica o una capacità di governo. E questo è sicuramente la coda di una cultura di derivazione dal PCI in azione, che fa da barriera ad una attrazione degli intellettuali e a una capacità di utilizzarli e associarli a una elaborazione.

Ciò detto, non mi sento di asserire che l’offerta politica e la confluenza identitaria debbano necessariamente essere giocate su un insieme di azioni di governo piuttosto che sulle sole coordinate generali che muoveranno quelle azioni. Ho l’impressione, però, che un giusto mezzo esista e che finché l’offerta è tutta sbilanciata nella seconda direzione, le stesse parole chiave che la qualificano finiscano per consumarsi. All’identità dei militanti finisce per mancare qualcosa e il confronto interno avviene su un piano più povero e indefinito. È il personale politico stesso a essere più povero. E penso che un giorno si dovrà pur capire che l’«offerta politica riformista» non è segnata dal numero di volte in cui l’aggettivo viene ribadito. A monte di tutto ciò, la rinuncia a definire «chi siamo» fa da ostacolo a definire «cosa vogliamo fare» quando si tratta di agire e di governare.

 

La delega ai tecnici

La seconda ragione per cui la questione degli intellettuali ha perso mordente nel pensiero e nella prassi politica ha a che fare con il fatto stesso che i DS si sono alla fine misurati con il governo di questo paese. Per quanto un partito possa esimersi dal fare da catalizzatore di un movimento di detentori di saperi operativi specifici che si formi anche intorno alle sue domande e alle sue esigenze (di governo) o esimersi dal costruire una cultura specifica di governo anche attraverso la mentalità operativa dell’intellettualità di riferimento, quando l’esperienza di governo giunge esso trova comunque i suoi quadri, i suoi staff e i suoi ministri. Trova al suo esterno la classe dirigente che ha bisogno di selezionare. Così è stato e sarà. I DS hanno espresso nello specifico anche un primo ministro, a cui è da ascrivere un latente tentativo di modernizzazione. Solo che, quando è entrato nell’area di governo, a partire dal 1992-93 non si può dire che quel partito avesse tra le sue acquisizioni un progetto compiuto per la società italiana o una interpretazione chiara per la stessa. Ministri, personale di governo e staff hanno costituito una elite che ha fatto tutto in completa delega, mettendo in pratica, nei campi di responsabilità, convincimenti personali, personali elaborazioni, quanto nasceva da personali contiguità culturali a gruppi specifici della società. Non ha avuto il compito di tradurre in azione di governo una elaborazione collettiva se non in senso molto lato.5 Mentre ciò può avere una giustificazione per quegli strati dirigenti che assumono le funzioni di controllo e garanzia all’interno dello Stato, per le funzioni di governo non lo ha. Troppo cammina su gambe individuali, per cui convincimenti diversi dei singoli avrebbero dato vita a varianti non piccole di politiche e di impostazione (o di criteri di gestione delle singole strutture).

 

D’altra parte, il gruppo parlamentare, che per la sua collocazione è il più qualificato a fungere da ancoraggio per le varie esperienze decisionali o gestionali, non è mai stato formato con l’idea che dovesse essere il partner del governo, il catalizzatore e interlocutore per le responsabilità diffuse di tipo politico o amministrativo e il nucleo centrale di una elaborazione di merito, assumendo un ruolo di cardine politico. Né con l’idea che ogni singolo membro potesse anche essere un attivatore di reti di competenze per la progettazione e l’ideazione di merito. Non che questo non avvenga sporadicamente, ma per qualità e iniziativa isolata di qualche singolo. In generale, però, il gruppo parlamentare non ha questa autorevolezza e il parlamentare tipico è per percentuali considerevoli (crescenti con le legislature) l’espressione di quella selezione dei quadri che avviene non in una atmosfera elaborativa – corroborata dal lavoro di massa – ma da trafila burocratica, mossa a volte da percezioni involute del mondo, da sopravvalutazione delle funzioni «politiche» e da quella pianificazione delle carriere (interne) che pervade la periferia (e il centro).

Per cui, un nucleo consistente di tecnici e specialisti che si attiva spontaneamente e per forza delle cose durante l’esperienza di governo rischia di essere un corpo estraneo e poco integrato con il resto dell’attività politico-partitica e con le sue pulsioni. Rischia di pesare e aver ruolo solo in sede tecnocratica, senza lasciare molto in sede politica (e culturale) ad esperienza finita.6

 

Gli intermediari culturali e tecnici con il mondo professionale

Un terzo motivo, non del tutto indipendente dagli altri, per l’affievolimento della questione degli intellettuali come questione di agenda politica è la debolezza o l’esiguità di uno strato, organico al partito, di intermediari tra la politica e l’elaborazione intellettuale e tecnica, di cui quello concernente il gruppo parlamentare è solo un caso particolare. L’integrazione e l’utilizzo nella «macchina politica» dell’elaborazione intellettuale e tecnica non è processo spontaneo a cui presieda la circolazione di articoli, atti di convegno, siti internet, libri ecc. (o tanto meno, di rassegne stampa). Quell’integrazione è frutto di strutturazione, volontà e prassi politica, nonché di routine organizzate.

Nel PCI questa funzione di trait d’union poteva essere affidata principalmente al funzionario o al quadro di partito, che, tuttavia, era andato progressivamente deperendo da una figura di intellettuale sui generis – stimolato a confrontarsi con l’elaborazione esistente, a dotarsi di buone letture da elaborare in proprio sulla sua esperienza e ad essere organizzatore culturale7 – a figura diversa di politico professionale, fino ad essere risucchiato – con la trasformazione più recente della prassi politica – nella schermaglia quotidiana al seguito di questo o quel dirigente supremo, o sollecitato a elaborare con un orizzonte localistico e/o confinato alla pratica amministrativa.

Non potendo più esservi un partito pesante (senza n) di funzionari, la linfa vitale rimane comunque l’esistenza di uno strato intermedio di personale politico riconosciuto nei vari mondi professionali e accademici capace di selezionare, sollecitare e tradurre in visione e proposta politica l’espressione, l’elaborazione e la testimonianza che da essi proviene, integrando le persone e la conoscenza nei processi di partito. Queste figure costituiscono il canale per dare rappresentanza a coloro che non si avvicineranno mai all’attività politica diretta, ma che per il loro lavoro si trovano in punti sensibili della società.

Tuttavia, anche se uno strato intermedio di questo tipo esiste, non basta. Ha funzione politica se ha una sua estensione numerica e una connessione e strutturazione interna (questa o quella individualità non colmano certamente la carenza), ma soprattutto se ha per quel compito una investitura politica esplicita o implicita, riflessa sia nella fluidità di canali con cui si rapporta alla dirigenza, sia nell’accreditamento per questa funzione nel corpo del partito (che deriva dall’avallo che riceve dalla dirigenza), nonché nella regolarità con cui la sua elaborazione risale verso l’agenda politica del partito (poco importa chi questo personale sia poi nella vita civile, professori, professionisti nei loro campi, funzionari di partito, sindacalisti, quadri della società civile o altro).8

A ben guardare, questo strato intermedio (mi limito alle figure intellettuali) ha sempre fatto difetto ai DS. Forse, più che mancato, non ha trovato cooptazione nella politica. Questa è rimasta organizzata su altri assi, che prescindevano dal ruolo potenziale di queste figure di intermediari. I grandi personaggi di questo partito sono poi stati dei solipsisti (ma forse non è casuale). Più che mancato, quindi, questo strato di intermediari non ha mai avuto un’investitura; il che può avvenire attraverso l’organizzazione di «vitali» aree tematiche, collateralismi dichiarati, centri, staff, fino all’affidamento di ruoli politici a tutto tondo (individuali e collettivi), su cui il partito «investa» pesantemente e prioritariamente e su cui faccia «ricadere una domanda politica e culturale posta al centro della sua agenda».

Tutto ciò sembra in contraddizione con l’attività e il ruolo che in questi anni hanno avuto nell’area di centrosinistra, e specificamente dei DS, una serie di luoghi di aggregazione ed elaborazione, dentro i quali è avvenuto il recupero delle competenze di governo che si sono formate nel 1996-2001, la partecipazione (sebbene scarsa) di nuove leve intellettuali e qualche incursione nel campo della proposta culturale. Molte aree tematiche hanno cominciato ad essere affrontate – mobilitando energie intellettuali e competenze – in convegni di studio, gruppi di lavoro, network informatici e altri luoghi, con modalità che prevedono una contaminazione col partito, e, come evoluzione più recente, a volte con il fulcro in responsabili di partito e nel gruppo parlamentare – oltre che nei centri e nelle fondazioni. Ne è nata una migliore definizione e messa a fuoco di alcuni temi programmatici nell’elaborazione di partito, una partecipazione di soggetti professionali a più diretto contatto con la funzione politica (e, a volte, una formazione di circoli, informali e occasionali, che i dirigenti hanno utilizzato per la messa a fuoco personale di determinati problemi).

Questo potrebbe essere certamente l’inizio di una nuova storia, se si incontrasse con una classe politica lucida nel disegno di integrazione e quindi capace di concepire una nuova prassi, nuove tecniche e nuova capacità di organizzazione, nonché capacità di imprimere assi culturali e programmatici meno empirici allo svolgimento delle proprie funzioni e, non ultimo, di concepire una rottura della separazione tra funzioni intellettuali e dirigenti. Non siamo a questo, perché a prevalere è ancora l’utilizzo contingente delle tematiche e delle persone, unito a quella diffidenza verso i tecnici in funzione politica che è addirittura di derivazione PCI. Le sfere rimangono strettamente separate e autonome. Per cui, se si è creato un legame di gruppo tra intellettuali, questo è quello informale che si realizza attraverso il riconoscimento reciproco tra le persone, a volte su base amicale, a volte di omogeneità professionale, di giudizio, di impronta interpretativa o analitica; legame che è molto trasversale rispetto ai vari schieramenti del centrosinistra, che avviene su base di alterità ed è caratterizzato dalla massima diffidenza verso le dirigenze politiche e i loro metodi di lavoro, la loro sintesi, il muro di gomma che interpongono.

 

I centri e le fondazioni hanno, nell’epoca successiva all’esperienza di governo, svolto un ruolo importante, ma hanno avuto il difetto di agire in modo privo di ordine, non su domanda politica (se non quella necessariamente simulata, «come se»), di essere a volte risucchiati da tematiche contingenti imposte dall’agenda della politica, di risentire di personalismi che impediscono una razionale programmazione del lavoro, di ricorrere sempre alle stesse persone, le quali girano dall’uno all’altro di questi centri, per iniziative in concorrenza tra loro e sovrapposte e vi partecipano più per il piacere di trovarsi assieme che con la sensazione di prender parte a qualche significativo impiego politico. Pur dovendoli inventare se non ci fossero stati, questi centri sono il classico sintomo di un partito che su questo terreno stenta a formarsi, a interrogarli per costruire il catalogo delle opzioni; stenta a porre nella propria agenda e diffondere l’elaborazione che ne risulta e a investire sulle persone. Per cui, alla fine, la sensazione diffusa è che a partire da questi centri non sia stato possibile far risalire verso l’alto punti di vista programmatici o visioni culturali, perché sono rimasti altri e indefiniti, nonostante questa mobilitazione, i luoghi di selezione e di formazione degli indirizzi politici in campi specifici, in attesa che nuove deleghe siano affidate a chi si occuperà degli affari di governo. Per cui, questi centri hanno svolto tanto un ruolo di recupero e valorizzazione di conoscenze intellettuali e tecniche quanto, in un certo senso, un loro spreco e dispersione.

Senza, però, l’incubazione che hanno rappresentato non sarebbe stata possibile la forza e l’estensione di quella mobilitazione che si è presentata in coincidenza con la necessità di costruire un programma elettorale del centrosinistra. La domanda «implicita» che quella necessità ha generato ha dato un’idea delle potenzialità nascoste di personale e di idee. Ma, anche in questo contesto favorevole, la linea di demarcazione è rimasta molto netta, anzi forse accentuata. E, invece della cattura di tali potenzialità, della loro capitalizzazione in funzioni più organiche alla politica, della leva su questa mobilitazione intellettuale per l’allargamento dei ruoli politici, ne è risultata una separazione – resa più visibile dalle circostanze – di questo tipo di aggregazioni dalla routine politica, rimasta ad uso esclusivo del professionismo politico.9 Con il risultato ovvio che quella esplosione di impegno e partecipazione è destinata a recedere senza una trazione dalla politica e se priva di investitura e ruoli vissuti come collettivi.10 Oppure, è destinata a disperdersi man mano che alcune individualità vengano riassorbite, con le modalità citate prima, in una nuova esperienza di governo.

La forza della barriera, tuttavia, non è solo da ascrivere ai limiti della concezione della politica che si è affermata nei DS, ma a condizioni «oggettive» dovute al mutamento radicale nello svolgimento di funzioni politiche e da come questo ha permeato la società; condizioni sulle quali mi soffermerò subito di seguito.

 

Politica di professione e occasionalità dell’impegno politico

Troviamo un quarto ambito di spiegazione per l’affievolimento del tema degli intellettuali nel partito politico nella risposta che è seguita al mutare della situazione politica. In un certo senso, la forza dell’evoluzione delle cose ha portato ad una demarcazione molto più netta dei gironi contigui ed esterni ad essa, prima caratterizzati da confini più sfumati.

L’evoluzione verso il partito leggero – apparentemente la porta per un partito inclusivo, per l’allargamento del raggio dei soggetti coinvolti, soprattutto a livelli di responsabilità, e per una prassi decisionale e di partecipazione che risenta del peso di tali soggetti – si è risolta paradossalmente nel suo opposto, portando all’affermazione di un professionismo politico chiuso nella sua sfera e aggiungendo, da un altro versante che richiama quello ricordato ma non vi coincide, un incaglio specifico a quelli che il rinnovamento della politica già incontra. L’evoluzione che spinge verso un partito leggero, che accomuna tutti i partiti politici, li spinge anche verso il partito istituzionale. Le ristrettezze del finanziamento, l’importanza assunta dalla comunicazione mediatica, nonché i mutamenti dei sistemi di vita individuale e le peculiarità delle logiche intrinseche alla sfera politica hanno trasformato sempre più il partito politico (ogni partito politico) in un partito professionale, necessariamente verticistico, il cui centro nevralgico è nel parlamento (benché composto con le caratteristiche che ho ricordato), nelle sedi fisiche del partito organizzato e nelle istituzioni rappresentative in genere. Il mantenimento (in senso militare) degli spazi politici in condizioni di basso grado di organizzazione, di sollecitazione continua sul piano mediatico e di una costante necessità di orientare l’elettorato sui fatti del giorno ha bisogno di personale in costante mobilitazione e con base di azione dalle sedi opportune, di continuità di intervento, ufficialità e ruoli definiti, nonché legittimazione a esprimersi per conto di uno schieramento. Questo esclude che fuori da una macchina in continua rotazione e da un impegno full time i partecipanti generici alla politica (a qualsiasi livello) possano aspirare a rivestire ruoli significativi e, in ultima istanza, avere la possibilità di contribuire significativamente a definire quelle posizioni, orientamenti, proposte, espressioni culturali che si costruiscono giorno per giorno (nonché quelle che si costruiscono su un orizzonte più lungo, che nella politica è composto da una successione di brevi periodi). Tanto meno possano costituire, se non occasionalmente, un personale di ricambio. Per varie ragioni di continuità e mestiere è ovvio, poi, che il capitale umano espresso dalle sedi della politica (più propriamente della rappresentanza istituzionale) è quello che ha investito maggiormente in informazione specifica, cattura dei temi, memoria legislativa, registrazione degli eventi e rapporti personali – ingredienti, tutti, che creano una sorta di specializzazione che chiamerei «di presidio delle funzioni politiche» che, a prescindere da tutto il resto, crea una divisione gerarchica tra insiders e outsiders anche, forse, nella stessa legittimità a invadere il campo e nel credito attribuito all’esterno.11 Chi è a vari livelli nell’arena politica – in virtù della presenza nei luoghi ad essa preposti, della full immersion e del ruolo pubblico – è in grado di non perdere contatto (e se ne è in grado, di contribuirvi) con le fasi di definizione dell’orientamento e delle scelte specifiche di un partito.

 

Come già detto, si tratta di condizioni che hanno anche una loro ineluttabilità, ma la conseguenza è che per un largo strato di figure che potrebbero esprimere per motivazioni, capacità, visione e competenza specifica un potenziale di rinnovamento – ma che non traggono materialmente il loro sostegno dalla politica né la vivono come variante dell’attività professionale, ma piuttosto come testimonianza e passione per forza di cose non totalizzante – la somma da un lato dei requisiti necessari (e non sufficienti) di presenza sul campo e di continuità e dall’altro della restrizione delle sedi in cui l’attività politica può essere praticata, confina con la partecipazione soggettiva a una sorta di devertissment occasionale, di retrovia, di intervento settoriale, che si inserisce in un ambito nel quale quei soggetti non esercitano alcun controllo e alcuna influenza, neppure indiretta. La macchina ruota senza di loro. A maggior ragione, la marginalizzazione rispetto alla politica in senso stretto si verifica per quelle figure, appartenenti alle professioni intellettuali e tecniche, alle quali il campo professionale specifico richiede impegno assorbente e sovrastante, concentrazione, tempo di lavoro e raggiungimento di risultati da cui dipende la loro valutazione e prestigio in sede lavorativa. In altre circostanze questi fattori avrebbero (e hanno) pesato meno.

Ovviamente, la politica si avvale di una serie di figure di contorno, che vi partecipano a vario titolo. Il punto non è che questo sia ora venuto meno; ma piuttosto la divisione tra outsiders e insiders si è fatta più netta di quanto non lo sia mai stata, senza osmosi di ruoli, di stili, di conformazioni mentali: i presenti sul campo da un lato, gli assenti da un altro. Né la crescente dose di funzioni tecniche di cui necessita una politica che si confronta sempre più su questioni di governo (anche dall’opposizione) cambia il quadro. Le figure di cui si avvarrà rimarranno anch’esse di contorno, con poca o nessuna influenza sulla stessa formalizazione delle questioni generali (e perfino settoriali specifiche), le quale saranno comunque campo esclusivo degli insiders, che terranno la rappresentazione dei temi nelle sedi proprie e ne sceglieranno a discrezione le dosi di appropriazione (oltre ai tempi e ai modi).12

 

Questa esclusività dei ruoli politici è rafforzata da un processo che avviene nel girone interno (il quale, tuttavia, non è privo di sottogironi più o meno rigidi, con relative inclusioni ed esclusioni). Nella crescente oggettiva identificazione della «politica» con le sedi della politica, solo chi ha l’occasione di praticare la quotidianità della professione di politico acquista per forza di cose posizioni nel partito. Ne derivano autorevolezza, delega e incarichi, accreditamento e riconoscimento presso quadri, i militanti e i fruitori della politica. E, per quanto egli talvolta non eccella, le posizioni dirigenziali acquisite nella corrente, nel gruppo, nella nomenclatura (risalenti spesso all’epoca delle sezioni giovanili), gli consentiranno per sempre di mantenersi protagonista e di riempire le caselle che vengono così precluse al rinnovamento.13

 

Conosco le obiezioni a questo tipo di raffigurazione dello stato dell’arte: «la politica non si restringe ai partiti e si può esercitare in molti modi; ogni atto della nostra vita è politico», ecc. Considero emblematica la mia esperienza in entrambi i ruoli – come insider e come outsider – per arrivare alla convinzione che ciò sia sempre meno vero, o piuttosto che non lo sia affatto: o si è dentro o si è fuori.14 Basta intendersi. È fuori discussione che un intellettuale possa portare nel dibattito politico una tesi politologica, storiografica o una proposta di modificazione normativa, oppure che un geologo possa portare una tesi con implicazioni politiche sulla stretto di Messina e persino un matematico sulle proprietà dei sistemi elettorali. Questa può avvenire (sporadicamente e per alcuni), ma non fa dell’intellettuale, del geologo, del matematico un partecipante interno alla politica o una figura che nei modi più espliciti o impalpabili contribuisce, sia in senso effettivo sia agli occhi di larghe masse di utenti, all’offerta politica di un partito o di uno schieramento. I suoi temi, oltretutto, si consumano presto. Del resto, non sono magici termini quali «società civile», «esperti», «mondo delle professioni e associazioni» e altri cui si fa ricorso per designare un alter ego o un campo di complemento della politica in senso stretto, perché questa sarà comunque definita altrove negli orientamenti, nelle scelte, negli uomini. Al massimo questi gironi possono essere considerati in quanto elettorato tematicamente orientato o come fastidiose sciagure da blandire. Ciò non esclude limitati interscambi o che figure speciali15 –  quali possono essere i leader di organizzazioni di massa, i maitres a penser, specie di grandi quotidiani di informazione, o coloro che ricevano deleghe dalla politica – partecipino ai processi politici e siano personale politico con lo stesso peso (mai da sopravvalutare, tuttavia) di chi operi da insider in quella sfera. Né esclude che qualche sporadica individualità venga ovviamente cooptata nelle istituzioni o riceva uno stipendio dalla politica (condizione ormai necessaria per rompere la barriera tra insiders e outsiders) ma questo di per sé non è oggettivamente generalizzabile e non cambia il quadro di una osmosi e di un ricambio tra i due gruppi che, per meccanismi oggettivi prima che  oggettivi, è gioco forza carente.

 

Conclusioni

La questione degli intellettuali è quindi ancora sul tappeto, e non sarà meno importante, anche se in forme diverse, nel partito riformista di quanto lo fosse nel partito ideologico/finalistico. Averla accantonata o averla affrontata strumentalmente, ha comportato per i DS la rinuncia a una parte di peso e di prestigio nella società.16

L’incapacità di superare la separatezza tra funzioni intellettuali e funzioni dirigenti ha comportato una dispersione del personale di ricambio. La rinuncia a definire «chi siamo» (se non in termini di valori) ha reso poi difficile stabilire «cosa vogliamo fare» e, soprattutto, orientarsi su quale tipo di pratica e organizzazione politica sia necessaria per dare risposta a entrambi i quesiti identitari. Ha reso altrettanto difficile il rinnovamento della politica e dei processi istituzionali. È ovvio che un partito politico può rinnovarsi anche per processi interni, ma questo avviene in fasi di crisi acuta (che poi coincidono con quelle di massima apertura). Ciò può anche avvenire per intervento dall’alto di un sovrano illuminato (che dubito ascenderebbe al trono e lo manterrebbe se si rivelasse tale). Poiché ottiche alternative, prospettive di elaborazione, linguaggi, attenzioni specifiche, stili e mentalità hanno bisogno, per entrare nel circuito, di una massa critica di portatori che siano in grado di acquistare influenza e accreditamento nei luoghi della politica, la combinazione di elementi oggettivi e di spirali cumulative che hanno proceduto per essere fermate o invertite rende tale rinnovamento quasi irresolubile.

Le prospettive di una nuova formazione politica di centrosinistra riferiscono queste riflessioni solo al passato? Può darsi che la debole identità culturale e programmatica dei DS si riveli un’astuzia della storia, attraverso la quale il partito è rimasto fluido e quindi spendibile in un processo di riaggregazione della sinistra, che rimarrebbe altrimenti interdetto dalle rigidità generate da forti identità culturali, programmatiche e di visione. Ma è proprio così? Oppure questa riaggregazione sarebbe avvenuta lo stesso, con un baricentro solido e senza il carattere di ultima spiaggia per evitare di trascinare stancamente e onestamente in avanti la propria forza?

Senza volerla sopravvalutare, la questione intellettuale è comunque all’interno della prospettiva della nuova formazione politica e rinvia a tutte e quattro le motivazioni che l’hanno espunta dall’agenda politica. In teoria, la riaggregazione di forze dovrebbe consentire di innestare quadri che assicurino il rinnovamento di culture, linguaggi, dell’offerta politica; di portare una qualche definizione nella lettura della società, di inserire visioni prospettiche e ricostruire una funzione pedagogica attorno a degli assi. Ma non è proprio così. Perché questo avviene quando si muovono entusiasmi, si aprono le maglie e ci si rifonde davvero. Ma oggi questa riaggregazione non può che avvenire come fusione (per giunta, farraginosa) con formazioni politiche (la Margherita), in cui la concezione della politica, l’assenza di vera identità culturale, l’alterità verso la sfera intellettuale e tecnica, l’inclinazione verso la strumentalità agitatoria dei temi proposti all’ordine del giorno e i criteri di selezione del personale politico non sono affatto diverse che nei DS, anche se pericolosamente autodiagnosticate come diverse dall’interno.

A volte le dinamiche che si innestano portano lontano e da sole producono tragitti impensabili. Occorre sperare che sia così. In fin dei conti c’è molto che fermenta di positivo all’interno (penso all’avvicinamento dei giovani, al loro desiderio di formazione politica, alla moltitudine di persone che si cimentano con la macchina amministrativa, ai quadri più giovani soggettivamente pronti a una funzione dirigente, alla irreversibilità dell’approdo riformista, ai tanti intellettuali e tecnici emersi come disponibili a spendersi politicamente, agli effetti del rinnovato cimento di governo ecc). Questi fermenti endogeni consentono di sperare che non siano da attendere eventi esogeni e traumatici (che preferisco non elencare e non augurarmi) per entrare in una diversa storia di queste componenti della sinistra.17

 

 

Note

1 Per evitare questo doppio riferimento convenzionalmente userò solo la denominazione «DS», come se fosse stata adottata fin dall’inizio.

2 Il linguaggio è convenzionale e non privo di ambiguità Non implica affatto che l’intellettuale «classico» non sia nel suo campo uno specialista, dove la specializzazione è più orientata a visioni e interpretazioni, mentre nel caso opposto, l’elemento tecnico è prevalente. Beninteso, la questione degli intellettuali come «conoscitori di macchine specializzate» era un tema che un Gramsci trascurato – in una insolita vena weberiana più che idealista – aveva altrettanto posto, accanto a quella dell’intellettuale organico, ma che mancava nel PCI di una tradizione e definizione.

3 Il tentativo di innestare una visione e un programma liberale in un ancoraggio solido di cultura ereditata dal PCI, che avvenne durante la segreteria D’Alema, era forse conservatore e di certo non l’unico possibile, ma, giudicando a ritroso, era per lo meno un percorso di traghettamento della nuova formazione con una sua dignità e solidità, molto diverso dal «rompete le righe» che ci fu prima e dopo.

4 Sarebbe bastato assistere a un solo Congresso di sezione nel 2001 per capire quanto estesa fosse l’area di coloro che stentavano a riconoscere come tale il governo di centrosinistra, rimettendosi non al vaglio critico circa la qualità o l’incompletezza dell’intervento legislativo, ma a una diagnosi tutta generica e ideologica sul fatto «che avremmo dovuto essere più di sinistra».

5 Elaborazione collettiva sia interna, sia nel contesto della coalizione di appartenenza, altrettanto segnata da una delega delle politiche ai singoli.

6 Forse più organiche (senza esagerare) sono le immissioni dall’esterno in funzione di governo in sede regionale o comunale (dal campo professionale, universitario, della società civile), ma queste sono poche e sporadiche (se non altro per ragioni di vocazione e gratificazione) e sempre in funzione tecnica o di legittimazione intellettuale presso l’elettorato.

7 Nella tradizione più antica del PCI, il dirigente politico «rivoluzionario» è lui stesso un intellettuale.

8 La necessità di questa intermediazione verso corpi esterni non è circoscritta all’ambito dell’elaborazione delle idee di governo, alla costruzione degli ingredienti culturali e all’appropriazione di tematiche tecniche, ma riguarda, alla stessa stregua, anche il rapporto con la società dispersa, strati sociali, categorie produttive e professionali, persino sindacati (rapporto che poi, in ultima istanza, si traduce sempre in elaborazioni e idee di governo). In questa funzione, quanto più il partito diviene «leggero», tanto più questo tipo di interlocuzione sostituisce quello che una volta si sarebbe chiamato «lavoro di massa».

9 Queste note erano già scritte quando sono apparse le liste dei DS (e dell’Ulivo) per la XV legislatura, che a riprova di quanto affermato, mai hanno visto una chiusura e un’autoreferenzialità di queste proporzioni in tutta la storia della sinistra.

10 Ovviamente, i singoli, nella loro autonomia, potranno sempre imporre occasionalmente tematiche all’opinione pubblica e costituire punti di riferimento e di giudizio autorevole, ma non è questo il punto.

11 Va detto che spesso questo «presidio» non comporta per gli insiders una superiore (in quanto «professionale») percezione delle dinamiche politiche. È sorprendente quanto spesso la politica professionale arrivi in ritardo nella percezione dei processi (anche politici), dove gli «occasionali della politica » vedono più lontano. Questo va rilevato senza ironia perché è comune ad altri campi intellettuali, ad esempio in economia. Il che non implica che un economista professionale possa essere intercambiabile nelle sue funzioni con figure similari, ma che è soggetto a errori clamorosi, che, invece, possono non sfuggire ad un non professionista. Implica anche che è bene prendere cum grano salis le sue percezioni anche perché – come avviene per i politici – cambiano rapidamente. Nel campo della politica, tuttavia, questa inaffidabilità della professionalità specifica è più sistematica, perché le dinamiche sono viste troppo dall’interno del palazzo e secondo canoni convenzionali e involuti.

12 Non mi riferisco alla decisione di governo, che attiene a chi ne ha la responsabilità politica, ma al processo che porta alle prese di posizione o alla formazione delle volontà e delle proposte nel partito politico.

13 L’effetto di ciò è una autoreferenzialità esasperata nella selezione della responsabilità e dei ruoli. Non è un caso allora – unico esempio emblematico che mi sento di fare – che una persona come Folena che, per sofisticazione intellettuale, consistenza politica e cultura non avrebbe dovuto superare la stadio di quadro di federazione, diventi a un certo punto il numero due del partito.

14 E se questo vale per me, la cui esperienza non è generalizzabile per consuetudine personale con la dirigenza, per il ruolo in numerosi centri e fondazioni e per le chiavi di ingresso acquisite a seguito dell’esperienza parlamentare, lascio immaginare quanto ciò sia moltiplicato quando questi elementi non sussistano. I riferimenti personali mi saranno perdonati alla luce del fatto che l’insieme delle argomentazioni di questo saggio è una annotazione riflessiva su quanto osservato personalmente.

15 Che, infatti sono i primi a essere riconosciuti dalla politica e cooptati in sedi rappresentative in quanto più simili per linguaggi, routine e stili alla dirigenza politica.

16 Sancita dai modesti risultati elettorali del 2001 e 2006, che ormai ne fanno il più piccolo partito socialista d’Europa.

17 Questo saggio è stato letto da G. Amato, P. C. Padoan, G. Bosetti, V. Campione, R. Gualtieri, C. Mancina, A. Romano, N. Rossi, M. Salvati e V. Termini. A tutti va un ringraziamento per gli utili commenti. Il saggio deriva dall'integrazione tra loro e dalla revisione di due prefazioni ad altrettante parti di una raccolta di miei scritti di natura politica che iniziai a raccogliere due anni fa, ma che poi non ha mai visto la luce.

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