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Fastidio

Written by Maurizio de Giovanni Thursday, 07 September 2017 11:17 Print


Danno fastidio. Danno molto fastidio.

Specialmente adesso, che è arrivata l’estate ma non fa ancora tanto caldo, e piacerebbe tenere le finestre aperte invece dell’aria condi­zionata. Non bastava la zona pedonale che pedonale non è, con i furgoni e le macchine col lampeggiatore e i motorini, gli impiegati e i funzionari dei mille uffici devono invece tenerle chiuse, le finestre, che se no non si riesce a lavorare, con tutto quel rumore. Anche la musica, adesso. Danno fastidio. Molto fastidio.

Chiamiamolo Ivan, perché il nome vero non si riesce a capire, pronun­ciato con quella voce calda e piena di consonanti. Già, la voce. Ivan è partito da casa sua per seguire la sua voce, che al paese raccoglieva tanta gente nei giorni di festa. Una bella voce da baritono, accompagnata dal suo strano strumento che sembra una chitarra ma ha solo tre corde, un manico lungo e una cassa a triangolo, che lui suona tenendola diritta, all’impiedi. È una balalaika, ma lo sanno in pochi tra quelli che percor­rono via Roma di corsa, la mattina di un giorno feriale.

Ivan non è di molte parole, preferisce cantare. Non ha girato poi molto, l’Austria ma lo hanno cacciato, Milano ma è sfuggito per poco alla polizia, Roma ma erano in troppi e lo hanno anche pic­chiato. Chi? Si stringe nelle spalle, non capiva nemmeno la lingua, non italiani comunque. Mi racconta che quando è successo si è coricato sullo strumento, per sal­varlo. Io guarisco, balalaika no, dice. E sorride.

È allegro, Ivan, al contrario delle sue canzoni che sono tristi. Non tristi, scuote la testa energico, e sgrana gli occhi. A te sembrano tristi, ma sono canzoni d’amore. Sono serie, dice Ivan, non tristi. L’amore è una cosa seria, dalle parti mie. Dalle parti mie non si può suonare per strada, l’inverno è terribile, e poi non ti danno niente. E qui?, gli chiedo. Sorride Ivan, e accarezza lo strumento; qui sì, qualche volta anche trenta euro in un giorno. Se non vengono i vigili, se mi sposto spesso. Io alzo gli occhi verso le grandi finestre sbarrate, penso a teste grigie e occhiali, a tastiere e calcolatrici.

Ivan canta a occhi chiusi, ma ci vede benissimo. Perché canti così? Sorride ancora, furbo: io chiudo occhi per ricordare parole. Non lo dice, ma sembrare cieco fa cadere più monete nella custodia aperta, foderata di ingialliti giornali di un altro mondo. Abita dietro la sta­zione centrale, non mi dice in quanti sono e che fanno gli altri, come contribuiscono all’affitto, come mangiano. Mi dice: io canto, e sot­tolinea con un melodioso, profondo accordo; come se lo strumento a tre corde volesse dire la sua.

E ricomincia a cantare, Ivan, una struggente canzone in una lin­gua ignota e disperata, magari è una filastrocca, magari non significa niente. Passano due ragazze, una dice: ma secondo te è cecato? L’altra dice, non lo so, ma che depressione ‘sta canzone. Scoppiano a ridere, però una passando avanti butta venti centesimi nella custodia. Ivan finisce la canzone e si sposta. Per non dare fastidio.

Danno fastidio. Danno molto fastidio.

Uno magari va di fretta, e il traffico soffoca e spezza. Minuti conta­ti. Il semaforo, ma perché questo semaforo è più lungo degli altri? E perché quando uno ha fatto tardi lo trova sempre rosso? E mo’ questo che vuole, con la pezza e il secchio? E tu attiva il tergicristal­lo, così passa appresso. Perché non se ne vanno a casa loro? Ma che fastidio, che danno.

Nourad mi dice che il suo lavoro gli piace. Proprio così, il suo lavoro. È pulito, la giacca larga di almeno due misure, la camicia azzurra col colletto liso chiusa al collo, senza cravatta. Mani larghe, scure sopra e bianchicce nel palmo per l’acqua e il sapone. Il mio lavoro è pulire, non hai idea di quanto sono sporche le macchine qua. Ma come la vedono la strada, con quei vetri?

Quando il semaforo è verde si siede vicino al muretto della bella fontana e guarda di là della piazza, verso il mare. Io sono di Fès, dice facendo un cenno con la testa come se fosse di piazza Trieste e Trento; ma non lo dico più. Quando lo dicevo i napoletani si mettevano a ridere e mi dispiaceva, la mia è una terra povera ma è casa mia, e non voglio sentirne ridere. Tan­to siamo tutti marocchini per i napoletani, pure i nigeriani e i senegalesi. Io invece marocchino lo sono veramente, e ci torno pure ogni anno, per portare a casa i guadagni.

Nourad mi racconta che ha quattro figli e una moglie, una sola, si vanta della scelta monoga­ma. Stanno bene, a Fès, ho comprato una bella casa. I ragazzi studiano. E tu, Nourad, qua che fai? Sto bene, mangio poco, prego. Siamo in cinque, una stanza sui Quartieri. Lavoro tutto il giorno, devo cambiare spesso se no arriva­no e sono guai. Chi, arriva?, gli chiedo.

Sorride con la bocca ma non con gli occhi, rughe profonde, pochi denti, capelli grigi tagliati a spazzola. Arrivano e basta. Si prendono tutto, dicono che la zona non è mia. E alzano le mani. Ragazzi, con le moto. Guardo due dita fasciate della mano sinistra. Segue il mio sguardo e sorride, scuotendo il capo. No, questo è un tergicristallo. E avevo già fatto metà vetro.

Non ho paura dei ragazzi con la moto, dice Nourad, e nemmeno dei tergicristalli. Non ho paura delle minacce, non ho paura di lavorare sotto il sole o col gelo. Ho paura di dover andare a casa, e fa un cenno di là della piazza, verso il mare. Ho paura della fame dei miei figli. Danno fastidio. Un fastidio di pazzi.

All’improvviso, chissà come, capiscono che sta arrivando una mac­china della Finanza a un chilometro. Ma che tengono, le antenne? E allora scappano come uccellacci neri con quei sacchi enormi pieni di tutto, che se non stai attento ti buttano per l’aria, per correre in mez­zo alla folla. Fanno bene, che li vogliono mettere in galera. Perché danno fastidio. Sono pure brutti, e puzzano. Molto fastidio.

Bashir ha una maglietta pezzottata del Senegal, gialla e verde. Ne va orgoglioso, gliel’hanno regalata due clienti quando c’è stato il mon­diale. Ride come Eddie Murphy, è impossibile rimanere seri quando ride Bashir. È alto un metro e novanta, magrissimo e sempre allegro. È uno di quelli evoluti, un decano, quindi non vende solo le canzo­ni, ma anche film e programmi per il computer. Si mette sempre allo stesso posto, se no i clien­ti rimangono disorientati, e camminano incerti lungo la strada cercando di capire dov’è lui, che degli altri non si fidano.

Mi spiega che i clienti di programmi per il com­puter sono difficili, fanno domande tecniche e tornano spesso a cambiare il disco dicendo che non funziona. Lui sa benissimo che invece lo hanno masterizzato, ma alla lunga ci guadagna lo stesso e allora va bene. Bashir, in una giornata in cui vende una cinquantina tra CD e DVD, incassa tra i due e i trecento euro: venticinque sono per lui. È un fortunato, dice, la maggior parte prende un posto per dormire, un panino e cinque euro. La sua stanza è dietro piazza Carlo III, sono in otto. Ma siamo amici, ci divertiamo, mi fa. E giù un’altra risata alla Murphy.

Non hanno fornitori, quelli come Bashir. Loro sono il negozio. Una bottega mobile, a cielo aperto con tanto di commesso. Non pagano il pizzo, lo producono direttamente. Mi racconta che una volta lo hanno arrestato per davvero: normalmente gli prendono tutti i dischi e loro ringraziano, per aver evitato la schedatura e la galera. Poi per risarcire devono lavorare gratis per mesi. Scappare non serve, tanto ti trovano, dice Bashir. Però sai, mi fa ridendo, la galera non è nemme­no male se è per qualche giorno, basta che ti fai i fatti tuoi.

Guardo la merce, ordinata in blocchi nella valigetta di legno, per argomento come in una videoteca. Penso che sulle rive della Senna le stesse valigette ospitano colori e tele, e sogni di artisti. Scuoto un po’ la testa, immaginando Bill Gates e Bashir ai lati opposti di una catena di produzione e vendita: mi riesce difficile pensare a Bashir come ladro e a Gates come derubato.

All’improvviso Bashir alza il mento, sembra una gazzella che annusa l’aria; chiude la valigetta e parte a razzo verso il vicolo, dietro di lui una serie di babbo natale neri con enormi sacchi bianchi pieni di Louis Vuitton. Si gira a guardarmi e ride, stringendosi nelle spalle, come Eddie Murphy. Una signora grassa con due sacchetti di plastica balza di lato, e lo guarda male.

Sì, signora. Danno fastidio. Molto, molto fastidio.