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Quale formazione politica per il Partito Democratico

Written by Vittorio Campione Friday, 01 September 2006 02:00 Print

Se si vuole che il Partito Democratico non sia una creatura macilenta, figlia mal vista di Stati maggiori dediti in realtà ad altre strategie, occorre porre mano, fra l’altro ma già prima di altre scelte, alla costruzione di una grande e nuova scuola di formazione politica, un luogo che accolga quanti, giovani e meno giovani, «alimentano il proprio equilibrio interiore e il sentimento della propria dignità con la coscienza di dare un senso alla propria vita per il fatto di servire una causa». Detta così, sembra una di quelle ricette popolari di un tempo per curare i malanni o per prevenirli, ma in questo proposito c’è molta più innovazione e modernità di quanto non sembri: vi è l’intuizione della diffusa disponibilità, confermata da tanti segnali, alla partecipazione a un’impresa che rimette in campo i registri forti della democrazia e della libertà, vi è la consapevolezza che l’altro registro (quello dell’eguaglianza e della giustizia sociale) non si raggiunge con la spallata, l’azione esemplare, la «rivoluzione», ma con lo studio paziente delle condizioni date e con l’applicazione per cambiarle.

 

Se si vuole che il Partito Democratico non sia una creatura macilenta, figlia mal vista di Stati maggiori dediti in realtà ad altre strategie, occorre porre mano, fra l’altro ma già prima di altre scelte, alla costruzione di una grande e nuova scuola di formazione politica, un luogo che accolga quanti, giovani e meno giovani, «alimentano il proprio equilibrio interiore e il sentimento della propria dignità con la coscienza di dare un senso alla propria vita per il fatto di servire una causa».1

Detta così, sembra una di quelle ricette popolari di un tempo per curare i malanni o per prevenirli, ma in questo proposito c’è molta più innovazione e modernità di quanto non sembri: vi è l’intuizione della diffusa disponibilità, confermata da tanti segnali, alla partecipazione a un’impresa che rimette in campo i registri forti della democrazia e della libertà, vi è la consapevolezza che l’altro registro (quello dell’eguaglianza e della giustizia sociale) non si raggiunge con la spallata, l’azione esemplare, la «rivoluzione», ma con lo studio paziente delle condizioni date e con l’applicazione per cambiarle.

L’esigenza di tornare a discutere di formazione politica, dopo un lunghissimo quindicennio che ha visto la scomparsa o la radicale trasformazione in questo campo di gran parte delle attività dei principali partiti e dei sindacati italiani, nasce da qui ed è un impegno al quale accostarsi con prudenza nella formulazione delle ipotesi di lavoro, ma con la determinazione di chi è convinto che tornare ad avere un’attenzione su questo tema è oggi indispensabile.

La passione civile ed etica, spinta primaria per l’impegno politico, ha bisogno di formazione specialistica, di competenze teorico-pratiche, di tecnica. L’impegno politico (che è per il paese, per un’idea di giustizia, di libertà, di eguaglianza) nasce da un desiderio autentico di essere parte di un movimento visibile e appassionato. Ma questo desiderio va aiutato a diventare la fonte della ricerca dei modi concreti, degli strumenti necessari, delle alleanze possibili per realizzarlo. Nella biografia dei grandi (e anche meno grandi) dirigenti politici del passato lo studio, l’esercizio, la riflessione sulle esperienze hanno un posto centrale. Ben chiara era su questo la sintesi gramsciana specialista+politico.

Ma questo è vero mille volte di più se, oltre che dei leader, parliamo di tutti gli altri: dei giovani, dei militanti, di chi la politica la fa e di chi vuole farla. E non solo.

Di una scuola quadri c’è bisogno per formare una generazione nuova che si accosti alla politica con l’ambizione di dirigere il paese e con la cultura necessaria per farlo, senza superficialità e approssimazioni che diverrebbero fonte di ulteriori danni. La stagione attuale è popolata da generazioni, già fin troppo numerose, di cittadini delusi dai vecchi partiti e sfiduciati, che vedono circolare di nuovo la battuta qualunquista per cui «la politica è una cosa sporca», ma hanno meno voglia di rispondere istintivamente che non è così. Oggi una scuola quadri ispirata ai valori di un riformismo moderno, pensata per un Partito Democratico che presidia quest’area, può permettersi l’obiettivo di ripristinare un’idea della politica come professione nobile. Il professionista della politica non è un azzeccagarbugli capace di trovar sempre le risposte, ma una persona ricca di competenze che le verifica in una visione generale. A ben vedere, nelle società sviluppate, diritti e giustizia sociale progrediscono e si affermano, o soccombono, di pari passo al prevalere di una concezione (e una pratica) della politica come arte di governare, come gestione senza altri fini del patto liberamente sottoscritto dai cittadini.

Può essere questo della lealtà nel rapporto con i cittadini un punto essenziale dell’identità rinnovata del nuovo Partito Democratico?

Una cosa è certa: le identità preesistenti sono sempre più radici da cui la linfa non passa. L’albero dei democratici (e non solo l’ulivo, anche la quercia) si nutre più per quello che porta il vento che non attraverso le radici. E per fortuna queste piante hanno una grandissima capacità di cogliere quanto di buono arriva loro in questo modo. Di imparare ascoltando.

Ma, fuor di metafora, l’identità nuova si avrà solo alla fine del processo e non si può prefigurarla con innesti e potature.

E della pazienza una scuola è un’ottima incubatrice.

Per fare una scuola quadri ispirata all’obiettivo di rafforzare un’identità riformista occorre però discutere approfonditamente e schivare siluri pericolosi che corrono nel mare del dibattito attuale. I quotidiani da settimane sono pieni di dichiarazioni e interventi sul miglior modo di dar vita al futuro Partito Democratico (o sul perché non farlo) il cui contenuto, nella maggior parte dei casi, scivola come acqua sulla pietra. Schermaglie d’agosto, si sarebbe detto un tempo. Il risultato forse provocherà un miglior posizionamento nella definitiva messa a punto del cantiere del nuovo partito. E forse neanche questo. Ma se si entra nel merito delle singole questioni appare subito che l’alternativa secca tra federazione di potenti che restano di fatto indipendenti e sovrani e cessione di sovranità ad un unico centro è un’alternativa che, se radicalizzata, può risultare mortale. La scelta non può essere univoca: come già per i gruppi parlamentari, vi sono degli aspetti che richiedono urgenza, altri che richiederanno tempo e riflessione e altri ancora per i quali il coordinamento di cose diverse (una vera cabina di regia con funzioni definite e poteri reali) è lo strumento più giusto. La gestione delle fondazioni e dei centri di ricerca e l’attività di formazione politica rientra sicuramente nel terzo di questi casi.

Il tema del rapporto con le scuole e le iniziative formative e di ricerca esistenti va affrontato responsabilmente. Certamente non con l’obiettivo di unificarle e centralizzarle: perché non sarebbe possibile con un atto di volontà, perché si danneggerebbe una rete di rapporti e di esperienze, perché la sintesi e il coordinamento si potrà fare meglio domani dopo aver lavorato per ottimizzare le caratteristiche e le specificità di ognuna. Lavorando su ciò che le rende diverse, organizzando l’integrazione e creando una realtà unitaria che assegni a ciascuna una funzione.

Non bisogna dimenticare che c’è un giacimento cospicuo in termini di lavoro di ricerca, di elaborazione di modelli formativi, di relazioni in tutte le direzioni. Le attività che sono state messe in campo negli ultimi anni da fondazioni e centri di ricerca riconducibili alle forze di ispirazione riformista cattolica e di sinistra non vanno intese, come qualcuno ha pensato, come una scelta di ripiego, una sorta di elaborazione del lutto per la perdita del governo nel 2001, ma al contrario come la testimonianza che la lezione da apprendere era che il «programma riformista» non può essere una sorta di appuntamento con la storia da definire a partire dalle scelte di schieramento, ma deve partire da lontano ed esser frutto di un lavoro di lunga lena. D’altra parte, il lavoro fatto da ASTRID o da AREL in questi anni, le ricerche di NENS o il successo della Summer school di Italianieuropei, la recente fondazione di ULIBO sono lì a testimoniare la validità di una scelta. E non sono che alcuni esempi. La qualità del personale politico, la valorizzazione dei talenti professionali, lo studio dei problemi economici e sociali in modo rigoroso, sono ormai obiettivi ritenuti irrinunciabili e patrimonio da consolidare.

In questa direzione, tra l’altro, non è nemmeno irrilevante che i temi della formazione in generale abbiano acquisito in questi ultimi anni un ruolo complessivamente centrale nell’individuazione delle scelte (almeno nella fase dell’enunciazione programmatica) dei governi, specie se di orientamento riformista. Dall’education gridato tre volte da Tony Blair nel 1996 e posto fra i principi fondanti del New Labour, alla strategia adottata solennemente a Lisbona nel 2000, allo stesso programma dell’Ulivo in Italia, la formazione è stata correttamente individuata come lo strumento per la valorizzazione delle risorse umane, che sono la ricchezza principale del mondo globale di oggi.

Il secondo tema da approfondire è quello degli «studenti». O meglio, quello della apparente contraddizione fra l’opinione (credo condivisa) secondo cui la politica non deve diventare un mestiere e il richiamo alla weberiana politica come professione. Si può e si deve insistere sul fatto che alla scuola di cui parliamo si accede dopo un percorso di studio e di lavoro che singolarmente viene individuato e sviluppato sulla base di una vocazione. Però si accede anche sulla base di un giudizio di altri che formulano le proposte e di altri ancora che selezionano per il loro accoglimento. E ancora (e non è meno utile) sulla base di una più semplice volontà di capire la politica per fare meglio il proprio, diverso, mestiere. Insomma, è importante dire che questa scuola politica non dà (nemmeno se frequentata con grande profitto) accesso a un ruolo, a una sorta di incarico a tempo indeterminato da cui prender le mosse per la carriera: è un master e non un corso di formazione propedeutico all’assunzione.

Accanto all’attività di formazione organizzata con queste finalità, una grande organizzazione politica moderna non può non porsi anche il problema di una «acculturazione di massa». Soddisfare, quando c’è, oppure sollecitare una domanda di cultura politica che ieri (fino a un certo punto) ha trovato risposta nel lavoro organizzato di circoli, sezioni di partito, associazioni collaterali, movimenti di massa e che oggi ha pochissimo di tutto questo e fatica a orientarsi.

La scuola politica a cui pensiamo deve quindi organizzarsi per accogliere e accompagnare lungo un percorso strutturato e organico quegli «studenti» che guardano alla politica per parteciparvi e capirla più a fondo, ma deve anche saper offrire a numerosissimi cittadini un punto di osservazione, delle chiavi di lettura, delle discussioni di scenario che ne riducano la sudditanza verso problemi e soluzioni che altri vogliono gestire in modo oligarchico. E come tutte le grandi scuole di eccellenza, quanto più sarà alto il livello della ricerca fatta dalla scuola e tanto più sarà di qualità il lavoro di divulgazione e di coinvolgimento di massa.

Vi è poi un terzo punto sul quale soffermarsi. Già nella proposta che su questi stessi temi era stata avanzata pubblicamente da Michele Salvati qualche anno fa e poi anche in molti altri interventi, vengono individuati quattro pilastri (ideologico, storico, economico e programmatico) che rappresentano in qualche modo l’articolazione di un ideale curriculum. Se è certamente giusta l’esigenza di fare i conti con noi stessi e i nostri passati prima di metterci al lavoro sul «programma dei corsi», questo aspetto non può però essere prevalente. Arrivare a letture condivise è fondamentale per evitare che il giudizio sul comunismo come regime illiberale venga malinteso come merce di scambio per l’accreditamento democratico. E serve anche a non brandire gli esponenti del pensiero liberale e riformatore moderno con la stessa sicurezza con cui nel passato si citavano gli autori conosciuti nelle rispettive scuole di partito. Se è sempre vero che «non esiste una cultura astratta, generale» e che «cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita e il posto che vi teniamo»,2 risulta evidente che il problema non è quello di svuotare i magazzini per riempirli con merci nuove (attività nella quale già in troppi si sono distinti), ma quello di affrontare con sguardo lucido sia i passaggi della storia che lo sviluppo della ricerca scientifica nei vari ambiti. Il percorso di formazione in questo caso non presuppone un punto di arrivo definito, ma è la costruzione di una via per cui passa l’organizzazione della conoscenza. Se nella tradizione storicista al pensiero che modellizza va fatta seguire l’azione per realizzare il modello, in questa ipotesi di approccio si tratta di dotarsi e di dotare tutti degli strumenti per individuare nella situazione gli elementi che cambiano il quadro.

Il rapporto quantitativo perciò (e non solo, anche logico) fra premesse e programma va discusso. Ai giovani che vogliamo nella nostra scuola va fatto credito di essere con la mente un po’ più libera da ingombri ideologici e quindi si può ritenere sufficiente, forse, un unico, ampio, corso propedeutico teso a sintetizzare il quadro complessivo nel quale oggi l’Europa si muove. Un corso che sia una sorta di grande affresco, certo articolato per blocchi tematici, che serva a far leggere con nettezza il mondo di oggi illustrandolo con il linguaggio di chi è consapevole di essere nella parte di mondo più democratica, più sviluppata e più libera di ogni altra e che ha la soddisfazione di avere contribuito a questo risultato.

A questo corso propedeutico devono poi seguire dei corsi legati a singoli aspetti del programma per l’Italia e l’Europa che vogliamo governare: una vera grande università aperta che sistematicamente completi cicli formativi sul welfare e sulle relazioni internazionali, sull’education e sulla sicurezza, sulla pubblica amministrazione e sulla politica industriale. E così via.

Nel passato, soprattutto a sinistra, l’attenzione per la formazione dei militanti e dei dirigenti ha sempre avuto due motivazioni fondamentali (a cui corrispondevano due distinte articolazioni): trasmettere la linea politica elaborata al centro fino ai quadri periferici e ai militanti e fornire una serie di competenze specialistiche, sia pure generiche, in funzione di ruoli da ricoprire (amministratori locali, dirigenti sindacali, di cooperative, ecc.).

Oggi è chiaro che il sapere non è nei testi sacri dei partiti (che hanno per fortuna un rapporto meno sacrale con i testi, quali che siano) e quindi non c’è niente da riversare. Si tratta di fare ricerca, produrre cultura e, quindi, anche sperimentare la collaborazione fra diversi centri, anche a livello internazionale, e con le istituzioni culturali e formative pubbliche e private.

Mentre un tempo la scuola del partito era un elemento, fra i molti, che testimoniava il carattere «altro» di quella comunità di militanti rispetto alla società nel suo insieme, oggi non è più così e quindi le università e i centri di ricerca sono i primi riferimenti che possono alimentare la formazione per la politica

Un’ultima considerazione: senza una partecipazione convinta di chi oggi ha la responsabilità di dirigere i partiti impegnati nella realizzazione del progetto riformista parlare di scuola quadri è una astrattezza. Guai però ad aspettare la delibera del comitato centrale (che non c’è più e non solo come nome): quanti, e non sono pochi, in questi anni hanno fatto attività di ricerca e di formazione politica possono intanto cominciare, non dico a costruire l’edificio, ma a definirne meglio i disegni e l’ambizione, a fare proposte e anche qualche esperimento. Tanto si deve andare per gradi ed è evidente che la piena condivisione ci sarà solo quando il soggetto riformista si sarà affermato e la scuola quadri, sia pure solo parzialmente, avrà mostrato di essere una realtà che vale la pena di accreditare. In questo senso si può anche immaginare di provare già da adesso ad azzardare non solo la sperimentazione di modelli e programmi, ma uno sforzo di coordinamento che potrebbe intanto vedere alcuni grandi appuntamenti finalizzati a mostrare a noi e agli altri che sul tema dei grandi valori esiste un linguaggio e una volontà comune. Nel 1992 l’allora PDS organizzò un appuntamento («Le idee della sinistra») che pose il tema dei valori da mettere alla base di un nuovo partito che superasse definitivamente gli ideologismi paralizzanti.

La democrazia, disse in quell’occasione Claudia Mancina, che aveva voluto e organizzato il convegno, «è un fine e un valore, anzi il valore base della politica»,3 e De Giovanni invitò la sinistra a tornare ai principi dei diritti dell’uomo sanciti dalla Rivoluzione francese.

Le «idee» di cui si ragionò erano quindi, esplicitamente: equità e giustizia, libertà e democrazia, senza aggettivi e distinguo. Purtroppo il miraggio di una scorciatoia per una soluzione favorevole della crisi politica portò ad abbandonare quella ricerca e quel lavoro che era stato impostato per giungere alla formazione di gruppi dirigenti rinnovati anche dalla riflessione su quei temi.

Appuntamenti di quel genere, a cui si potrebbe tornare capitalizzando così un patrimonio importante per una formazione politica comune, indicano l’impegno a onorare quei valori rendendo esplicita e irreversibile la scelta di un percorso di formazione laico e innovatore. Senza una moderna attività di formazione politica non c’è una moderna politica.

Oggi cogliere i cambiamenti che si determinano nella società non può essere un’arte affinata da lunga esperienza, da costante frequentazione della base popolare del partito, dalla capacità di interpretarne i sentimenti profondi.

I cambiamenti vanno studiati a partire dalla concretezza dei dati, e ne vanno valutate le conseguenze sulla realtà. Gli strumenti e le soluzioni necessari per comprenderli e assecondarle (o contrastarle), cioè in ultima analisi per governare i cambiamenti, devono essere alla base delle scelte sia quotidiane sia di prospettiva.

Gli obiettivi in cui ci riconosciamo (e su cui si riconoscono tante forze, organizzate e non, che chiamiamo democratiche) richiedono uno strumento diverso da quelli che si sono avuti in passato. Il problema è: queste forze sono disposte a mettersi in gioco nel rapporto reciproco o ciò potrà accadere solo più avanti e per ora possono solo coabitare?

Anche su questo la formazione ha una incidenza, ed è per questo che la discussione su quale formazione sia necessaria oggi per l’agire politico fa tutt’uno con la discussione sulla natura della politica: quale modello, quale assetto istituzionale, quale stato, quale partito e, quindi, quale formazione per tutto ciò.

È evidente che la discussione deve coinvolgere forze anche diverse per collocazione e ruolo nella società per poter realizzare un intreccio fecondo non tanto fra posizioni diverse su singoli punti quanto fra esperienze e percorsi che diversamente, restando patrimonio esclusivo, diventerebbero, pericolosamente, lo scudo delle diverse identità.

Non basta più proclamarsi per il cambiamento. Occorre, come scrive Alfredo Reichlin, «un grande partito europeo in grado di fare politica a livello mondiale (…) in grado di dotare le persone di nuove armi politiche e sociali capaci di contrastare la potenza delle oligarchie (…) un partito meno assillato dalla gestione dell’esistente e più sociale cioè più ‘culturale’, di una cultura politica che ci liberi dalla subalternità al fondamentalismo di mercato come dalla nostalgia per il vecchio statalismo».4

Un partito di questo genere ha la possibilità di misurarsi alla pari con le immense questioni che la globalizzazione pone nel mondo di oggi.

Se la bussola per le decisioni è orientata sulla convenienza contingente difficilmente si può avere l’ambizione di «rimettere la globalizzazione in grado di esprimere appieno le sue potenzialità e di migliorare le condizioni di vita in tutto il mondo».5 Per far questo libertà e democrazia devono essere valori non negoziabili nemmeno a fronte dell’obiettivo più affascinante, base di una nuova etica della responsabilità che «vincoli le scelte e i comportamenti politici, vi dia senso e ne garantisca la moralità».6

 

 

Bibliografia

1 M. Weber, La politica come professione, in Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1966, pp. 57-58.

2 A. Gramsci, Cultura e Socialismo, in «L’Ordine Nuovo», 8/1919.

3 C. Mancina, Introduzione, in AA.VV., Le idee della sinistra. Atti del convegno nazionale del PDS. Roma, 26-27 febbraio 1992, Editori Riuniti, Roma 1992, p. 18.

4 A. Reichlin, Un partito per il riformismo in Italia e in Europa, in «Italianieuropei», 2/2006, pp. 16-17.

5 J. Stiglitz, Un mondo ricco con tanti poveri, in «Il Sole 24 Ore», 10 settembre 2006, p. 8.

6 G. Napolitano, in AA.VV., Le idee della sinistra cit., p. 235.

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