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L'impervio cammino verso il Partito Democratico

Written by Luciano Cafagna Friday, 01 September 2006 02:00 Print

Parlerei sempre, e piuttosto, di «grande Partito Democratico» e non, semplicemente, di «Partito Democratico», perché l’idea centrale della proposta prodiana mi pare quella delle sue dimensioni: un raggruppamento politico di dimensioni tali da porlo in grado di risolvere il problema della grave imperfezione da cui è afflitto il sistema politico italiano. Questo è rimasto, infatti, un sistema «imperfetto», nonostante il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, di cui tanto si è discusso come ai tempi, ormai molto remoti, in cui Giorgio Galli lanciò quel maledetto aggettivo con la sua formula del «bipartitismo imperfetto». Imperfetti eravamo e imperfetti siamo rimasti. Dopo circa quaranta anni. Solo che ora siamo a parlare di «bipolarismo imperfetto». Un bipolarismo caratterizzato da due coalizioni-coacervo, l’una come l’altra, ma forse l’una – quella che ora è maggioritaria – più coacervo dell’altra. Nel centrodestra c’è infatti un partito dominante, ancorché in fase di ridimensionamento.

Parlerei sempre, e piuttosto, di «grande Partito Democratico» e non, semplicemente, di «Partito Democratico», perché l’idea centrale della proposta prodiana mi pare quella delle sue dimensioni: un raggruppamento politico di dimensioni tali da porlo in grado di risolvere il problema della grave imperfezione da cui è afflitto il sistema politico italiano. Questo è rimasto, infatti, un sistema «imperfetto», nonostante il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, di cui tanto si è discusso come ai tempi, ormai molto remoti, in cui Giorgio Galli lanciò quel maledetto aggettivo con la sua formula del «bipartitismo imperfetto». Imperfetti eravamo e imperfetti siamo rimasti. Dopo circa quaranta anni. Solo che ora siamo a parlare di «bipolarismo imperfetto». Un bipolarismo caratterizzato da due coalizioni-coacervo, l’una come l’altra, ma forse l’una – quella che ora è maggioritaria – più coacervo dell’altra. Nel centrodestra c’è infatti un partito dominante, ancorché in fase di ridimensionamento. Nel centrosinistra è invece dominante non un partito, ma una alleanza di due partiti – simboleggiati rispettivamente dalla Quercia e dalla Margherita. Se si riunissero, passando dall’alleanza all’unificazione, la situazione del centrosinistra si avvicinerebbe a quella del centrodestra, ma rimarrebbero ambedue delle coalizioni di partiti, fortemente soggette ai ricatti interni. E il sistema politico resterebbe «imperfetto».

Sarebbe comunque un passo in avanti? Un passo avanti importante? L’idea di un «grande» Partito Democratico è essenziale nell’auspicare l’importanza di un «passo in avanti». Quale è l’auspicio? È che si formi, con il costituirsi di un cospicuo partito unitario al cuore del centrosinistra, una nuova forza attrattiva, capace di influire notevolmente al momento della scelta davanti all’urna dell’elettore di centrosinistra, oggi fortemente allettato, invece, dalle tentazioni molteplici che lo spingono ad una assai variegata dispersione. E, per completare il quadro dell’auspicio ottimistico di cui dicevo, aggiungiamo che, a questo primo fattore di ottimismo se ne potrebbe immediatamente aggiungere un secondo, e cioè che, se si vedesse nella coalizione di centrosinistra un indiscutibile crescere e prevalere della componente «riformista» – unitaria e attrattiva – ciò potrebbe anche determinare un importante richiamo di voti di centro oggi orientati, solo per diffidenza nei confronti dei massimalismi, verso il centrodestra.

Questo insieme di condizioni auspicabili nella prospettiva ottimistica descrive una strada alquanto impervia. Sarebbe forse desiderabile che si cercasse di migliorare l’insieme delle nostre conoscenze sullo stato reale delle incertezze e degli stimoli presenti nel corpo elettorale mediante opportuni sondaggi, anche se sappiamo che si tratta del terreno assai molle delle decisioni che l’elettore prende sul momento e sotto l’influenza di fattori molteplici: la forza di un richiamo identitario piuttosto che per il calcolo unitario, le considerazioni o i dubbi in merito alla leadership e ai rapporti di questa con i «gruppi» del potere, la fiducia o sfiducia generate dal clima generato dalle congiunture, sia di quella economica che di quelle relative alla politica interna e alla politica internazionale. La strada maestra – come sempre quando si tratta di decisioni veramente «costituzionali» – sarebbe stata quella di un accordo iniziale fra i vertici delle due parti nella fase fondativa della «seconda Repubblica»: con la pronta scelta di un sistema tecnicamente in grado di dare al più forte da ambo le parti forza tale da renderlo non ricattabile (ideale il doppio turno alla francese). Ma la nascita della «seconda Repubblica» è storicamente avvenuta in un contesto molto negativo: è stata piuttosto «frana» della prima Repubblica – accompagnata da molte mine, meramente mine, senza gallerie da aprire né minerali da estrarre – anziché limpido emergere di un distinguibile nuovo. E certi vizi di genesi storica si pagano sempre, purtroppo.

Vorrei, ora, tentare di passare rapidamente in rassegna alcune delle difficoltà che mi paiono presenti sulla strada del grande Partito Democratico e che mi inducono – mi spiace dirlo – al pessimismo. In primo luogo il peso della storia. In secondo luogo la diaspora delle identità nella sinistra. In terzo luogo il delicato problema della leadership.

 

Il peso della storia

Alle spalle della proposta di Partito Democratico c’è il grosso della storia della prima Repubblica: una parte minoritaria della dissolta Democrazia Cristiana, quella parte che ne costituiva la sinistra e le sue correnti; il grosso, ma non tutto, del vecchio Partito comunista; forse una esile frangia del Partito socialista. Non pesano tanto, a far zavorra al volo del nuovo partito, le vecchie idee: quelle l’intelligenza dei singoli e forse anche una antica e a lungo contenuta predisposizione alla revisione, le hanno facilmente rimosse. Pesa di più, forse, per quanto riguarda l’ex comunismo, uno stile di comportamento, che era stato, e forse è tuttora, motivo di forza, ma che ha qualche incompatibilità con il fondersi con altri e, probabilmente, in quegli «altri» crea diffidenze se non paure. Meno visibile, ma probabilmente non assente, è il vecchio stile democristiano nella Margherita, che sembra offrire ranghi più rinnovati: si pensi a Francesco Rutelli, diverso per provenienza e per formazione (appartiene ad una generazione rinnovata e rivalorizzata dalla nuova esperienza del decentramento dei poteri, nella quale si è intelligentemente riqualificato anche Walter Veltroni, ponendovisi forse in aspettativa). Lo stile assembla i gruppi e i gruppi, in una nuova formazione, sono grumi che non facilitano la circolazione di cui una struttura politica nuova ha bisogno nel presentarsi, nell’operare, nel raccogliere quel nuovo seguito che è la sua più importante scommessa.

 

La diaspora delle identità

Il mutamento, nella vecchia sinistra comunista, non è avvenuto in modo indolore. È avvenuto con incertezze di orientamento e foschie programmatiche che non hanno evitato sostanziose scissioni. Si è voluto evitare il passaggio storico, che pur pareva obbligato, attraverso una esplicita conversione alla socialdemocrazia, per fare un salto in avanti: ma verso che cosa? L’atmosfera politica italiana arrancava e ancora arranca verso il destino di un modello europeo, figurarsi se è addirittura pronta per la conversione a un modello americano! Comunque tutte le idee sono rispettabili se nate da buone intenzioni. Ma siamo sicuri che ciò non abbia illuso sulla ampiezza della rosa delle scelte storicamente possibili e contribuito, così, alla diaspora delle identità? E la diaspora delle identità, forse, è più grave della semplice residualità di un «neocomunismo» o di un estremismo tardivi nel cogliere le lezioni della storia, ma che, almeno, continuano tutti i giorni a fare i conti con queste, senza alibi per scappatoie «terze». Intanto il grosso del vecchio socialismo italiano è stato completamente abbandonato ai suoi risentimenti, giusti o sbagliati che fossero: componente non ultima, in ogni caso, del berlusconismo.

 

Il delicato problema della leadership

È difficile che nasca una nuova formazione politica se non vi è una spiccata personalità a far da richiamo, ad attrarre l’attenzione, la simpatia, la fiducia di coloro che debbono andare a comporre quella formazione e a sostenerla. Romano Prodi ha svolto, a partire da un certo momento, questa funzione di richiamo. È stato il primo leader, già democristiano, ad aprire ad una convivenza senza riserve con il mondo ex comunista. È stato due volte, come italiano, l’uomo dell’Europa: prima in quanto traghettatore dell’Italia nell’Unione europea (quella del salto nella moneta unica), poi presidente della Commissione europea, forse il primo italiano se si pensa alle interrotte o infelici esperienze precedenti. Persona preparata, della scuola del più fine e brillante, a mio modesto avviso, degli intellettuali cattolici dotati di cultura da statista, quale è stato Beniamino Andreatta. Coronato da un successo veramente significativo nelle «elezioni primarie» per la candidatura alla guida del centrosinistra, paziente e fermo, ma ascoltato, interlocutore della sinistra estremista della coalizione di centrosinistra, Romano Prodi avrebbe titoli quasi strepitosi per guidare con successo la parte centrale della sua coalizione verso il grande Partito Democratico. Cosa accade, cosa è accaduto, però? È accaduto che – prima che il grande Partito Democratico andasse in porto – la coalizione di centrosinistra abbia vinto le elezioni politiche per la XIII legislatura e che Romano Prodi sia stato catapultato dalla storia alla testa di uno dei governi più difficilmente gestibili della storia dell’Italia repubblicana. Il candidato alla guida del processo di creazione del grande Partito Democratico si trova così, improvvisamente, sottoposto ad una pesante prova supplementare, forse la più ardua di tutte. E al grande Partito Democratico accade, altrettanto improvvisamente, di dover segnare il passo con lui. Riuscirà il nostro eroe ad attraversare un territorio che appare seminato di mine di ogni dimensione (perché questa Italia, senza volerne dir male, per carità, è quello che)? Non si può che augurarglielo di tutto cuore. Ma il nostro cuore è piccolo, e i problemi, invece, enormi.

Da ultimo vorrei accennare ad alcune questioni di opportunità politica relative ai modi di convivenza fra alcune idealità che ispirano le componenti maggiori della coalizione e che dovrebbero costituire il nocciolo del grande Partito Democratico. Esse sono, come si sa, da un lato, «una parte della parte» (penso al limite posto dal siluramento del socialismo nenniano-craxiano) più revisionista della vecchia sinistra resistenziale, quella comunque progressista e laica, non più rivoluzionaria o massimalista e, d’altro lato, una parte, la più liberale del cattolicesimo liberale, che improntò la sostanza di quella Democrazia Cristiana degasperiana alla quale si deve la vera svolta rispetto a Porta Pia: il decisivo soccorso cattolico alla salvezza dell’Italia sconfitta, alla nascita della democrazia in questo paese, e persino al driblaggio, senza cedimenti, di una guerra civile con i social-comunisti. Togliatti, con il voto sull’articolo 7, fece pagare un prezzo all’Italia laica, ma ciò che si pagava valeva quel prezzo.

Non avrebbe però gran senso pensare o sottintendere un richiamo a quel precedente di fronte ai problemi della laicità che si pongono oggi. Allora si compiva in Italia una svolta storica con un grande assestamento nella dislocazione delle forze politiche e la nascita di una democrazia. Oggi l’assestamento è avvenuto e ciò a cui si sta lavorando è solo il remoto sviluppo di quello, all’interno, oltre tutto, di un contesto mondiale diverso, nel quale i problemi della laicità hanno caratteri nuovi.

Nulla di ottocentesco, come a volte si dice. Nuovi grandi fattori sostanziali alimentano oggi il rapporto fra religione, prospettive culturali, forme della convivenza civile e politica, che non si possono confondere con la vecchia «questione romana». Da un lato vi è una nuova autorità politica acquisita negli ultimi decenni dello scorso secolo dalla Chiesa in quanto tale, a partire dalla storica funzione assolta da Papa Giovanni Paolo II nella promozione della crisi dei regimi comunisti. Ne derivò una sorta di «riconquista cristiana» (come mi accadde di scrivere circa un quarto di secolo fa sulla rivista fondata da Lelio Basso). Una riconquista ricca di tentazioni politiche gravide di pericoli, ma che impone anche di apprezzare gli sforzi del mondo cattolico (gerarchia e cultura) intesi alla saggezza e alla salvaguardia della democrazia e dei valori di questa. Non è questione di relativismo, ma una società democratica è quella che sa darsi un assetto nel quale valori diversamente condivisi siano capaci di convivere. La laicità è un terreno di compromessi. Un equilibrio laico può conoscere momenti di tensione o di crisi quando mutamenti storici propongano su vasta scala problemi nuovi e inediti non automaticamente componibili nel sistema di convivenze preesistente. Ciò che sta accadendo in questi anni è appunto il presentarsi di problemi nuovi non immediatamente assorbibili entro gli equilibri della laicità precedentemente raggiunti nelle società democratiche. Fra i tanti mutamenti della storia recente e recentissima – oltre ai grandi movimenti migratori che stanno alterando la composizione etnica e religiosa delle società occidentali – quelli che più sembrano avere influenza sugli equilibri della laicità sono i mutamenti di costume nelle relazioni familiari, da un lato, i progressi scientifici nel campo della biologia, dall’altro. Le convinzioni religiose in queste materie tendono ad adagiarsi nel tradizionalismo. È comprensibile che ciò accada e che occorra del tempo, spesso una «lunga durata» perché se ne assorbano le implicazioni. Vi saranno anni di conflittualità e di compromessi in cerca di un assestamento. Vorrei qui osservare – ai fini del ragionamento sul grande Partito Democratico – che un accordo fra diversi, un compromesso sempre auspicabile rispetto allo scontro sui temi della laicità, è cosa diversa da una fusione di diversi che imporrebbe o silenziosi cedimenti oppure asprezze di scontro inappropriate alla convivenza all’interno di un partito unitario che ci si auspica sia di ampio richiamo. Una cosa è la discussione aperta – e anche il compromesso aperto – fra distinti, altro la compressione delle divergenze entro un partito in cui o si devono nascondere cedimenti oppure esibire contrasti divisivi e non attraenti.

Ma vi è un’ultima considerazione di opportunità politica da fare. La soggettività politica dei cattolici è in Italia un fenomeno che ha storia e forza. Entrato in crisi il partito unico dei cattolici, apertasi fra questi una fase di pluralismo, non appare per nulla scontato che questo processo debba chiudesi al punto in cui si trova ora, e che l’elettorato cattolico debba e voglia adattarsi a divenire terreno passivo di contesa fra soggettività politiche altre (del tipo, per intendersi, accennato da un invitante Berlusconi di fronte alla però poco persuasa riunione riminese di Comunione e Liberazione dell’estate 2006). Per essere più espliciti: la Margherita non può considerarsi un soggetto politico esclusivamente cattolico, ma è certamente un luogo di aggregazione significativa e originale, che guarda ampiamente a quell’area e in essa può avere più ampio e promettente futuro assestandosi e sviluppandosi nella sua attuale fisionomia. Lo stesso potrebbe non accadere a un grande Partito Democratico.

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